30.6.14

Sui meravigliosi luoghi di The Fall

Io ci sto pensando da giorni...
The Fall non è solo un capolavoro visivo.
E non è solo un grandissimo omaggio al Cinema.
The Fall è soprattutto viaggio.
Sembra tutto fatto in computer grafica per quanto sono belli, assurdi e "perfetti" i luoghi che presenta.
Ma è tutto VERO.
E questa non è una cosa secondaria.
No, questo significa che Tarsem Singh ha cercato e trovato dei luoghi meravigliosi.
Questo significa che questo film ha un'amore per l'Uomo, la Natura e il Cinema sconfinato.
Questo significa che è quasi impossibile non amarlo, quasi impossibile non ritenerlo un nostro patrimonio, quasi impossibile che a questa meraviglia autentica visiva si preferiscano Avatar e simili.
E allora io mi faccio paladino di The Fall.
E insieme a questo film faccio un viaggio metaforico tra le sue meraviglie.

La prima volta restiamo abbagliati dalla bellezza e dalla perfezione di quella distesa bianca e di quel muro arancione nel deserto che ci racconta di Alessandro il Grande. L'immagine di loro piccolissimi con quel muro arancione dietro è di una bellezza impressionante. Ed eccolo quel deserto simile a una montagna.

Deserto o Montagna?

Una delle immagini del film. Il Muro di Deserto
Ma questo deserto diventa deserto solo con un cambio di inquadratura, solo perchè lo stuntman in quel momento (grazie ad Alessandra) ha deciso di cambiare storia. Prima Alessandro era nelle rovine del suo palazzo. In queste rovine, quelle di Villa Adriana in Italia.
C'è anche Piazza del Campidoglio nel film.
Viva l'Italia!

Poi troviamo i nostri protagonisti su quella splendida isola e poi su quella spiaggia sulla quale approderanno e conosceranno il Mistico. Come dimenticarsi la nuotata sull'elefante, come dimenticare quella spiaggia e quelle montagne? Roba come questa.

Siamo in Himalaya, bellezza devastante
I protagonisti arrivano sulla spiaggia

E poi cominciano i vari flash back dei protagonisti e il più affascinante,quello visivamente più incredibile è quello dell'Indiano e della sua sposa rapita. La vediamo fuggire in preda alla disperazione dal suo rapitore, il Governatore. E quelle scale assurde ci lasciano a bocca aperta. 

Non so cosa siano nè perchè l'abbiano costruite.
Ma li ringrazio.

E poi sale su quell'immensa scalinata che porta al nulla per gettarsi sotto. E tutto, anche questa volta, è semplicemente vero.

La vera scalinata a sinistra e qui la corsa verso il suicidio


E il film va avanti mostrandoci altri luoghi magici che sembrano usciti dalla più fervida immaginazione di un visionario mentre solo soltanto bellissimi luoghi che l'uomo o la natura ci hanno regalato.
In realtà è un Hotel. Dice costi 40 euro a notte.
Farti portare l'acqua dico.
o cose come questa

Forse è alla fine del film, dove si suicida
l'Indiano. Ma è difficile ricordarsi, luoghi simile
a questo ce ne sono parecchi nel film.
Accetto segnalazioni, non ho voglia di rivederlo adesso

per poi arrivare all'appostamento finale dei nostri 5 prima di sferrare l'attacco finale al Governatore.
La Città Blu esiste e come altre meraviglie di The Fall è in India, paese natale di Singh

I Puffi sono stati evacuati durante le riprese
Un dettaglio splendido dal film

Una delle scene visivamente ed emotivamente più forti è l'uccisione dello schiavo nero, con quelle frecce e le loro straordinarie traiettorie che lo raggiungono e lo uccidono. I soldati del Governatore sono lassù, lui difende Alexandra e morirà per difenderla stendendosi per sempre sulle frecce conficcate nella sua schiena.
Più che una foto della vera location questa sembra proprio l'inquadratura del film. Sempre in India.

Non c'è nemmeno bisogno di cercare un'immagine dal
film, potrebbe essere questa. O.k, lo ammetto,
non l'ho trovata

E poi dopo Taj Mahal, splendidi giardini, splendide piscine e chissà quanto altro si arriva a quell'altro luogo surreale dove si posizionano le guardie del Governatore. Credo che sia uno dei luoghi simbolo del film. In realtà è un pozzo indiano dove attraverso quelle impossibili scale si andava ad attingere l'acqua. Meraviglioso.
Il vero pozzo

I Soldati del governatore dapertutto

E vi assicuro c'è dell'altro.
Ma sono sfinito, quasi avessi viaggiato davvero.
Vedete il film e non rompete i coglioni.

