30.9.15

Esclusiva! Miriam al Frightfest di Londra. Tutto il meglio del nuovo cinema horror europeo


Forse esagero nel dire che questo post della "nostra" Miriam è quasi unico a livello nazionale.
E' andata al Frightfest, il più importante festival di cinema horror europeo.
Ed ha visto praticamente TUTTI i film, 26 in 5 giorni!
Nel suo bellissimo blog ha recensito tutto quello che ha visto riversandolo in un racconto in 5 puntate veramente imperdibile per ogni cultore dell'horror, specie per i "rabdomanti", quelli cioè sempre alla ricerca delle perle più nascoste in rete.
Le ho chiesto allora di fare una puntata riassuntiva nel mio blog in cui, oltre a presentare in generale il festival, indicasse e recensisse i 5 film migliori.
Ed eccolo qua ;)

Il Fright Fest è il festival di cinema horror più grande in Europa e, finalmente, io ci sono stata. Affrontare il caldo di fine agosto nella frescura di Londra (frescura = pioggia fredda portata dentro agli occhi da un gelido vento che fa incontrare il suolo e le suddette gocce con angolo di 45 gradi) è stato un po’ come abbandonare tutte le cose orribili della vita e assaggiare una fetta del posto più bello che ci sia.

29.9.15

Al Cinema: recensione "The Green Inferno"



Una tremenda delusione...
Venticinque minuti formidabili non salvano, o al massimo salvano per un pelo, un film per il resto pervaso da un trash (in)volontario privo di talento.

Alla fine non so nemmeno se sia stato un vantaggio o un piccolo handicap.
Sta di fatto che mi sono approcciato alla visione di The Green Inferno (sulla cui odissea di distribuzione non mi soffermo perchè l'avranno fatto quasi tutti gli altri, molto più informati e interessati di me alla cosa) senza aver visto un solo cannibal movie in vita mia, o comunque nessuno di quella stagione del cinema italiano che il film di Roth, dicono, richiama.
Deodato, scusami.
Quindi almeno il 27% del possibile materiale di recensione, quello del confronto e dei richiami, lo perdo.
Me ne farò una ragione.
Mi resta il film che è sempre, o quasi sempre, l'unica cosa che deve interessare.
E mi ritrovo una pellicola per certi versi imbarazzante, uno di quei film che vorresti amare ma proprio proprio non ce la fai.
Tutto quello che scriverò è ovviamente contestabile, specie con la motivazione, in primis, che Roth è così, uno che il trash lo ama, uno a cui piace andare in basso, molto in basso, uno che non si prende mai sul serio.
E vivaddio dico io, ma a me piace chi ste cose le fa con talento.
E io di talento nella scrittura dell'inferno verde, non voletemene, non ne ho visto.

27.9.15

Lo Spazio (In)Visto, Viaggio nel cinema dimenticato (N°4): Dall'hotel Monterey alla stazione di Bruxelles: i viaggi di Chantal Akerman


Altro imperdibile pezzo del nostro Frank di Visione Sospesa sul viaggio nel cinema più nascosto e inaccessibile.
E' la volta della regista belga Chantal Akerman.
Per cultori veri.
In fondo all'articolo trovate tutti i link alle recensioni complete dei film e, qualora esistesse, anche il link per la visione.
Per ogni chiarimento, richiesta o altro potete contattare Frank nel suo blog o, da adesso, anche nella sua pagina facebook di Visione Sospesa (omonima).

Ci sono vari motivi per approfittare del quarto appuntamento con "Lo Spazio (In)Visto" e stendere così un concentrato, per quanto possibile, sul primo cinema formativo, quello realizzato nei Settanta, dell'avanguardista Chantal Akerman (Bruxelles, classe 1950). Uno è sicuramente l'immediata sintonia provata entrando in contatto con i suoi film; per il sottoscritto (ma non solo), infatti, la cineasta belga resta tra le esponenti antesignane più rappresentative di quel cinema che ad oggi, abbiamo finito per descrivere come minimalista (o contemplativo). Un altro motivo è che nonostante ciò, in rete (perlomeno nei risultati in italiano), esiste ancora una certa scarsità d'informazioni su tale cineasta e i suoi lavori.

