10.12.16

Il Bar dei Nottambuli, viaggio nella storia del noir americano (7): recensione "Detour" (1945)

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E così il viaggio di Fulvio è arrivato alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il 1945.
Dalla prossima puntata il mondo, e il cinema con lui, comincerà una nuova epoca.
Sinceramente tra tutti i 7 film presentati finora (li trovate nell'etichetta bar dei Nottambuli) questo è quello che mi vedrei di più.
Leggere per credere.

Ognuno di noi ha il proprio incubo ricorrente.
Il mio è quello di dover raggiungere disperatamente un luogo, questione di vita o di morte, ma continue deviazioni e imprevisti mi allontanano sempre più dalla meta. Il senso d'angoscia al mio risveglio è pari solo a quello che, a distanza di tempo, questo film è in grado ancora di lasciarmi.
Detour è un oscuro gioiello che brilla di nera luce. Di tutti i film noir che questa rubrica ha ospitato e che ospiterà nessun altro è più kafkiano, più inesorabile, più esistenzialista di questa cupa piccola perla.

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Nato come b-movie e girato con pochi soldi e in poco tempo (sei giorni e 20.000 dollari di budget), Detour dura appena sessantasette minuti. Piccolo capolavoro di Edgar G. Ulmer, regista passato alla storia per pellicole povere ma capace di brillanti soluzioni stilistiche che lo fecero rivalutare come maestro di cinema.
La realizzazione di b-movie permetteva a Ulmer la più completa libertà espressiva, come in seguito ricorderà lo stesso:

"Ero io a capo della produzione. Potevo fare quello che volevo, visto che il direttore di produzione si affidava completamente a me. Voleva soltanto tre cose: che girassi il film senza denaro, che ne incassasse e che fosse buono".

Senza dubbio Detour è un ottimo film, anche e soprattutto per la convincente interpretazione di due volti noti dei b-movie dell'epoca, Tom Neal nei panni di Al Roberts e Ann Savage in quelli di Vera.

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Detour significa deviazione, proprio quello che succede al povero pianista Al che, per raggiungere la sua fidanzata a Los Angeles, decide di viaggiare in autostop. Al accetta di viaggiare in compagnia di un certo Haskell, un uomo dal passato poco chiaro e con la recente cicatrice di un graffio sulla guancia. Haskell si presenta come allibratore e donnaiolo, spiegando ad Al l'origine della propria ferita: un approccio finito male con un'altra autostoppista. In viaggio durante la notte Huskell ha un malore. Allarmato, Al apre la portiera e Huskell scivola a terra battendo la testa. Huskell è morto e poco importa se per un infarto o per aver battuto la testa sulla strada. Al si trova in una situazione difficile da spiegare a qualsiasi funzionario di polizia e decide di sbarazzarsi del corpo rubandogli auto e documenti.
Il giorno dopo il nostro sfortunato autostoppista accetta di dare un passaggio ad una giovane donna sul ciglio della strada. Peccato si tratti di Vera, la stessa che aveva graffiato la faccia di Haskell.
Vera è una giovane che la vita ha reso aspra e cinica. Subodorando un facile guadagno, la spietata femme fatale ricatta Al, che da quel momento è costretto a rimanere con lei.
Venduta la macchina e incassato il guadagno, Vera decide di continuare a far passare Al per Huskell, in modo da ricongiungerlo al ricco padre dell'allibratore morto per sfruttarne la cospicua eredità.
Al è messo all'angolo e la sua meta è sempre più lontana e irraggiungibile; si ribella a Vera ma l'alterco degenera e il pianista causa accidentalmente la morte della ricattatrice.
Ora per Al i cadaveri sono due e allo sventurato non resta che darsi alla macchia, vagando di motel in motel, di stazione in stazione, lontano dalla donna che ama e che non può raggiungere e in attesa che la polizia lo identifichi e lo arresti.
Il film finisce infatti con uno sconfortato Al che esce dall'ultima tavola calda per affrontare di nuovo la strada, accompagnato dalla propria voce fuoricampo:

“Nella vita, qualunque strada un uomo decida di percorrere, se il destino gli è contrario, lo aspetta al varco e gli fa cambiare direzione”.

Lentamente e inesorabilmente un'auto della polizia si avvicina sempre più al nostro solitario autostoppista.

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L'assurdità della vicenda in sé e il totale arbitrio di un destino cieco conferisce alla pellicola un alone tragico difficilmente riscontrabile in altri film noir. Di protagonisti ambigui o moralmente discutibili avvinti in torbide vicende di sesso, potere e cupidigia ne abbiamo fatto il callo. Se sei un detective o un malavitoso e sei avvezzo a trattare con uomini o donne pericolosi, una tua fine tragica appare piuttosto probabile. Andare a finire contro una pallottola o in galera a vita, o camminare lungo il miglio verde verso la sedia elettrica fa parte del rischio. In fin dei conti il noir è anche un po' questo correre sul filo del rasoio.
Al è però una persona normalissima, con un normalissimo desiderio di vivere una tranquilla e sicura vita in compagnia della propria fidanzata. La sua ambizione si ferma qui. Non è la passione per una dark lady a metterlo nei guai, ma l'amore per Sue e lo scarso contenuto del proprio portafogli.
Un destino così insensibile e arbitrario spaventa perché ci urla in faccia la nostra totale impotenza di esseri umani. Non vi è un senso dietro ciò che accade ad Al, capita tutto semplicemente così come lo vediamo nel film, rimanendo spettatori inermi di una tragedia in diretta.

