23.2.18

Recensione: "It comes at night"

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La Promessa 1/15

Credo che questa recensione sia totalmente inattendibile.
Perchè, per caso, ho visto le medie di "It comes at night", non arrivano a 6.
E io invece mi sono ritrovato davanti un dramma horror straordinario, umano, colto, girato da dio, fotografato anche meglio, un film in cui si vede un autore che ama profondamente la sua opera e i suoi personaggi.
E io amo lui.
E amo gli occhi di Travis, il ragazzo buono che per soggezione lascia la conversazione con la bella ragazza, il ragazzo buono che non riesce a superare la morte del nonno e del cane, il ragazzo buono che ride della felicità altrui.

Lo dico, sarò ancora meno obbiettivo del solito.
Ma lo sapete, me ne frego di quello che si dice in giro.
Io credo fermamente che Trey Edward Shults sia, con solo due film, uno dei miei 5 giovani registi preferiti.
Le ragioni sono tante, e magari cercherò di approfondirle.
Il fatto è che sto ragazzo di 30 anni ha tutto quello che io cerco in un autore.
Ha mano, ha occhio, ha stile, ha la penna che gli permette di scrivere grandiosi dialoghi, ha "cultura", ha una capacità di creare e gestire atmosfere unica.
Ma, soprattutto, ha tanto cuore, ha un'anima bellissima, ha un attaccamento verso i personaggi che scrive e il loro destino che fa spavento.
E se con Krisha -film personalissimo, praticamente la storia della sua famiglia- era magari anche facile trasmettere queste sensazioni (esplose poi in quella magnifica dedica finale) questo splendido It comes at night (che pare non arrivare alla sufficienza come media quasi ovunque) è la conferma assoluta di un autore che sento mio "fratello", uno che ogni inquadratura che fa, ogni personaggio che scrive, ogni dialogo che costruisce mi crea empatia.

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Credo di avere un'affinità elettiva con Shults, quindi, semmai, interrompete la lettura qua e non convincetevi a buttare un'ora e mezza della vostra vita.
It comes at night comincia da dove Krisha finiva, ovvero da un fantastico primo piano.
La macchina da presa piano piano se ne discosta fino a mostrarci infine l'ambiente.
E' il primo piano di un vecchio molto malato, infettato da qualcosa.
Chi gli parla gli vuole molto bene. 

"Non lo combattere, abbandonati"

I primi 20 minuti del film sono un trattato di regia, una perfezione di movimenti di macchina, fotografia, atmosfera, volti e luoghi.
Il suddetto prologo, il fuoco, il riflesso dello stesso nella maschera antigas, la lentissima carrellata avanti per arrivare alla porta rossa, il primo incubo/flash back di Travis, tutto magnifico.

19.2.18

Recensione: "Hypersomnia" Su Netflix - 7 -

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Ah, che bello.
Cioè, sarebbe da dire che brutto.
Ma che bello aver visto finalmente un film brutto, ecco, questo volevo dire.
Uno di quei film brutti senza appelli.
Uno di quelli che stai lì a volerli salvare (proprio te che salvi tutto poi) ma niente, non ce la fai, li tieni sospesi nel dirupo, gli dici "ce la faremo, ti riporto su, credi in me", ma loro prendono un coltellino svizzero e ti tagliano i polsi per lasciarli andar via.
E cadono giù. 
E te stai lì coi polsi insanguinati e ti dici "cazzo, sì, crepa, è giusto, ma perchè volevo salvarti?"
Hypersomnia è un film con poco senso, mix quasi spudorato di altri titoli, un pò Mulholland Drive (realtà e sogno, il doppio, il metacinema), un pò The Seasoning House (l'ambientazione, IDENTICA, e lo sfruttamento delle ragazze, IDENTICO), un pò Starry Eyes (l'ossessione del voler diventare attrice tirando fuori la propria parte nera, i provini) un pò Most beautiful island (il sotterraneo, le attrici usate come cavie sessuali, 2,3 scene identiche).
Prende da ovunque il nostro horroretto argentino. 
Ma prende ovunque malissimo. 
Come se ci trovassimo davanti ad una raccolta differenziata a prendessimo un pò d'umido, un pò de carta e un pò de plastica.
Sì, ma sempre rifiuti sono.

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Dice che L'Hypersmonia del titolo (ipersonnia) è quell'addormentarsi improvviso diurno, da svegli.
Ecco, credo che il nostro buon regista abbia proprio girato il film in ipersonnia, dormendo da sveglio di giorno.
E' la storia di una bellissima ragazza (sempre praticamene ignuda per tutto il film, fisico stupendo, sedere incredibile) che accetta la parte in un film. Ma il regista è uno che la vuole fare andare "oltre" (Starry Eyes, lo ripeto). E in questo andare oltre sta ragazza precipita in questo "dormì in piedi" che la porta in un'altra dimensione, altra dimensione in cui c'è una identica a lei ma che in realtà non è lei.

17.2.18

Recensione: "The Shape of Water"

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The Shape of Water è un film con troppi elementi lontani da me per farmelo amare del tutto.
Anche se avrei voluto farlo in tutti i modi.
Resta comunque un gran film, una favola che racconta di esseri viventi a cui manca qualcosa per sentirsi tutt'uno col mondo che vivono.
Non resta allora che stare insieme, amarsi, superando ogni clichè, ogni tabù.

