28.2.15

Recensione "Doppelganger" (e una prefazione sulla passione dei giovani autori)


Questo è stato un mese strano ed anomalo per il "dietro le quinte" del blog.
In circa 20 giorni infatti mi hanno contattato 3 giovani registi per visionare i loro "piccoli" film, un importante sito per recensire un film facente parte di un loro progetto che deve partire più altri 4,5 "contatti" misti tra case di produzione, portali di blog e altro.
Ho detto no ad almeno la metà o perchè quello che dovevo fare avrebbe snaturato il blog (tipo fare promo o anteprime di film) o perchè, in un caso, il giovane regista si credeva stocazzo e io non volevo contribuire nè a farcelo credere di più nè a smontarlo.
Il primo che mi ha contattato è stato Gian Guido Zurli (classe 77, la migliore) con un atteggiamento così "giusto" ed umile che raramente si trova in giro. Gli ho scritto che avrei sicuramente visto il film ma che se non mi fosse piaciuto non lo avrei recensito sia perchè a me distruggere il lavoro frutto della passione di giovani cineasti non piace sia perchè non sono nessuno per farlo.
Mi ha risposto così:

26.2.15

Sulla malinconia post piccione. Ma soprattutto su uno straordinario pezzo di sè raccontato da un amico.


A volte mi chiedono perchè sia sempre così malinconico nelle recensioni o negli altri "pezzi".
Se fosse tutto così semplice basterebbe ricordare anche tutte le altre recensioni a cazzo e i post di puro divertimento che faccio.
Che mica una parte di me è vera e l'altra falsa, o le prendi tutte e due o nessuna.
Ma, se vogliamo rispondere a queste persone in maniera più completa e complessa, forse è meglio dire una cosa.
La malinconia, mica per definizione eh -ci mancherebbe-, ma per come la intendo io, non è un sentimento come gli altri.
Non è come la gioia, la tristezza, il dolore, il desiderio, l'amore, l'angoscia o l'entusiasmo.
La malinconia, sempre nella mia v(ers)(is)ione è qualcosa di molto più grande di tutto questo.

25.2.15

Al Cinema: Recensione "Un Piccione seduto sul ramo riflette sull'esistenza" (ma anche una lunga prefazione sul grottesco tanto per rendere il post, in proporzione, lungo come il titolo del film)


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L'altro ieri mentre stavo guidando riflettevo.
Anzi, l'altro ieri mentre stavo riflettendo guidavo.
Che non è solo una questione di priorità, ma proprio del rendersi conto di quanto la guida sia automatica e subordinata a qualsiasi pensiero, sempre.
Fate 100 km, curve su curve, rispettate stop, evitate pedoni, sorpassate e decelerate, vedete semafori, fate tutto questo e paradossalmente potete farlo senza che ve ne siate accorti.
Sempre che in quel momento, in quei momenti, la vostra mente stesse pensando a qualcos'altro.
E io pensavo al grottesco.
Mi chiedevo come mai io ami tanto questa condizione/situazione, questa sproporzione, questa caricatura.

24.2.15

Scritti da Voi (N°29): Gianluca - Elogio della ricerca personale

Tra Fabi, De Andrè e Almost Famous un invito al non accontentarsi, al ricercare sempre qualcosa di nuovo e al seguire le proprie inclinazioni e passioni, anche a scapito di tutto il resto.
Al guardare oltre.
Di Gianluca Memoli



Elogio della ricerca personale

Raro è trovare una cosa speciale
nelle vetrine di una strada centrale
Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
Il tesoro è alla fine dell’arcobaleno
che trovarlo vicino nel proprio letto
piace molto di meno

Questo elogio del non accontentarsi, del non ‘sedersi’, dell’approfondire e dell’approfondirsi, del ricercare, appartiene al cantautore Niccolò Fabi; in particolare, ad una sua canzone del 2003, “Il negozio di antiquariato”.
Sono passati dodici anni dalla sua pubblicazione e, se considerassi la velocità di fondo a cui procediamo, certamente dovrei classificarla come vecchia; di quelle canzoni, insomma, che le radio non passano più. Ma, liberandomi dalla logica attuale per cui il ‘Nuovo’ deve coincidere necessariamente col ‘recente’, credo che questo pezzo continui a ricordare, ancora oggi, una destabilizzante novità: la ricerca personale, in ogni sua declinazione.

