20.5.17

Recensione: "The Autopsy of Jane Doe"

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Un grande film horror, inquietante, profondo, benissimo girato.
Il corpo morto di una ragazza bellissima e dall'identità sconosciuta.
Un'autopsia che rivela segreti incredibili.
E una metafora straordinaria sul bisogno di tirar fuori le cose.
Prima che sia troppo tardi

La recensione sarà veramente pessima, viene 15 giorni dopo la visione del film.
Ne avrei scritto almeno il triplo.
Scusate.

The Autopsy of Jane Doe è uno di quegli horror che ti riconciliano col genere, uno di quelli dove trovi veramente tutto, regia, stile, inquietudine, profondità, letture, atmosfera, cambio di marcia.
E fa ancora più piacere che a girare sto notevole horror sia stato il norvegese Ovredal, il regista del mio amatissimo Trollhunter.
Una coppia di film mica da poco eh...
Ma lo vedi subito, lo vedi subito quando un horror ha dietro una cura, basta quel titolo iniziale che si svela a poco a poco, bastano le prime due inquadrature fuori di quella casa, roba che sembra di trovarci in It Follows tanta è la cura e il nitore.
E poi quella terribile scena del crimine e poi lei, la bellissima Jane Doe (nome che si dà per convenzione alle vittime prive di identità o agli sconosciuti in genere), quel suo corpo bianco disotterrato nella torba.
Poi siamo a casa Tilden, casa dove nel seminterrato padre e figlio svolgono il loro lavoro.
Obitorio/crematorio, a loro sono affidate le autopsie.
E il film svela subito il proprio coraggio, quello di mostrare senza alcun filtro (ma non con la sensazione di voler scioccare o avere questo come finalità principale) le pratiche autoptiche.
Corpi tagliati, ossa spezzate, campioni prelevati, cuori e cervelli estratti.
Sì, un grande incipit, vario, interessante, benissimo costruito.
Poi a casa Tilden arriva lei, Jane Doe.
C'è da sapere entro la mattina successiva di cosa sia morta questa ragazza trovata per caso nella casa dove è avvenuto un autentico massacro.
E niente, la ravvicinatissima god view sul viso della ragazza, inquadratura che tornerà decine di volte, è straordinaria.
Vi giuro che mi metteva un senso di inquietudine e al tempo stesso di "bello" che non vi so descrivere. Una di quelle inquadrature che mi ricorderò per davvero parecchio tempo.
La genialità di questo horror sta in questa tremenda situazione di stasi e morte che però nasconde un horror cerebralmente dinamico come pochi.
Lo spettatore sarà catapultato in una ricerca della verità che spazierà tra più generi.
E il trovarsi praticamente in tempo reale renderà ancora tutto più bello.
Il film avrà una svolta horror che se per certi versi ritengo strepitosa (chi è lei e cosa fa è perfetto) crea però, al tempo stesso, una serie di comportamenti nei due Tilden che molte volte fanno davvero arricciare il naso.
Se infatti la loro ritrosia al paranormale è assolutamente comprensibile, è davvero mal gestita la loro reazione quando quel paranormale sarà senza ombra di dubbio inconfutabile.
Sono due però quelli che ritengo i meriti maggiori del film.
Il primo è una grandissima riflessione sulla sofferenza. La ragazza presenta un corpo perfetto, senza alcuna ferita o altro.
Poi più lo aprono più vengono fuori elementi che fanno capire l'incredibile sofferenza che quella ragazza deve aver passato. E anche se alla fine scopriremo la sua identità questo non cambia una virgola sulle profonde riflessioni che questo aspetto ci aveva scaturito.
Non è un caso che al "Lascia che ti aiuti", di padre Tilden lei faccia provare a lui tutto quello che aveva passato.
Perchè è questo a cui lei tiene, liberarsi di quella sofferenza che la mangia viva dal dì dentro.
C'è però una scena piccolissima che secondo me ha una metafora straordinaria.
Padre e figlio parlano della madre defunta.
E di come lei abbia sofferto per aver tenuto "dentro le cose", non si sia mai liberata di quello che suo marito le faceva passare.
E questo probabilmente l'ha uccisa e ha privato di una madre il ragazzo.
Beh, questa metafora del tenersi dentro le cose in un film con questo soggetto, con le ferite che Jane Doe aveva dentro di sè, penso sia straordinario.
Perchè tenersi dentro le cose uccide.
E non dovrebbe servire un'autopsia per rivelarle.
Bisogna farlo in vita

12.5.17

Me stesso. E una piccola spiegazione del momento



C'è una scena (che linko in fondo al testo) nel bel Angel-A di Besson che ho sempre ritenuto meravigliosa e devastante insieme.

L'Angelo Biondo porta Andrè davanti allo specchio.
E piano piano lo costringe a dirsi quanto si ama.
Non tanto quanto ama lei, ma quanto ami lui.
Lo costringe per la prima volta a guardarsi negli occhi.
Arrivato a quasi 40 anni mi accorgo di una vita vissuta quasi totalmente nell'interiorità.
Un'interiorità di cui vado orgoglioso e che negli anni ha portato centinaia di persone (comprese le "virtuali") a volermi bene ed aver stima di me.
Ma la vita interiore è anche quella dei dubbi, delle incertezze, delle paure e delle debolezze.
E a volte più che un tesoro può essere una prigione.
Forse anche io adesso ho avuto il mio angelo custode che mi ha costretto a guardarmi negli occhi. A non vedere solo il Giuseppe interiore ma anche quello di fuori, quello che si muove nel mondo.
Mi ha costretto a vedere chi sono.
E, per la prima volta in 40 anni, ho volto lo sguardo dal mio io interiore al mio viso.
Ho alzato la testa.
E fatto una foto.
E se è vero che ancora sono lontano dal dirmi "ti amo", se è vero che sono ancora l'Andrè che si dice "non ci riesco", intanto in quello specchio ci sto guardando.
E non uscirò dal bagno finchè non ce la farò.
E la stangona bionda può anche uscire. Che poi manco mi piace.
Meglio piccole e more.




