18.10.17

Recensione: "Blade Runner 2049"

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Bello, bellissimo.
Un film che ha tutto, potenza visiva, location da urlo, personaggi notevoli, testi e sottotesti.
Un film che racconta, alla fine, della ricerca delle proprie origini e di capire chi si è, una specie de La Donna che Canta in chiave fantascientifica.
Eppure un'opera non perfetta nella scrittura, forse un filo poco coesa e con un personaggio davvero poco riuscito.
Eppure una di quelle volte che il cinema grande riesce ad essere anche grande cinema.

presenti spoiler ovunque


Immagino che dopo che uno avrà letto 5, 10, 15, 20, 30 recensioni su questo film- probabilmente moltissime di grande valore -, dopo che (immagino sempre) saranno già usciti dei mezzi saggi su Blade Runner 2049, ecco, ritrovarsi la recensione non solo di uno che l'ha visto fuori tempo massimo (in questo mondo che ormai è diventato, anche nella critica, faster as possible) ma che addirittura non ha visto il capostipite, il Blade Runner di Scott, ecco, fa di questo mio scritto qualcosa di veramente inutile.
Tutti i riferimenti che avrò perso, tutto il know how che mi mancava, tutte le cose che senza aver visto quello non puoi capire questo, insomma, rischio di scrivere cose veramente senza senso.
Però, ecco, a questo tremendo handicap che ha accompagnato questa mia visione (e che comunque i compagni della stessa mi hanno in parte colmato) credo che, da un lato, il mio approccio a Blade Runner 2049 non sia stato quello più giusto ma quello più vero, naturale, genuino.
Completa tabula rasa (non sapevo nemmeno la trama dell'originale), vergine.
Io e il film, come piace a me.
E per me Blade Runner comincia quindi dove finiva Drive di Refn.
Gosling in un'auto, la testa piegata in avanti.
Poi, la alza.
Non so se sia stato un omaggio ma il primo brivido ce l'ho avuto subito, tempo pochi secondi.
Ma di riferimenti per me da brividi ne verranno altri.

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Blade Runner è cinema grande, milionario, sfarzoso, magnificente, debordante.
Quel tipo di cinema grande, però, che sa anche essere grande cinema. E il grande cinema è quello della cura tecnica, dello sguardo virtuoso, dell'opera amata dal suo autore, delle tematiche messe dentro. E in BD 2049 c'è tutto, tutto.

17.10.17

Recensione: "The Silence" 2010 -Germania

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Alla dolcissima M
perchè raggiunga tutte le sue cose migliori

Un thriller tedesco sobrio, trattenuto, doloroso.
Lo stupro e l'omicidio di una bimba nel 1986.
23 anni dopo una nuova tragedia, nello stesso punto.
The Silence, in una cornice crime e investigativa, è più probabilmente un film sul dolore, sulla perdita, sull'elaborazione del lutto e sul senso di colpa.
Cinema vero, onesto, senza fronzoli.
E, per non farsi mancare niente, girato anche davvero bene

presenti spoiler, specie dopo ultima immagine. Ma il film presenta le sue carte sin da subito


Due uomini spengono un filmino ed escono di casa.
Prendono una macchina.
La piccola Pia se ne sta tornando a casa sulla sua bicicletta, in quella strada che taglia in due un campo di grano infinito.
I due uomini la seguono, fermano la macchina.
Uno dei due scende.
Prende Pia e la porta nel grano.
Comincia così, con un grande e terribile incipit, The Silence, un piccolo thriller tedesco coi tempi e la verità del drammatico, un thriller giocato sul togliere, sobrio, trattenuto e soffocato come tutto il dolore che c'è dentro.

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23 anni dopo, nello stesso giorno, avverrà una tragedia quasi identica, nello stesso punto.
Il nuovo caso porta, giocoforza, alla riapertura di quello di Pia.
Due temporalità insomma, come ormai quasi sempre nei thriller.
Ma quello che fa grande The Silence è un montaggio ai limiti della perfezione che non si limita a giocare con questi due piani temporali (peraltro le vicende del 1986 prendono poco spazio) ma si serve continuamente, e in modo assolutamente credibile, del montaggio parallelo.