29.6.14

Recensione: "El Cuerpo"

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Finalmente ho visto Synecdoche al cinema.
E a parte la tristezza che tolti me, mio fratello e la sua ragazza c'era UN solo spettatore devo dire che l'esperienza è stata davvero positiva, quasi sorprendente.
Perchè alla quarta visione mi sono accorto di decine di dettagli che in 3 visioni sul pc non avevo notato e che solo il grande schermo ha saputo regalarmi. Piccoli dettagli che fanno ancora più grande il film. E ho trovato la traduzione per il doppiaggio migliore di quella solamente scritta della copia streaming in lingua originale, cosìcche alcune scene, come ad esempio l'ultima, indimenticabile, le ho trovate ancora più intense.
Comunque, per riprendermi dalla visione di questo capolavoro cercavo un buon film di genere e l'istinto mi ha portato a un grandissimo thriller, come probabilmente non ne vedevo da anni.
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Sembra di essere a Hollywood ed invece siamo ancora in Spagna.
E c'è ancora Belen Rueda, l'indimenticata protagonista di The Orphanage, Con gli occhi dell'assassino (che dovrei rivedere magari con più attenzione) e Mare Dentro.
Thriller magistrale che ricorda un pò per struttura quel capolavoro italiano che è Una Pura formalità di Tornatore anche se poi per trama e sviluppi se ne discosta totalmente.
Thriller dal ritmo serratissimo che si svolge nell'arco di nemmeno 24 ore (e oltre all'unità di tempo anche quella di luogo è quasi del tutto rispettata) El Cuerpo è un meccanismo quasi perfetto che ti fa restare incollato al video fino alla fine.
La più grande qualità del film è il suo continuo ribaltamento, l'offrirti ogni volta una possibile diversa lettura, il sapere giocare con lo spettatore in modo magistrale ma, e questo è importantissimo, abbastanza lealmente.

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Scompare un corpo all'obitorio. Viene chiamato il marito della vittima. Sarà una lunghissima notte...

Grandissima struttura narrativa che alterna l'oggi di quella notte con parecchi flash back in diversi punti del passato del marito e di sua moglie. Anche se paradossalmente il flash back più importante arriverà alla fine, davvero inaspettato, per regalarci un colpo di scena quasi magistrale.
Film che gioca con il dubbio del paranormale, che ogni tanto sembra quasi strizzare l'occhio all'horror, El Cuerpo è un meccanismo a matrioske che ogni volta, con ogni nuovo indizio, con ogni nuova scoperta, apre nuovi scenari. Fantastica la caratterizzazione della moglie defunta (?), una donna quasi machiavellica che scherza e gioca con tutto, a partire dalla nozze fino, forse, alla sua stessa morte.
E questo continuo cambiare idea su chi sia la "vittima" e chi il "colpevole" (o forse meglio dire chi ha manipolato chi) su quale sia la verità, su cosa sia realmente successo, è davvero portata avanti perfettamente. Grande atmosfera,di notte, le piccole stanze di Medicina Forense, poliziotti che interrogano, prove che mano a mano arrivano, pioggia, tradimenti, rivelazioni, drammi del passato che riemergono, piccoli dettagli inquietanti, c'è davvero di tutto.

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SPOILER!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
ATTENZIONE, UN VERO SPOILER ROVINA FILM

E arrivi al finale pensando prima che lui si sia preso gioco di lei, poi lei di lui e poi scopri che in realtà qualcun altro si era preso gioco di loro.
E allora anche quell'altro passato viene fuori in modo dirompente, quell'altro passato che credevi solo il semplice e abusatissimo clichè dei thriller diventa invece unico e vero motore di tutto il film, oltre che ad elemento risolutore per far combaciare tutti i pezzi.
Certo, le forzature son tante, è impensabile che tutti gli indizi che dissemina Lui riescano perfettamente nel loro obbiettivo, vengano sempre trovati e portino tutti alle azioni che Lui si aspettava.
Come anche il fatto che Lei (con uno stratagemma che per certi versi ricorda Old Boy) riuscisse nell'impresa di far fare a lui (con la lettera minuscola) quello che poi fa, era tutt'altro che scontato.
Ma è un thriller coi controcoglioni, di quelli che ti viene da consigliare senza nemmeno pensarci.
E anche questo da noi non è arrivato, superato nelle preferenze da filmetti hollywoodiani senza senso.
Ma El Cuerpo li surclassa tutti, se la lotta solo con Prisoners credo.
Vedetelo lo stesso, alla faccia loro.