23.2.15

Recensione: "Fright Night 2" (il film delle Milf e dei Perchè)

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In principio fu il bellissimo Ammazzavampiri, uno dei maggiori cult horror degli anni 80.
Divertente, ben recitato, a tratti inquietante, ottimamente raccontato.
Ebbe anche un seguito che però non vidi.
Poi venne il remake, pochi anni fa, Fright Night (che del resto è anche titolo originale dell'Ammazzavampiri). Dice sia discreto.
Poi sfruttando il brand ecco questo Fright Night 2.
Che, diciamolo subito, non c'entra una sega con tutto il resto.
Vampiri a parte.
Questo passerà alla storia come uno dei film con più "perchè" di sempre.
E con più Milf. Fortunatamente.
Inutile recensirlo, basta porsi delle domande.

1 E' normale che una ragazza esca dalla macchina dopo aver fatto benzina e poi, sotto la minaccia di un vampiro, lanci disperatamente l'accendino contro l'auto che inspiegabilmente aveva ancora il bocchettone attaccato e tutto il gasolio fuori e questa salti in aria? no sì


2 E' normale che la stessa ragazza entri nell'immensa stazione di servizio e non ci sia nessuno dentro? no


buona scena però quella di lei sballottata qua e là da qualcosa di invisibile

21.2.15

Al Cinema: recensione: "Arca Russa"

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Credo che sull'onestà intellettuale di questo blog (mia sineddoche) ci sia poco da dire, e scusate la supponenza. Ho sempre riconosciuto i miei limiti, a volte anche esagerandoli un pò.
Questo mi ha portato ad un atteggiamento a cui tengo molto, ossia quello di considerare i film che vedo sempre più grandi di me, anche quelli che valgono poco.
Questa breve prefazione per dire che Arca Russa, film enorme, è troppo più grande di me.
Credo in realtà che Sokurov in generale sia troppo più grande di me. E attenzione, a me non fa paura la complessità filmica, anzi, l'adoro (se Synecdoche New York è il mio film preferito un motivo ci sarà) ma ci sono autori che culturalmente mi sovrastano.

20.2.15

I Tesori Segreti di Jolly Roger (N°12): I Rednecks Horror + Non Aprite quella Porta (1974)

Grandissima puntata di Jolly.
Oltre alla solita panoramica generale sul sottogenere scelto (interessantissimo) ci sarà la recensione, davvero da leggere tutta d'un fiato, di uno dei film più importanti nella storia dell'Horror. E pensare che Leatherface è senza ombra di dubbio il mio mostro/villain preferito di sempre.... Ho tergiversato per anni dal recensire il primo storico episodio (ho scritto solo di un paio di remake) e ora Jolly me l'ha fregato. Ma non poteva finire in mani migliori :)
Per me la miglior puntata dei Tesori di Jolly di sempre
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Sono felice perché da questa puntata si entra nel pieno del genere horror “quello vero”.
“Rednecks horror” è un termine quasi ignoto qui da noi, ma all’estero è ben conosciuto. Credo che questa sia la prima volta che, qui da noi, si parli in un blog o in un sito internet di “Rednecks horrors”, cercando, per quanto possibile, di tracciare i canoni di massima di questo sottogenere estremamente orrorifico…
I Rednecks horrors, in relazione alla trama, possono più o meno essere riassunti così: “un gruppo di ragazzi, provenienti dalla città, dediti al divertimento, al sesso e all’allegro consumo di stupefacenti, si perde in qualche luogo sperduto di provincia, finendo nelle grinfie della solita famigliola “strana” (i Rednecks), dedita a pratiche perverse quali il cannibalismo, il sadismo, l’incesto, culti pagani e quant’altro. Spesso questi film contengono scene di caccia o assedio ai danni delle sventurate vittime, o anche di tortura, psicologica e fisica. Non ci sono elementi soprannaturali, solo crudo realismo. Spesso le famigliole strane contemplano al loro interno membri pazzi, o deformi, o ritardati, a volte mutanti”.
Bene, chi sono i Rednecks?
In realtà, li abbiamo visti innumerevoli volte nei film / telefilm americani.
La traduzione letterale di Redneck è "collo rosso", indica la nuca scottata dall'esposizione al sole, dovuta al duro lavoro nei campi. È quindi sinonimo di contadino. Se vogliamo fare un paragone con l’Italia, l’equivalente del termine Redneck da noi sarebbe “bifolco”, o “villano”, o “zotico”, o, introducendo anche una connotazione geografica, “terrone”.