26.9.15

Recensione "Across the River" (Oltre il Guado)


La dimostrazione che si possono fare grandi horror anche col niente.
E di come anche in Italia sia possibile.

presenti piccolissimi spoiler (ma tanto erano già nella locandina)

Circa due anni fa.
Comincia il film con qualcuno, mi pare un commissario, che esce da una scuola e trova un branco di giornalisti fuori ad attenderlo.
Lo assalgono (o assaltano?) con microfoni e taccuini.
E iniziano a parlare in una lingua sconosciuta, o no, forse è spagnolo.
Con mio fratello ci facciamo una risata e vabbeh, preso il download sbagliato, pace.
Mandiamo avanti e sentiamo una frase in italiano. Non torna la faccenda.
Lo rimettiamo dall'inizio, gli stessi giornalisti di prima parlano allo stesso modo di prima.
Ma non è spagnolo o qualche lingua straniera, è un dialetto veneto talmente stretto che non si capisce letteralmente una sega,
Rivediamo la scena 4,5 volte per farsi due risate e poi, sconfitti, lasciamo perdere.
Quel film era Radice quadrata di 3 e quel regista era un tale Bianchini di cui avevo sempre sentito parlar benissimo. Persi quel treno per via dell'ostrogoto.
Ma non ho perso quello di ieri.

24.9.15

Sulla dominazione delle specie o intelligenze "superiori", riflessioni sparse partendo da "Her" per arrivare ad "Earthlings" - Scritti da Voi (N°48) GIOVANNI


Torna Giovanni con i suoi sempre interessanti e "scomodi" pezzi. 
Usando Joaquin Phoenix come trait d'union si parlerà di interazione tra specie, da quella appassionata tra l'uomo e l' OS di Her a quella distruttiva tra il genere umano e quello animale di Earthlings


Pensare che quando lo vidi per la prima volta, nel film "Il Gladiatore", mi suscitò al massimo sentimenti di insofferenza, quando non antipatia. Joaquin Phoenix mi sembrava un attore americano troppo americano e mal inserito in una parte per la quale non aveva il fisico di ruolo, troppo fisicamente occidentale per essere credibile come imperatore romano.
Non ho rivisto il film con Russell Crowe, ma ho visto film, molti, in seguito, di entrambi gli attori, che sono tra i due che oramai preferisco e che trovo più interessanti. Lo sono in modi naturalmente diversissimi tra loro, mi verrebbe da dire quasi agli antipodi; ma in questo sta la grandezza - il carisma scenico - di un attore, che è allo stesso tempo istrione e mimo-Imitatore. Ciascuno imprime la sua firma al personaggio che di volta in vola interpreta e allo stesso tempo, ogni bravo attore in qualche modo "scompare" dietro la maschera che sta portando in vita, a cui sta dando carne e movimenti. Cancella se stesso e allo stesso tempo rimane individuo unico, irripetibile, irrinunciabile.

22.9.15

Al Cinema: recensione "Non essere cattivo"


Il film testamento di un regista che ci ha potuto dare toppo poco.
Bellissimo e vero come solo le opere genuine sanno esserlo.

"Non essere cattivo" può essere un ammonimento, una richiesta, una speranza.
Un film.
Ed è l'ultima frase, l'ultimo lascito di un regista dall'incredibile storia, 3 film in 32 anni, forse perchè scomodo, forse mal consigliato, forse incapace di imporsi, forse mille altre cose di cui siti, giornali e blog mille volte più informati ed importanti del mio hanno parlato e parlato.
Qui, lo sapete, di informazioni non ne avrete.
Qui ci sono soltanto io, quello che vedo, quello che sento e quello che so. Di mio.
E quello che vedo, sento e so è che con un regista così non doveva andare così.
Ricordo ancora la visione di Amore Tossico, quasi casuale, inaspettata. Un documentario travestito, malamente, da film tanto era la verità che aveva dentro, non solo in cosa raccontava ma anche attraverso chi lo faceva, quel gruppetto di veri "tossici" (che orrenda parola) in cerca soltanto di dosi e morte.