16.10.17

Recensione: "L'Uomo di neve"

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Un thriller con location favolose.
Un cast impressionante.
Un best seller alle spalle.
E allora pare incredibile ritrovarsi poi davanti una sceneggiatura piena di incongruenze, domande non risposte, un intreccio che non regge e che, alla fine, fa de L'uomo di neve un thriller annacquato.
Magari buono per qualcuno, ma solo se ci si accontenta veramente di poco.
E poi vedere Val Kilmer in queste condizioni sembra de sta su Scherzi a parte via

spoilerucci dopo ultima foto

Io la neve che voglio ricordare di Alfredson è un'altra.
Ed è quella dove si incontrarono un bambino pallido, timido ed impacciato ed una bambina dolce e terribile come dolce e terribile era l'eternità che la possedeva.
Sì, per me la neve di Alfredson è quella, quella di Lasciami Entrare, quella di quel film grandissimo, non questa qua, quella di un thriller a tratti tanto bello visivamente quanto annacquato e al limite dello sconclusionato.
Eppure quel prologo lasciava ben sperare, quella casetta lugubre sperduta chissadove, il poliziotto che schiaffeggia la donna alle risposte sbagliate del figlio, le mani di lei nervosissime, che sanno di tante situazioni uguali a quella. E poi lei che lo manda via (e un secondo dopo gli urla "No!!", una delle tante assurdità del film) e poi un inseguimento bellissimo, con 3-4 campi lunghi da mozzare il fiato, mozzarlo come lo mozza il gelo di cui son fatte. E poi quel suicidio lento e mesto, a scappar via da una vita ormai con poco senso.
Eh, un bel prologo via.
Poi vediamo Fassbender briaco e comincia il vero film.
Un film che alla fine si salva in corner ma fa di tutto, letteralmente di tutto, per non farlo.

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Vai a vedere il cast e c'è Fassbender, la Gainsbourg, Toby Jones, J.K. Simmons, Chloe Sevigny. Cioè, il cast dell'anno praticamente.
E dietro c'è un romanzo dice bellissimo, che, insomma, impossibile porti ad una sceneggiatura malfatta.
E invece malfatta lo è, e sono pure buono.

12.10.17

Mi sono rotto il cazzo

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Charlie, se tu ancora fossi qua ti uccideresti

