30.4.15

Voi e Il Buio in Sala, curiosità mie e richieste vostre


Inutile negare che questo blog sia autoreferenziale.
In realtà credo che ogni blog debba esserlo, visto che è proprio questa la peculiarità che lo distingue, ad esempio, da un sito.
Blog che si limitano a dar notizie o sfornare rece, anche se perfette, ma non "personali" non sono blog, ma spazi di utilissima informazione cinematografica.
Meglio qualcosa di imperfetto ma autentico che una cosa impeccabile ma derivata.
Io qui parlo di me, esplicitamente (quasi mai) ed implicitamente (praticamente in ogni recensione).
E tutto quello che è venuto poi, ossia il confronto con gli altri, i commenti, le amicizie, gli apprezzamenti o i dissensi, sono cose accadute soltanto di conseguenza a qualcosa che comunque mi sentivo e mi sento di fare a prescindere. Sono i risultati di un "lavoro" non fatto per altri, ma per me stesso.

29.4.15

Lo Spazio (In)Visto, viaggio nel cinema dimenticato (N°2): Sharunas Bartas, il Cinema della Rinascenza


Secondo appuntamento con il grande Frank di Visione Sospesa (uno dei massimi conoscitori, almeno nella rete, del cinema "laterale" a quello che noi tutti conosciamo).
Stavolta siamo addirittura in Lituania, ma del resto l'est europeo è una delle miniere d'oro di certi tipi di cinema.
In fondo al pezzo trovate i link alle singole recensioni di Frank.
Chiunque voglia vederli deve contattarlo privatamente (cliccate nel suo profilo) o scrivergli nel blog.

Nato a Siauliai (Lituania), classe 1964, Sharunas (o ŠarūnasBartas è considerato uno dei massimi esponenti del nuovo cinema indipendente baltico. La sua, è una regia che lavora di sottrazione (tanto da poter essere immediatamente associata a quella di autori quali Tsai Ming-liang o Bela Tarr, giusto per citarne due sicuramente noti ai più). Uno stile caratterizzato da un'accentuata dilatazione del tempo e dei movimenti, piani sequenza estenuanti, principalmente svincolato (almeno nei film che andrò a segnalare) dalle tecniche e i canoni della narrazione tradizionale, lasciando così lo spettatore libero di pensare, di costruirsi il proprio percorso riflessivo. Nelle opere di Bartas, l'ambientazione diventa il quadro essenziale per la rappresentazione interiore dell'uomo; incorporato al suo interno, sospeso nei propri pensieri, orfano di tutte le coordinate spazio-temporali dove ombre e luci si stagliano sui volti segnati dall'esistenza. La colonna sonora nella maggior parte dei casi è contraddistinta dai rumori naturali in presa diretta, i dialoghi (ridotti al minimo) assumono l'eco di un brusio indecifrabile, un mormorio di voci che si sovrappongono, riverberando tra le mura decrepite per poi esplodere improvvisamente in canti accompagnati da balli festosi sulle note di brani dal sapore latino. Lontano da influenze e citazionismi vari, quello del lituano è sempre stato un cinema allo stato puro (almeno fino allo sconcertante cambio di rotta operato nel 2010 con il deludente Indigene d'eurasie (Eastern Drift); un film che lascia basiti per l'(in)capacità di scivolare sui topoi più abusati delle produzioni straight-to-video e che ad ogni modo, non ci interessa approfondire in questo articolo), in cui l'immagine si riprende i suoi tempi e stabilisce un nuovo rapporto con lo spettatore. 

28.4.15

Recensione "Le Particelle Elementari"


C'è un errore, in buonafede, che tutti noi che scriviamo di cinema commettiamo sempre (non userò mai la parola "critico" riferita a me perchè io l'unica cosa che ho di critico è lo stato mentale).
Ed è quello di giudicare un film di cui non si è letto il libro solo, e giustamente, in quanto film mentre, nel caso abbiamo letto il testo da cui la pellicola è tratta, ne parliamo quasi sempre confrontandolo al libro.
Ed è una predisposizione mentale impossibile da togliersi di dosso.
Io, ad esempio, non riesco a parlare de Le Particelle Elementari senza confrontarlo con l'enorme (in senso qualitativo) libro di Houellebecq. E non è giusto perchè il 70% dei film sono sceneggiature derivate, e se questo onesto e bel film deve essere sminuito da me per colpa dell'inevitabile confronto con quel mostro di parole scritte, allora tutti gli altri film dovrebbero avere lo stesso trattamento.