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Lo dico sin da subito, non è scattato il colpo di fulmine.
In realtà l'avevo largamente previsto.
Il fatto è che The Shape of Water presenta tanti, troppi elementi lontani da me.
Per prima cosa non sono un amante viscerale del cinema fantastico. Anche se nella mia vita ho incontrato più di un film di questo genere capace di rapirmi.
E uno è proprio di Guillermone, ovviamente Il Labirinto del Fauno.
Secondo, l'immaginario di TSOW, questo mondo di acqua (onnipresente, in mille forme diverse) e esseri anfibi, è ancora più lontano dal mio gusto. E non ci posso far niente.
Anche nella sua parte più "omaggio" al cinema (in un film che questo è, un continuo omaggio al cinema) ho avuto la "sfortuna" che tale omaggio fosse quasi interamente dedicato al musical, genere con cui non riesco mai a legare. Ad esempio la potenzialmente splendida scena in cui lei riesce a parlare a lui, a dirgli finalmente quello che prova, ecco, rimane per me una scena solo potenzialmente immensa, rovinata dall'espediente musical.
Ma, e lo ripeto ancora, questi sono problemi di "me e Shape of Water", non di Shape of Water.

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Quarta cosa la struttura.
The Shape of Water è una favola e, in quanto tale, ha alcuni meccanismi rassicuranti delle favole.
Attenzione, nei fatti in questo film ci sono anche molti elementi veramente "duri" (penso alle torture), ci sono conflitti, ci sono tematiche e risoluzioni che di rassicurante hanno ben poco.

16.2.18

Primo Radunetto (o Raduno di Mezzo) de Il Buio in Sala, 23-24-25 Marzo

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Non volevo farlo.
Credevo che il senso del raduno fosse solo con cadenza annuale.
Ma quando alcuni mi hanno detto che avrebbero preferito vedersi due volte all'anno e quando altri hanno detto che a Settembre non ci sarebbero stati (o non ci possono mai essere, mi riferisco a chi non è venuto mai) ho iniziato a vacillare.
Poi la goccia è stata una ragazza che ha detto che sarebbe venuta dalla Spagna e allora a quel punto son passato quasi dal senso di colpa di fare un altro raduno a quello di NON farlo.
Ho buttato giù l'idea a ho visto che tanti "fedelissimi" sarebbero tornati, specie il fantastico gruppo dei campani (che, essendo così lontani, quasi mi scocciava chiederglielo).
E poi si è aggiunto un ragazzo che torna da Berlino, poi forse una coppia dalla Puglia e, insomma, ho capito che forse a sto punto ho fatto bene.
Credo che sarà in ogni caso un raduno formato piccolo, un paio di matrioske in meno dell'originale (impossibile i 50 soliti, ma 30 forse sì).
E niente, ormai la formula sarà sempre quella, ovvero.

- Raduno ufficiale il sabato, dal pomeriggio a tarda notte

- Ci vedremo con tanti anche tutto il venerdì sera e la domenica fino a primo pomeriggio

- Raduno al Circolo Supernova di Vernazzano

- Alloggi all'Agriturismo Borgo Elenetta a Paciano e all'Hotel Signa a Perugia. Cifre che vanno dai 16 euro ai massimo 25

- Al raduno, al solito, proveremo ad organizzare anche un quiz, un film insieme e, ovviamente, la mega mangiata

Per tutte le altre informazioni chiedete pure

Tacci vostra

14.2.18

I Corti de Il Buio in Sala - 18 - "Nexus" di Michele Pastrello


Proprio nel giorno degli innamorati un "amico" regista, Michele Pastrello, fa uscire il suo ultimo lavoro, lavoro che avevo avuto il privilegio di vedere in anteprima.
E, che dire, m'ha steso.
In questi 5 minuti c'è tutto quello che si può chiedere al cinema corto, c'è il significato, c'è la storia, c'è l'estetica (pazzesca) c'è la propria vita (il protagonista è veramente il padre di Michele)
Grazie Michè

Il vecchio si sveglia.
Un riflesso incondizionato dell'aprire gli occhi lo fa guardare alla sua sinistra come, probabilmente, ha fatto per gran parte della sua vita.
Ma a sinistra non c'è nessuno.
La mano carezza il lembo del vuoto.
Il vecchio si alza e compie i gesti di tutti i giorni, quei gesti che un tempo, però, non erano ammantati dalla solitudine.
Il ricordo è così forte che si ragiona ancora per due.
Due i caffè, due le fedi.
Un origami pare essere la madeleine più potente, più delle altre.
Si annusano i vestiti che un tempo qualcun altro indossava, li si abbracciano, si danza da soli.
Poi avviene qualcosa nel cielo, quasi una magia forse.
E l'uomo vaga per le stanze della sua casa.
E gli origami, quel simbolo di lei, svaniscono ogni volta che va per prenderli.
Si potrebbe pensare a qualcosa di terribile, all'inafferrabilità dei ricordi, allo svanire ultimo, si potrebbe pensare alla metafora di un qualcosa che ormai non c'è più, per sempre.
E invece no, è invece quegli origami che svaniscono sono una specie di caccia al tesoro, sono un farlo muovere, sono un farlo uscire, anche rendendosi conto che tutto quello che stava immaginando in realtà non era, che tutto è vecchio, andato e abbandonato.
Ma fuori c'è lei. 
Le mani si toccano.
E' quel legame, quel Nexus del titolo, quel legame che va sempre oltre tutto e tutti, oltre il reale e la ragione, oltre il tempo e la carne.
Lo chiamiamo ancora amore.
Ed è fragile.
Ed è leggero.
E gli diamo ogni volta forme diverse.
Come un origami