Mi sono rotto il cazzo
di questi sedicenti e presunti cinefili morti dentro.
Mi sono rotto il cazzo di chi sta iniziando a far diventare il cinema soltanto come una scienza da studiare e dove chi è più scienziato deve zittire tutti gli altri.
Mi sono rotto il cazzo di vedere gente che non ama i film ma ama sè stessa che guarda e conosce film.
Finti appassionati, ego spropositato.
Come quegli intellettuali che non amano i libri ma amano sè stessi che leggono e conoscono libri.
Mi sono rotto il cazzo che ad esser in questa maniera siano soprattutto i più giovani, i ventenni, quelli che dovrebbero avere ancora addosso la meraviglia, lo stupore e la capacità di emozionarsi che avevano l'altro ieri, quando erano bambini che non sapevano rifarsi il letto (come non lo faranno adesso del resto).
Mi sono rotto il cazzo di vedere giovani che dicono a 40enni che da 25 anni campano di film:
"Eh, ma se non hai visto Bergman inutile parlare con te"
"Eh, ste cose le fa, e meglio, Bela Tarr"
giovani che devono dimostrare di saperne di più, che sembra debbano avere una patente da cinefilo.
Ma lo vedi lontano un miglio che la loro non è passione, la loro è una professione.
Non c'è alcuna differenza tra un selfie al bagno e un giovane che si fa bello snocciolando cinefilia vuota, cruda, senz'anima, è solo mostrare sè stessi al mondo, solo sentirsi belli, da ammirare.
E fanno sentire magari "handicappati" o inferiori quei magnifici giovani che invece hanno la passione, quella vera, quella di veder cose, qualsiasi siano, quella di sbagliare visioni, quella di avere gusti ancora di merda, quella di migliorarsi, quella ci scoprire piano piano.
E invece no, e invece soccombono a sti falsi scienziati che poi, per la legge del più forte, spesso li fanno diventare come loro.
Mi sono rotto il cazzo di chi non capisce che il cinema è nato per stupire, per meravigliare e per emozionare. E che solo dopo, solo dopo, può e deve anche essere materia di studio, di approfondimento, di analisi.
Mi sono rotto il cazzo di chi ha l'arroganza della conoscenza e non l'umiltà della conoscenza, di chi non capisce che sapere le cose, saperne di più degli altri, è una cosa bellissima solo e soltanto se quegli altri li accompagni a migliorarsi, se li aiuti, se gli spieghi cose con la gioia di farlo. E invece no, e invece è tutto morto, è tutto solo sport, saperne di più, arrivare prima, dimostrare di esser migliori.
Mi sono rotto il cazzo, e questo post da qui viene fuori, di vedere articoli su articoli per demolire il nuovo Blade Runner, articoli in cui si cerca solo di esaltare il passato, si cerca solo di dimostrare quanto un vero cinefilo difende i cult.
E fa quasi pena che chi fa così non sappia che il primo Blade Runner fu un flop clamoroso e che se nel tempo la critica e l'uomo non l'avessero rivalutato e "alzato" a capolavoro questi presunti cinefili di adesso l'avrebbero snobbato e, probabilmente, vedendolo, direbbero che è un filmetto.
Ma sulla loro patente ci deve essere questo.
Mi sono rotto il cazzo di chi non capisce che se dopo 30 anni viene fatto un sequel di un film (e non un remake) e se questo lo si affida a uno dei più grandi registi viventi è solo una cosa meravigliosa per il capostipite, un atto d'amore e di stima. Nessun sequel di 30 anni dopo può oscurare e rovinare un capostipite.
Ma non lo capiscono.
E vedono i film sapendo già cosa dire, sapendo già cosa scrivere. Li vedono cercando solo gli appigli per poi poter costruire le loro demolizioni.
No, amici miei, no.
E fa specie che spesso tutti questi sedicenti esperti, questi sul piedistallo, questi che appena ci provi a parlare ti viene subito l'orticaria poi, alla fine, di cinema nemmeno capiscono nulla, non saprebbero capire la differenza tra l'intensità di un primissimo piano e la magnificenza di uno lungo, tra la morbidezza di una carrellata e la potenza di un montaggio.
Niente li può cambiare, le loro frasi precostituite sono già pronte.
Porca puttana.
Mi sono rotto il cazzo di questo cinema che è ormai entomologia quando gli stessi entomologi, molte volte, si emozionano a dissezionare un insetto.
Non c'è vita, c'è solo saperne di più, anzi, saperne di meno ma cercar di dimostrare di saperne di più.
E ormai se la meraviglia, l'umiltà e la voglia di imparare ad emozionarsi l'hai volutamente persa a 20 anni poi non la ritrovi più, diventerai un insopportabile 50enne che ne saprà quanto ne sapeva prima, cioè poco, ma in più avrà inserito nella sua patente da cinefilo solo più nomi da snocciolare per farsi bello.
Lo studio senza passione non serve a un cazzo.
Lo studio freddo e metodico non serve a un cazzo.
O almeno non nel cinema, che è ed è sempre stata una macchina dei sogni.
Mi sono rotto il cazzo di chi guarda o studia film senza farsi mai brillare gli occhi.
Quando agli stessi scienziati, quelli veri, quelli con passione, brillano ad ogni loro nuova scoperta.
E invece no, invece a questi egotici e appariscenti cinefili, gente che senza la rete non sarebbe esistita, gli occhi brillano solo e soltanto in un luogo.
Davanti allo specchio. 
Magari sotto delle sopracciglia rifatte.

10.10.17

Recensione: "Madre!"