19.2.15

Recensione: "Modus Anomali"


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spoiler pesantucci dopo la riga

A volte ci son film così belli e riusciti nel proprio genere che scoccia veramente fargli le pulci.
Modus Anomali è come una bellissima ragazza dal fisico e dal volto perfetto, capace anche di regalarti emozioni, ma che proprio quando stai poi per innamorartene scopri che c'ha qualcosa in mezzo alle gambe che in teoria non dovrebbe esserci.
A parte il paragone (infelice come pochi) scoccia un bel pò avere a che fare con un piccolo film così' bello ma che, quando si mostra realmente per quello che è, presenta una serie di magagne che a scriverle tutte non si finisce mai.

18.2.15

Tipi da Videoteca (N°5): Pop Porno -3 - Squartarsi e tettine



"Mi devo squartare"
Il ragazzo è simpaticissimo, anche lui napoletano (sì, Castiglion del Lago è al 50% napoletana ormai), cliente molto affezionato e vulcano di entusiasmo.
"Non ho capito Gabriele, ti devi cosa?"
"Mi devo squartare"
"Perchè scusa? Te voi ammazzà? Non capisco"
"Devo farmi una squartata"
E la mano parte.
Il gesto è quello inconfutabile della masturbazione. Solo che il raggio non è di 20 cm ma almeno di un metro. La mano parte dal pube e con movimenti violenti termina il suo arco all'altezza della fronte. Non credo che il buon Gabriele avesse voluto supporre un'iperdotazione così irreale ma solo farmi capire la violenza del gesto.
"Ah, ma squartare vuol dire farsi le seghe?" gli faccio io.
"Ah" detto alla napoletana (sì)
La cosa mi affascina, trovo che "squartare" o "squartarsi" sia un'espressione straordinaria per lasciar intendere una masturbazione così violenta da procurare quasi dolore fisico. E quel gesto con le mani  è quasi un harakiri con la spada. Sì, non c'è niente di più bello che squartarsi, ha ragione Gabriele.

17.2.15

Al Cinema: recensione "Shaun, vita da Pecora" (con prefazione sulla magia della stop motion)


Scrivendo del finale del bellissimo Boxtrolls avevo accennato (mi pare) al mio amore smisurato per la stop motion, in particolare per la Claymotion, ossia la tecnica che utilizza pupazzetti in plastilina.
Probabilmente se dovessi spiegare ad un bambino la magia della macchina-cinema, di quello ossia che sta dietro ai film, lo porterei in uno studio dove usano tale tecnica.
Credo sia tutto veramente magico, e carico di una malinconia positiva.
E' un pò come tornare indietro, all'artigianato, a chi sapeva prendersi il suo tempo per realizzare opere che fossero le migliori possibili.
Vedere tutti questi piccolissimi pupazzetti che poi saranno personaggi del film, vedere quante persone ci lavorano sopra, vedere come ogni singolo secondo di pellicola sia una lunga e amorevole conquista, vedere quanta arte ci sia dietro operazioni del genere è qualcosa di impressionante.
Sarà per questo che la Claymotion non delude mai, mai.
Da Jack Skeleton a Coraline, da Paranorman e Boxtrolls, da Pirati! a Wallace and Gromit, non mi è mai capitato di vedere un film d'animazione a "passo uno" che sia stato deludente.