13.2.18

Recensione: "Dawson City - Il tempo tra i ghiacci" BuioDoc - 37 -

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Un documentario impressionante.
La storia di Dawson City, una cittadina del remoto Canada creata dai primi cercatori d'oro.
Ma soprattutto la storia delle pellicole che, in uno scavo, sono state rinvenute del 1975, 60 anni dopo.
Pellicole in nitrato, quasi delle bombe, che il freddo e il caso hanno portato ancora in vita a noi.
Un atto d'amore verso il cinema.
Una storia che era impossibile non raccontare

Un atto d'amore.
O.k, vero, io so un pò fissato co gli atti d'amore ma non c'è altro modo per definire questo documentario.
Dawson City è un atto d'amore verso il cinema come se ne sono visti pochi in questi anni.
Dawson City è il racconto di una storia incredibile, una storia che si affianca alla Storia, a quella grande e grossa che studiamo nei libri.
Ma per fare documentari così non è sufficiente avere tra le mani una grande storia, no.
Perchè quello che ha fatto Bill Morrison è un lavoro quasi sovrumano, di struggente perfezione, se la perfezione, questa cosa così fredda e antipatica, può anche essere struggente.
Un lavoro di montaggio impressionante, centinaia e centinaia di film uniti insieme, a volte pochi secondi per uno. E un montaggio che non si accontenta del significante, di tutto il materiale usato, no, ma riesce anche a dare senso, significato, attraverso un continuo uso dell'analogia o del pertinente. 

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Un racconto lungo due ore fatto di immagini senza sosta. Non c'è un solo minuto in cui quello che vediamo non sia legato a quello che ci stanno raccontando. Più che un'operazione di cinema tout court m'è sembrato un qualcosa che solo quella a grandissima arte della stop motion somiglia, un qualcosa che va a passo uno, step by step, un mettere 100 cose e giorni e giorni di lavoro nello stesso tempo che nel cinema normale si dedica ad un banale dialogo.

10.2.18

Recensione "La Scoperta" (The Discovery) - Su Netflix - 6 -

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Un grande soggetto iniziale.
Uno scienziato riesce a dimostrare l'esistenza dell'Aldilà.
Da quel momento nel mondo in tantissimi decidono di suicidarsi.
Ma lo scienziato vuole fare di più, ovvero mostrarcelo pure questo mondo successivo.
The Discovery è un filmone mancato che, per parecchi problemi (un attore principale debolissimo, l'uso di troppi registri e il non sapere creare un'atmosfera adatta a un'idea del genere) non riesce a mantenere le promesse dell'avvio.
Eppure credo sia una visione interessante.
Anche solo per scoprire veramente in cosa consista quest'Aldilà.
E, a mio parere, la soluzione trovata è molto bella.

spoiler dopo seconda foto, giganteschi, rovina film, dopo terza


Dai, per una volta faccio una recensione veramente breve (credo, vediamo mentre scrivo quello che succese) dato che son passati già 3 giorni dalla visione del film, che già mi sta scomparendo dalla testa e che oggi non c'ho tanta voglia e c'ho giusto sto buchetto di tempo.
Allora, La Scoperta è un altro originale Netflix che ha

1 una grande idea alla base (se del tutto originale non so)
2 uno svolgimento sul quale c'è molto da recriminare
3 una bella e anche emozionante parte finale che allo stesso tempo un pò sorprende e un pò sembra tutto già visto

Roberto Redford è un grandissimo scienziato che scopre, da qui il titolo, una cosa incredibile, forse la più grande cosa, insieme agli alieni, che l'uomo potrebbe mai scoprire, ovvero l'esistenza sicura e scientificamente provata dell' Aldilà.
Le nostre coscienze in qualche modo si staccano dal corpo e "vanno avanti", in un nuovo piano di esistenza -così lo chiama Redford-.

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Capite che questa scoperta cambia quasi completamente la vita degli esseri umani.
In tantissimi, infatti, cominciano a suicidarsi, anche se, e qui una delle pecche del film, andava meglio specificato che i suicidi erano persone che con la vita vera, quella dove puoi prendere calci negli stinchi i mangiare pane frattau, ecco, con la vita vera stanno malissimo.
E invece, sin dal bel prologo, ad ammazzarsi sono anche giovani che tanto disperati non paiono (ma, insomma, di solito la disperazione è più nei giovani che nei meno giovani).
Quello che voglio dire è che una scoperta del genere non dovrebbe tanto portare ad un suicidio (se non in condizioni veramente disperate) ma, ANZI, dovrebbe portare a vivere la vita ancora con più forza, ancora con più coraggio, ancora con più speranza, tanto sai che se poi va male comunque non finisce qua.

7.2.18

Recensione: "Radius"

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Radius si candida ad essere uno dei possibili thriller dell'anno.
Niente per cui gridare al miracolo, intendiamoci, ma questo è un film impossibile da non consigliare.
Liam si risveglia dopo un incidente.
Scopre che qualsiasi essere vivente gli arrivi a 20 metri muore, all'istante.
Rose no, Rose non muore.
E allora i due, che nell'incidente hanno perso la memoria, devono lentamente scoprire chi erano, perchè stavano insieme, cosa è successo loro.
Un film che ti tiene incollato tra mille diverse ipotesi.
Da vedere

presenti spoiler dopo seconda foto, spoiler GIGANTESCHI dopo terza foto


Potremmo avere un abbastanza serio candidato a possibile thriller sci-fi dell'anno.
Che poi "thriller sci-fi" lo dico perchè so sicuro che almeno la locandina la vedete, e pensate che in Radius la fantascienza qualcosa c'entri.
in realtà non lo sai fino all'ultimo, e forse nemmeno all'ultimo.
Però, ecco, esordire con "uno dei migliori thriller dell'anno", così, tout court, senza aggiungere un sottogenere, sarebbe stato troppo rischioso, sai i pomodori che me tiravate sottocasa.
Anzi, già che ci sono volevo dirvi che se li tirate mirate alla finestra aperta, magari riesco a usarli per qualche sugo.
Radius, in realtà, è uno di quei film che si riesce a consigliare senza troppi patemi, uno di quelli che in videoteca avrei fatto vedere a tutti.
Perchè è abbastanza originale, perchè è ben scritto, perchè è ben recitato, perchè ha una costruzione narrativa che ti tiene sempre lì incollato, perchè ha dei protagonisti sfaccettati e perchè, c'è poco da fare, ha un'idea sotto che intriga.