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Un film ambizioso come pochi, coraggioso, unico.
Debordante, assurdo, quasi pacchiano a tratti.
Un film, però, che dobbiamo "capire" per poterlo amare e difendere.
Io c'ho provato a capirlo. E sì, l'ho amato.

presenti spoiler e letture personali ovunque, ma decisivi dopo ultima immagine. Se volete leggere anche quella parte vedete prima il film per favore

Ho visto 3 soli Aronofsky.
Mi son piaciuti tutti un sacco.
E mi piace pure un sacco quando in tre film così diversi, diversissimi tra loro -questo qua, The Wrestler e Il Cigno Nero-  si riconosce in maniera così netta la cifra del regista, sia stilistica che tematica.
Tre film in cui il nostro sta addosso in maniera impressionante ai suoi tre personaggi, quello della Lawrence, di Rourke e della Portman, li segue, li pedina, non li lascia un attimo. In questo "madre!" si arriva poi veramente all'asfissia inquadratura-personaggio, ci sono 4,5 movimenti di macchina in cui per passare dal campo al controcampo si gira intorno al primissimo piano della Lawrence, impressionante. Una tale vicinanza io me la ricordo solo con la Exarchopulos ne La Vita di Adele.
E in tutti e tre i film l'operazione per me è riuscitissima perchè lo spettatore si identifica completamente con loro, ne vive gli stati d'animo, il panico, la paura, l'ossessione.
Già, l'ossessione, perchè credo sia questa la parola chiave. L'ossessione della Portman per la perfezione, quella di Rourke per restare ancora davanti alle luci del palcoscenico, quella della Lawrence di tenere tutti i pezzi insieme (anche metafora, forse, del non impazzire).
Io ho un debole per i registi che amano i propri personaggi, ve lo dico.
Madre! (ma lo devo scrivere sempre con l'esclamativo?) è un film unico, coraggiosissimo, ambizioso come pochi (forse troppo), un film capace di giocare coi classici del passato (Polanski su tutti) ma in maniera così sregolata, impazzita, volutamente confusionaria, da regalarci un film estremo, autorale, uno di quelli che lo prendi o lo lasci.

7.10.17

Recensione: "A Ghost Story"

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Spoiler più grandi dopo ultima immagine

E poi sono andato ad alzare quel lenzuolo.
E c'ho trovato sotto, forse, il più bel film dell'anno.
Deflagrazione di tempo e spazio, tutto non ha più un ordine

(La terza inquadratura è una god view su di loro a letto
si accarezzano, si baciano
con gli stessi modi e i tempi del film
un film che dona la grazia ai sussurri
che dona bellezza all'accennato
che dona potenza all'essenziale
si accarezzano e si baciano come nella realtà ci si accarezza e ci si bacia
e solo poi capiremo perchè, solo poi
"Va bene, possiamo andarcene"
le aveva appena detto lui

Un tuffo dall'ultimo piano del grattacielo
in questa città del futuro
un tuffo dall'ultimo piano del grattacielo 
qui
dove un giorno ci fu casa mia
dove c'è sempre stata 

Rooney Mara santiddio
Rooney Mara
tenetevi le vostre bellissime con sguardo senz'anima
tenetevi la vostre bellissime manifeste
io mi tengo le belle che starei a guardare ore ed ore negli occhi

"Chi stai aspettando?"
"Non me lo ricordo"
perchè il tempo dei fantasmi è un tempo talmente lungo
e talmente non tempo
che alla fine nemmeno sai più perchè sei ancora là
il tempo dell'attesa
la prigione dell'attesa
poi un giorno quella casa dove aspettavi te la distruggono
"Non credo che torneranno"
e puff, ti lasci svanire
e capisci che un film dove un lenzuolo che svanisce a terra ti provoca emozione
ha qualcosa di magico

la seconda inquadratura è lei di spalle appena alzata dal letto
un'inquadratura che è un quadro, come tutte le altre
una luce pazzesca
c'è stato un rumore nella notte, qualcosa deve aver sbattuto sul piano
qualcosa o qualcuno capiremo
qualcuno che è qualcosa

Il tempo alla fine distruggerà tutto, atomo dopo atomo
ma tutti proviamo a lasciare un ricordo di noi
E ci son melodie che si avvicinano talmente a Dio che restano nel tempo
ci sono melodie che legano l'umanità, melodie che ci ricordano chi siamo e che il tempo lo si può sfidare
ma, alla fine, è sempre lui a vincere

