21.6.17

Recensione: "Re della terra selvaggia"

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Una favola sul coraggio, sulla dignità, sulla felicità nonostante tutto.
Hushpuppy è una bambina meravigliosa.
E quello che ognuno di noi dovrebbe provare ad essere.

Ci son talmente tante coincidenze, e tanto profonde, riguardo questo film che mi fa un pò fatica scrivere.
La prima, la più innocua, è che arrivi proprio un giorno dopo Little Miss Sunshine.
Ancora una volta una bambina, praticamente coetanea di Olive, ad insegnarci tante cose della vita.
Hushpuppy è coraggiosa, forte, fortissima (ma che spettacolo la scena del granchio e dei muscoli) ha uno sguardo che può essere feroce e dolcissimo insieme. E' una donna, non una bambina.
Viene da un mondo totalmente diverso da quello di Olive, ha altri bisogni, per primo quello della sopravvivenza.
Ma come Olive ha un sogno.
Perchè tutti i bambini ne hanno uno.
La seconda coincidenza è che io questo film l'ho già visto, addirittura al cinema.
Ma ero in un periodo molto simile a questo, non riuscii a scriverne.
Stavolta mi è capitato in tv.
Se questo film è capitato in due momenti così simili un motivo ci deve essere.
E c'è.

Delle altre coincidenze parlerò poi.
Re della terra selvaggia è una favola.
E come tutte le favole insegna qualcosa.
Probabilmente il più grande insegnamento che lascia questo film è quello del coraggio.
Ma c'è tanto altro, c'è la dignità, c'è la speranza, c'è la forza, c'è l'orgoglio, ci sono le radici, c'è la meraviglia dell'essenziale.
Hushpuppy ascolta battere il cuore degli animali.
Hushpuppy crede che ogni piccola cosa sia collegata alle grandi cose, che se ne rompi una piccola è come se rompi l'universo.
Quando dà un pugno a suo padre i ghiacci del Polo Nord si rompono.
Microcosmi e macrocosmi.
Sta in Louisiana, in delle baracche, in un degrado indescrivibile.
La piccola comunità dove vive è continuamente a rischio della vita, con quell'acqua che può sommergerli tutti, così, da un momento all'altro.
Eppure son tutti felici, eppure è sempre festa da loro, eppure la paura, se c'è, viene mascherata, come quelli che ballavano dentro il Titanic.
Con la differenza che quelli erano ignari della tragedia.
Tutto questo in nome di un senso di appartenenza, di un fatalismo, di un prendere la vita in modo atavico.
Il vero mondo è al di là delle diga, al di là del muro.
Ma è un mondo che non piace ad Hushpuppy e alla sua gente.
Ne nasce un film con una base che sarebbe profondamente drammatica ma che, in questa cornice di favola e di speranza, alla fine dà solo cose buone.
E se c'è una favola ci devono essere anche i mostri.
E questi mostri sono gigantesche creature del passato, delle specie di mega cinghiali che con il disgelo torneranno nella terra e mangeranno i bambini.
Hushpuppy a questa storia ci crede, lei crede a tutto, con quell'immaginazione così fervida, con quella comunione con l'universo così forte.
Arriva un uragano, l'acqua si alza, le case vengono distrutte.
Ma la comunità va avanti senza problemi, finchè esiste una zattera e una casa più alta delle altre c'è sempre un motivo per essere felici.
Il padre di Hushpuppy sta male, molto male.
Lei col suo coraggio e la sua forza lo aiuta, non piange mai, se non nell'incredibile scena finale, quella in cui vediamo che ci sono certe lacrime che è impossibile fermare.
Film unico, forse difficile perchè a nessuno somiglia, inconsueto.
Succede poco e nulla, la realtà si mischia con la fantasia, quella dei mostri, quella dell'acqua che bolle al solo passaggio della madre ( a tal proposito la scena in montaggio dell'abbraccio e del padre che la tiene dopo il parto è impressionante).
Un film anche sul racconto, sull'oralità, sulla tradizione.
Un insegnamento su quanto basta poco per essere felici.
Hushpuppy che accende i fornelli con la fiamma ossidrica e il casco è uno spettacolo.
E poi quei fornelli li alza, forse per attirare l'attenzione del padre che poco prima l'ha mandata via.
Ma tanto se la casa viene distrutta poco male, sta gente per campare non ha bisogno di nulla.
Poi ci sarà la rottura della diga, l'evacuazione, il primo contatto di Hushpuppy col mondo reale.
Ma il destino di questa gente è vivere e morire in quel luogo.
I bambini tornano.
Ed avviene la scena più magica del film, meravigliosa.
L'ennesima coincidenza.
Quando un mese fa provai a descrivere quello che mi era successo dissi che le paure devono essere affrontate.
Che a volte ce le immaginiamo come mostri giganteschi, molto più grandi di noi.
Ma finchè non le andiamo a conoscere restano questo, mostri giganteschi.
Dissi che finalmente avevo avuto il coraggio di avvicinarmi loro. E invece di mangiarmi mi avevano leccato le ferite.
Credo non ci sia in tutta la storia del cinema una dinamica e un'immagine che poteva rappresentare meglio questo se non quello che accade in Re della terra selvaggia.