16.2.15

Recensione: "The Sacrament" (ma anche, per chi non ne conoscesse la tremenda vicenda, qualche cenno su Jonestown)


Comincio a vedere The Sacrament con molti pregiudizi.
E malgrado quello che possiate pensare non mi riferisco a quelli verso il suo giovane regista, TI West, dovuti magari alle mezze delusioni avute (fino ad adesso) con lui.
No, non son quelli, anche perchè ricredermi sui registi mi piace un casino.
I pregiudizi riguardavano la materia stessa del film, il suo argomento principale, ossia quello delle Sette-Comunità (non le sette sataniche/ demoniache, ma proprio quelle comunità apparentemente felici che decidono di vivere isolate dal mondo).
Perchè?
Perchè quando ti sei visto l'episodio di V/H/S 2 (per una strana coincidenza in quel collage, anche se nel primo episodio, ci fu anche il mio primo West) o quando, soprattutto, ti sei visto una decina di documentari sull'argomento -specialmente quello sul Tempio del Popolo- beh, se hai alle spalle tutto questo qualsiasi cosa vedrai sarà comunque inferiore o di minor impatto.
Poi però più The Sacrament andava avanti più mi accorgevo, con conferma finale nella scena in cui molti adepti avrebbero voluto fuggire con i giornalisti, che non solo questo non era un film horror, non solo questo film non provava a inventarsi nulla, ma che questo era il film proprio su Il Tempio del Popolo di cui sopra.
E sta cosa mi ha affascinato, sia perchè conoscevo molto bene la questione sia perchè non me l'aspettato davvero.

14.2.15

Un thè con K. (pensieri sciolti su un pomeriggio passato immerso nei racconti di Kafka)

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Erano anni che non lo riprendevo tra le mani.
E dire che se dovessi scegliere una lettera che sia copertina della mia adolescenza sarebbe la sua, la K.
Difficile esprimere quello che la lettura di Kafka mi regalava, io giovane ragazzo abbastanza casinista, molto vitale ma sempre portato ad un eccesso di malinconia che, fortunatamente, non mi ha mai abbandonato.
Oggi dopo parecchi anni vedo per sbaglio nella libreria il suo nome e senza nemmeno accorgermene mi ritrovo a letto con lui.
Ma non con il Kafka più famoso, bensì quello di una meravigliosa (e molto piccola) raccolta di racconti, perlopiù brevissimi, Un Medico di Campagna.

13.2.15

Recensione: "Memories of Murder"


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Non solo fino a 3/4 ma praticamente fino a 9/10 della pellicola non riuscivo a capire come questo bellissimo film coreano potesse essere considerato quasi unanimamente un capolavoro, uno di quei film che quasi tutti i "cinefili" segnalavano come uno dei vertici massimi del cinema coreano nell'ultimo decennio, e non solo nel genere.
Un pò credo m'aveva fregato anche la grandissima aspettativa alimentata non solo dai rumors di cui sopra ma anche da altri due piccoli aspetti:

1 Corea. Che dir Corea a chi ama la Corea nel cinema è una cosa che solo chi ama la Corea può capire
2 Bong. Perchè uno che fa un solo monster movie, The Host, e lo fa meglio di tutti, uno che fa un solo Sci-Fi, Snowpiercer, e lo fa meglio di tutti, uno che fa un solo poliziesco, Memories of Murder e lo fa quasi meglio di tutti è un regista superiore, stop.

12.2.15

Ap-Punti, autopsie di recensioni (N°5): Monique


Anche con Pietro (qui trovate il suo blog) siamo ormai arrivati al quinto appuntamento.
Ancora una volta un film recensito per punti, vivisezionato.
Buona lettura.