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Liam si risveglia da un incidente, un incipit che ricorda tantissimo The Scientist dei Coldplay (e, attenzione, ora che ci penso tutto Radius potrebbe esser visto con un The Scientist gigante, come un andare piano piano all'indietro per scoprire cosa fosse successo).
Come in The Scientist attraversa un bosco (il suo furgoncino è distrutto) e si ritrova su una strada.
Passa una macchina, Liam fa per fermarla.
La macchina sbanda e finisce nel fosso.

5.2.18

Recensione: "Mister Universo" - BuioDoc - 36 -

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La storia di un domatore di leoni, di una contorsionista bella e triste e di una ricerca.
Tairo ha perso il suo amuleto, il ferro che gli piegò 15 anni prima Arthur Robin, il primo Mister Universo nero della storia.
Comincia così un viaggio che è ricerca, ricerca di sè stesso e di un uomo fortissimo.
Mister Universo racconta di un mondo decadente o forse già decaduto, un mondo malinconico e nostalgico.
Documentario che non ha la pretesa di nascondere i propri artifici narrativi, un piccolo gioiellino, un anacronismo, un film fatto col cuore


Tairo è un giovanissimo domatore di leoni, appena ventenne.
Tairo è dolce ma incazzoso, gentile ma peperino.
E ti ritrovi a chiederti com'è possibile che un giovane di vent'anni intraprenda una professione in un mondo che non sembra esister più, superato dal tempo e dai gusti, quello del circo.
Ricordo che un tempo, quand'ero bambino, l'arrivo del tendone del circo al paese era il vero e proprio evento dell'anno. Un'astronave multicolore atterrava da noi e dentro ci trovavi tutte cose che, da buona astronave, a noi sembravan aliene.
Animali mai visti, numeri mai visti, zucchero filato, l'emozione e il sottilmente onnipresente piccolo terrore del buio.
Questo mondo esiste ancora ma in realtà non esiste più.
Sì, c'è quello glamour che va in tv, ci sono i circhi mediatici ma il circo, quello vero, quello di cacca e fango, ormai non attira quasi più nessuno.
I tempi sono cambiati, i nostri figli sono cambiati, tanti divertimenti ormai ce l'abbiamo dentro casa, nei nostri pc, nei nostri tablet, nelle nostre console.
E, non da ultimo, la crescita esponenziale che ha avuto questi anni la sensibilizzazione verso il mondo animale ha dato il colpo di grazia a quest'arte, che di arte con tutti i crismi si tratta.
In realtà, e poi non ne parlo più, se è vero quanto sia deplorevole aver sovvertito ogni legge naturale, aver avuto la mania di grandezza di portare la giungla dentro un tendone, ecco, è anche vero che vedere Tairo accarezzare le sue tigri o, a sua volta, essere "accarezzato" da loro, ti fa pensare che in mezzo a tutto questo coatto e innaturale predominio umano ci sono cose magiche, come l'amicizia e l'affetto che si possono instaurare tra due razze di esseri viventi apparentemente così diverse ed incompatibili.

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Mister Universo, questo piccolo gioiellino quasi tutto italiano, mi ha ricordato quel capolavoro dell'animazione moderna che è L'Illusionista di Chomet.
Nel cartone francese si raccontava la malinconica storia di un mago che non riusciva più a stupire nessuno, morto vivente in un mondo in cui i conigli che escon dai cappelli ti provocano al massimo qualche sbadiglio.

31.1.18

Tricarico e la libertà d'essere ciò che si è

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E' il 2000.
Ho 23 anni, sto per diventare istruttore di tennis e, di lì a poco, partire per il servizio civile.
Il mondo non ha ancora paura, il millenium bug era una bufala, le Twin Towers sono ancora su.
Un giorno su Mtv vedo il video di una canzonetta.
Questo video.


Mi metto a ridere.
Mi chiedo chi è sto ragazzo che manco sa cantare e ha una canzone così infantile e stupida.
Mi sembra assurdo.
Poi i giorni dopo mi capita di ascoltarla altre volte.
E non mi faccio più fregare dalla cantilena, dalle mezze stonature, dalle parole che sembrano uscire da un tema di un bambino di 7 anni.
Non mi limito più a sentire, inizio ad ascoltare.