27.4.15

Recensione "Faults" (con prefazione sulle sette di cui anche noi facciamo parte)




ho cercato di non mettere spoiler evidenti, i passaggi più a rischio (ma vi assicuro che il film vi farà cambiare opinione più volte) sono in neretto

Se c'è un sottogenere che mi affascina tantissimo è quello delle sette,
non tanto quelle di aspetto satanico ma per la caratteristica che sta alla base di tutte, ossia nel controllo mentale che hanno sulle persone, nella loro capacità di convincere, plagiare, persino completamente modificare un essere umano. Quello che non sappiamo è che in realtà anche la nostra vita di tutti i giorni ha molti aspetti che richiamano le sette. Senza andare nella politica, che non è il mio campo, o nella religione, che è troppo facile, la maggior parte delle persone vive in un (auto)convincimento più o meno collettivo che, in qualche modo, modifica la loro vera natura.
Ad esempio la moda, il dover comprare roba di marca e vestirsi (o pettinarsi, o mettere occhiali) uguale agli altri, non è altro che essere dentro una immensa setta.
O i selfie di adesso, che forse li prendiamo sottogamba ma sono davvero qualcosa di affatto banale o innocuo come fenomeno.
E, andando più nello specifico, come non ricordare la faccenda Wanna Marchi et similia?
Ragazzi, anche se diciamo di no, in realtà quasi ognuno di noi ha la mente plagiata da qualcosa o qualcuno e, quasi sempre, lo è anche nei 3 esempi che ho riportato sopra, il tutto ha a che fare con l'immagine, vero grimaldello che la nostra società usa per entrare nelle porte del nostro mondo.
Poi esistono le sette, quelle vere, quelle che fanno paura e nelle quali additiamo gli adepti come poveri imbecilli senza un cervello.
Ed è vero, in gran parte lo sono.
Ma solo perchè la vita li ha portati a santoni, mentori o illusioni più devastanti e persuasive di quelle che incontra la maggior parte di noi.

25.4.15

BuioLibri (N°1) Murakami - L'uccello che girava le viti del mondo



Scrissi il post sui libri con la malinconia derivante dalla forte sensazione di un amore ormai finito, come un ricordo, un omaggio, ad un mondo che non mi apparteneva più. La vostra partecipazione ed il vostro entusiasmo sono stati impressionanti.
Solo grazie a voi, a questa ondata di calore, ho avuto forza e stimolo di leggere di nuovo. Con il tentativo di scriverne poi, cominciando da oggi.
E se è vero che le recensioni dei film le scrivo per me, perchè mi fa bene, questo spazio invece esiste solo per voi.
E grazie a voi.


Ho cercato in ogni pagina, in ogni personaggio, in ogni vicenda, in

ogni sviluppo di trovare un senso a quello che stavo leggendo.
Uomini che amano stare in fondo a un pozzo, sogni ricorrenti, personaggi dai nomi di isole che appaiono e scompaiono, gatti che scappano e poi tornano, incontri casuali, una mazza da baseball che diventa filo rosso di capitoli e capitoli, racconti di guerre lontane, macchie viola che appaiono sul viso.
Ho cercato e sperato che poi, in qualche modo, tutto avesse una spiegazione.
Poi sono arrivato alla fine, e questo senso evidente che tanto speravo Murakami mi sbattesse in faccia non c'era.
Ed è solo qui, in questa mancanza, in questo lasciarti così che ho capito quanto l'Uccello che girava le viti del mondo sia un capolavoro.
La grande letteratura, i grandi scrittori sono quelli che potrebbero regalarti pagine su pagine anche sul nulla. Quelli che riescono a dare densità a vicende monodimensionali, quelli che penetrano ed espandono una materia anche piccola e banale.

24.4.15

Scritti da Voi (N°37): MalawiBoy - Nolan e il vero Batman (con inno al Joker)


E' arrivato il momento anche per Domenico (Malawiboy nel blog) di scrivere il suo primo articolo. Ed è un simpatico, competente, interessante e molto ben scritto excursus sulla figura del Batman cinematografico (e su quella di Joker...), specie quello nolaniano. Buona lettura :)

Quello che Nolan ha fatto con la sua trilogia sul Cavaliere Oscuro è stato molto semplice: ha preso il mantello del personaggio di maggior spessore e successo di casa DC, lo ha scrollato al vento con la stessa forza di una casalinga di altri tempi svegliatasi col quarto sbagliato, e gli ha levato di dosso tutte le fanfare barocche e popart di Burton e di Schumacher, riportando in superficie l'unico colore che gli si addice, il Nero. Tutto qui. Ma è un "qui" grande così!