A Ghost Story, già
perchè alla fine questa non pare la storia di un amore
ma quella di un fantasma e del luogo cui appartiene
e forse questo non è romantico
forse quello che noi volevamo è che lui seguisse lei
ovunque e per sempre
e invece no, e invece sta là fermo
legato al ricordo di quel posto da dove non se ne vuole andare
da dove non se ne voleva andare nemmeno quando era carne e ossa
ma perchè lui è sempre stato lì, anche prima delle ossa e della carne
lui è sempre stato lì a grattare cercando un bigliettino

una colonna sonora che fa spavento da quanto è bella
e che ci regala due scene pazzeshe
come quando lei ascolta la canzone di lui
prima e adesso
e adesso lo fa stesa in terra
e allunga una mano, una mano che sfiora un lembo

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la prima inquadratura è una lentissima carrellata orizzontale sulla casa
L'inquadratura va orizzontale mentre Rooney Mara viene verticalmente verso di noi
un movimento di macchina, un quadro in movimento di rara perfezione
ed è solo il biglietto da visita

che c'era scritto dio mio, che c'era scritto in quel biglietto

In un cinema che racconta di storie di fantasmi sempre più digitali
qualcuno ha messo un lenzuolo sopra un attore
sai le risate che si sarà fatto qualcuno
sai le risate
E invece la potenza del fantasma di A Ghost Story è pari a nessuna
lui che cammina nell'erba vale quasi tutti gli altri film horror
quelli veri, quelli dove il fantasma ti fa saltare dalla sedia

La quinta inquadratura somiglia alla prima
ma dove una è carrellata questa è panoramica
e racconta di una placida mattina
poi, piano piano, si va a destra
e a destra c'è la morte
Impressionante

La quarta inquadratura è all'obitorio
statica, lentissima
La genesi del fantasma

bastano le prime 5 inquadrature a far impallidire il 90% del restante cinema

All'inizio c'è lo Spazio
perchè sì, perchè questo film vola alto, altissimo
e probabilmente nessuno di noi potrà capirlo fino in fondo
Profondo e altissimo
A volte la dilatazione delle scene lo appesantisce, inutile negarlo
ma c'è un coraggio di fondo pazzesco
La Mara che mangia per 6 minuti e mezzo un'intera torta
era necessario?
Ma non è questo, alla fine, saper restituire la vita vera?
E quella giovane donna disperata che mangia tutta la torta è completa mimesi con la realtà.
Tanti avrebbero montato il primo morso con l'ultimo ma quello è solo cinema, non un tentativo di raccontare il dolore per così com'è

Ecco cos'era quel rumore, lui che aveva sentito dire da lui che se ne sarebbe andato
Con un brivido sono andato a rivedere anche la prima scena
andate a vederla, avrete anche voi lo stesso brivido
loro a letto, si sente grattare

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Però, lo vedete, alla fine sono sempre i rapporti a vincere
alla fine anche un film che racconta di un fantasma triste e del luogo dove ha vissuto 
si risolve così
con qualcosa che riguarda lei
Il fantasma trova il bigliettino
ognuno di noi può immaginarsi cosa ci sia scritto
Ognuno di noi può immaginare quello che lui ha provato nel leggerlo
Dolore, disperazione, appagamento, gioia, stupore
Qualsiasi cosa c'era scritto quello che lui è ha finito il suo percorso
qualsiasi cosa aspettava l'ha trovata
e, puff, svanisce a terra)

e io con lui
puff, svanisco a terra
e nel letto mi metto a piangere e pensare
Sotto il lenzuolo