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L'immagine copertina di quello che mi è successo.
E l'insegnamento che non basta farsi idee delle cose, non bisogna avere timori precostituiti, non dobbiamo credere in qualcosa che preferiamo non andare a conoscere.
Tutto va affrontato, ogni nostra paura.
Poi magari si rivelerà tale, giustificata, ma potrebbe anche essere nulla, anzi, la nostra salvezza.
Ma c'è dell'altro, c'è anche l'importanza capitale di guardarsi negli occhi, almeno 4 volte l'inquadratura finisce nell'occhio buono della bestia.
E niente, mi prendo questa immagine come simbolo di questi mesi.
E qui avremmo l'ultima coincidenza, anzi, le ultime due.
Ma niente, preferisco tenerle per me.
Tenerle per noi


20.6.17

Recensione: "Little Miss Sunshine"

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Una perla che racconta di un sogno impossibile.
Delicatissimo, divertente, tenero, ma quasi straziante nell'umanità che mette dentro.
Un film sull'esser veri e sull'importanza dei sentimenti

Olive è una bimba che sogna di diventare Miss America.
Ma Olive ha gli occhiali spessi, è grassottella, sgraziatissima, che quando corre per entrare nel pulmino è talmente pesante ed antiestetica da risultare deliziosa.
Olive caccia un urlo meraviglioso quando scopre che potrà partecipare a Little Miss Sunshine.

Sua madre Sheryl è una grande madre, l'unica donna del gruppo e, come quasi sempre con le donne, l'unica persona capace di tenere insieme tutti i pezzi.
Quella figlia dai sogni impossibili, quel figlio ai limiti dell'autismo, quel suocero sboccato, quel fratello tentato suicida, quel marito insopportabilmente perso nelle sue teorie.

Richard è quel marito, uno che insegna ad esser vincenti in 9 passi, uno che crede che la felicità e il successo possano essere racchiusi in delle formule.
Un padre pessimo che insegna cose pessime, fredde, teoriche, diseducative.
Eppure quello di Richard sembra un guscio, eppure in quel padre, a sensazione, intravediamo a volte un gran padre, uno che adora la figlia e crede in lei.
E Richard diventerà un uomo.
E lo diventerà proprio quando scoprirà di essere un perdente, lui che insegna da anni come non esserlo.

Suo padre, il nonno di Olive, è un vecchio malato di sesso, sboccato, cocainomane, ormai assolutamente incattivito con la vita. Che se la goda cazzo.

Dwayne è il fratello di Olive.
Ha 15 anni, sta passando un'età meravigliosa e terribile. 
Odia tutti, compresa la famiglia, e per questo ha deciso di non parlare più.
Ritroverà la voce quando scoprirà la disperazione.
Come suo padre diventerà uomo con la sconfitta lui tornerà ragazzo con la disperazione.
Perchè, se non lo si fosse capito, sta perla di film della vita dice tutto.

Frank è lo zio di Olive.
Professore omosessuale che per una delusione d'amore e di conseguenza lavorativa ha tentato il suicidio.
Frank è intelligente, profondo, ma depresso.

I 6 se ne vanno con un pulmino giallo sgangherato in California per permettere ad Olive di partecipare ad un importante concorso di bellezza.
Un pulmino cui si rompe la frizione, che ogni volta che ci si ferma deve essere spinto a mano.
Tutti devono spingere e correre per finirvi dentro.
Come se non bastasse, in una delle scene più irresistibilmente comiche del film, anche il clacson si blocca.
Ma in qualche modo in California bisogna arrivare, è il sogno di Olive.