21.9.15

Recensione : "Perfidia"


Un piccolo grande film italiano che per certi versi mi ha ricordato il primo Sorrentino.
Il racconto di un ragazzo afflitto (oppure amante) del non vivere.
E del rapporto con un padre che, per 35 anni, nemmeno si era accorto di lui.

presenti piccoli spoiler

Arriva dalla Sardegna un'opera seconda che, almeno a noi spettatori, somiglia tanto ad una prima data l'invisibilità che, finora, ha avuto questo regista.
Arriva dalla Sardegna un film che riesce nell'impresa di esser sardo in tutti gli aspetti, regista, attori, ambientazione, dialetto ma, al contempo, raccontare una storia così universale che alla fine di stare su quella meravigliosa isola te lo scordi pure.
Arriva l'ennesimo film italiano di spessore, di quelli che sì, o.k, noi sappiamo raccontare solo piccoli drammi e crisi coniugali e bla bla bla, ma fatelo voi in questa maniera, con questa sensibilità, con questa capacità di raccontare, con questa, persino, apprezzabilissima estetica.
Che lo inizi Perfidia e ti ritrovi un grande incipit, e poi due carrellate morbidissime, e poi questo raccontare un degrado sociale e morale, e pensi, cavolo, ma questo è il primo Sorrentino, quello degli uomini di troppo e degli amici di famiglia. Cavolo, ma qui c'è ironia, gusto per l'inquadratura, necessità e voglia di raccontare piccole storie ambientate in un mondo laido ed ipocrita.

17.9.15

Al Cinema: recensione "Inside Out"

Perchè era giusto che un giorno le emozioni ce le raccontassero quelli che per tutti questi anni ce le hanno regalate.
Capolavoro.

Eppure prima o poi doveva accadere.
L'unico approdo possibile era questo.
Perchè se sei una fabbrica di emozioni, come la Pixar è da anni, (ne parlammo qui) ad un certo punto non ti accontenti più soltanto di regalarle queste emozioni ma fai un passo successivo, provi a descriverle, farcele vedere, capirne i meccanismi, renderle protagoniste dei tuoi cartoni.
E' quasi un'operazione di auto analisi quella degli autori, come se tutti quei geni che questi anni hanno scritto e disegnato quelle storie indimenticabili adesso avessero voluto entrarvi dentro con un bisturi per capirne le dinamiche emozionali.
Come se quella bimba fossimo noi e loro quelli alla torre di controllo.
E hanno tirato fuori un film geniale, labirintico, emozionante e profondo, un'opera di animazione che con gambe ferme e schiena dritta si piazza sulla strada della storia del genere, specie di pietra miliare per il prosieguo del cammino.

16.9.15

Recensione: "La sindrome di Stendhal" - D(i)ario Argento, la mia storia d'amore con il Re del Giallo (N°10)



Torna finalmente la grande Miriam di Mirigoround ed il suo appassionato, personale e competente viaggio nella filmografia di Argento.
Siamo ormai all'Argento definitivamente quasi perduto.
Prima però una prefazione su un film "saltato" in questo viaggio, Trauma (per colpa mia che l'avevo già recensito).

Prima o poi arriva, nella vita, un momento cruciale che definisce quello che diventeremo. I momenti di crisi sono, etimologicamente, degli spartiacque (ricordo un mio bravissimo professore che diceva che crisi deriva da krinein, dividere/scegliere - sempre che mi ricordi bene e che la vecchiaia non abbia soffocato la mia memoria), non per forza negativi. Il trauma, invece, è un evento negativo che resta indelebilmente impresso nella nostra mente e può essere foriero di una slavina di conseguenze negative. Ecco, Trauma è stato un trauma, per me. E uno spartiacque: da qui in poi, tra me e Dario, niente è più come prima.

15.9.15

Al Cinema: recensione "A Blast"



Altra gran bella cosa arrivata dalla Grecia. Anche se stavolta ci discostiamo un pò dallo stile registico e narrativo dei precedenti.
Secondo me siamo un passo indietro a tutti gli altri.
Un film di corpi e sesso.
E di un accumulo di tensione che in qualche modo dovrà deflagrare.