I più attenti di voi avranno visto che da 15 giorni non aggiorno più praticamente nulla.
Ci sono tanti motivi.
Volevo solo dire che può darsi che sia così per un pò.
O magari invece posterò tantissimo.
Ma non posso sapere.
Quindi niente, Il Buio in Sala non chiude e forse nemmeno calerà.
Ma se cala per un pò vi ho avvertito.
Spero resterete qua.
E vogliatevi bene tutti


7.5.17

Scritti da Voi (105): Manuela - "Il mio Mulholland Drive"

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Manuela è lettrice da tanto tempo e carissima amica.
Lettrice silente.
E ancora più silente commentatrice. Anche se le poche volte che ha commentato, vedi I Origins, l'ha fatto in modo dirompente... ;)
Da tempo mi aveva mandato sto pezzo qua, ma un pò come Marco Giardino alla fine o non arrivava l'autorizzazione o non se ne parlava.
Quindi faccio di testa mia.
Non è una vera e propria rece ma, come piace a me, il raccontare il proprio rapporto con un film (specie nella seconda parte)
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Penso che Mulholland Drive sia stato il mio primo amore.
Non che non abbia visto film altrettanto belli prima ma pochi, davvero pochi, mi hanno trascinata nella storia e nelle emozioni come questo.
Ne è la prova averlo visto una decina di volte; ulteriore prova è aver nominato questo film almeno cento volte con Giuseppe, che, probabilmente esasperato, mi ha chiesto di scriverne.
Io non parlerò della storia, della trama, delle interpretazioni ecc, ecc. Per questo esistono recensioni e tanto di saggi, quindi io non mi prendo la briga né l’onore di farlo.

Invece in un certo senso racconto di me, di quello che ho provato e provo ogni volta che sono di fronte a Camilla e Diane.
Non ho visto tutte le opere di Lynch, quindi spero di non sbagliarmi dicendo che questa è la sua più grande, quella con più equilibrio, meno egoismo nell’apparire e più rispetto della storia, e forse dello spettatore stesso, che non viene travolto dal surreale.  Ne viene solo un po’ confuso, perché lo stile lynchiano non manca mai. Per fortuna, direi. Ma lui è così, è un pittore che nasconde le verità dietro i mostri che dipinge e viceversa.

Prima ho detto di aver visto MD circa una decina di volte. Ormai riesco a guardarlo con occhi, testa, cuore, anima contemporaneamente. All’inizio non è stato così.
La prima volta ho guardato MD con occhi e testa. Ero consapevole della mente che lo aveva creato, e il mio solo obiettivo era cercare di capire la trama e seguire la storia, mentre ammiravo distrattamente qua e là luoghi, musiche, colori e personaggi. Ero un po’ Alice nel paese delle meraviglie.
Poi l’ho riguardato, era più forte di me. Dovevo riguardarlo con il cuore e con l’anima.
Dovevo rivedere Adam Kesher e Angelo Badalamenti. Dovevo riascoltare “Sixteen reason why I love you” e  “I’ve told every little star”.Dovevo rivedere il nano, e la morte che si nasconde dietro un Winkie’s, i due vecchietti, e il cowboy e la signora dai capelli blu.
Più di tutto, dovevo assolutamente rivedere Diane e la sua storia. La storia di chiunque abbia vissuto la frustrazione, il fallimento, il dolore, l’amore distruttivo. Chiunque fosse passato attraverso la disperazione e la vendetta, attraverso la speranza di sognare e ricominciare, fino all’angoscia del risveglio.
C’è una famosa frase di Nietzsche che dice . Io l’abisso l’ho visto e lui ha guardato me, attraverso gli occhi di Diane. Quella scena del bacio tra Camilla e Adam, quello sguardo, quella luce che si abbassa nella stanza, nell’anima e nella coscienza. Quel buio era l’abisso che ti macchia come inchiostro.
Quello sguardo accecato di rabbia mi ha trapassata, quel dolore mi ha ferito il cuore.
Ed il mio era un cuore già aperto in due dalla voce di Rebekah nel Club Silencio mentre canta Llorando. Quella lacrima finta sul viso di Rebekah, quella voce finta che forse serve solo a coprire il vero Silenzio. Cos’era finzione, cos’era realtà? La realtà erano quegli occhi. Come la pacca impietosita di Coco sulla mano di Diane, la freddezza degli amanti, il cinismo degli arrivisti, il ghigno della coscienza, il grido della consapevolezza.
La realtà è quello che sei, Diane, più di ciò che vorresti essere. Questa è la fine, la scatola si è aperta ed è il tuo vaso di Pandora. L’abisso ora ti guarda e tu non puoi farci niente. Ma sorriderai, come sorrideva Laura... perchè Lynch tutto sommato per le anime perdute ha pietà e compassione.

So bene quanto questo regista divida, come pochi, il popolo a metà. O lo ami o lo odi.
Ma se lo odiate, provateci comunque a percorrere Mulholland Drive. Guardate questo film e amatelo se potete. Fatevi trapassare da quello sguardo, da quella voce e da quelle lacrime. E provate a sorridere con Diane e per Diane, quando lei riuscirà a raggiungere i suoi sogni.

5.5.17

Recensione: "Sound of my voice"

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La conferma del talento incredibile della Marling che, anche in questo caso, oltre a recitare da Dio si è scritta pure il film.
Una ragazza che dice di essere arrivata dal 2054 sceglie un gruppo di eletti per affrontare il nuovo mondo.
Film sulle sette senza le insidie delle sette e sulla fantascienza senza alcun elemento fantascientifico, Sound of my voice è l'ennesima piccola perla di sceneggiatura che gioca con verità e menzogne, psicologia, menti fragili ed altre dominanti

presenti spoiler dopo ultima immagine

Per prima cosa c'è da dire, anzi da ribadire, che Brit Marling è una Dea.
Credo che insieme ad Anya Taylor-Joy possa tranquillamente dire che nel mio piccolo Olimpo ci sono loro due.
Anche perchè ormai Carey Mulligan credo di averla spostata nell'Olimpo di sopra, di quelle che ormai governano il mondo, con la Regina (non a caso) Natalie Portman sopra tutte.
Quando vedi il viso e la recitazione della Marling non è che rimani tanto affascinato dalla sua bellezza, ma da una sensazione di intelligenza, profondità, carisma, che poche hanno.
Ma del resto stiamo parlando di una che recita, scrive film (anche questo qua) fa regie, produce.
Una mente elevata.
Ed era quindi perfetta per questo suo (quasi) primo ruolo, quello di una ragazza a capo di una specie di setta.
Una che, appunto, deve avere intelligenza, profondità e carisma.