E proprio di un sogno impossibile racconta questo delizioso (ma visto in questo periodo la componente più tragica e straziante mi ha ucciso) film.
Una famiglia impossibile, un viaggio, come quello di Nebraska, verso qualcosa che non ha alcun senso, verso un premio che non esiste.
E come nel film di Payne bisognava rispettare l'ultima volontà di un vecchio qui c'è da esaltare il sogno di una bimba.
In realtà la cosa più grande che racconta Little Miss Sunshine è il bisogno di autenticità.
E sarebbe troppo facile notare questo tema nel concorso di bellezza finale, là, con Olive che si sente completamente inadeguata in mezzo a quelle barbie di carne così finte.
Sarebbe troppo facile scoprire che questo film racconta dell'importanza di esser veri in quell'ambiente così finto.
No, c'eravamo arrivati già prima.
Perchè ogni personaggio di quella pazza famiglia, ognuno dei 6, ha una caratteristica, il mostrarsi per quello che è, pregi e difetti.
Non ci son maschere in nessuno.
In quel pulmino c'è autenticità, amore e dolcezza.
Anche tanto fallimento, anche tanto dolore, ma senza maschere.
Ed è il pulmino che ho deciso di guidare anche io, completamente sgangherato sì, ma che se ci metti piede dentro, chiunque lo farà, è perchè hai deciso di esser vero e credere nei sentimenti, quelli che legano in modo incredibile quella famiglia, quelli che sfociano in una scena che è storia del cinema recente, il ballo sul palco di tutti.
Un film dalla dolcezza straziante, dall'umanità pazzesca, una specie di Wes Anderson meno colorato ma con la vita, quella vera, dentro.

Olive che dedica la sua partecipazione al nonno.
"E dov'è ora tuo nonno?"
"Nel bagagliaio"

"Che cosa sta facendo sua figlia?"
"Quello che cazzo gli pare"

Ma che bellezza tutto, che bello ridere e piangere di tanta sensibilità.
Del resto i due registi, una coppia, riusciranno a bissare tanta sensibilità nel bellissimo Ruby Sparks.

Ma sono due i momenti che mi hanno veramente aperto in due.
Il primo è la corsa di Frank appena arrivati all'hotel.
Il secondo è Olive che con i suoi stivaletti rossi scende la scarpata.
Non dice niente al fratello, gli mette una mano sulla spalla e gli appoggia la testa sulle spalle.
"O.k, andiamo" le dirà lui

Suo nonno glielo disse.

"Sei la bambina più bella che esiste al mondo"

Porca puttana Olive, porca puttana se non è così.
E ora non sgonfiare la pancia davanti a quello specchio.

Ci hai insegnato ad esser veri, non sgonfiarla.


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19.6.17

Cinema e Musica - 3 - Recensione "The Necessary death of Charlie Countryman" - Scritti da voi - 106 - ALEX CAVANI

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Torna il nostro giovane musicista Alex Cavani con la sua rubrica di recensioni di film presi, principalmente, sull'aspetto della colonna sonora (ma non solo, anzi...).
Altro film misconosciuto (ma con LeBeouf, Rachel Wood, Grint e Mikkelsen...), altra opera da scoprire


Immaginate una cena galante: gli invitati sono John Waters, Danny Boyle e Quentin Tarantino, il cameriere è Seth Rogen e gli chef in cucina si chiamano Gaspar Noé e Nicolas W. Refn.
Il risultato di questa cena secondo me potrebbe essere il film in questione.
Non ho mai provato quella sensazione di "Cosa ho appena visto", frase spesso abusata sul web,  anche di fronte a opere estreme o weird, forse perchè sapevo sempre, nel bene o nel male, cosa stavo per vedere; questo film invece l'ho intercettato in televisione qualche notte fa per caso e senza alcun interesse, ma mi ha catturato all'istante, lasciandomi alla fine per mezz'ora seduto sul divano a chiedermi il senso delle quasi due ore appena trascorse.
Tutti, critica e pubblico, hanno parlato male di questo film, mentre io ne sono rimasto ingenuamente affascinato e divertito.
Ecco, forse è proprio questa ingenuità di fondo, che guida tutto lo svolgimento del film, ad aver fatto storcere il naso ai cinefili e ai critici, mentre secondo me può essere la chiave di lettura per godersi la visione con un bel sorriso stampato sul viso.