Che io sia poco obiettivo quando si parla di cinema greco è risaputo (da chi poi?) visto il folgorante innamoramento che ebbi con Dogtooth e poi portato avanti, sempre che un innamoramento si possa portare avanti, con tutti gli altri film di laggiù.
Mai una delusione, mai.
E dire che con Luton mi stavo quasi pregustando una rece un pò tiepidina prima che quell'incredibile finale non solo elevasse il film, ma giustificasse anche tutto quello che c'era stato prima.
Mi trovo questo A Blast al cinema, corro a vederlo nell'ultimo giorno di programmazione e, ancora una volta, ho la conferma di trovarmi davanti ad una scuola di cinema di elevatissimo spessore.
Però però però.

14.9.15

I miei Tempi Moderni


Il vagabondo si ritrovava in mezzo agli ingranaggi, vera metafora, se ce n'era una allora, se ce n'è una anche adesso, di quest'uomo ormai stritolato dal progresso, dalle macchine, dagli automatismi.
Eccolo poi nella catena di montaggio, questo centipede umano ferroso che di umano non ha quasi più niente.
Velocità, ripetizione e poi ancora velocità, ripetizione, ripetizione, ripetizione.
77 anni dopo, 2 anni fa, entro in questo mondo.
La cosa che più sorprende all'inizio è l'abbigliamento.
Centinaia di Umpa Lumpa sbiaditi, un completo giallo spento o marroncino chiaro, copritesta, copribarba, giacche.

Anche la ragazza più bella scompare dietro al livellante vestiario. Ne puoi intuire il fisico, ne puoi immaginare la completezza del viso, ma quasi sempre, poi, fuori dalla fabbrica nemmeno riconosci persone con cui hai lavorato fianco a fianco.
Gli uomini poi, forse pure peggio, ancora più uguali, se mi passate il termine.
E stai lì, in catena di montaggio (anche se sarebbe più opportuno chiamarla "linea", visto che noi non montiamo nulla), una delle tappe nel percorso di creazione di quel cioccolato.

13.9.15

Recensione: "We are what we are" (2013)


Un grande incipit e un ottimo finale non ce la fanno a salvare del tutto un horror "drammatico" che, con fatica, cerca di esplorare la tematica dell'accettazione di sè.

presenti spoiler

Questo film, anche se per caso, fa parte de La Promessa (10/15)


Remake di un originale (addirittura) messicano (credo migliore) questo We are what we are era un horror di cui sentivo parlar bene, a volte benissimo, da un paio d'anni.
Beh, la delusione è stata abbastanza cocente (sempre trovato buffo e poco appropriato st'aggettivo-participio presente "cocente", ma del resto la lingua italiana è piena di modi di dire del cazzo di cui nemmeno ci rendiamo conto quando li usiamo).
In realtà il film parte molto bene.
In realtà il film finisce molto bene.
Il problema è che tra la A e la Z c'è veramente poco che convince.

11.9.15

BuioDoc (N°26): Al Cinema, recensione "The Visit"

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Un documentario di fantascienza quasi unico. Una fantascienza che mi piace definire reale. O potenziale. Gli alieni sono arrivati, ma ancora pochissimi lo sanno. L'Umanità riflette e si domanda sul da farsi.

Al di là del contenuto (anche se è proprio il contenuto a portare a questa riflessione) credo che uno degli aspetti più interessanti di The Visit sia il cercare di capire cosa sia.
Potremmo quasi prendere il prestito il termine UFO (Unidentified Flying Object), togliere il "Fying", e chiedersi che razza di oggetto (filmico) non identificato sia questo.
Sì, perchè ci troviamo davanti a qualcosa di poche volte visto prima, quasi un nuovo genere, quello della fantascienza potenziale. O quello della fantascienza senza fanta. O quello, forse il più suggestivo e pertinente, della fantascienza realista, ovvero una fantascienza che, fino a prova contraria, si poggia totalmente su fatti, scientifici e non, veri, reali o presuntemente tali.