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Sì, detta così può fuorviare.
In realtà Maggie (la Marling) dice di esser venuta dal futuro, dal 2054. Si è risvegliata nella vasca da bagno di un hotel, nuda, senza nulla.
Piano piano ha riacquistato memoria e consapevolezza. E adesso, dopo vari test esterni, ha scelto un gruppo di Eletti, una decina di persone che devono aiutarla ad affrontare il mondo che verrà, un mondo dove gli Stati Uniti saranno mezzi distrutti da una guerra civile, dove ci sarà poco cibo, dove paradossalmente la tecnologia verrà soppiantata da un ritorno alle cose naturali e semplici.
Una coppia riesce a far parte degli Eletti ma è lì solo per girare un documentario che smascheri questa donna.

2.5.17

Scritti da voi (104) Marco Giardino - Sull'Arte e sul Cinema dell'orrore – parte I: Le origini. Appunti d'un brevissimo viaggio, appena un milione di anni o giù di lì, per associazioni più o meno libere, per quanto un'associazione possa essere libera

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Ormai un annetto fa arrivò nel blog un lettore molto interessante, Marco Giardino.
Intelligente, ironico, colto, altezzoso, snobbetto.
Tutte le discussioni con lui, mie o di altri, furono al tempo stesso molto stimolanti e anche un filo nervose, visto questo suo modo di porsi un tantino arrogantello.
A me piaceva molto.
Gli affidai una rubrica, lui mi mandò questo primo pezzo (molto bello) e io gli scrissi di darmi il titolo della rubrica.
Non l'ho più sentito.
Non arriviamo al caso di Giorgio Neri, il Late Answer's Man, ma certo che è strano pure questo...
A sto punto passato tutto sto tempo io il pezzo lo metto lo stesso.
E, Marco, se ci sei, batti un colpo

Un estratto

"Quando ha avuto origine l'orrore? Bene, penso che si possa ipotizzare che l'orrore abbia avuto origine quando l'uomo ancestrale ha abbinato per la prima volta il pensiero simbolico a ciò che lo spaventava. Mi spiego meglio: l'orrore non è la belva ferina che l'assaliva massacrando i suoi compagni, e dal quale lui riusciva a scappare. Ma i pensieri che lui rivolgeva alla belva ferina. Quando ha cominciato a pensare in termini nevrotici. Quando, distogliendo lo sguardo da una femmina, ha pensato: "La belva potrebbe tornare... cosa succederà allora?". Allora ha avuto origine l'orrore."
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Inizio dicendo la cosa più importante: questo breve articoletto, con il quale inauguro questa Rubrica (che non sarà una rubrica di recensioni, ma di riflessioni sul Cinema, e sulle altre sei forme d'Arte, a cui il Cinema deve la sua esistenza... e anche un po' sull'esistenza in particolare), si prefigge semplicemente di elencare una serie di considerazioni, e cercare d'esprimerle in una maniera quanto più possibile lineare e comprensibile. Non è un saggio, né una tesi – per cui diversi aspetti non saranno approfonditi quanto meriterebbero - e non pretende, ma questo è scontato, d'affermare cose universalmente condivise.