5.10.17

Un, due, tre, stella

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"Un, due, tre... Stella!"
Martina, 14 anni, vestito rosa confetto e lunghe trecce bionde si girò di scatto dall'albero in cui era appoggiata, con quel viso un pò divertito, un pò minaccioso e un pò autoritario che hanno tutti i "contatori" di unduetrestella quando si voltano.
Ben presto però l'espressione del suo viso cambiò completamente.
Sconcerto, incredulità, paura.
Nel grande prato del collegio non c'era nessuno.
Solo 5 secondi prima c'erano là tutti i suoi amici, fermi all'immaginaria linea di partenza, con le ginocchia piegate pronte a scattare, in questo buffo gioco che è una specie di gara di corsa sincopata.
Adesso, nessuno.
Martina entrò in panico, guardò a destra e sinistra, aguzzò gli occhi per vedere là in fondo, vicino all'entrata del refettorio.
Ma niente, solo verde su verde, nessuno.
"Dove siete?"
urlò
"Vi prego, dove siete?"
urlò ancora
"Lucia, dove sei, ti prego, uscite fuori, ho paura"
Nessuna risposta.
A Martina cedettero le gambe, si lasciò buttare a terra e si appoggiò all'albero.
Cominciò a piangere.
Ripensò a gran parte della sua ancora brevissima vita, ripensò agli ultimi giorni, si chiese se aveva fatto qualcosa di male a qualcuno, si chiese se meritava uno scherzo così tremendo.
Si chiese persino se Dio, se quel Dio di cui le parlavano sempre in collegio, non l'avesse voluta punire per qualcosa facendogli scomparire tutti i suoi amici, lasciandola sola, vestito rosa confetto, trecce bionde e lacrime nel viso.
Poi Martina sentì delle risa, dapprima di quelle trattenute malamente, poi sempre più fragorose.
Erano dietro di lei.
Martina si girò dietro l'albero e i suoi amici erano tutti lì, tutti e 7.
Alcuni si rotolavano a terra dal ridere, altri si tenevano la pancia, Lucia invece, forse perchè l'urlo che la invocava l'aveva colpita, era quasi dispiaciuta, imbarazzata, emozionata.
Martina non riuscì a ridere, era ancora sotto shock. E si chiese come fosse possibile tutto questo.
Giorgio, ginocchia sbucciate e ciuffo nero si fece avanti e, non riuscendo a smettere di ridere, parlò
"Hai contato fino a 30 Martì"
"Non ho capito"
"Hai contato fino a 30 Martì"
e giù risate
"Quando eri arrivata a 10 eravamo già tutti qua dietro, ti abbiamo pure toccato e manco te ne sei accorta, hai continuato fino a 30.  E poi -risate- e poi ti abbiamo visto guardare intorno, urlare, ma noi eravamo qua, dietro di te"
Martina scappò via, rossa in viso.

"Nonna! Nonnaaaaaaaaaaa!"
si sentiva urlare dall'altra stanza.
Martina si alzò dalla sedia sulle sue gambe malferme, leggermente stordita da quel sogno, da quel ricordo appena avuto.
"Arrivo, e che diamine"
disse
Martina arrivò nell'altra stanza, non fece in tempo ad entrare che partì il tantiauguri.
Erano tutti là, intorno alla tavola, festeggianti.
Al centro una torta, nessuna candelina, solo i due numeri, 8 e 0 a troneggiare al centro.
"Meno male non hanno comprato tutte le candeline -pensò ridendo Martina- gli sarebbero costate più della torta"
Nonna Martina si sedette davanti alla torta, ancora un pò confusa ma, tutto sommato, felice.
La canzoncina finì
"Soffiaaa!!!" 
le urlarono tutti
Martina chiuse gli occhi prima di farlo.
E in quell'istante ripensò al sogno-ricordo ad occhi aperti avuto poco prima nella sua stanza.
Ripensò a quella volta, a quell'estate di 66 anni fa, in cui aveva contato fino a 30 invece che fino a 3.
Ricordò adesso perchè successe.
Successe perchè, appoggiata all'albero, a occhi chiusi, Martina non pensava a uno, due, tre, stella, ma pensava a Luca, ginocchia sbucciate e ciuffo nero.
Martina capì che quello era il giorno in cui scoprì l'amore.
E scoprì che l'amore era quella cosa che ti confonde tutto, anche la matematica contata su 5 dita.

Soffiò.
(unduetrestella, unduetrestella)
"Hai espresso il desiderio nonna?"
le chiese il nipote più piccolo.
"Sì amore"
"Dimmelo nonna, dai"
"Ma no che non te lo dico birbante!"
(unduetrestella)

4.10.17

Boarding House (11): Recensione "Contagion" 1987 - Karl Zwicky


Dopo non so quanti mesi (ma la colpa è a metà tra me e lui) torna il grandissimo Giorgio Neri con la sua rubrica di film cult ma al tempo stesso praticamente sconosciuti e "invedibili". E niente, fa sempre specie vedere la sua passione e la cura che mette nel recensire queste "perle" dimenticate.
E stavolta c'è una grandissima novità, il film è reperibile!!
Metto il link youtube in fondo

Trovate tutte le 10 precedenti puntate nell'etichetta "Boarding House" alla destra del blog

“E il viaggiatore disse:
‘Guarda quanto male è stato commesso qui.
Persino l’innocente che passa da queste parti
è subito preda di questo antico morbo.
Il contagio ha infettato la sua anima.’”