15.6.17

Si prenderanno anche il silenzio

In questi 40 giorni (per ora) così difficili (ma io non sono vittima, se non di me stesso) c'è un pezzo che avrò ascoltato almeno 100 volte, per star bassi.
E' di un cantautore siciliano che ho avuto anche la fortuna di sentire dal vivo qui a Perugia un anno fa.
Son quei pezzi che a qualcuno piacciono, ad altri no e ad altri, come me, non si tolgono di dosso

E niente, siccome questo blog sono io e per me tutto quello che c'è qua questi 9 anni rappresenta la mia vita ecco, volevo metterlo, per ricordarmi

(non voglio commenti riferiti a me, già ne avete fatti troppi, al massimo su Colapesce)

questo il testo

Restiamo in casa l'amore è anche fatto di niente
Prendo il telefono e infine compro i coltelli
Come rubini incastrati quassù al terzo piano
Ma quanta luce i tuoi occhi
Sento tremare i ginocchi

Esco in balcone e m'intasco un respiro profondo
Ancora spento intravedo le strade
Fischio di treno si coordina la caffettiera
La marmellata mi sembra
L'arma migliore di guerra
Arriveranno presto
Arriveranno presto
Si prenderanno anche il silenzio...

Ci nascondiamo dai fari quassù al terzo piano
Un astronauta, cammino per casa
Invado il divano l'amore è anche fatto di niente
Ma quanta luce i tuoi occhi
Sento bruciare dei fogli

Arriveranno presto
Arriveranno presto
Si prenderanno anche il silenzio

14.6.17

Recensione: "La Santa"

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L'opera seconda di Alemà, regista di At the end of the day, è un altro gioiello.
Quattro ladri decidono di rubare la statua della santa patrona di un paesino pugliese.
In mezzo al folklore e al racconto di una religiosità ottundente ne verrà fuori un film spietato, con più di un problema di script, ma bellissimo.

presenti spoiler nella seconda parte

Vidi addirittura al cinema At the end of the day.
Ne rimasi folgorato.
Esteticamente bellissimo, teso, a tratti lirico, girato da Dio.
Certo, un pochino zoppicante nello script ma questi grancazzi, il nome di Alemà mi rimase stampato.
Finalmente, dopo anni, mi ritrovo quasi per caso a vedere la sua opera seconda.
Ed ho la conferma di trovarmi davanti ad un grande regista.
Ripeto, un grande regista.
La Santa è un piccolo gioiello che se non fosse per alcune facilonerie nello script (ancora) sarebbe pressochè perfetto.
Un noir paesano con così tanti colori dentro da restarne sbalorditi.
Quattro poveri cristi decidono di rubare la statua della Santa Patrona di un piccolo paese pugliese.
Un colpo facile apparentemente. E, anche dovesse fallire, dalle quasi innocue conseguenze.
E invece Alemà gira un thriller dalla cattiveria quasi inumana, impressionante.
Porta tutto alle estreme conseguenze, in un modo improbabile forse, ma con talmente tanta verosimiglianza, coerenza e "testa" da non renderlo quasi un difetto.
Perchè alla fine La Santa è quasi un film a tesi, che vuole dimostrare qualcosa, e non importa se ci arriva in modo un pò raffazzonato e forzato.