Dopo “chi sei?” e “che senso ha la tua esistenza?”, una delle domande più ostiche e stordenti in assoluto è “che cos'è l'Arte?”. Inutile dirlo, sono un signor nessuno e non pretendo di avere una risposta. Ma, avendo sempre pensato che l'Arte, al pari della Filosofia, del sesso, e di pochissime altre cose, avesse un ruolo fondamentale nella vita di ogni singolo essere umano, di ogni epoca (e intendo proprio ogni epoca), mi sono spesso interrogato sulla sua natura, e su quale potesse essere la sua più genuina ed intima essenza.
Fondamentalmente, credo che l'Arte abbia avuto origine nei sogni.
Quando dormiamo, quando sogniamo, l'inconscio si libera dei vincoli della veglia, delle poche regole che scegliamo di darci, dalle innumerevoli che ci vengono imposte, e dell'ordine costituito dalle nostre illusioni – prima tra tutte, quella di possedere un'identità -, e ci consente di assaporare una realtà senza dimensioni e senza tempo.
Faccio presente che non sto affermando che la sfera onirica trascenda l'esperienza cosciente (c'è chi pensa chi i sogni non siano unicamente una sorta di “discarica”, usata dalla nostra mente per rielaborare il vissuto, e potrebbe anche essere vero, potrebbe non esserci niente di più, ma rimane il fatto che i rapporto tra conscio ed inconscio, ci consente di interpretare, processare e donare un senso a tutto ciò che viviamo), così come non affermerei il contrario. Credo che, più importante ancora di stabilire esattamente da cosa sia composta una data dimensione, e cosa provochi esattamente una data esperienza, sia vivere l'esperienza in sé; e l'esperienza onirica, molto semplicemente, ci porta in luoghi oscuri. Luoghi da cui possono nascere associazioni ed intuizioni estranee alla vita cosciente, in grado a loro volta d'influenzare, attraverso il pensiero creativo (o trasversale, che dir si voglia), il nostro modo di vedere le cose da lucidi. Un sogno, particolarmente vivido, oppure un sogno lucido particolarmente intenso, al pari di un viaggio allucinogeno, o un'esperienza mistica, possono portarci a mettere in dubbio quel che crediamo di sapere, empiricamente, senza usare la mente, senza filosofeggiare, ed avvicinarci a quello che potremmo definire la "sorgente" della realtà.
Vi siete mai osservati allo specchio senza riuscrire a riconoscervi? Ecco, più o meno sto parlando di questo.
Si può manifestare in mille modi, ma di fatto si tratta di un'esperienza di epifania, piuttosto destabilizzante, che porta ad una serie di altre esperienze simili, in un percorso di continua, e probabilmente infinita, ricerca. Non si tratta di uno sterile, per quanto brillante, ragionamento a mente fredda, costruito a tavolino, si tratta di un'esperienza sciamanica (se volete un esempio di quello di cui sto parlando, uno tra i tanti, fate riferimento alle esperienze di Artaud, che certo in questo era "facilitato" dalla schizofrenia, o di P.K. Dick, autentico sciamano, filosofo e scrittore del XX secolo, che non costruiva le sue storie meccanicamente, sulla base dei gusti del pubblico, ma vi arrivava rimaneggiando le sue ossessioni sulla natura delle percezioni, al punto da auto-convincersi di ricevere messaggi da altre realtà parallele), che, personalmente, ritengo una scintilla indispensabile per fare dell'Arte.
La linearità, vagamente confortante, del quotidiano si disgrega pericolosamente nel sogno. Ed ecco che, allora, immagino uomini primitivi, vissuti migliaia di secoli fa, che attraverso il sogno hanno vissuto le prime esperienze proto-sciamaniche, in grado di influenzare la loro coscienza, di scuoterla nel profondo. E non mi riesce difficile convincermi, pur senza averne le prove, che alcuni dei graffiti, o dei primordiali oggetti scolpiti o intagliati, o delle prime melodie di tamburi (in Lovecraft, il suono arcano del cosmo è un rullio concitato di tamburi), non fossero solamente un'esigenza data dalla tensione verso una colletiva ritualità, o dal voler comunicare con altri esseri umani (per quanto, naturalmente, la volontà di comunicazione, sia fondamentale, e credo lo fosse anche prima dell'invenzione della parola, e del linguaggio stesso!... a proposito, fermatevi un attimo a riflettere sul fatto che oggi, pur avendo un linguaggio relativamente complesso, a disposizione, fraintendiamo più dell'80% di ciò che crediamo di capire attraverso di esso, ed inoltre non siamo in grado di comunicare efficacemente molte dele cose che ci passano per la testa. Il linguaggio è un'elegante trappola, direbbero alcuni. Anche perché spesso va in direzione contraria rispetto all'empatia, e non serve a capire gli altri, ma a giustificare soprusi sugli altri), ma soprattutto una priorità dell'anima, un'impronta vigile ed assoluta d'indicibile sempriterna ricerca di sé(nso).
Sarebbe intellettualmente disonesto non associare questo discorso all'uso di sostanze psicotrope (si sa per certo che già dall'epoca Sumera ne facevamo uso, ma è facile intuire come è probabile che alcuni allucinogeni naturali fossero conosciuti da molto prima), ma evito di prolungarmi su questo, non perché non sia importante, ma perché non arricchirebbe il discorso che sto facendo. Aggiungo solo che Arte, esperienze sciamaniche e droghe sono sempre andati di pari passo, il materialista vedrà la cosa con spirito pragmatico, il mistico in maniera quasi diametralmente opposta, ma ai fini del mio discorso cambia il giusto.
Si parlava dunque, forse in maniera un po' confusa, delle origini... le origini dell'Arte, e del pensiero simbolico, la galassia di cui l'orrore è, se vogliamo, un sotto-insieme.
Immaginiamo, per quanto sia possibile, la vita di un uomo delle caverne, vissuto 150 mila anni prima dell'invenzione della scrittura. Quali erano le sue paure più grandi, ne aveva? Di sicuro sì, ma è più che probabile che non ci rimuginasse sopra più di tanto, come faremmo noi. Il suo approccio era decisamente più simile ad un animale, e in molti sensi è un cosa positiva. Di sicuro non stava a filosofeggiare, ma in compenso era pressoché avulso dal pensiero nevrotico. Non poca cosa (avete presente quelli che meditano un'ora al giorno, con l'incenso e compagnia? Stanno solo provando ad essere meno nevrotici, meno "automi", ed a vivere con più presenza il momento presente... cosa che un gatto fa per sua natura, senza il minimo sforzo). Le sue paure erano certamente iscrivibili in due macrocategorie: i pericoli imminenti (e qui entravano in gioco le automazioni del cervello, che, se ci pensate su un attimo, sono le stesse che ci fanno dannare quando non vi sono pericoli imminenti eppure ci facciamo problemi su tutto, entrando in circoli d'ansia, o peggio. In pratica, percepiamo un pericolo inesistente, e lo simuliamo migliaia di volte, a volte con tale pervicace talento da indurci reazioni piuttosto realistiche... un esempio su tutti, il classico attacco di panico: temiamo così tanto di poter provare una certa sensazione sgradevole, che la stessa finisce, fuor d'ogni logica, per assalirci, che sia un senso di soffocamento, o un forte dolore, o chissà cos'altro), ed i pericoli conosciuti, non imminenti, ma prossimi, o che si pensa si potrebbero realizzare (ad esempio: un terremoto, un'eruzione, o più probabilmente un uragano. Sapendo di cosa si trattava avrebbe potuto interpretare i segni, ed ipotizzare il suo arrivo). Tutto il resto, verosimilmente, era fuori dai suoi pensieri, appartenendo alle sfere del passato o del futuro era altro da lui, e non veniva temuto.
Un uomo moderno, trovandosi, senza preavviso né preparazione, a vivere in Natura, impazzirebbe all'idea di poter incontrare chissà quale strana bestia, magari di quelle che ti entrano silenziosamente sottopelle e depositano le uova, oppure entrerebbe in paranoia nel dubbio d'aver mangiato, due giorni prima, qualche bacca velenosa, o ancora sarebbe preso dallo sconforto, dal senso di solitudine, dal disagio, cercherebbe di stabilire come tornare ad una vita agiata, ed in quanto tempo, passando più tempo a fantasticare e pianificare che non a vivere (che è esattamente quello che facciamo noi, ed il motivo principale per cui abbiamo sempre tanti "problemi", più o meno gravi). L'uomo primitivo, invece, si preccupava, perlopiù, di quello su cui poteva agire. Pensava al fuoco, a raccogliere cibo o cacciare animali, a trovarsi un riparo, ad accoppiarsi, e a pochissime altre cose. (di certo non passava il tempo a fantasticare su altre ere evolutive, come sto facendo io, giusto per sottolineare la differenza tra loro e noi).
Ecco allora che sono arrivato al punto. Quando ha avuto origine l'orrore? Bene, penso che si possa ipotizzare che l'orrore abbia avuto origine quando l'uomo ancestrale ha abbinato per la prima volta il pensiero simbolico a ciò che lo spaventava. Mi spiego meglio: l'orrore non è la belva ferina che l'assaliva massacrando i suoi compagni, e dal quale lui riusciva a scappare. Ma i pensieri che lui rivolgeva alla belva ferina. Quando ha cominciato a pensare in termini nevrotici. Quando, distogliendo lo sguardo da una femmina, ha pensato: "La belva potrebbe tornare... cosa succederà allora?". Allora ha avuto origine l'orrore. Ed il suo circolo vizioso, tra paure irrazionali e trasposizione onirica del vissuto.
Anche il più grande dei misteri, ha cominciato a diventare un problema, ed a inquietare, ad un certo punto dell'evoluzione umana. Per molto, molto tempo, gli ominidi si sono limitati a nascere, esistere, e poi morire, senza che lo scopo ed il significato di tutto ciò fosse per loro particolarmente rilevante. Poi qualcosa è cambiato, lentamente s'è cominciato a riflettere su questo fenomeno, sulla propria caducità, e porsi delle domande. Anche e soprattutto in quelle domande, è insito il senso profondo dell'orrore.
Chiaro che pure i fenomeni che sovrastavano l'uomo evidenziandone l'impotenza, e ne minacciavano l'incolumità fisica, abbiano avuto bisogno d'essere ammantati di un qualche significato; agenti atmosferici particolarmente violenti, fuochi che divampavano apparentemente senza motivo, tsunami o attacchi di predatori, diventarono così un atto compiuto da una non meglio precisata entità, che in seguito, molto più tardi, venne identificata con divinità, o spiriti di vario stampo, oppure segni divini da interpretare.
Avremmo, in questo caso, una sostanziale convergenza, tra nascita dell'orrore e nascita della religione. Inutile dire che la cosa è di per sé molto affascinante.
Le radici dell'orrore sono quindi, come qualsiasi cosa riguardi la natura più intima dello spirito umano, legate a doppio filo con il linguaggio simbolico, e, nei millenni, hanno finito con l'intrecciarsi con quelle della speculazione filosofica, sfociando, attraverso l'immaginazione ed il talento creativo, nell'Arte.
Ecco allora che il Cinema dell'orrore, emanazione diretta della Letteratura gotica, a sua volta figlia, dei racconti trasmessi oralmente, e degli antichi miti, parla sì delle paure irrazionali (e non) dell'Uomo, ma le pone su un piano d'indagine e di ricerca. Possiede quindi una sua profonda dignità, di cui tutti quelli che vi si avvicinano, come spettatori o autori, dovrebbero tenere conto.