23.4.15

Tipi da Videoteca (N°7): L'Alba(nese) del giorno dopo - 2 - 500 euri e passeggini


Trovate le 20 precedenti puntate qua. Da leggere tassativamente dal basso all'alto. In questa puntata, ad esempio, si fanno molti riferimenti ad alcune precedenti.

La bellissima ragazza dell'est dai lunghissimi e liscissimi capelli neri in realtà era un albanese che se avesse partecipato a Mister Brutto sarebbe arrivato secondo perchè troppo brutto da mostrare come primo.
Ha però un fascino incredibile, ti ammalia, forse perchè se uno brutto così c'ha la vagina intorno deve per forza avere qualcosa che ammalia.
Sì, li sordi.
Il primo giorno lo conobbi poco (oh, erano 4 anni che volevo scrivere "conobbi" cazzo) ma per almeno un mesetto venne tutti i giorni.
Divenne quindi L'Alba(nese) del giorno dopo.
Prendeva porno, anche perchè in queste 20 puntate di racconti videotecari sembra che al negozio:

1 prendevano solo porno
2 nessuno pagava
3 i clienti erano al 79% delinquenti

Ovviamente niente di più falso.
Erano solo il 77%.

22.4.15

Al Cinema: recensione "Mia madre"


Credo, a posteriori, che io sia stato lo spettatore ideale di Mia madre.
Purtroppo, per quanto possiamo sforzarci di fare tabula rasa ogni volta che ci mettiamo davanti ad una pellicola, non ci sarà mai nessun film che riusciremo a giudicare senza, consciamente o no, ripensare a sensazioni, (pre)giudizi, visioni e confronti passati.
Quel regista non mi ha mai detto nulla.
Quell'attrice non la sopporto.
In questo genere c'è di meglio.
Quella scena è già vista.
Etcetera.
Io ho visto un solo film di Moretti, uno. Chi mi conosce non farà fatica ad immaginare quale.
E non ho mai visto un film della Buy, o almeno nessuno dove fosse protagonista assoluta.
Nel primo caso tutto è dovuto alla mia stupida idiosincrasia verso il cinema impegnato, idiosincrasia pari solo all'amore assoluto che ho invece per quello impegnativo.
Nel secondo caso, quello della Buy, non ci sono tante spiegazioni, se non che il 90% del cinema che fa lei non mi interessa, e il restante 10% (perchè di bei film ne ha fatti) per un motivo o per l'altro non mi è mai capitato sottomano.
Quindi io l'odio o la venerazione a prescindere per Moretti non ce l'avevo.
E non avevo, quindi, nemmeno mai visto la Buy nel ruolo che interpreta ormai da 20 anni, quello di donna isterica. Che, ca va sans dire, fa anche qua.
Avevo davanti a me solo un film, un regista e un'attrice, tutti nuovi per me.
In realtà, a questo punto lo svelo, di Moretti avevo visto La Stanza del figlio, un film che con grandissima asciuttezza ed essenzialità raccontava di quel dolore lungo che è l'elaborazione del lutto.
E mi ritrovo adesso Moretti che mi parla di un altro dolore lungo, ma quello diametralmente opposto all'elaborazione del lutto, ossia la preparazione ad una morte ormai sicura.

21.4.15

Recensione: "La Casa Muda" (Silent House)


Risultati immagini per la casa muda poster

spoiler devastanti dopo la linea divisoria. Ho cercato di dare una spiegazione ed una lettura al finale, legga solo chi ha visto il film


Io credo sinceramente che noi gli Insidious, Ouja e compagnia bubusette cantante ce li meritiamo...

Finisco di vedere l'uruguayano (o uruguagio?) La Casa Muda e per una volta, incuriosito dall'aver visto un film così atipico, mi fiondo a vedere 2,3 voti prima di scriverne.
Insufficienze a destra e manca oppure sufficienze stiracchiate come per fargli un favore.
E poi invece al 3 x 1 di Wan (i due Insidious + The Conjuring) mettono 8 come se piovesse.
Eh, ma è il solito discorso, ormai il nuovo horror è quello dei megabaracconi con i mostri forniti di dolby surround, mica questo qua, che lavora di sottrazione, crea un'atmosfera pazzesca ed è realizzato senza una lira...
Purtroppo, va ammesso, La Casa Muda ha 2,3 enormi difetti che non ne fanno quell'assoluto gioiello di genere che almeno la prima parte mi aveva lasciato credere (eravamo, per me, sui livelli di Them, che per chi scrive è un capolavoro).
Ma qual è la caratteristica principale del film?
L'essere stato realizzato in un piano sequenza.
Forse in realtà ce ne saranno 3,4 (ci sono due scene di buio totale -di cui una pure lunga- in cui probabilmente è intervenuto il montaggio) ma poco cambia. Anche perchè il primo prende almeno 50 minuti...
E cosa leggo che scrivono per denigrare il film?