( voto 8 )


26.6.14

Recensione "Thale"

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Non so se sia una coincidenza, credo di no, ma l'unico film assimilabile a questo che ho visto negli ultimi anni è il bellissimo The Troll Hunter.
Parlavo di possibile coincidenza perchè sono tutte e due norvegesi (tra l'altro gli unici due film norvegesi che credo di aver visto in vita mai anche se forse c'è anche quello degli zombie nazi, ma ora non ho voglia di controllare).
Ma si sa, le leggende sulle creature mitologiche nei paesi nordici abbondano, fa proprio parte della loro cultura, del loro background, e anche "paesaggicamente" sono posti perfetti per alimentarle.
Se l'altra volta si parlava di troll stavolta abbiamo a che fare con le (gli) Huldra.
In realtà il comportamento e l'aspetto che hanno nel film differiscono un pò dalla leggenda ma le leggende son belle per questo, sono leggende, quindi modificabili.
Siamo anche stavolta dalle parti del soft horror (molto soft) di carattere fantasy e anche in questo caso il risultato è più che buono.
E' vero, il livello di Troll Hunter era enormemente superiore ma anche quest'altro piccolo film si lascia guardare volentieri se si è appassionati all'argomento.
Quello che sorprende è la splendida fotografia e l'uso delle location, davvero sbalorditivo. Fa rabbia perchè dimostra che basta una buona camera digitale e saperla usare bene per raggiungere risultati esteticamente meritevoli. Non capisco perchè da noi sia così difficile...

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Il regista è bravissimo a muoversi sia nei limitati spazi interni che nei magnifici boschi fuori.
E usa almeno tre fotografie diverse, quella per il presente, quella sovraesposta e dai colori bellissimi per i flash back e quella un pò videoclippata per le soggettive delle creature.
Ho apprezzato molto il metodo narrativo usato grazie al quale scopriamo la storia di Thale piano piano, o attraverso i flash back che lei "trasmette" attraverso il contatto con i protagonisti oppure tramite le cassette registrate (ottime). In realtà non c'è alcun colpo di scena, tutto è prevedibile, però questa storia della creatura rapita da piccola e cresciuta come un essere umano cercando di modificarle abitudini e metabolismo (infatti la ragazza diventerà molto diversa dagli altri esemplari della sua specie) l'ho trovata affascinante.
Così come l'idea (sempre che io abbia capito...) che più che creature diverse da noi le Huldra siano soltanto una nostra diversa evoluzione avvenuta in cattività. Questo spiega anche di più il tentativo di esperimento su Thale in effetti.
E vincente è l'idea (come in Troll Hunter!!) che dietro a tutto ci sia lo Stato (o chi per lui) che sa dell'esistenza di queste creature e cerca di eliminarle o tenerle lontane da noi.
Di tematiche o possibili letture metaforiche e sociali ce ne sono tante (l'educazione, il venire strappati alla propria natura, gli abusi sessuali, il seguire proprio istinto, la società "civile" e quella naturale) ma il film non te lo fa mai pesare.

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Bravi gli attori, funziona praticamente tutto a parte il personaggio di Leo che mastica sempre, alcune scene costruite malamente (come le guardie non si accorgano di lei e si facciano infinocchiare è un mistero...), e un andamento abbastanza statico.
Ma è un piccolo film di genere onesto ed originale.
E nel finale il dialogo tra i due amici è tutt'altro che mal costruito e banale.
Anzi, parla di miracoli e di cose che non ti spieghi, cose così grandi che non riesci nemmeno a gioirne.
E ti torna in mente quel fiore chiuso morto nel pugno e tornato splendido nella mano aperta.

( voto 6,5)

25.6.14

Recensione: "The Fall"

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presenti spoiler

Io credo, con tutto il rispetto, che chi non ama questo film affronta il cinema in maniera troppo analitica e cerebrale. Non vuole o non riesce a farsi trasportare, non ha voglia di cercare, se c'è, un'anima in un film visivamente così impressionante, rimane abbagliato dalla confezione senza nemmeno volere aprire la scatola.
Ma quell'anima c'è.
Perchè questo film è un miracolo.
Recentemente si era parlato di Wes Anderson, dei suoi personaggi e dei suoi mondi, dei suoi colori pastello, della sua inventiva.
Beh, Tarsem Singh allora è un Wes Anderson ancora più estremo.
E riesce nell'impresa di essere ancora più estremo per estetica e caratterizzazione dei personaggi non tralasciando, come per esempio mi succede con Anderson, una forte componente emotiva, una grande capacità di metter cose sotto quei colori debordanti e quelle scene di devastante bellezza visiva.
Ma questo film è un miracolo sotto tanti aspetti.
Basterebbe il prologo con quell'impressionante bianco e nero dal nitore così perfetto che vorresti durasse ancora e ancora. Un prologo che sfida a duello i due di Trier (Antichrist e Melancholia) senza soccombere.
Poi quel bianco e nero diventa colore, un colore come raramente se ne vede al cinema.
E qui si nasconde una delle grandezze di questo film. Perchè quel colore, quei paesaggi mozzafiato, quasi tutta la magnificenza visiva che ci bombarda è puro e VERO cinema, un cinema fatto di luci, inquadrature, location impressionanti, mestiere, senso estetico.