1.5.17

Recensione "To steal from a thief" (Cien anos de perdon)

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Un heist movie spagnolo a mio modo di vedere davvero consigliabile
Magari un filo televisivo, magari con qualche attore fuori parte.
Ma ci sono almeno due personaggi che valgono il prezzo del biglietto, una bellissima ambientazione e una storia che, partendo da una rapina, andrà a colpire l'intero apparato politico di un Paese.

Toh, dopo una settimana ci si rivede...
In realtà prima di questo bel thriller spagnolo avevo visto un altro film -casualmente e curiosamente sempre spagnolo- che ritengo veramente bellissimo, Magical Girl.
Il problema è che un film di quel valore e di quella "difficoltà" non può avere una recensione a 6 giorni dalla visione, lo rovinerebbe.
Magari un giorno ci ricapito.
Ho messo volutamente entrambi i titoli del film nel post, e li ho messi sempre volutamente in quest'ordine.
Infatti, per un curioso caso, il titolo originale è praticamente la continuazione di quello internazionale.
"Chi ruba ai ladri avrà 100 anni di perdono"
recita un detto spagnolo.
E, attenzione, perchè il titolo è anche in qualche modo un aiuto per la lettura "morale" che il regista dà alla sua opera.

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Siamo a Valencia, un una giornata di tregenda.
Piove in un modo impressionante, la città è in tilt.
In una delle banche più grandi della città irrompono sei rapinatori. Cercano di portare via tutto il possibile. Ma ad un certo punto si viene a sapere che quello che c'è di più importante dentro quella banca non sono i soldi, ma qualcos'altro...
Io l'ho trovato un gran bel heist movie, pieno di qualità e pieno di difetti.
Anche nelle stesse "categorie" possiamo trovare gli uni e gli altri.
Ad esempio se è fantastica ancora una volta la prova di Luis Tosar (che attore...) e se possibile ce n'è uno ancora più bravo di lui, Rodrigo de la Serna, è anche vero che qualche altro personaggio lascia a desiderare, su tutti l'insopportabile milf direttrice della Banca, che non so se è colpa del personaggio o dell'attrice, ma fosse per me le avrei sparato subito.
Certo che è difficile dirigere un cast di quasi 40 persone, visto che nel film, a mò di Quel pomeriggio di un giorno da cani, vengono tenute in ostaggio diverse persone.
Ho amato l'ambientazione, questa banca-cattedrale, questa città sotto la pioggia.
Ho amato il personaggio del rapinatore capo, sboccato, intelligente, cattivo ma poi nemmeno così tanto. Mi sono piaciuti molto quasi tutti i suoi dialoghi.
Ma ho trovato davvero buona anche una sceneggiatura che non cerca mai colpi di scena ma è solida, ben calibrata, con qualche buona trovata (il tunnel costruito da loro che si allaga proprio quel giorno) e, in un certo senso, pure "importante".
Sì perchè questo film, e torniamo al titolo originale, è un durissimo attacco verso i poteri forti, dal capo di stato ai politici, dalla polizia ai banchieri. Tanto che alla fine ci ritroviamo a parteggiare per i rapinatori che saranno sì dei balordi ma dietro la loro presunta cattiveria e propositi di devastante terrore (pensiamo ai giubbotti esplosivi) nascondono invece una buona etica e dei caratteri affatto terribili.
Penso ad esempio a 2,3 scene in cui persone veramente cattive avrebbero tranquillamente ammazzato quella che avevano di fronte, anche fosse della "loro" parte.

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Tornando a sopra se è interessante la parte politica del film (e di conseguenza quella morale) è anche vero che ad un certo punto si inizia a faticare un pò a seguire questi inciuci, questi segreti, questi rapporti ambigui e il film perde molto del ritmo che la rapina in sè per sè aveva regalato.
Ho trovato molto strana la scelta di avere quelle mascherine per coprirsi il volto. E addirittura uscire per strada e farsi vedere. Cioè, veramente vogliamo credere che i sei poi non verranno riconosciuti se la scamperanno?
La richiesta di avere un minibus per essere portati all'aeroporto mi ha richiamato, ovviamente, i fatti di Monaco 72 raccontati in modo magistrale in un documentario stupendo che vi consiglio, One day in september.
Ah, dimenticavo il personaggio che, dalla metà in poi, diventerà la variabile impazzita che in almeno 3 casi deciderà il destino del film. Mi riferisco al Loco, un bel ragazzo ma con quoziente intellettivo ai minimi termini, un buono e un pazzo (vedi nick) allo stesso tempo, uno capace di mandare in vacca qualsiasi cosa in qualsiasi modo. Anche lui l'ho amato molto.