8.9.15

L'uomo che attraversò dieci film riuscendo miracolosamente a sopravvivere


C'è neve nel bosco.
Ho davanti un ragazzo molto più giovane di me.
Mi racconta strane cose sui gufi, sulla loro morte e sulle palle di pelo.
Mi simula il rumore del mare, poi quello del vento, poi quello del mare e del vento assieme.
Rido.
Quel ragazzo è mio padre.
Non l'ho mai conosciuto prima, solo adesso, in questo strano posto, in questo bosco dove sono finalmente arrivato dopo tanto dolore.
Si muove, non so dove sta andando, lo seguo.
Non è cambiato nulla, sono ancora in un bosco.
E c'è ancora la neve.
Provo a parlare ma non ci riesco, non sento più la mia lingua.
Davanti a me arriva una ragazza vestita di rosso.
Mi scalda le mani.
Mi scalda anche il cuore.
Sento di amarla profondamente. In realtà sento anche altro, qualcosa di freddo e sbagliato, ma è una sensazione lontana, impossibile da affrontare.
Ho come la sensazione che sia mia figlia.
Sì, è mia figlia e io l'ho uccisa, sta rantolando, agonizzante nel suo sangue in questa squallida stanza dove l'ho portata.
Un'esistenza di merda come la mia non poteva che terminare in questo modo.
E' arrivato il momento che mi uccida anch'io, così, la pistola alla giugulare.
PAPUM
Non sono morto, non è morta.
Non resta allora che vivere questo amore che va contro tutte le morali.
Perchè è l'unico amore che posso avere e l'unico amore che può avere lei.
C'è Pachelbel tutt'intorno, andiamo via in questa strada che diventa rotaie.
Ci sono i miei amici intorno, sono un ragazzino e sto attraversando un ponte.
"Trenoooooo" urlo ad un certo punto.
Inizio a correre ma davanti a me c'è Vern, che è grasso, lento e terrorizzato.
Corriamo a perdifiato mentre la sirena del treno è sempre più vicina.
Adesso è appena dietro di noi, non abbiamo più possibilità se non quella di saltare.
Ma prima di saltare ripenso a tutta la mia vita.
Una vita di fallimenti e ferite.
Sono vecchio ormai, pieno di cicatrici e senza nessuno a cui interessi più questa mia inutile esistenza.
La folla mi acclama ancora, non ho altro che loro.
Ho paura di morire ma ne ho ancora di più di sopravvivere.
Salgo sulle corde pieno di sudore e lacrime.
Mi batto le mani sulle braccia e salto.
Atterro in uno strano posto, abbandonato, gigantesco.
Corpi ovunque, fogli ovunque.
Sembra New York ma non è la vera New York. La riconosco, è quella che ho costruito io stesso.
E vago in queste macerie, senza alcun fine di quello di vagare e camminare.
C'è la sensazione di qualcosa di irrimediabilmente finito intorno a me.
Mi sento vecchio, stanco, infelice.
Mi siedo su una panchina.
Mi guardo indietro e cerco con lo sguardo Theo, il mio migliore amico.
Voglio che mi guardi negli occhi, voglio che capisca, perchè è l'unico in questa chiesa che può farlo.
Mi volto una seconda volta, poi una terza.
Io quella bambina non l'ho nemmeno sfiorata.
Io mio figlio non l'ho nemmeno sfiorato, lo giuro, è stata quella donna nella stanza 237 a farlo.
E allora vado nella stanza a controllare e la vedo, bellissima, stesa nella vasca da bagno.
Mi avvicino per toccarla.
Lei si alza, mi cinge intorno a sè.
Poi la sua pelle cambia, diventa verde, quasi una melma.
La melma in cui sto strisciando, la melma che ho trovato dietro il poster di Rita Hayworth.
Striscio nella merda per raggiungere la mia salvezza.
E alla fine ce la faccio, esco, alzo le braccia al cielo sotto la pioggia.
Ma la pioggia diventa più forte, adesso è un temporale.
"Non sapete fare di meglio?" dico a quelli che stanno lassù.
Poi il temporale passa, la mia prua tocca il cielo e si ferma.
Scendo dalla barca e salgo le scale dell'orizzonte.
Saluto tutti ed esco.
E adesso sono fuori ma sento tanto chiasso intorno a me.
Mi volto e li vedo tutti.
Uxbal.
Oh dae-soo.
Il macellaio senza nome.
Gordie.
Randy The Ram.
Lucas.
Caden.
Jack.
Andy.
Truman.
Sono tutti qui intorno a me.
"Ma io sono stato tutti voi" gli faccio.
Loro ridono, annuiscono.
"Ma allora perchè se ho vissuto tutte le vostre sofferenze, i vostri dolori e le vostre pazzie mi sento così bene?"
Quello biondo e grassottello si avvicina a me.
"Non capisci proprio Giuseppe eh?" mi fa.
"No, non capisco"
"Non è la sofferenza ad unirci a te, è qualcos'altro, ed è qualcosa che fa stare bene, tu sai come si chiama"
"Non voglio andar via, voglio star qui" gli faccio io.
"Sicuro?" mi fa Caden indicando qualcosa.
Seguo il suo dito e vedo Jack con un'accetta che mi guarda male e finge un mezzo scatto verso di me.
"Ahah, o.k, o.k, vado"

