4.4.14

Recensione: "Europa"

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Ci sono registi che nascono già con tutto preparato vicino, la produzione, la troupe, i soldi, le tecniche
imparate magari in una brevissima gavetta.
Ci sono registi che già al primo film fanno qualcosa di importante, di "solido", qualcosa che nasce già riuscito, sicuro, nessun rischio.
Ce ne sono tantissimi, specie se vengono già dallo stesso mondo, ex attori etc...
E' come se un bambino nascesse con tutto già apparecchiato per lui, una stabilità, un futuro, una programmazione, le giuste persone intorno.
E poi ci sono registi che nascono da soli, dal nulla, da una passione, da un esperimento, da un tentativo.
Come bambini nati in una catapecchia che poi piano piano, vivendo, riusciranno a sostituire quella catapecchia con altro.
Lars Von Trier è della seconda schiera, di quelli nati da soli, senza dottori super specialisti vicino e senza una villa ad attenderlo. E quando nasci da solo di casini ne fai tanti.
I primi tre film di Trier, la mitica trilogia "E" sull'Europa (L'elemento del crimine, Epidemic, Europa) non sono grandi film, anzi, si va dal pessimo, Epidemic al migliore, questo, comunque molto lontano da quello che verrà poi.

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Ma così è bello nascere, dal nulla, sperimentando, imparando, provando, costruendoti.
Nascere dentro Hollywood non serve, c'è gente che lo fa benissimo, vedi Ben Affleck, ma ti mancherà sempre qualcosa, ti mancheranno gli errori degli esordi, ti mancherà la voglia di divertirsi e di rischiare, ti mancherà l'ebrezza del migliorare e raggiungere la vetta partendo dalla valle.
Trier parte da una valle che più personale non si può, una valle di pazzia e artigianalità, una valle che comunque porterà metaforicamente con lui in vetta perchè quella pazzia primordiale, quella tecnica primordiale e personale in qualche modo sempre sarà.
Europa è così, è un esperimento visivo, è quello che in nuce Von Trier sarà poi.
La storia poco varrà, è vero, ma ritrovarsi in questo universo magico che contrappone il bianco e nero a rare stille di colore, e che lo stesso bianco e nero lo tratta ogni volta in maniera differente, con una grana sempre diversa che ci sembra di passare di continuo dal cinema anni 20 a quello anni 60, passando per i 40 e per gli 80, un film che ha tutte le epoche dentro, che usa fondali da paleocinema e scenografie da espressionismo tedesco. E giochi visivi, e immagini che si sovrappongono in campi diversi (ad esempio visi in primo piano con sullo sfondo visi giganteschi), colonna sonora che passa dal disturbante (magnifica quella del prologo sulle rotaie) a musichette hollywoodiane anni 50. E che pur nella serietà dell'argomento può prendersi in giro con un esame di verifica sul treno proprio nel momento più drammatico, con lui con delle mutande in testa proprio quando la tensione è al massimo.

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E tutto questo si può fare quando non sei nessuno o quando sei "troppo" qualcuno.
E la storia poco varrà nell'intreccio ma analizzare questa Germania appena uscita con le ossa rotte dalla seconda guerra, questa Germania scossa, in parte vogliosa di mantenere una propria identità, in parte ubbidiente suddito degli americani, questa Germania attanagliata dal senso di colpa per cui l'imprenditore dopo l'abbraccio finto e organizzato con l'ebreo non può che suicidarsi (e che bellezza quello spruzzo di sangue nella vasca in bianco e nero) , uno stato che non c'è più e i cui abitanti non sanno nè da dove vengono nè dove andranno, questa miseria, questa distruzione, ma anche questa rassegnazione per cui va bene festeggiare il Natale in una chiesa in cui piove neve dentro, la Germania dell'appena dopo, quella della balia di qualcosa, quella che ancora i Lupi Mannari pensano di essere in guerra, ma per quanto poi?
E l'ipnosi che sta alla base del film cos'è?
E' l'immergersi in una memoria personale e collettiva, è l'immergersi per capire in profondità quello che è successo e quello che accadrà, è l'immergersi per poi morire nei ricordi e nel futuro troppo legato ai ricordi, in un vagone pieno d'acqua da cui non puoi uscire, se sei tedesco non puoi uscire, questa è la Germania, questa è l'Europa del 1945, un vagone deragliato pieno d'acqua in cui morire.