20.4.15

D(i)ario Argento, la mia storia d'amore con il Re del Giallo (N°8): Phenomena


A me piace il Dario sguaiato. Quello che prende una manciata di topoi dell’horror e te la sbatte in faccia senza pietà alcuna. Le vocine sibilanti al telefono, che non sai chi sia ma sai che quella vocina è la Morte, i guanti di pelle nera che rivestono due mani in tensione, protese alle spalle della vittima, il sangue, che fiotta e scorre come se non ci fosse un domani. In Phenomena il discorso è un po’ diverso, ma Dario è sempre sguaiato. Solo che qui al posto delle voci sibilanti ci sono dei ronzii. E tanti.
Se mi avessero detto che, prima o poi, qualcuno sarebbe stato in grado di farmi apprezzare gli insetti, sarei scoppiata a ridere. Ma chi poteva immaginare che la magia della macchina da presa quando c’è dietro il nostro Dario, avrebbe potuto trasformare la mia fobia in timorosa curiosità?

19.4.15

Recensione "Cut Bank"




Ma che strano film questo Cut Bank...
Lo guardi e pur nella sua assoluta cornice di verosimiglianza ti sembra quasi di stare assistendo ad una serie di fatti senza alcun senso, una spirale di cose e violenza che accadono così, una dietro l'altra, senza tante spiegazioni. Affascinante.
Un film quasi sconosciuto che però ha dentro Billy Bob Thornton (uno di quegli attori di cui tutti hanno visto pochissimi film ma che quando lo leggi nel cast ti dici "Che cazzo, c'è Thornton!), lo straordinario Bruce Dern (con un personaggio praticamente fotocopia a quello di Nebraska) e John Malkovich (straordinaria interpretazione, con un personaggio che per stanchezza, malinconia e incapacità di capire il mondo ricorda moltissimo lo sceriffo di Non è un paese per vecchi).
Poi vedi lui, quello che alla lunga diventerà il protagonista assoluto del film (anche questa è una delle cose "strane" de sto film, il presentarti 3,4 personaggi principali ma piano piano farne venire fuori un altro) e ti dici "Oh cazzo, questo è un attore formidabile". E poi lo cerchi in rete, scopri che è uno con un cognome che se non è impronunciabile è comunque uno di quelli destinati ad essere sempre sbagliati, Michael Stuhlbarg, ma scopri anche che è il protagonista di A Serious Man. E allora hai la conferma che questo è un interprete di quelli che, da ora in poi, quando lo leggerai in un cast hai un motivo per vedere il film.
Cosa è Cut Bank?

17.4.15

In Their Eyes, lo Sguardo Animale (N°3): The Hunter


Torna con la sua rubrica Giovanni de La Confidenza Lenta (trovate le altre puntate nell'etichetta).
Ancora una volta, partendo da un film, Giovanni cerca di trattare materie molto importanti e a lui care legate all'ambiente e agli animali.
Con il suo solito stile sia umano che meticolosamente scientifico.
Buona lettura.


Un mercenario viene inviato dall'Europa nel deserto della Tasmania da una misteriosa società biotech, per cercare l'ultimo superstite della tigre della Tasmania. Il mercenario si chiama Martin. Il mercenario ha dubbi, ha un’etica, ha emozioni. Tutto questo lo porterà a svolgere in ogni caso la sua missione – una missione mortale, dove la morte si allarga a cerchi concentrici, come l’onda di una piena, o l’incendio di una foresta - ma lasciando quasi alcun superstite.
Il mercenario Martin vive in una realtà che solo occasionalmente e in modo strumentale si interseca con le realtà esperite dalle persone ‘altre’, quelle che secondo il senso comune della maggior parte delle persone, vengono assimilati alla normalità: boscaioli, scienziati, naturalisti, ecologisti-ambientalisti (anche se poi, tra di loro, queste ‘categorie’ hanno rapporti non sempre pacifici, anzi – e proprio perché tutte quante reclamano per sé il controllo e la tutela e il rispetto per ‘la Natura’).

16.4.15

Recensione: "The Living and the Dead"

Questo film fa parte de LA PROMESSA (4/15)
Se non lo trovate posso mandarvelo io senza problemi.