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Siamo in uno di quei paesini che Silvestri raccontò magnificamente ne L'Autostrada.
Un incrocio, una casa, una chiesa, una croce.
Come dice uno dei banditi un posto di "gente piccola con desideri piccoli".
Sì, ma questa poca gente è capace di unirsi insieme e diventare un mostro a tre teste, un'unica entità pronta a difendere tutto quello che ha.
O a vendicarsi.
C'è qualcosa di Calvaire in questo piccolo bellissimo film, più di qualcosa di Padroni di casa, tantissimo dello splendido La Zona.
Ma le riflessioni di Alemà sulla piccola comunità non si fermano qua. Perchè è forse ancora più forte il pensiero sulla religiosità ottundente, quella che fa vedere il semplice furto di una statua come un motivo per uccidere ("non uccidere" sarebbe un comandamento, ricordiamolo), quella per cui l'ubriacatura religiosa, il conoscere soltanto quella realtà, può portare delle ragazze a privarsi persino di conoscere il proprio corpo, le proprie pulsioni.
Ma che bella la scena in chiesa, che bella.
In questa cornice di devastante ristrettezza mentale i 4 ladri si ritrovano ad esser braccati.
Del resto anche At the end of the day parlava di una caccia.
Non si può uscire da quel paese, come il giovane ragazzo non poteva uscire dalla Zona.
Non resta che dividersi e sperare in non so cosa.
Comincia così un film a 4 personaggi distaccati, ognuno con la propria fuga, le proprie vicende.
E Alemà ne approfitta per colorare il suo film (girato benissimo, recitato perfettamente e con un uso degli spazi e dei luoghi mirabile) di mille cose diverse.
Ogni scena una sfumatura diversa, adesso una fuga, adesso la tensione del nascondersi, adesso spruzzate di vita pugliese al limite del divertente, come tutte le scene nella casa della carnosissima ragazza (con quella radio che inneggia al trovare i colpevoli del furto) o quella del panettiere.
Alemà unisce il folklore, il crime, l'analisi sociale e, incredibilmente, riesce persino, in solo un'ora e venti, a date una tridimensionalità ai suoi personaggi quasi miracolosa.
Tutti e 4 i banditi diventano personaggi a tutto tondo, complessi, empatici, fatti e finiti.
Specialmente il fratello piccolo risulta quasi tragico, lui con la sua scarsa intelligenza, la sua bontà, la sua paura, anche sessuale.
Quel palpare quegli immensi seni alla donna svenuta non è scena comica, tutt'altro.
Sarò esagerato, ma c'è tenerezza, c'è profondità nei personaggi di Alemà.
Intendiamoci, a livello di plot c'è da storcere il naso più volte. La storia delle due donne che si mischia alla loro non sarebbe nemmeno quotata dai bookmakers, quello che i paesani fanno per vendicarsi è qualcosa che non potrebbe mai accadere, alcune fughe son gestite male (come quella, bellissima, tra gli olivi, prima venti persone dietro poi più nessuno).
Ma questo è uno di quei film che non vuole avere meccanismi perfetti perchè racconta di cose al di là del plot.

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La cattiveria, l'ottusità, il destino, il dolore.
Le morti non sono morti normali, non sono legittime difese o confusionarie conseguenze di azioni.
No, sono tutte esecuzioni a freddo, programmate, pensate, volute.
Qualcuno storcerà il naso per tutto questo, e a ragione probabilmente, ma io non riesco a non vedere questo film come un tremendo eccesso voluto per raccontare d'altro.
Il pianto di una ragazza, l'urlo di un prete sono gli unici due momenti in cui sembra che venga fuori un pò di umanità, anzi, nemmeno umanità, soltanto razionalità, in un giorno di follia condivisa e animale.
Era solo una piccola rapina in una festa patronale.
Era solo questo.
E' diventato un massacro senza un perchè.
La Santa è un film spietato e quella statua di cartapesta nel bus che finalmente ti porterà via lo rende ancora più radicale.
Non c'è alcuna ricompensa a tutto questo dolore, nessuna.
C'è solo la nuda, fredda, inconcepibile cattiveria umana



13.6.17

Recensione: "Sils Maria"

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Una profonda riflessione sull'accettazione di sè stessi.
Tra vita reale e teatro un film che racconta di quanto sia difficile a volte mettersi nei panni dell'altra.
Sapendo che in realtà sono i tuoi stessi panni

Quelle nuvole paiono un serpente, Maloja Snake, che striscia e svicola tra le montagne.
Nuvole che sembrano seguire un percorso quando in realtà loro, le nuvole, di percorsi non dovrebbero averne, così inermi, sempre, alla mercè del vento e dei suoi capricci, ora ferme, immobili, e ora in movimento, ora informi e ora che ci paion qualcosa, a tutti una cosa diversa di solito, perchè la vita è così, tutti segni da interpretare, tutte piccole cose che a me sembrano un cavallo alato che mi porterà via, ad un altro un drago di fuoco che ci distrugge, sì, la vita è un insieme di segni che a seconda dell'angolazione in cui li guardi cambiano di forma, a seconda di come tu stai cambiano di forma, a seconda di quello che vuoi cambiano di forma.
Forse il senso dell'esistenza non è altro che un cumulo di nuvole che cerchiamo di definire o che aspettiamo se ne vada via, col vento, e non in maniera netta e precisa come il Maloja Snake, ma con la casualità e il caos di tante particelle che si distruggono, con l'entropia.
Si dice che in quelle valli -grazie Rocco - Nietzsche abbia avuto alcune delle sue più importanti folgorazioni, come quella, ad esempio, dell'eterno ritorno, del continuo ripetersi delle cose, in cicli di perfetta identità.
E non è assurdo pensare che Assayas in qualche modo abbia tenuto presente questa lezione nicciana in Sils Maria.
Perchè è proprio di una ripetizione che racconta il film.