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Ma quello che mi è probabilmente più piaciuto è questo dipendere del film e delle sue azioni dal tempo meteorologico. E in questo senso considero la top scene quella in cui lui, attraverso le tapparelle, vede splendere il sole.
Che dire, a volte si ha la sensazione di qualcosa di un pizzico televisivo. Ma c'è ritmo, ci sono buoni attori, ci sono buoni spunti narrativi, c'è un bel film di genere.
E, almeno per me, c'è una cosa più importante.
Son tornato a scrivere.
Poco e male, ma l'ho fatto

7

23.4.17

Recensione: "World War Z"

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Per una volta mi butto su un blockbusterone.
E niente, mi poteva pure piacere se fosse stato SOLO un film fracassone con gli zombie.
Ma WWZ è principalmente un action e un disaster movie.
Avello saputo prima, tacci mia.

E niente, c'ho provato.
Era veramente da tanto tempo che non provavo a vedermi un "blockbuster" vero e proprio.
Nel senso che di film milionari ne vedo, anche con una certa frequenza, ma di solito sono comunque pellicole di grandi autori o, per me, di alto spessore.
Stavolta volevo solo vedermi uno spettacolone zombie.
E se è vero che da un certo punto di vista sono stato pienamente accontentato perchè WWZ di spettacolo ne offre, e pure tanto- dall'altro invece ho preso proprio, come se direbbe a Roma, una bella sola.

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Perchè non sapevo assolutamente che questo film fosse un mezzo action e un mezzo disaster movie, due mondi con cui ho un rapporto veramente terribile...
Mi sono così ritrovato un survival a mille all'ora, pieno di adrenalina, corse, fughe, battaglie mille contro uno, bombe, città in fiamme, tutti elementi che purtroppo mal digerisco e che molto spesso mi portano addirittura ad annoiarmi e distrarmi (io quando vedo una fuga a volte aspetto solo che finisca, magari intanto mi faccio un thè).
Diciamoci la verità, WWZ è un videogame.
Ne ha tutte le caratteristiche, dal ritmo, all'adrenalina, alla trama confusa e appena abbozzata, agli scontri con gli zombie, al tipo di personaggi, all'usare sempre nuove location in giro per il mondo.

21.4.17

I Peri-Patetici, passeggiate con mio fratello parlando dei Massimi Sistemi ai Minimi Sindacali (6) - Puntata Storica per molti versi. 1 non si parla più di Leopardi ma di Schopenhauer 2 Il nostro cane ha provato a suicidarsi nel lago 3 Finalmente vediamo il Lago Trasimeno 4 Mi mostro al mondo!!!!!!!!

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Pasqua
Natale
Pasqua

Queste sono le uniche 3 date nell'ultimo anno in cui siamo riusciti a metter su una puntata dei Peri-Patetici (la sesta, le altre le trovate nell'etichetta a destra).

E siccome volevamo fare qualcosa di speciale abbiamo deciso finalmente di non parlare più di Leopardi ma di un altro grande, Schopenhauer.
Quindi Ieio inizierà a parlarci del celeberrimo filosofo tedesco mentre camminiamo intorno al Lago Trasimeno
Lago Trasimeno dove si getterà in un tentativo suicida il nostro cane.

Ma la cosa più importante è che io finalmente mi mostro


18.4.17

Recensione: "Virgin Mountain"

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Un bellissimo film islandese che racconta di un uomo con un corpo grande come il proprio cuore.
Che racconta di come anche la bontà possa essere a volte una condizione d'animo irrimediabile.
Tenero, delicato ma anche tosto, importante, profondo.
In un luogo stupendo, l'Islanda, un luogo così desolato da correre il rischio di diventare desolante

presenti piccoli spoiler, più grandi solo dopo ultima immagine

Prima di tutto viene il luogo.
E il luogo è la straordinaria Islanda, uno dei più belli del mondo, uno dei più vergini, immensi e sbalorditivi pezzi di terra emersa che esistano.
L'Islanda pressochè desolata, con una densità di abitanti talmente bassa che se non fosse così freddo la paragoneremmo ad un deserto.
Ed è forse questo suo esser desolata a renderla tanto meravigliosa.
Sì, ma a prendere lo Zanichelli "desolata" mica è una cosa tanto bella eh.
Che al suo sinonimo di disabitata poi si affiancano tanti altri significati brutti brutti.
Ed è un attimo a cambiare un paio di lettere e trasformare quel desolata in un'altra parola che invece non ammette alcuna incomprensione, desolante.
E spesso, desolante, è la vita di chi sta lassù, troppo freddo, troppo spazio, troppo soli.
Se poi sei come Fusi non ne parliamo. Se oltre a vivere in un luogo che se lo prendi dalla parte sbagliata è così desolante in più sei come lui è la fine.
Fusi ha 40 anni, non è grasso, ma è grasso grasso grasso, uno di quelli che nessuno potrebbe abbracciare toccandosi le mani là dietro, alla fine dell'abbraccio.
E facciamo finta che sia questo il motivo, facciamo finta che sia per quanto è grasso che Fusi di affetto non ne abbia mai avuto, che quell'abbraccio nessuno gliel'abbia mai dato.
Ma a Fusi questo forse non interessa perchè lui tanto ha un grosso problema, è irrimediabilmente buono, è patologicamente buono, è uno che della bontà ne ha fatto qualcosa di incrollabile, come la Fede, anzi, a ben pensarci, più della Fede.
Un bambino di 10 anni nascosto in un corpo che potrebbe contenerne 8 di quei bambini là dentro.