Mi ero perdutamente innamorato di Rumley sin dal suo primo film che mi capitò di vedere, il bellissimo Red, White and Blue, film dalle mille facce, quasi incatalogabile, con quella storia d'amore difficilissima che poi sfocia in una pellicola dalla violenza efferata. E l'atmosfera malsana sì, ma a tratti anche poetica. E le luci poi, vero e proprio punto di forza del giovane regista inglese. Tutte caratteristiche confermate poi dall'episodio di Little Deaths, anche questo una storia d'amore malato che poi esploderà, anche qui violenza ed emozione insieme, anche qui un uso della fotografia fantastico. E poi quel brano che inizia e per 10 minuti non se ne va più, una cosa poche volte vista prima.
Per questo volevo vedere assolutamente The Living and The Dead, a detta di molti il capolavoro di Rumley (in realtà la sua filmografia ha almeno altri 3 lungometraggi, ma pressochè sconosciuti).

15.4.15

Recensione "The Signal" (2014)


GROSSI spoiler dopo la riga divisoria (a volte penso che qualcuno per linea divisoria pensi a quella di "continua a leggere". No, intendo quella che metto io. Il film lo trovate qui, mi piacerebbe parlarne, specie riguardo al finale.

Ecco, questi sono i film che cerco, quelli che sanno usare cervello e cuore.
Intendiamoci, non siamo certo davanti ad un gioiello imperdibile ma, insomma, ce ne fossero di piccoli film così.
I due aspetti che ho amato più di questo The Signal, pellicola che, per capire in che ambito siamo, tratta di "alieni" ed esperimenti, sono la sua capacità di diventare ogni volta un film diverso, e, come dicevo, quella di saper possedere un'anima che trascenda le immagini.
Due ragazzi, geni dei numeri e dell'informatica (come non farsi tornare alla mente l'appena recensito The Internet's Own Boy?), stanno accompagnando una ragazza (fidanzata di uno di loro) in California dove, per imprecisate ragioni, probabilmente di studio, dovrà restare per almeno un anno.
Lui, il fidanzato, è quasi storpio, non si capisce se per un incidente o per una malattia degenerativa inarrestabile. Decidono di fare una deviazione nel percorso inseguendo il segnale di un hacker che li tormenta da un pò.

14.4.15

Al Cinema: recensione "White God"


spoiler dopo la riga
Francamente non posso nascondere un pizzico di delusione.
(più di un pizzico, molto di più, ma non leggete questa parentesi).
Avendo visto il soggetto di White God, la sua provenienza (l'Est Europa) e un paio di immagini (notevoli) ero convinto di trovarmi davanti un mezzo capolavoro (non è un caso che ho portato apposta al cinema un mio amico che non viene assolutamente mai).
White God è un film manifesto, questo è indubbio.
Lo stesso titolo, per come che l'ho inteso io, è da riferire alla superiorità che l'uomo sente rispetto alle altre specie animali (antropocentrismo?).

12.4.15

BuioDoc (N°20): recensione "The Internet's Own Boy, the story of Aaron Swartz"


potete vederlo qui

Il genio è maledetto.
Il genio andrà quasi sempre incontro ad un finale tragico.
O perchè non riuscirà ad esprimersi, o perchè lo farà in modo così fragoroso da non poter chiedere altro nella vita, o perchè la stessa vita gli sembrerà sempre una cosa troppo piccola e imperfetta e gli uomini una specie vivente non meritevole di viverla, o perchè la sua testa prima o poi andrà in cortocircuito o perchè qualcuno, avendone paura, farà di tutto per distruggerlo.
Un genio non può avere una vita felice, è quasi scritto.
Sotto queste frasi che ho scritto ci sono così tante cose che non posso liquidare in poche righe, per questo preferisco fermarmi qua.

11.4.15

Al Cinema: Recensione "Humandroid" (CHAPPIE)

Francamente un mezzo disastro.
Eppure là dietro c'è quel Blomkamp che aveva esordito con quella meraviglia di District 9, l'unico motivo per il quale, oltre al vedere un film in compagnia, ho deciso dopo mesi e mesi di rituffarmi nel cinema milionario.
La cosa più incredibile di Humandroid non è tanto la qualità del film in sè per sè, ma il cercare di capire se ci troviamo davanti ad una pellicola seria o una che ci prende e si prende per il culo da sola.
Sì perchè è difficile, almeno nel cinema mainstream, trovarsi davanti a qualcosa di più trash (in confronto Transformers, di cui non ho mai visto un solo fotogramma, credo sia più serio). Personaggi trash, eventi trash, sceneggiatura trash, buoni sentimenti trash, ambientazioni trash, davvero, c'è da mettersi le mani nei capelli.
Ma quello che mi fa propendere per un trash involontario anzichè una scelta studiata a tavolino è il fatto che Humandroid metta dentro una serie di tematiche così vasta ed importante che non credo voglia poi sputtanare così.