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con questa rubrica si trovano pure delle meraviglie sconosciute, qualcuno le definiva opere del sottobosco, che forse era meglio rimanessero nel sottobosco, oppure no?! 

11.2.15

Recensione: "Maniac" (2012)

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Che Khalfoun fosse un regista promettente l'avevo capito sin dal primo film, il discreto e probabilmente sottovalutato - 2 Livello del Terrore (che titolo del cazzo... l'originale era solo un evocativo P2).
Ma il mezzo vanto del primo paragrafo viene subito annientato dalla vergogna che dovrei provare per non aver visto il Maniac originale, senza dubbio uno degli slasher più cult dei grandiosi, in questo ambito, anni 80.
Peccato, sarebbe stato bello fare un raffronto, specie per chi, come me, non ha mai alcun pregiudizio verso i remake.
Beh, il Maniac di Khalfoun è un thiller/horror/slasher per me sorprendente, capace di darmi più di quello che mi aspettavo in ogni suo aspetto.
Inevitabile non partire dalla regia perchè, oltre ad essere molto raffinata, ha tentato l'impresa di una quasi totale soggettiva. E attenzione, qui non parliamo di telecamerine, mockumentary o found footage, qui siamo davanti (finalmente) alla soggettiva tout court, ossia il vedere esattamente attraverso gli occhi del protagonista. Io non ho mai capito perchè in un genere come il mock in cui non si sa più che inventarsi per giustificare la presenza sempre e comunque della telecamerina, i registi, se propio vogliono restare in quel tipo di operazione, non utilizzino la soggettiva, che oltre a non aver biogno di "spiegazioni" ha anche una riuscita ancora più tesa e disturbante.

10.2.15

Tipi da Videoteca (N°5): Pop Porno - 2 - L'uomo è un animale meraviglioso. E stranissimo


Stasera proiettiamo Maniac, ore 21.30.


Un pizzettino e degli occhialini.
L'aria di una persona assolutamente perbene, oltre che affatto stupida.
Primo giorno, fa la tessera e ci mettiamo a chiacchierare.
"Giusè (sì, lo so che il "Giusè" rimanda al nostro fruttivendolo gomorriano ma evidentemente al sud diranno tutti così, che ne so), non è che mi trovi un film quasi sconosciuto?"
"Ci proviamo Daniele, è un pò la mia specialità questa"
"Bene! è il film di un giovane regista napoletano, io lo conosco di persona, ma non sono mai riuscito ad averne una copia"
"Ma se lo conosci di persona perchè non lo chiedi a lui?"
Pausa, l'ho fregato, involontariamente poi. Non lo conosce, è evidente.
"Ho perso il suo numero di cellulare"
"Ah, capisco, dai, dimmi che ci proviamo"

8.2.15

D(i)ario Argento, la mia storia d'amore con il Re del Giallo (N°5): Suspiria

Quinto appuntamento con la rubrica di Miriam (questo il suo blog).
Siamo arrivati a quello che lei, ma non solo lei, considera il vertice più alto della filmografia argentiana.
Buona lettura :)


Suspiria, o La morte si fa bella.

Chi mi conosce lo sa che ho un’autentica adorazione per il buon Dario Argento. Ormai lo sapete anche voi e sono ben quattro puntate che sto facendo tutto quello che è in mio potere per convincervi della sua grandezza. Dario Argento è un genio. Punto. Quanti registi horror vi vengono in mente che siano riusciti a partorire più di cinque capolavori? Nessuno (per quanto riguardo il di lui declino, sono ospite di chi, a ragione, nemmeno riesce a concepire che l’autore di Do you like Hitchcock? e Il gatto a nove code siano la stessa persona, quindi sono su terreno amico). Il regista horror che è anche un serial masterpiecer non esiste. A meno che non sia un unicorno, come Dario Argento. Un angelo del focolaio. Puro di spirito. Un cantore della morte. Un artista che con la sua spiccata immaginazione – e con tanto, tantissimo sangue – dipinge scenari che hanno un punto in comune, un punto che fa funzionare tutto anche quando – qua e là – c’è qualche buco di sceneggiatura e qualche imperfezione.