15.4.17

Quindici cartoni recenti (non conosciutissimi) che probabilmente dovreste vedere

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E' un pò che non faccio una lista...
In realtà gli argomenti alla fine sono sempre di meno, i film visti sempre di più e diventa così quasi impossibile sia trovare qualcosa di nuovo sia ravanare nella memoria per trovare i titoli giusti.
Però, ecco, mi sono accorto che sui cartoni animati non avevo mai fatto nulla.
Credo sia il momento di rimediare.
Questi che leggerete sono per me 15 cartoni recenti (ultimi 10 anni) che secondo me meritano di esser visti.
Ovviamente, come sempre, ho cercato di non inserire roba famosa, opere delle major e così via.
Certo, non sto dicendo che dentro non ci siano titoli banali per un appassionato ma, ecco, credo che per la "massa" alcuni non siano così famosi.
Cominciamo

I TITOLI MANDANO ALLA RECENSIONE COMPLETA


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Quello più "serio" del gruppo.
L'opera seconda in regia di Kaufman è un'angosciante, densissima e tremendamente verosimile riflessione su...già, su cosa?
Ognuno dia la sua risposta


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Una meraviglia.
Un bambino e il suo mondo di mostri, un bambino e la sua passione per l'horror.
E quel'umanità da ritrovare più nei morti che nei vivi


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L'opera capolavoro di quel grande uomo e animatore che è Satoshi Kon.
Un viaggio dentro i sogni, un cartone complesso, affascinante, geniale.
Imperdibile

14.4.17

Cinema e Musica (2): Recensione "La Notte dei Diavoli" (1972 - Ferroni) - Scritti da voi (103) - Alex Cavani

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Torna il nostro giovane musicista Alex Cavani per analizzare un altro film da un versante atipico per questo blog, la colonna sonora.
Stavolta invece di tre piccole recensioni Alex ne scrive una lunga e "completa" su un misconosciuto film gotico italiano degli anni 70, La Notte dei Diavoli di Giorgio Ferroni.
Per gli appassionati di colonne sonore un pezzo da non perdere.
Ma anche per chi ama questo genere di pellicole.

Anni '70. Italia. In questo periodo il nostro paese sforna valanghe di film di genere: horror, peplum, giallo, western, fantascienza... Alcuni destinati a lasciare il segno in modo indelebile, altri meno; altri ancora invece purtroppo destinati a rimanere dimenticati, persi nel marasma di pellicole che guadagnavano la celebrità quasi subito e nell'indifferenza di un pubblico interessato ad un altro tipo di intrattenimento cinematografico e non.
Perchè allora concedere una visione a questo "La Notte dei Diavoli"? Un classico gotico all'italiana, genere reso celebre da registi ben più noti e da film ben più autorevoli?
Iniziamo col dire che Giorgio Ferroni non è proprio l'ultimo arrivato dei registi, in una carriera quarantennale ha spaziato tra film di ogni genere (ma davvero qualsiasi! Tra cui il weird, la parodia western e anche il documentario) e ci ha regalato almeno una pellicola degna di nota: "Il mulino delle donne di pietra", del 1960. Riscoprire la sua filmografia può essere davvero interessante.

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Questo film poi si fa notare per la produzione italo-spagnola e gli effetti speciali del mitico Carlo Rambaldi, l'ambientazione – siamo nella Yugoslavia ancora unita – e la storia vera e propria, che trae ispirazione abbastanza fedelmente dalla novella del 1839 "Sem'ja vurdalaka" di Aleksej Konstantinovič Tolstoj.
Su questo racconto già Mario Bava, nel 1963, si era basato per scrivere l'episodio “I Wurdalak” per il suo film “I tre volti della paura” e il film di Ferroni si pone quasi come una sorta di “sequel” proprio di questa pellicola baviana.

13.4.17

Recensione: "La Storia della Principessa Splendente"

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Mica tutte le lacrime devono per forza essere tradotte a parole.
Mica tutte le poesie devono per forza essere spiegate.
Mica tutte le magie e i dolori possono essere raccontati.

Principessa vieni qua

Principessa torna qua

a farci capire la straordinarietà di questa nostra imperfetta, difficile, eppure così meravigliosa e unica vita terrena

12.4.17

Recensione: "La Vendetta di un uomo tranquillo"

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L'opera prima di uno dei due attori protagonisti de La Isla minima è un bel drammatico, un revenge movie atipico, come del resto il titolo apertamente preannuncia. E se è vero che non c'è niente che non vada è anche vero che il film non ripaga del tutto le aspettative (almeno le mie), somigliando a qualcosa di già visto prima per tutta la sua durata.
In ogni caso una visione che merita.

spoiler più grandi dopo ultima immagine

Opera prima di Raul Arevalo - il poliziotto giovane simile a Sean Penn dello splendido La Isla Minima- La Vendetta di un uomo tranquillo è uno di quei film dai contenuti quasi da thriller puro ma con ritmo, personaggi e dinamiche "soltanto" drammatici.
Un revenge movie in tutto e per tutto ma uno di quelli atipici, uno di quelli senza phisique du role, sia del protagonista che del film stesso.
Insomma, c'è poco da girarci intorno, il didascalico e al solito insopportabile titolo italiano lo dice da solo, siamo davanti a una di quelle storie di persone perbene che, ad un certo punto, vistesi private degli affetti più cari, decidono di farsi giustizia privata da sole.
Senza scomodare i grandi film sull'argomento ne cito di recenti due per tutti, ovvero il bel Death Sentence (che per certi versi è quasi identico a sto film spagnolo qua, solo in una versione più violenta e tamarra) e il particolarissimo Blue Ruin, film molto amato qua, anche dai lettori.
Cominciamo con un bel piano sequenza su macchina dopo una rapina, buffo vederne uno dopo Victoria.
C'è qualcuno che fugge e qualcun altro che viene preso.

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La vicenda poi si sposta 8 anni dopo e da qui mai più si muoverà.
Vediamo un uomo dalla sguardo spento ma al tempo stesso molto vigile e teso, Josè.
Calmo, posato, tranquillo, molto educato.
Segue ossessivamente la bella Ana, la sorella del titolare del bar che frequenta.
Josè ha un solo obiettivo, avvicinarsi a lei, conoscerla, magari conquistarla.
I motivi li vedremo poi anche se questo film non cerca mai il colpo di scena o di nascondere le cose (anche se poi, nel finale, un colpo di scena, veramente difficile da prevedere, ci sarà), è solo una storia che si prende i suoi tempi molto lentamente e ti fa capire le cose piano piano.