9.4.15

Recensioni Superiori: Aelita


Per anni ho scritto in un sito di cinema. 
Poi, per vari motivi, primo tra i quali l'improvvisa disistima maturata nei confronti dei gestori dello stesso sito (no, nessuna vicenda personale, semplicemente una bambinata "editoriale" davvero inaccettabile per me) mi sono tolto di mezzo.
Ma ricordo comunque il sito con affetto e piacere anche perchè oltre a farmi conoscere gente vi ho letto dentro centinaia di grandi recensioni.
Ma ce n'è una, questa, che più di ogni altra non mi si è mai tolta dalla testa.
E' di un certo Mr 619, utente tra l'altro che di lì a poco (luglio 2009) sarebbe scomparso.
Non faccio fatica a capirne i motivi.
Spesse volte quando sono triste la rileggo, è catartica.
E ho scoperto che ogni mese riesco a capire una parola in più.
Caro Mr 619 vorrei conoscerti.
Vorrei sentirti parlare ore ed ore.
Anche perchè in questo blog ho un correttore automatico che nella tua rece è riuscito a sottolinearmi in rosso 32 parole.
La Tua è la Nuova Lingua.
Vorrei apprenderla un giorno.
Ti prego, almeno "peirasia".


Il primo film fantascientifico della storia del cinema e, dianacronisticamente,l'escatica amnesia ultimante della sinolica bio-massa realtà/perimetastasi proiezionale del "cosmus mentis".
Controbattendo, in questi termini, le confutazioni zenoniche dell'ontologia parmenidea, l'idea astrusa, monotica ed esperalmente perfetta di una parallela cosmetica a-patica è, in questa anagenica ed antiairetica pellicola, innessa all'anfistanziale e locomatico realismo onairologico, traente eliolatosi e latonimia dall'induzionale "peirasia" biologica.
Aelità altri non è che la captiva "umbra iacta" della turgida ed occlusiva simpsicosi del protagonista, il quale assume a proprio beneplacito le "res vitae" per sovrapporle, quasi che se ne volesse purificare e catarcheizzare, su un'obliqua e avantorta distensionale dimensione di analiticizzazione (dis)armonizzante ed anasinetica.Se "Metropolis" è la confermazione dello sconvolgimento dell'"autoctonia" suicida patriarcale ed umanistica, "Aelita" è una querrelistica ed autoriale riflessione ( dalle sfumature, alle volte, persino dittatoriali) sulla premessa del "noumeno" aneromorfico e sull'ineluttabilità dell'incombenza cosmogonica sul Fato dell'uomo.
L'espragmaticità certaminica soverchia il momento di comprensione e particolare attribuzione dei caratteri specifici alla prospettiva propensa agli occhi e forza, in un certo periodo, l'individuo all'abolimento dell'oggetto del suo perenne desiderio, con il fio della perseveranza sitosa delle proprie schematizzazioni immaginifiche.
Non putacaso l'astrale mira finale dei desideri reconditi è Marte, pianeta, "dio", del "polemos".Dal narcisismo al dioscurismo.
Terrificante.

8.4.15

BuioDoc (N°19): Al Cinema, recensione "The Gatekeepers - I Guardiani di Israele"


Ogni tanto ai Multisala riescono ad arrivare iniziative lodevoli...
Come quella della Unipol Biografilm Collection, una rassegna di bellissimi documentari proiettati il martedì sera in molte sale Uci Cinemas. Non è la classica rassegna d'essai senza capo nè coda ma qualcosa che ha un progetto dietro, una sua coerenza (oltre la qualità ovviamente). Hanno proiettato roba come The Square, Sugar Man, The Look of Silence per capirsi.
Mancano due soli martedì, speriamo possa essere riproposta di nuovo anche perchè il genere del documentario sta sfornando opere di livello altissimo.