7.2.15

Al Cinema: recensione "Birdman"

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Birdman andava sempre più avanti e io non riuscivo proprio a trovare
Inarritu. Il regista del dolore e della morte, quello delle ambientazioni sporche e periferiche sembrava aver lasciato il posto ad un altro che sotto le mille luci di Broadway sfoggiava tecnica e virtuosismi in maniera talmente debordante da esser sempre sul filo dell'esagerazione.
Io di virtuosismi semmai ricordavo quelli di scrittura, specie quelli indimenticabili del suo compagno fidato Arriaga.
E ricordavo poi tutti film e personaggi al confine tra la vita e la morte, disillusi, persi, senza più alcuna speranza.

6.2.15

Recensione: "Il Superstite"


Spoiler abbastanza pesanti dopo la linea divisoria nel finale

Che poi in realtà superstiti lo siamo tutti.
Essere in vita vuol dire essere superstiti della morte.
Essere in vita vuol dire anche essere superstiti di milioni di persone che se ne sono andate o se ne vanno ogni giorno.
Perchè sopravvivere non è per forza qualcosa di strettamente relativo, come la parola superstite presuppone.
Poi si può anche essere superstiti di un dolore o di un amore, di un incidente o di una gioia, di un terremoto che distrugge case o di uno interiore.
Aaron è un giovane ragazzo superstite, l'unico superstite, di un tremendo naufragio del quale poco o nulla sappiamo, solo un'istantanea di un mare che si ingrossa e inghiotte.
Aaron nel naufragio ha perso suo fratello, praticamente la seconda metà della sua anima.
La piccola comunità dove vive non gli perdona di essere ancora in vita mentre tutti gli altri sono morti.
E nemmeno Aaron se lo perdona.
Questo è un film su chi rimane, su chi ha avuto la (s)fortuna di salvarsi e deve vivere ogni giorno non solo con il senso di colpa e con il ricordo che ti dilania dentro, ma anche in mezzo a persone che non sopportano che tu sia ancora vivo mentre tutti i loro affetti sono morti.
Il Superstite è un'opera prima a tratti straordinaria, scritta e girata con una sensibilità pazzesca.

5.2.15

Recensione: "The Divide"

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Presenti spoilerucci ma tanto peggio della locandina non posso fare

Avevo lasciato il regista francese Xavier Gens (da non confondersi con il connazionale e quasi omonimo Gans de Il Patto dei Lupi, Crying Freeman e Silent Hill) nel 2007 con quel piccolo cult, vituperato dai più, che fu Frontiers, sua opera prima tra l'altro.
Lo ritrovo 7 anni dopo (con nel mezzo il solo Hitman) con un altro piccolo film che, a mio parere, potrebbe ripercorrere le stesse vicende del film d'esordio, ossia diventare un cult per appassionati, affrontare un mare di critiche ma, nel bene o nel male, restare nell'immaginario collettivo.
Immaginario collettivo degli amanti del genere ovviamene.
All'inizio sono rimasto spiazzato.
Perchè il prologo m'era piaciuto, senza dubbio, così concitato, privo di spiegazioni e "definitivo" ma per 10 minuti ho creduto di trovarmi davanti un remake non ufficiale di quel piccolo gioiellino di idee che fu il nostro La Notte Eterna del Coniglio.

4.2.15

L'Avvocata del Diavolo, perchè nessun film può far schifo a tutti (N°5): High Spirits - Fantasmi da legare

Intanto ricordo che domani ci sarà la seconda proiezione de Il Buio in Sala Streaming (trovate qui tutti i dettagli). Purtroppo per una sfortuna nera Solo gli amanti sopravvivono di Jarmusch dopo 6 mesi è stato tolto proprio OGGI dalla lista di MyMovies, incredibile.
Sarà sostituito con IL SUPERSTITE, piccolo film scozzese vincitore di numerosissimi premi. 