Vado

6.9.15

Recensione: "About Elly"



La conferma di un regista magari non di talento, ma quasi magistrale nella direzione dei suoi film.
Elly scompare sulla riva mentre noi guardavamo il suo aquilone.
Poi, piano piano, scompare anche altrove.

"Meglio un finale amaro che un'amarezza senza fine" viene detto ad un certo punto e la cosa strana è che questa frase, anche se pronunciata da uno dei 10 e passa personaggi principali del film, in realtà viene da uno fuori diegesi, l'ex moglie del ragazzo venuto dalla Germania.
Ma sulla frase, forse, torneremo sopra.
Prima diciamo due cose su questo regista, Fahradi, di cui posso ormai dire di aver visto tutta la filmografia recente, o almeno quella che l'ha fatto conoscere worldwide.
In realtà questo bellissimo About Elly è precedente sia ad Una Separazione che a Il Passato ma insomma, questione di lana caprina alla fine, per quanto mi riguarda in qualsiasi ordine li vedete poco cambia.

5.9.15

Recensione: "The Badger Game"



Un sufficiente thrillerino destinato ad affogare nel mare magnum del genere. Ma con un grande Pipatore e qualche scene mica male

Con l'appena 1 film a settimana che mi sto vedendo da un mese e mezzo a questa parte, di solito, per quell'1, tendo ad andare sul sicuro o anche sull'insicuro di cui ho sicura curiosità.
(in realtà faccio così sempre, anche nei periodi buoni in cui vedo tanti film, questo è anche uno dei motivi dei voti sempre alti).
Oggi invece sono andato completamente a casaccio.
Vedo la locandina, premo play e si parte.
E mi ritrovo davanti un film che non è niente di che , un thrillerino con piccolissime venature horror sul sottogenere kidnapped.

2.9.15

Le piccole comunità nel cinema recente: 15 film scelti per voi


Circa due anni fa su un piccolo cineforum che "gestivo" in un bellissimo Agriturismo, feci, tra le altre, una rassegna sul tema delle piccole comunità.
In tutti e 3 i film proposti c'era la presenza di un visitatore esterno, un forestiero, che rompeva o in qualche modo minava gli equilibri, a volte millenari, a volte ipocriti, che quelle piccole comunità portavano avanti da sempre.
In realtà mi sono accorto che di film sull'argomento che ho visto recentemente ce n'erano ben più di 3.
Per questo vi propino, dato che non riesco a vedere nuovi film, l'ennesima lista.
Io vengo da un paesino e conosco perfettamente molte delle dinamiche che si vengono a creare, sia quelle affascinanti e da preservare sia quelle che dimostrano come tante volte in una comunità ristretta, in un luogo chiuso, nascano e crescano menti ristrette e chiuse (no, non è un luogo comune, a volte i luoghi comuni son verità).