La Shin Bet è l'Intelligence israeliana preposta, tra le altre cose, a controllare e difendere il territorio nazionale, specie, ovviamente, dalla minaccia del terrorismo.
Insomma, un'organizzazione molto simile al Mossad anche se quest'ultimo lavora meno nel territorio nazionale e più all'estero.
Inutile dire che le generalità di chi lavora dentro lo Shin Bet siano top secret.
Per la prima volta, e accade in questo documentario, i capi dello Shin Bet che si sono succeduti negli ultimi 30 anni hanno deciso di parlare.
E raccontare.
E, soprattutto, dire la loro in maniera più personale e meno "istituzionale".
The Gatekeepers è un documentario importantissimo, forse il doc definitivo sulla questione israelo-palestinese. Senz'altro non definitivo nei contenuti, ci mancherebbe, e non solo per il fatto che sull'argomento di documentari se ne potrebbero produrre centinaia, ma soprattutto perchè manca di un elemento importantissimo, la controparte palestinese, visto che a raccontare i fatti sono soltanto questi 6 capi dell'intelligence israeliana.
E' inevitabile quindi, specie per chi conosce bene la vicenda e magari in qualche modo ne è pure coinvolto, intravedere in alcuni passaggi una tremenda ipocrisia nelle parole di questi "militari" israeliani.

6.4.15

Visti per voi (N°11): ALESSIO- Recensione "Chico & Rita"

Invito tutti i lettori, vecchi e nuovi, a dare un'occhiata qui.
E così dopo quasi 8 mesi torna una delle rubriche più amate, il Visti per voi, ossia lo spazio in cui recensisco i film che voi mi consigliate (leggi anche: obbligate a vedere).
Torno con Alessio, che da tempo non scrive più nel blog ma al quale avevo "promesso" questa visione dopo che per mesi mi aveva aiutato in maniera quasi commovente a risolvere degli irrisolvibili problemi tecnici del computer. Col pc abbiamo risolto poco ma in compenso siamo diventati amici e ci siamo fatti tante telefonate parlando di noi.
Alessio è tipo strano col cinema, ama il trash ma anche il cinema alto e classico.
Con questa scelta mi ha sorpreso. Ma lo ringrazio :)
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Film d'animazione come se ne vedono pochi, Chico & Rita è i racconto di una grande storia d'amore mai pienamente vissuta.
Ma forse, ancor prima, è la storia di un'altro amore, quello per la musica, raramente meglio celebrato in passato che qua. La musica è tutto, è la colonna sonora onnipresente, è l'anima del film, è il motore delle vicende, è il filo rosso che unisce i due protagonisti, è la voce dell'amore e quella del dolore, è il motivo che li separerà e quello che ogni volta li farà tornare insieme.

5.4.15

Il Pozzo e il Colpendolo


Buona Pasqua a tutti

Buio.
Il buio più nero che si possa immaginare, il buio perfetto.
Non ricordava nulla.
Come fosse finito là dentro, da quanto tempo.
In realtà non ricordava nemmeno chi fosse.
Era come se si fosse risvegliato in quel luogo, nel buio primordiale, completamente privo di memoria.
Sono morto, pensò.
Questo deve essere ciò che viene dopo la morte, questo deve essere l'inferno.
Cercò di ricordare qualche cosa della propria vita, magari qualche dettaglio che potesse giustificare questo inferno, ma niente, buio completo anche lì.
Il fatto è che, oscurità a parte, per il resto si sentiva perfettamente vivo.
Se sono un'anima allora l'anima ha la stessa identica percezione del corpo, pensò.
Cominciò a toccarsi, sentiva ogni parte di sè, senza poterla vedere sì, ma la sentiva.
Se provate a chiudere gli occhi per tanto tempo e poi toccarvi avrete una strana percezione, come se quello che toccate allo stesso tempo appartenga e non appartenga a voi.

4.4.15

Recensione: "Luton"

Questo film fa parte de La Promessa 3/15

spoiler dopo la linea divisoria
Non c'è niente di più chiaramente percepibile di una buona regia, di una personalità dietro la macchina da presa.
Prendi le prime 3 sequenze di Luton.
Una donna corre in un tapis roulant, nient'altro. Dietro c'è qualcosa di sfuocato, a metà tra un riflesso e una presenza indefinibile.
Dei ragazzi escono da scuola, nient'altro. Ma essendo appena la seconda scena non sappiamo su chi porre l'attenzione. Solo quando piano piano tutti se ne andranno sarà rivelato chi sia il nostro protagonista.
Un grasso e abbastanza viscido tabaccaio dà il resto di un pacchetto di sigarette ad una ragazza, nient'altro. L'inquadratura è ferma, come quasi sempre sarà durante il resto del film.
Tre scene banalissime raccontate in modo non banale.
E in 10 minuti scarsi ho riconosciuto subito il mio adorato cinema greco.
In realtà Luton è un pò diverso da Dogtooth, Alpis ed Attenberg, da quei film cioè dove l'effetto straniante e quasi surreale era così potente e marcato, quasi saramaghiano, (soprattutto nei due Lanthimos) da rendere la realtà che vedevamo, se possibile, ancora più disturbante (attenzione, molto volte il disturbante deriva dal non riconoscimento di situazioni, codici e comportamenti che noi riteniamo "normali").
Siamo più dalle parti di Miss Violence, ossia di quei film fortemente ancorati alla realtà, anche se il terribile (in senso contenutistico, non qualitativo) film di Avranas era senz'altro più minaccioso, potente e devastante rispetto a questo.