10 commenti:

  1. (ferisc a mano, nun a faccia)
    Ma la bella di Al, gli scompare di testa lungo il film vero? Mah poveri loro. Fino Los Angeles per lei poi non se ne parla più?

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    1. Grazie Edo per l'errata corrige. Sì la cicatrice era sulla mano. Scrivendo di getto ho confuso la parte anatomica. La bella di Al è l'artificio narrativo, compare all'inizio e poi pace. Non gli scompare di testa ma la situazione diventa talmente incasinata che Sue viene relegata a semplice mcguffin. Alla fine nella seconda parte il film si focalizza su Al e sui suoi tentativi di liberarsi di Vera.
      Da incorniciare la scena del cavo del telefono...

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  2. Mi sbaglio o la macchina non viene più venduta? Comunque sono d'accordo con quello che hai detto a cui non avevo pensato. La cosa originale del film è che non si tratta di un malavitoso che va incontro a un inesorabile destino ma di un anonimo Joseph K e la dark lady è dark da sola perchè il protagonista non ne è irretito.Mi piace molto la sua performance al piano, quando gli danno la mancia. E un pezzo di musica che corrisponde alla sua confusione mentale, alle sue aspirazioni frustrate. La scena del cavo del telefono mi pare un'ottima trovata ma poco plausibile sul piano della verosimiglianza. Tirando il filo con la porta chiusa al massimo poteva ottenere di spezzarlo ma di sicuro non avrebbe recuperato l'apparecchio. Allora tanto valeva tagliarlo per evitare che lei telefonasse. Ma questo si chiama realismo ingenuo.:-)

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    1. Il diavolo si annida nei dettagli. Troppa foga e poca memoria giocano spesso brutti scherzi. Ma, dettagli di ferite o auto a parte, quello che volevo esprimere recensendo questo film è il rivolgimento copernicano delle tematiche noir.
      Parliamo di Al, una persona comune, e di Vera, una donna malata costretta ad agire da ricattatrice a causa delle delusioni e delle amarezze della vita. Vera è una nichilista, Al un uomo travolto dalla fatalità. Hai parlato di confusione mentale. Al si muove quasi come un uomo allucinato. Compie scelte affrettate, quasi come un ossesso. Il regista è stato abilissimo nel trasmettere questo stato mentale allucinato, anche grazie al motivetto che Al sente nella tavola calda e gli fa riaffiorare i ricordi.
      Magistrale. Quanto al telefono ti do ragione. Verosomiglianza a parte, la scena è efficace e funziona nella sua totale assurdità: la ciliegina sulla torta di una vicenda allucinante...

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  3. Bravissimo!!!
    Grazie per le post!!!
    baccio molto grande! :)

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  4. Il dettaglio l'ho notato solo perche l'ho rivisto per l'occasione. Non parlare di memoria in casa dello smemorato. :-)

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    1. Ricordo che questo è il tuo film preferito.
      Questa recensione avresti potuto scriverla tu ad occhi chiusi. ;-)

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  5. "Un destino così insensibile e arbitrario spaventa perché ci urla in faccia la nostra totale impotenza di esseri umani".

    solitamente, dopo aver letto le vostre recensioni sul blog, cerco di aggiungere qualche riga, più o meno sensata, ma questa volta la frase che hai scritto in chiusura (e che ho riportato sopra) racchiude in sè l'essenza di questo film , ferendomi come il graffio di Vera per la sua inesorabile, quanto impietosa, verità.
    Ed è forse l'acquisizione di questa verità che ha reso Vera quell'involucro gonfio di cinismo, che pare quasi desiderare, più o meno consapevolmente, la sua stessa violenta fine?


    Non serve una femme fatale o un'esistenza sgangherata, l'unico presupposto è quel turbinio di eventi che ci soffia contro il destino (a proposito delle righe più o meno sensate di cui scrivevo sopra).

    P.s. ho adorato l'espressione da te utilizzata nel confronto con Carmine : "rivolgimento copernicano delle tematiche noir".

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  6. Grazie TMS. Hai colto in pieno quello che volevo trasmettere con questa recensione. Questo film coglie perfettamente l'opprimente atmosfera kafkiana di ineluttabile e assurda catastrofe. Di tutti i film noir visti Detour è il più esistenzialista. La caratterizzazione dei personaggi in solo sessanta minuti è una prova di maestria difficilmente raggiungibile. Lo scarso budget costringe a puntare molto sulla storia, sulla psicologia dei personaggi e sulle loro motivazioni.
    Dopo Detour non ho più visto un film noir con gli stessi occhi...

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