Secondo una recente ricerca effettuata da due studiosi di Cambridge, John M.
Coates, un ex-trader di Wall Street convertito alla ricerca, e John Herbert,
esiste un nesso tra il livello di testosterone ed il successo od il tracollo delle
scelte d’investimento in borsa attuate dai trader “high-frequency”, cioè dagli
operatori che comprano e vendono titoli in continuazione, facendo decine o
addirittura centinaia di scambi al giorno. Secondo la suddetta ricerca, infatti,
maggiore è la concentrazione di testosterone, maggiore sarebbe la
propensione al rischio del trader. Ma, in finanza, ad un maggior rischio
corrisponde anche un maggior guadagno o una maggiore perdita; e i
ricercatori nel loro studio si premurano di avvertire che non si è ancora
capito se il testosterone influisca più sulla propensione al rischio o sulle
capacità di trading. Una cosa invece è certa, cioè che un eccesso di
testosterone ha effetti contrari: i trader diventano eccessivamente sicuri, la
spavalderia diventa arroganza ed il risultato è che sbagliano gli investimenti.
(dal sito investireinformati)

Un agente immobiliare, sperdutosi in un bosco pieno di villici rozzi e crudeli,
crede di aver trovato rifugio in una villa lussuosa di un ricchissimo
investitore. Convinto da due belle ragazze che abitano in quel luogo ameno,
cercherà di eliminare sul suo cammino qualsiasi ostacolo per raggiungere la
meta più ambita: il Successo.
Sara Tommasi, nell’introdurre il suo film pornografico La Mia Prima Volta (di
Guido Maria Ranieri, 2012), aveva detto la più ovvia delle banalità:
l’importanza delle tre ‘s’, ovvero soldi - sesso - successo. In Scarface di Brian
De Palma (1983), Al Pacino spiattella in pochi secondi ciò che è
fondamentale per riuscire nella vita: “Quando fai la grana, c’hai anche il
potere; e quando hai il potere, c’hai pure le donne”.


Questo film australiano del 1987 prende l’assunto molto semplice, e
certamente non nuovo, di un compassato impiegatuccio di provincia che
decide, ad un certo punto, che il successo debba essere la prerogativa
essenziale della sua esistenza. Ma lo sceneggiatore Ken Methold utilizza, per
narrare la vicenda, l’inquietante meccanismo dell’horror in stile kubrickiano:
cioè Shining (1981). Infatti, il film si divide in due luoghi: fuori dalla villa e
dentro la villa, così come il vagabondare di Jack Nicholson nell’hotel è
completamente diverso dal suo rapporto con l’esterno (luogo gelido, dove
morirà).

2.10.17

Recensione: "Hope" 2013 - Korea

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Una delle visioni più devastanti, necessarie e colme di speranza mai avute

Guarda Hope
sono Kokomong
sono venuto per te
siamo venuti per te direttamente da Frigolandia
Abbiam pensato che per una bambina come te
per una bambina così speciale
potevamo per un attimo lasciare il nostro mondo incantato

Guarda Hope
sono Kokomong,
son da solo stavolta
i miei amici son tornati a casa
ma a me piace star qui
con te
e vederti ridere finalmente

Guarda Hope
sono Kokomong
e vengo a dirti che le persone cattive esistono
e te lo sai bene 
le persone cattive esistono
e fanno tante cose brutte
Ma per ogni mostro che c'è nel mondo
ci sono mille persone che ti vogliono bene
per ogni mostro che c'è nel mondo
ci sono tante persone speciali

Ciao Hope
sono ancora Kokomong
non ce la faccio a staccarmi da te
non ce la faccio a tornare a Frigolandia
ho bisogno di seguirti
ho bisogno di averti vicino
ho bisogno di sapere che stai bene
ho bisogno di farti ridere
ho bisogno di riconquistarti