2.4.15

Arrotini, partite a bocce e altri ricordi di un paese non più mio

"Pesceeeee! Pesce frescooooo! Di mare e di lago. Abbiamo seppie,
vongole, calamari, orate...
Pesceeeee, pesce frescooooo!"
Queste urla ogni venerdì mattina di tutta la mia vita al paese.
Ricordo che da bambini a noi fratelli quelle urla sembravano dire cose diverse, queste:
"Pisciooooooo! Piscio prestooooooo!"
E non capivamo perchè qualcuno se ne dovesse andare in giro con tanto di altoparlante per raccontarci le sue evacuazioni mattutine.
Lo sentivamo arrivare da lontano e già si cominciava a ridere.
Arriva il pisciopresto, dicevamo.
E giù risate.
Lui e l'arrotino erano le uniche "cose" che arrivavano al paese da fuori.
Oltre al circo naturalmente, che a quei tempi attirava talmente tanto che quando arrivava tutta la carovana con i suoi camper, i suoi animali e quel telone immenso che montavano su, a noi bimbi ci sembrava che fosse atterrata un'astronave. Un giorno io, che già da piccolo avevo una passione insana per il cibo (meno male che lo sport ha sempre compensato) feci, dentro al circo, una gara di mangiatori di spaghetti al pomodoro senza mani. Non vinsi, ma avevo 10 anni circa, diciamo che ero un talento nel campo.
Poi anno dopo anno cominciai ad odiarlo il circo, ma questa è un'altra storia, come dice Federico Buffa.

1.4.15

Lo Spazio (In)Visto, viaggio nel Cinema dimenticato (N°1): Il corpo e lo spazio nel primo cinema di Philippe Garrel

Per me è un onore "ospitare" Frank di Visione Sospesa, probabilmente,
almeno nel web, uno dei più grandi conoscitori e cultori del cinema sommerso, invisibile, quel cinema cioè che nessuno vi farà mai vedere ma devi essere tu ad avere la passione e la pazienza di cercare (operazione che fa anche Romina nel suo In Search of Visions). Come mi era capitato di dire un paio di volte Frank non solo offre, nelle scelte e nella scrittura, una grandissima qualità ma lo fa in una maniera mai saccente o "gerarchica". Il suo blog è una miniera di perle nascoste, metafora inflazionata che per una volta ha assolutamente ragion d'essere. La sua (nostra) speranza è che questa rubrica serva ad incuriosire qualcuno verso un tipo di cinema non convenzionale, molto spesso non narrativo ma che nasconde quasi tutta la sua forza nell'immagine, nel silenzio, nella forza della sospensione. Per far questo abbiamo deciso si mettere ogni volta i link per potervi far vedere i film. La rubrica presenterà sempre più titoli legati per tematica, epoca o regista.
Speriamo possa suscitare la curiosità di qualcuno.
In calce trovate i link ai film e alle recensioni complete di Frank.
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Con Le Revelateur e La Cicatrice Interieure, due tra i più interessanti film del cineasta francese Philippe Garrel, ho inaugurato ufficialmente (e cioè, aperto al pubblico) il mio blog, Visione Sospesa. La scelta del nome stesso (e del suo sottotitolo "il cinema dell'assenza"), prende spunto da queste due opere, indubbiamente tra le più significative del primo periodo garreliano e, allo stesso modo, certamente rappresentative per l'evoluzione che un determinato cinema d'autore meno conosciuto, più sommerso, ad oggi individuabile attraverso quello che più comunemente viene definito "cinema contemplativo", ha percorso negli anni. Ho quindi pensato di cogliere l'occasione per questa (speriamo fruttuosa) collaborazione alla rubrica propostami dal sempre gentilissimo Caden, come un secondo inizio, ripartendo (più o meno) dal punto cui ero partito oramai due anni fa (con la premessa che non sono/saranno visioni facili; al cinema che sono solito segnalare è necessario accostarsi con molta costanza e con la consapevolezza di trovarsi, comunque, dinnanzi a qualcosa di concettualmente diverso dall'ordinario), riportando così alla luce due film, che visto oltretutto il periodo della loro realizzazione, meritano sicuramente una maggiore diffusione.