"Buongiorno buongiorno io sono Francesco
io ero un bambino che rideva sempre
ma un giorno la maestra dice oggi c’è tema
oggi fate il tema, il tema sul papà
io penso è uno scherzo sorrido e mi alzo
le vado vicino, ero contento
le dico non ricordo mio padre è morto presto
avevo solo tre anni non ricordo non ricordo
lei sa cosa mi dice neanche mi guardava
beveva il cappuccino non so con chi parlava
dice “qualche cosa qualcosa ti avran detto
ora vai a posto e lo fai come tutti gli altri”
puttana puttana, puttana la maestra
puttana puttana, puttana la maestra
io sono andato a posto ricordo il foglio bianco
bianco come un vuoto per vent’anni nel cervello
e poi ho pianto non so per quanto ho pianto
su quel foglio bianco io non so per quanto ho pianto
brilla brilla la scintilla brilla in fondo al mare
venite bambini venite bambine e non lasciatela annegare
prendetele la mano e portatela via lontano
e datele i baci e datele carezze e datele tutte le energie
Cadono le stelle è buio e non ci vedo e la primavera
è come l’inverno il tempo non esiste neanche l’acqua del mare
e l’aria non riesco a respirare
e a dodici anni ero quasi morto
ero in ospedale non mangiavo più niente
e poi pulivo i bagni, i vetri e i pavimenti
per sei sette anni seicento metri quadri
tadanatadadana
e il mio capo il mio capo mi ha salvato
li ci sono giochi se vuoi puoi giocare il padre è solo un uomo
e gli uomini son tanti scegli il migliore seguilo e impara
buongiorno buongiorno io sono Francesco
questa mattina mi sono svegliato presto
in fondo in quel vuoto io ho inventato un mondo
sorrido prendo un foglio scrivo viva Francesco
brilla brilla la scintilla brilla in fondo al mare
venite bambini venite bambine e non lasciatela annegare
prendetele la mano e portatela via lontano
e datele i baci e datele carezze e datele tutte le energie
venite bambini venite bambine
e ditele che il mondo può essere diverso
tutto può cambiare la vita può cambiare
e può diventare come la vorrai inventare
ditele che il sole nascerà anche d’inverno
che la notte non esiste guarda la luna
ditele che la notte è una bugia
che il sole c’è anche c’è anche la sera."

e ho capito che quello che avevo appena ascoltato era un qualcosa di una potenza impressionante.

"su quel foglio bianco io non so per quanto ho pianto"

Poche volte ho letto una frase al tempo stesso così bella, così dolorosa e così incredibile. In una sola frase quello che altri avrebbero raccontato in righe e righe.
Tricarico il padre lo aveva perso davvero, a 3 anni.
E questo è un brano che racconta di un trauma incredibile.
In maniera dolcissima, di una poesia primitiva.
In ogni caso c'era la sensazione che sto ragazzo un pò giocasse con quel suo essere un pò infantile e un pò naif

Poi arrivò il 2008 e Tricarico andò a Sanremo.
E sul palco si presentò un giovane uomo impacciato, su un altro mondo, un pesce fuor d'acqua, quasi, a sensazione, un ragazzo con qualche deficit mentale.
Io in quegli 8 anni non avevo più ascoltato Tricarico ma appena lo vidi lì ripensai a quando ci raccontava che lui era Francesco.
E niente, capii che era tutto vero

Tricarico cantò un brano ancora una volta basico, dalla sintassi e dal glossario di una semplicità imbarazzante.
Questo brano.



Ho sempre pensato 
Quando avrò questo sarò saziato 
Ma poi avevo questo…ed era lo stesso 
Ho sempre pensato 
Troverò il mare e sarò bagnato 
Il mare ho trovato… ma nulla è cambiato… nulla 
Che cos’è… che io aspetto… 
Io… voglio una vita tranquilla 
Perché è da quando sono nato 
Che sono spericolato 
Io… voglio una vita serena 
Perché è da quando sono nato… che è 
Disperata… spericolata… 
Però libera… verde e sconfinata 
Io dovrei… non dovrei 
Ho sempre pensato 
Quando avrò il cielo sarò stellato 
Divenni una stella… ma ero lo stesso 
Sempre lo stesso 
Ho sempre pensato 
Troverò lei e sarò rinato 
Lei ho trovato… qualcosa è cambiato 
Qualcosa è cambiato 
L’ultima illusione non è svanita 
Io libero per sempre 
Io… voglio una vita tranquilla 
Perché è da quando son nato che sono spericolato 
Io… voglio una vita serena 
Perché è da quando son nato… che è 
Disperata… spericolata… 
Però libera… verde e sconfinata 
Io dovrei… non dovrei 
Io… voglio una vita tranquilla 
Perché è da quando son nato che sono spericolato 
Io… voglio una vita tranquilla 
Perché è da quando son nato… che è 
Disperata… spericolata… 
Però libera… verde e  sconfinata 
Io dovrei… no non dovrei…

Ricordo che mi ritrovai a piangere mentre vedevo sto ragazzone stralunato che urlava i suoi bisogni e quello che lui era

Ascoltai quel brano tante volte, tantissime.
Perchè la musica la si può prendere da tanti lati, da quello della qualità del suonato, da quello dell'importanza, da quello della bellezza dello scritto, da quello dell'emozione.
Ma con Tricarico mi accorsi che a me alla fine non fregava niente di nulla.
Quelli erano due tra i brani più veri che avessi mai sentito.
Quello era lui.
L'essere fuori posto, stonato, impacciato, infantile significava l'esser libero.
Tricarico raccontava della libertà più primitiva del mondo, quella che manco c'entra niente con la società e con il mondo che ci circonda.
La libertà di essere ciò che si è.
E più lo cantava stonando più ogni stonatura urlava verità

E forse tutti dovremmo prendere un foglio e scrivere "Viva Francesco"





Tipi da Videoteca (N°10): Il Bodyguard Madeche - Puntata Unica - Comparsate da vedè al microscopio, albanesi che dicono de non esse albanesi ma parlano albanese e dialoghi surreali scritti, letteralmente, da Tarantino