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Maria Enders a 18 anni interpretò a teatro il ruolo di Sigfrid, una giovane ragazza che seduce, fino a farla morire, il suo capo, la 40enne donna in carriera Helena.
Venti anni dopo (qui una delle cose più incomprensibili del film, la Binoche passata come 40enne, strano...) alla stessa Enders viene chiesto di rifare la stessa piece, ma stavolta, ovviamente, nel ruolo di Helena.
Ne nasce un film non perfetto, un pò ridondante, prolisso, verboso, didascalico ma interessantissimo.
Innanzitutto c'è una profonda analisi di quello che vuol dire calarsi in un personaggio. Di come sia difficile talvolta interpretare un ruolo che non si sente proprio.
Ma si va anche oltre, si dà estrema importanza al testo teatrale, alle sue implicazioni, alle sue mimesi con la vita reale e alle sue falsificazioni.
E questa commistione tra vita reale e vita che si deve rappresentare diventerà il fil rouge dell'intero film.
Non a caso molte scene ritraggono la Binoche mentre prova le scene della piece con la sua assistente (una sempre grande Kristen Stewart).
Un pò quello che avevamo visto con Cesare deve morire per capirsi.
Nella straordinaria cornice delle Alpi Svizzere, contesto perfetto per pensare e riflettere, Assayas dirige un film profondamente esistenzialista che usa il mezzo del teatro e della rappresentazione per parlare di un concetto delicatissimo, quello dell'accettare chi si è.
O quello che si è diventati.
Interpretare adesso Helena e non Sigfrid mette in profonda crisi Maria perchè deve costringerla ad accettare che, benchè possa sentircisi, non è più la ragazzina dirompente di una volta, non è più giovane.
Ma Maria non riesce proprio a mettersi "nei panni dell'altra", non riesce proprio a farsi piacere Helena.
C'è una scena in cui fa un bagno con la Stewart. La giovane assistente rimane in costume, lei si spoglia completamente. Sono piccoli gesti che si fanno per restare quelli che si era, per credersi diversi, per restare ancorati al passato.
Poi Maria vede chi interpreterà Sigfrid.
Sarà una giovane diva hollywoodiana pazza e dedita agli scandali, tipo la Lohan.

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Ne nascerà un rapporto di attrazione e repulsione ma, in ogni caso, un rapporto che farà arrivare la Binoche ad una profonda accettazione.
Nel frattempo la sua assistente la lascerà, per il discorso che facevamo sulle nuvole, per quel dare loro forme diverse che, magari, non vengono accettate dall'altro.
In questo gran bel film che è quasi un trattato sul conoscere profondamente sè stessi, sull'amarsi rinunciando anche magari a qualcosa che in maniera ostinata continuavamo a sentire nostra (la giovinezza), ci sarà una scena magnifica nel finale.
La Binoche che con gli occhi lucidi chiede alla Moretz di non abbandonare Helena così in fretta, di non lasciarla nell'ufficio senza averle degnato almeno uno sguardo.
Le chiede di darle qualche secondo in più.
La ragazzina dice che no, dice che Helena a quel punto è andata, non interessa più a nessuno.
Ma la Binoche continua a pregarla.
Una meravigliosa sequenza per raccontarci che Maria è finalmente diventata ciò che è.
Maria è Helena, e tutte le sofferenze che prima provava per Sigfrid adesso sono rivolte a lei.
Non resta che andare sul palco, adesso siamo veramente pronti.
Si apre il sipario.
E si ha la sensazione che no, che quella là nell'ufficio non sia Helena, ma Maria.
Che questo non sia teatro ma vita vera