Quinto appuntamento con La Marti ed i suoi simpaticissimi e "disperati" tentativi di salvare film quasi insalvabili
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"Castello dei Plunkett: un edificio superbamente restaurato nel cuore dell'insuperabilmente bella campagna irlandese, conosciuto anche come il posto più stregato di tutta l'isola di smeraldo! Qui i morti sono molti di più dei vivi! Questo castello è pieno di demoni, spettri, bestie dalle lunghe zampe e mostri che vagano nella notte..".

La citazione dovrebbe farvi capire lo spirito (sguardo ammiccante) della pellicola di cui ho intenzione di parlarvi.

3.2.15

Recensione: "The Raid"

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Non mi piacciono gli action movie. Davvero poco.
Non mi piacciono i film di arti marziali. Ma zero proprio.
Figuratevi quanto mai potrà piacermi un action movie di arti marziali.
Sì, ma un annetto fa ero rimasto folgorato da un episodio del discreto collage horror V/H/S 2, in particolare quello della troupe televisiva che andava ad intervistare il guru di una setta.
Allucinante, debordante, inquietante, un cortometraggio "inside" davvero magnifico.
Alla regia c'era un gallese, Gareth Evans.
Scopro poi che questo ragazzone britannico oltre a quell'episodio aveva diretto soltanto film di arti marziali indonesiane (girati in loco con attori locali poi). E scopro anche che il suo secondo film, The Raid, è considerato come un vero e proprio capolavoro di genere.
Decido di vederlo.
E sì, non c'è proprio niente da dire, The Raid per gli amanti del genere credo sia davvero un film strepitoso, così strepitoso che è piaciuto anche a me che di solito al terzo urlo da karateki e al quarto salto inizio a diventare scemo ed innervosirmi.
The Raid parte da un'idea di soggetto talmente semplice da risultar geniale.

2.2.15

L'uomo che lanciò un pallone oltre il muro


L'uomo arrivò in cima alla salita ormai stremato.
Quello che trovò gli tolse il poco ultimo fiato che ancora gli restava.
Un muro.
Nient'altro.
All'uomo era stato detto sin da piccolo che per ogni salita esiste una discesa.
E una discesa, dopo tutto quel salire, è quello che si aspettava.
Scollinare.
E invece, quel muro.
Solo allora l'uomo che capì che quel detto l'aveva sempre mal interpretato, che il suo significato non è che ad ogni salita segue una discesa, ma che ogni salità è anche una discesa, tutto dipende da che lato la si prende.
Solo che, adesso, voltarsi indietro e scendere non solo era inutile ma persino impossibile.
E anche mortificante vista tutta la fatica che si era fatta per arrivare fin lassù.

1.2.15

In Their Eyes, lo Sguardo Animale (N°2): La Volpe e la Bambina


Torna la rubrica "animalista" di Giovanni (qui il suo blog).
Ancora una volta, partendo dal film, si proverà ad analizzare il complesso e delicato rapporto che lega gli uomini e le altre specie animali. E non c'è niente di meglio che farlo attraverso il rapporto tra la Bambina e la Volpe, due esseri viventi che, a differenza dell'adulto, hanno ancora la capacità di riconoscersi.
Molto lungo ma estremamente delicato. E interessantissimo.


“Dove mi porti?”
La Bambina chiede alla Volpe, a un certo punto del film, quando loro due si possono infine rivedere e rincontrare dopo molti giorni. La Volpe accoglie la Bambina ai margini del bosco e per tutta risposta si volta e si fa seguire, chiedendolo alla bambina con quel suo linguaggio flessuoso, guardingo, impulsivo che la rende così affascinante agli occhi della Bambina.