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Incredibile.
Sono passati DUE ANNI E DUE MESI da quando avevo chiuso questa rubrica, senza dubbio la più amata nella storia del blog.
Due anni e due mesi da quando avevo chiuso, anche nei ricordi scritti, questa pagina della mia vita.
Eppure ieri m'è venuto in mente un episodio, e dall'episodio m'è tornato in mente il protagonista dell'episodio.
E niente, ho voluto cristallizzare nel tempo anche lui, ho voluto portarlo qua.
Magari chi amava la rubrica è contento e chi non la conosceva...la conoscerà

( le altre 23 puntate sono nell'etichetta "Tipi da Videoteca". Sono due pagine, bisogna andare nella seconda pagina e leggere dal basso verso l'alto, per rispettare la cronologia)

Una volta a settimana mandavo in videoteca mio fratello (per avere un giorno libero visto che aprivo tutti i sabati, le domeniche e anche le feste comandate).
Era uno di quei giorni.
Sono in macchina, mi chiama dal negozio.

"Non poi capì"

mi fa lui

"Che?"
"Non poi capì"
"Che?"
"Non poi capì t'ho detto"
"Me dici cosa cazzo?"
"No, non te lo dico perchè tanto non poi capì, vedrai domani"

Il domani, come tutti i domani, arriva.
Ad un certo punto della sera mi entra in negozio uno, si mette a sedere davanti a me, si sistema gli occhialini e mi fa:
"Te l'ha detto tuo fratello che sono venuto ieri?"

(io ripenso a quel "nonpoicapìchenonpoicapìche")

"Ah, sì sì, ma mi ha solo detto che oggi aspettavo visite"
"Ah, bravo tuo fratello, gliel'avevo detto che non doveva dirti niente al telefono"
"Ma scusa, di che, ci conosciamo?"
"No, non ci conosciamo, piacere"

e mi dà la mano.
(non ricordo se fece la tessera in quel preciso momento o più tardi, fatto sta che quando vidi la data di nascita rimasi sbigottito, era più giovane di me di 4,5 anni e ne dimostrava 10 in più)

"Ascolta, dico anche a te le cose che ho detto a tuo fratello ma devono restare segrete"
"O.k, dimme"
"Perchè per il tipo di lavoro che faccio preferisco che non vengano fuori"
"Certo certo, dimme"
"Mi capisci no? ci sono alcuni lavori che devono mantenere il riserbo"
"Capisco perfettamente, dimme"
"Devi sapere che sono tra le guardie del corpo di un personaggio famoso, ma non posso dire altro"
"Ah, capito, no, tranquillo, non dico niente, anche perchè magari è una cazzata"
"Saviano ti dice niente?"
"Certo che mi dice qualcosa"
"Ecco, fai finta che non ti ho detto nulla"

CRISTO

un Bodyguard, una specie di agente segreto che non deve dir NULLA del suo lavoro e in due giorni entra due volte nello stesso negozio e senza che nessuno gli chieda niente dice a due fratelli diversi quello che fa.
Avevo tra le mani un nuovo soggetto meraviglioso, mentre lui parlava esultavo sotto la scrivania

La discussione va avanti, mi racconta altre mille cose, mi dice che lì in quel quartiere se avessi avuto problemi ce pensava lui, che tutti lo temono.
Lo ringrazio ed esce.
Poi esco anche io, trovo un gruppo di ragazzi e gli dico

"Ma lo conoscete A.......? quello che è uscito ora dal negozio?"

"Ma chi

 -me fanno loro -

quello che glie menano tutti?"

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A. è seduto davanti a me, praticamente veniva ogni santo giorno.
Ad un certo punto parlando di film (in un certo settore ne capiva anche) mi dice:

"Lo sai che ho recitato su Troy?"
"Ma che cazzo dici su, la solita tu cazzata" 

(ormai ce ne erano state tante e la confidenza era alta)

"Ascolta Beppe (che rabbia sentirmi chiamare Beppe...), forse non hai capito, ho recitato in Troy, perchè non ci credi?"
"Perchè non è vero, semplicemente"
"Ascolta, ce l'hai in videoteca il dvd? ti faccio vedere"
Purtroppo per lui ce l'avevo, credo non se l'aspettasse.
Lo vado a prendere e lo metto sul lettore dvd.

Lui inizia ad agitarsi, poi a forza di avanti e indrè troviamo la scena.
"Eccola! ferma!"

fermo
Era una scena di battaglia, qualcuno in primissimo piano, qualcun altro in secondo e tanti sullo sfondo.
"Cazzo A. ! quale sei? questo?"
gli indico uno dei due in primo piano.
"No"
"Questo?"
gli indico un altro in primo piano
"No"
"Ma sì, hai ragione, quello era Brad Pitt. Sei questo?"
E gli indico uno in secondo piano
Insomma, glieli indico tutti fino a che lui non me dice:

"Eccomi"

e mette il dito sulle facce indefinibili, sullo sfondo.

"Ma quale? non si vede un cazzo!"
"Questo questo, non mi vedi?"
"Ma dai, ma quelle son tutte facce indefinite, saranno addirittura fatte al computer"
"Ascolta, ti dico che sono quello, se non ci credi zooma"
"No no, te credo. Anzi, ora a ripensacce bene c'ero pure io, guarda, so quello tre a destra da te, come cazzo avevo fatto a scordamme che ero su Troy... C'avevano pagato bene no?"