10.4.17

Recensione: "The Selfish Giant"

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Il solito cinema inglese crudo, vero, scarno, violento.
E bellissimo.
Un film di cavi e cavalli, dolcezza e violenza, odio e amicizia.
Con un quarto d'ora finale che non mi si stacca di dosso.

presenti spoiler grandissimi dopo ultima immagine

Eppure stavolta l'avevo intuito subito quanto quell'immagine iniziale fosse potente, quanto potesse essere importante.
Nello splendido prologo del film Arbor urla sotto il letto, in modo violentissimo.
Arriva Swifty.
E gli stringe la mano per trascinarlo fuori.
E io fermo l'immagine di quelle due mani strette per quanto è bella, me l'appunto sul blocchetto e credo fortemente che quella possa essere l'immagine simbolo del film.
E sì, quello che avevo intuito dopo nemmeno un minuto sarà poi.
The Selfish Giant è l'ennesimo solido, vero, crudo e scarno film di quella cinematografia in questo senso pazzesca che è quella inglese.
Se non mi piacessero così tanto i loro film tenderei a considerarlo quasi un difetto questo loro somigliarsi sempre in dinamiche, tematiche e ambientazioni.
Quasi sempre un ambiente industriale, freddo, grigio, degradato, dove crescono bambini col dna della violenza già dentro di sè, dove sembrano non esserci sogni nè speranze, dove i genitori maschi lavorano, bevono e urlano e dove le madri invecchiano ancora ragazze, bevono e urlano.

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Il solito cinema british di bimbi sporchi e cattivi, di gente che non arriva a fine mese, di loschi giri e modi di arrabattarsi.
E di degrado, tremendo degrado.
Il degrado della famiglia Fenton, quella di Arbor, una madre sola con due figli ai confini della malattia mentale, costretti già da giovanissimi a prendere pillole.
Arbor è iper attivo, violentissimo, ingestibile, insopportabile, cattivo.
Il suo migliore amico è Swifty.
E la sua di famiglia sta anche peggio, gli zingari li chiamano, puzzate gli dicono, vendereste anche i fratellini per andare avanti gli urlano e in parte è vero, vendono di tutto per riuscire a sopravvivere chè ormai non resta che mangiare un pò di carne di barattolo in terra.
Ma Swifty è un bambino dolce da far paura, buono, calmo, altruista.
E mica si capisce perchè Arbor e Swifty son così amici, due ragazzini così diversi, anche fisicamente, tanto piccolo, magro e nervoso l'uno quanto alto, grassottello e pacioso l'altro.
Però, ecco, son tutte e due dei reietti, son tutti e due da scansare, son tutti e due figli di famiglie da schifare.
E allora eccolo il motivo per cui quelle mani si stringono così forte, già.
Alla fine la vince la parte cattiva, quella di Arbor, è lui a trascinare Swifty in furtarelli e losche operazioni per tirar su qualcosa.
Rubano rame, cavi, rottami, lavatrici, di tutto.
E li portano alla discarica -che sembra quasi la discarica di Stand by me- di Kitten, un uomo grosso, rozzo e cattivo, che magari è lui il Gigante Egoista del titolo, quello di Wilde, quello che non amava i bambini.
Ma Kitten ha anche un cavallo con cui fa gare clandestine.
E Swifty parla la stessa lingua dei cavalli, quella dell'innocenza e della dolcezza. E li sa carezzare, li sa cavalcare, li sa guidare.
I due intanto vengono espulsi dalla scuola per una mutua e troppo violenta difesa a suon di pugni. 

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Non resta che tuffarvi anima e corpo in questa loro degradante, sporca e misera vita di ladruncoli di rottami.
Se devo esser sincero, e certo che lo sono, ad un certo punto The Selfish Giant mi è parso un film che girava un pò troppo su sè stesso.
Ottimo l'incipit, perfette le caratterizzazioni dei personaggi, interessante la storia ma poi, ad un certo punto, non si andava più avanti, era un continuo ripetersi di scene identiche girate in maniera diversa (loro che rubano rottami, loro che li portano alla discarica, Arbor che ruba anche lì).
Meno male che in mezzo c'era stata la stupenda e tesissima sequenza della corsa tra i due cavalli, veramente magistrale.
Intanto in ogni tempo morto, quasi come raccordo, vengono inquadrati i pali e i tralicci dell'alta tensione.
E uno pensa che siano le ennesime -bellissime- inquadrature per raccontare un luogo, la sua freddezza e la sua assenza di attrattive.
Solo campi incolti e cavi dell'alta tensione.
E invece quelle inquadrature, vedremo poi, erano a loro volta personaggi protagonisti.
Al solito niente da dire sulle splendide interpretazioni, ma tanto sto cinema, da Common a Fish Tank, da Tirannosauro a Shell, da Eden Lake a Boy A (ne ho sparati 6 a memoria immediata, ce ne sarebbero altri) hanno sempre offerto grandi prove degli attori e hanno raccontato una nazione quasi disperata, specie nella sua persa e violentissima gioventù.
The Selfish Giant va avanti rigoroso, per la sua strada.
E, come detto, ad un certo punto annaspa un pò.
Ma poi arrivano gli ultimi 15 minuti e niente, m'hanno distrutto.
Credo che rappresentino veramente la nudità assoluta della commozione, quella che non ha bisogno di alcuna parola, nessun gesto di troppo, nessuna musica ad accompagnarla. Una commozione che ti esplode dentro senza alcun trucco, essenziale, nuda e potentissima.


Swifty è un personaggio che ti rimane nel cuore sin da subito.
E quello che gli accade ti uccide.
E le urla di disperazione di Arbor, e quel suo tentativo di uccidere Kitten, e quel suo starsene là davanti la casa dell'amico, in attesa solo di un abbraccio e di un perdono, e quel letto che ritorna, Arbor là sotto, il fratello che è finalmente un vero fratello e prova ad aiutarlo.
E poi torna Swifty e quell'immagine così potente dell'inizio.
Ma del resto quelle due mani si stringevano anche nella morte, le mani che condussero l'energia del volersi bene ora hanno condotto una scarica di morte.
E alla fine quella madre arriva, il perdono ci sarà, del resto erano le due persone al mondo che più l'amavano.
Arbor accarezza il cavallo come faceva lui.
E l'ultima inquadratura è un occhio innocente, puro e buono.
E come quel pony morto era una specie di terribile metafora sulle sorti del ragazzo quell'occhio è di un cavallo sì, ma è anche di Swifty.