( voto 7,5)

6 commenti:

  1. meraviglioso questo film anche nelle sue imperfezioni... e, se posso aggiungere una sottile vena polemica politica, mi sembra che denunci profeticamente il grado di ipocrisia e di malvagità che cela la falsa e antidemocratica unione degli Stati chiamata Unione Europea, ovvero il IV Reich tedesco. Europa, infatti è la proiezione del sogno infranto dell'impero, un sogno costituito da sopraffazione e calunnia, da sensi di colpa (il debito è la nuova colpa da espiare siamo sempre più tedeschi), da revanscismi e da un moralismo d'accatto da pastore protestante. Sempre più oppressi dalla germanicità (nel senso nietzscheano del termine) di un'Unione che invece di liberare, incatena ai valori deteriori dello spirito.

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    1. Intanto volevo dirti che senza saperlo hai partecipato all'iniziativa Lazzaro, riesumando quest film.
      Oppure sei partito proprio da lì, non so.

      Tornando alle cose serie bellissima questa tua interpretazione di Europa portata ai giorni nostri, davvero notevole.
      Ed è vero, ci sono molti punti in comune anche se adesso tutto avviene attraverso canali più subdoli e nascosti.
      Non conosco il senso nietzscheano di Germanicità (e credo andremmo in cose un pò complesse per me) ma per il resto ti ho capito perfettamente, e appoggio

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  2. Non sapevo di questa tua meritevole iniziativa per riabilitare e riesumare i film che sono passati in sordina, ho letto solo ora. Ho commentato perché ieri sera ho visto Europa per la prima volta, ed è un film che mi ha sorpreso molto, sicuramente non un capolavoro, però tra i più riusciti di Von Trier, nel senso che forse era meno dominato dalla scrittura della sceneggiatura, forse più immediato come flusso di immagini, non so... e secondo me esprimeva proprio questa latente paura di un'unione in fieri, la paura di qualcosa di troppo grande che accade perchè gli individui possano sopportarlo, o qualcosa che si fa sulle loro spalle... non so perché ma mi ha suggerito quasi la stessa paura di hostel.

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    1. Ah, non sapevo non l'avessi mai visto :)

      Quindi hai resuscitato incosapevolmente

      Della trilogia iniziale secondo me è nettamente il più bello, paradossalmente malgrado il bianco e nero e gli anni nei quali è ambientato, persino il più moderno per certi versi.

      Esatto, sceneggiatura davvero minimale e tanto spazio a suggestioni e atmosfera.
      Cinema della minaccia lo chiamerei

      Buffo l'accostamento a Hostel, molto originale, anche se stavolta fatico a condividere visto che ho sempre considerato il film di Roth come un divertente e riuscito film di genere

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  3. No non dicevo in termini estetici, dicevo solo la mia sensazione... la minaccia come hai detto tu, qualcosa che cresce alle nostre spalle che non si può comprendere, contro cui non si può lottare,come le ramificazioni dell'organizzazione del film di Roth, ma enormemente più esteso. Spero di essere riuscito a farmi comprendere, perché era solo una sensazione e come tale fortemente personale

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    1. No, Rocco, ovvio che ti avevo capito perfettamente, un paragone estetico tra i due era improponibile.
      No, volevo solo dire che quella sensazione che avevi provato, quell'accostamento io non l'avevo avuto affatto perchè ho sempre considerato Hostel quasi solo un gioco e,in quanto tale, scevro da contenuti o da sensazioni che possano andare oltre quelle di genere, ossia il divertimento o il disgusto (in senso buono, da torture movie).
      Ma capisco perfettamente che come soggetto Hostle possa assolutamente portare a quelle considerazioni che fai

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