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30.1.18

Recensione: "Canzoni dal secondo piano"

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Anche se l'ho visto per ultimo questo è il primo film della Trilogia sull' "Essere un essere umano" di Andersson.
E che dire, ho avuto la conferma che ci troviamo davanti ad un Film Unico, un'opera dalla coerenza tematica, narrativa e della messinscena pazzesca.
L'essere umano anderssoniano è un essere umano senza speranza, fermo su sè stesso, grottesco, esangue.
Probabilmente quella che viene raccontata è quasi un'Apocalisse.
Si ride, si riflette, in un'opera (intesa come trilogia) che, per quanto mi riguarda, è una delle cose più grandi di questi nostri anni 2000

"In Canzoni dal secondo piano abbiamo i soliti figuri di Andersson, un'umanità dai colori esangui che quasi si mimetizza con dei luoghi, delle stanze, dai colori smorti.
Tutte le location di Andersson sembrano delle camere mortuarie in cui i morti ancora non si rendono conto d'esser tali."



La sala riunioni di una grande azienda.
Un grandissimo tavolo ai cui lati siedono importanti dirigenti, tutti praticamente vestiti uguali.
Stanno tutti zitti.
Uno di loro sta cercando un foglio importante in mezzo a tutto l'incartamento che ha.
Tutti lo guardano.
Venti teste tutte girate verso quell'uomo che cerca il foglio.
Foglio, ovviamente, che non viene trovato.
Ecco, questa è una scena ancora più scollegata dalle altre in questo film che, comunque, è fatto di scene che, se son collegate, lo sono davvero con lo sputo.
Eppure in questa scena ho trovato tanto di Canzoni dal secondo piano, tanto della Trilogia di Andersson, tanto della sua poetica.
Intanto la messinscena.
Quasi sempre le scenette di Andersson hanno come epicentro un piccolo fatto, una piccola azione, quasi insignificante, e un "pubblico" che la osserva.
Voi fateci caso ma a volte la cosa più esilarante di Andersson sta proprio in chi osserva. 

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Tante volte è sullo sfondo, o di lato, o comunque da andare a ricercare con gli occhi.
Andate per esempio anche alla scena del pestaggio (senza motivo) dell'uomo che cerca col fogliettino un altro uomo.
Guardate in fondo a destra, li vedete quegli osservatori dall'altra parte della strada?
Ecco, questo con Andersson accade quasi sempre, che siano due, tre, 20 o 50 osservatori c'è sempre qualcuno che guarda, fermo, inerme, un palo.
E cosa guardano?
Guardano quasi sempre la disgrazia di un loro simile.
Nei film di Andersson di uomini vincenti non ce ne sono, di sogni realizzati nemmeno, di gesti virtuosi neanche, di cose riuscite manco per sogno.
I protagonisti di Andersson sono manichini a cui succede sempre una disgrazia, oppure uomini che vivono il nulla, oppure esseri grotteschi che stanno facendo cose senza senso.
Il fallimento è la base.
Ma torniamo a sopra.

28.1.18

Recensione: "Corpo e Anima"

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Il vincitore di Berlino è un film bello, forse bellissimo, che ha però evidenti problemi di sceneggiatura, specie nella costruzione dei personaggi secondari o in alcuni passaggi narrativi.
Eppure è potente lo stesso, eppure la storia di lei e di e lui, la storia di questi due cervi, è davvero tanta roba.
Un film sull'amore forse, o su una ricerca.
Con un personaggio, quello di lei, davvero straordinario

presenti spoiler dopo ultima immagine

C'è quel bosco innevato che pare tanto un altro bosco innevato, quello dove, un giorno, si incontrarono un padre e un figlio.
Quel padre, per quella particolare magia che hanno i sogni o i ricordi trasposti, era incredibilmente molto più giovane del figlio.
Insegnava lui il rumore del mare.
Quel luogo era l'unico luogo dove questo padre e questo figlio potevano incontrarsi.
Che buffo, il bosco è lo stesso e ancora una volta ci troviamo in un sogno.
E ancora una volta le due persone che si incontrano in questo bosco lo fanno col potere metamorfico dei sogni.
Son due cervi, anzi, cervo e cerva che in questi casi il genere è importante.
Stanno vicini, si proteggono, si toccano il naso.
Poi siamo catapultati dentro un mattatoio.
E Corpo e Anima diventa in questo strano inizio una specie di film dell'orrore, un orrore vero e diffuso che noi carnivori dobbiamo avere la coerenza e il coraggio di conoscere.
Eppure non sempre far vedere l'orrore, sbatterci in faccia certe cose, deve arrivare a questi eccessi, a questa durata, a questo grand guignol. Anche perchè tutto questo che vediamo poi, col film, c'entra solo marginalmente. E allora se non sei tematica principale si potrebbe anche aver più delicatezza.
Ma pensier mio.

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Endre è il direttore finanziario di questo mattatoio. Ha un braccio, per fortuna il sinistro, paralizzato. 
Anche la sua vita tanto lontana dalla paralisi non è, monotona, quasi spenta, ormai priva dal mondo femminile.
Eppure è uom piacente, intelligente, mediamente simpatico, cortese ma capace di prendere il toro per le corna.
Ma Corpo e Anima non è Endre, Corpo e Anima è Maria (e che la regista sia donna caso non è).
Maria che la prima volta che la vediamo ritrae di soli 10 cm quel piede che, malandrino, era finito nella luce.
Quel suo ritrarlo nell'ombra è uno dei più piccoli gesti che ho visto recentemente al cinema a raccontar più cose.
C'è tutto di lei, c'è appunto la metafora di stare nell'ombra, nel suo mondo, lontana dagli altri e dal palcoscenico, la timidezza di un'anima solitaria.
Ma c'è anche il suo metodo, la sua ossessione, il suo assoluto bisogno di perfezione, il suo rifuggire sporcature nel suo mondo intonso e netto. E se queste sporcature son 4 briciole di pane in un tavolo, una forchetta non allineata nel piatto (pare il John May di Still Life) o l'unghia del piede che finisce nell'ombra è lo stesso.