Riconquistarti
perchè, sì, Hope
non sono Kokomong
sono Papà
e scusa per quando ti facevo paura
scusa per quando non c'ero
scusa se sono un uomo, un maschio, come lui
Ma, lo vedrai, un giorno non avrai paura degli uomini
dei maschi
e ne troverai uno che ti farà stare come mai sei stata prima
uno che ti farà venire le farfalle nello stomaco
ne troverai uno ancora meglio di Kokomong
Non ci credi?
vedrai

Ciao Hope
sono chi vuoi te
sono Papà, sono Kokomong, sono il futuro, sono la felicità
sono qualsiasi cosa vorrai
qualsiasi cosa ti farà star bene
sono le farfalle da attaccare
sono gli aeroplanini da costruire
sono le pozzanghere sulle quali saltare
sono un aquilone che vola in una giornata senza pioggia
sono tutti i tuoi compagni
anche quello con la testona grande grande
sono il tuo fratellino
sono te, il tuo nome
sono te, il tuo nome
sono la speranza 
sono il tuo nome



a tutte le infanzie violate e rubate
e a tutti i Kokomong del mondo, a tutti quelli che provano a restituirle

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29.9.17

Orientarsi a Oriente, viaggio nel cinema asiatico - 1 - Recensione: "Kotoko" - SCRITTI DA VOI - 108 - Claudio


Claudio è un amico.
Claudio è una persona buona, quasi un ossimoro con gambe e braccia tanto è schivo quanto simpaticissimo.
Ma, fuor di vita, quello che ci interessa in questo contesto è che Claudio è uno dei più grandi esperti di cinema orientale italiani nonchè subber ("sottotitolatore") di tanti capolavori di quelle latitudini.
Gli ho chiesto se se la sentiva di fare una rubrica.
Se l'è sentita.
Questo il primo appuntamento

In quest' opera Tsukamoto si discosta (ma non del tutto) dai territori metropolitani per avventurarsi nei meandri della mente. Oltre al proprio inconfondibile stile, il regista ci regalerà un vero e proprio one-woman-show grazie alla straordinaria interpretazione della cantante Cocco, che donerà corpo, mente e voce al personaggio di Kotoko, oltre che occuparsi della scenografia e della sceneggiatura, scritta a quattro mani col regista. 
Il film si apre con una bambina che danza sola in riva al mare, questa sarà l'unica scena realmente idilliaca e spensierata, perché di colpo saremo catapultati nella vita presente di Kotoko, interrotti da quell' evento traumatico indefinito che probabilmente è all'origine dei suoi problemi. 
Kotoko è il titolo del film, ed in effetti Kotoko non solo è presente costantemente, ma tutte le immagini che vedremo corrispondono alla sua visione ed ai suoi pensieri. La camera a mano instabile mostrerà tutto il suo disordine e la sua fragilità, e questo movimento ai limiti, o oltre, del fastidio ci accompagnerà per tutto il film, senza tregua saremo continuamente sballottati nell' inquadratura, così come una persona con problemi psichici è costretta a convivere ogni singolo secondo con la sua condizione. A questa atmosfera contribuisce enormemente anche il montaggio sonoro, con l'amplificazione di suoni stridenti e rumori, e la location: il caseggiato di cemento in cui vive Kotoko, ricorda i cunicoli di "Haze", altro labirinto mentale costruito da Tsukamoto. 


Per un'ora e mezzo ci troveremo a vivere la vita di Kotoko insieme a lei, vivremo il suo distacco e la sua insicurezza in un mondo che sente alieno, rappresentato dalla sua "visione doppia": di ogni persona che incontra vede anche una sua controparte negativa e minacciosa, e non riesce a distinguere quale delle due sia reale. Questa debolezza è anche alimentata dai telegiornali che divulgano continuamente notizie di cronaca nera. 
Non riuscendo a trovare sostegno negli altri, Kotoko deve contare solo su se stessa, ed anche qui avremo un dualismo nei metodi che ha sviluppato: l'autolesionismo e il canto. Praticato nelle stanze più buie della sua casa il primo, e all' aperto in scene luminosissime il secondo. Ma in entrambi i casi il sollievo sarà momentaneo e illusorio.