24.1.18

Recensione: "The Open House" - Su Netflix - 5 -

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L'ultimo horror arrivato su Netflix è, per larga parte della sua durata, una sagra del già visto.
Eppure è davvero vincente l'idea di mixare il fenomeno delle open house (quelle case aperte che chiunque, a giorni prestabiliti, può andare a visitare) con un racconto del terrore.
Perchè The Open House diventa così un film che può esser tutto, un home invasion, uno psicologico, una ghost story.
Peccato che il finale, a mio parere, rovini veramente quel poco o tanto che di buono avevamo visto.
Solo per appassionati.

presenti grandi spoiler dopo la seconda metà

Comincia bene The Open House.
Comincia bene perchè riconosco al volo due volti molto interessanti.
Prima quello del padre che, guarda caso, avevo conosciuto da pochissimo in un gran bel piccolo film, Closet Monster, dove faceva bene o male la stessa parte. Mi era rimasto talmente impresso in quel film che dopo un secondo che l'ho rivisto qua ero già ben predisposto. Mi piace molto, ha grande espressività, è paraculo, sa sorridere, attore da seguire.
Poi ho visto il ragazzo e, niente, il mio cuore è andato a Lost, dove interpretò nell'ultima stagione il "figlio" di Jack.
L'ho rivisto poi sia in Prisoners che in The Man in the dark.
Ha un viso molto interessante, sulle capacità interpretative ho ancora bisogno di tempo per capire.
Sì perchè in questo The Open House il suo personaggio, Logan, è un adolescente che perde il papà dopo 5 minuti di film.
E allora si porterà dietro per tutto il resto del tempo un'espressione triste, spenta, senza vita, monocorde. Capire quindi se Dylan Minnette sia veramente bravo o quella fissità-apatia non sia del personaggio ma veramente sua lo dovremo scoprire.
Allora, c'è da dire che come ormai TUTTI i nuovi horror, specie quelli prodotti da Netflix, la qualità tecnica è davvero alta. In ogni caso la grana mi è piaciuta, non l'ho trovata patinata, ma credibile.
Per i primi 20 minuti assistiamo alla sagra del già visto. Famiglia che perde un pezzo, trasferimento nella nuova casa (ovviamente più isolata), conoscenza dei vicini, tensioni nei rapporti, bal bla bla.
Quello che succede poi è invece molto interessante e spiega così il titolo del film, titolo che io pensavo come "la solita cazzata senza significato".
E invece no, invece questo "horror" sfrutta proprio la faccenda delle open house, ovvero quelle case che, in America, possono essere visitate anche da più persone contemporaneamente (ovviamente d'accordo con l'agenzia).
E se ci abita qualcuno sticazzi, deve uscire e lasciare la casa per ore alla mercè dei visitatori.
Ecco, inserire un racconto del terrore in questa cornice è idea assai vincente. Perchè The Open House diventa così un film che è una specie di subdolo home invasion, un film che racconta principalmente di una delle ossessioni negli States, quello della privacy.
Logan e madre si ritrovano continuamente gente, sono costretti ad uscire, vivono in una casa che è praticamente "di tutti".
Incredibile come questa idea abbia dei punti in comune con quel mezzo capolavoro che è madre!

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Un'idea geniale che dà la possibilità al film di giocare con tante possibilità.
Perchè succedono cose strane in casa?
Fantasmi?
Visitatori della open house?
Maniaci?
Ed è ottimo, in questo senso, che il film ci presenti più personaggi secondari a creare così un clima di sospetto su più fronti.
Molto interessante anche l'uso di un paio di soggettive che, come dicevo sopra, possono esser lette in più maniere, sia come semplice movimento di macchina, che come presenza trascendentale che come presenza reale, di qualcuno che sta lì dentro.
Ecco, sì, l'idea della open house è davvero stuzzicante ma, per il resto, c'è davvero poco altro.
Cellulari che spariscono, caldaie che si spengono, occhiali che non si trovano più, Logan e madre iniziano ad innervosirsi e, pure, a sospettare l'uno dell'altro.
Fino a quando non troveranno una tavola imbandita che darà conferma loro che in quella casa non sono soli. O.k, entrano sempre visitatori, ma qualcuno di questi non è normale...
Buffo come, non so se volutamente, il film prenda quasi tutti gli aspetti di Shining.
Madre e figlio terrorizzati, la casa isolata, la neve, la caldaia, addirittura l'uomo di colore che viene a soccorrerli e viene ucciso.
E proprio grazie a quella scena le diverse possibilità che il film ci offriva decadono in favore di una deriva quasi slasher che non mi aspettavo.
E, dico la verità, ci poteva anche stare.
Il problema è che quello che vedremo nel finale è veramente un omicidio all'intero film.
Un film che parlava di dolore, di ricordi, forse di fantasmi, un film che lasciava tante possibilità non può finire così, come la storia di un maniaco che se ne va in giro in tutte le open house a massacrà gente.
No.
Perchè potevi darmi anche questa spiegazione reale e razionale (anzi, era preferibile) ma staccarla così da tutto quello che avevamo visto in precedenza è un buco nell'acqua pazzesco, togli anche quella poca profondità alla storia che hai voluto raccontare.
Finale banale, forse da possibile sequel ma non giustificabile.
Una buona idea di base per un film che non lascerà il segno

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