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 Vedi il film e tutto ti sembra talmente bello che quando poi scopri che è tutto vero, quel deserto che sembra un muro arancione intorno ad una distesa bianca, quell'isola che quasi non c'è, quelle scale della disperazione che richiamano Escher dalla quali lei si butta, quella città tutta blu, quell'impressionante anfiteatro di altre scale nel finale, quando scopri che tutti questi luoghi sono veri allora capisci che razza di miracolo è questo film, un film che crea l'effetto speciale con il vero, con la natura, con le costruzioni dell'uomo, un film che oltre ad una ricerca estetica infinita ha avuto occhi che hanno cercato e trovato queste meraviglie. 
Tarsem non vuole lavorare di effetti visivi perchè questo gioiello omaggia il cinema degli albori (anche direttamente nel finale) e il cinema degli albori è il vero cinema, o il cinema del vero.
Perchè creava finzione con la verità.
Ma su questa magnificenza visiva, credo, concorderà chiunque, anche chi questo film non l'ha fatto suo.
Perchè sequenze come la nuotata dell'elefante, la tela lorda di sangue, la morte dello schiavo steso sulle frecce, e il viso del prete che diventa deserto sono da pelle d'oca.
Poi c'è l'arte del racconto. Non è un caso se questo film mi abbia ricordato infatti Vita di Pi per magnificenza visiva ed esaltazione del racconto. Un Vita di Pi che incontra Il Labirinto del Fauno con quel mondo altro ed immaginario dove rifugiarsi.

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E anche qui c'è una piccola magia perchè è sì lui a raccontare ma lei a rendere in immagini il racconto, un gioco di coppia incredibile. E non solo, è un racconto in fieri, modificabile, un racconto che a volte rispecchia le emozioni della bimba ed altre volte è modificato da lei stessa. Sono in due a raccontare, non soltanto lui, due a tenersi compagnia e in vita parlando di schiavi, pirati, banditi, donne perse e magia.
Ed è qui che va capita una cosa, ossia che l'approssimazione del racconto, il suo procedere per sequenze quasi staccate e che prese una ad una sono abbastanza banali non è un difetto ma l'anima stessa del film. Qui non c'è un'incapacità di rendere grande la narrazione come forse avviene con Anderson, qui c'è semmai l'esaltazione, l'esaltazione dell'improvvisazione, del racconto che si fa man mano, del racconto che non esiste di per sè ma si crea in quel momento, del racconto che in qualsiasi momento può diventar altro, che sia una rete per le farfalle che appare al'improvviso, un personaggio che cambia voce, o delle rovine che diventano deserto. E gli stessi personaggi prendono le sembianze di quelli che sono nell'ospedale, perchè Alexandria usa la realtà che la circonda e la sbatte violentemente nell'immaginazione. Il film andrebbe visto due volte, io l'ho fatto,e di seguito, per vedere ogni piccolo gesto, ogni singola frase, ogni personaggio come si incastra nelle due realtà.

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L'uomo dei raggi x che diventa archetipo dei soldati nemici, la dentiera del vecchio dalla quale "trae la sua forza" che diventa la dentiera del mistico che una volta perduta non è più nessuno, gli uccelli che escono dalla sua bocca dove li aveva tenuti per preservarli, il ghiaccio, sono decine i rimandi.
Ma, ed è qui che il film costruisce le sue fondamenta sulle quali può permettersi di estetizzare, bisogna capire che questo film non è altro che la straziante ricerca di una figura paterna, il disperato tentativo di colmare quel vuoto, l'assoluta necessità di stare vicino lui e sentirlo raccontare, raccontare e raccontare.
Papà, ad un certo punto lo chiamerà materializzandosi lei stessa nel racconto per non farlo finire, papà gli dirà. Ma non ce n'era bisogno, l'avevamo capito.
E poi alla fine il cinema entra nel cinema e finalmente capiamo la prima scena, quella del prologo, cos'era anche se la rivediamo montata, montata senza la vera e tremenda caduta sostituita da una soffice e morbida che atterra in un cavallo.
Quella caduta, la caduta di lei dall'albero e dalla sedia, ma anche la caduta nella disperazione di lui per non avere lei.
The Fall.
E lui non era che la comparsa, lo stuntman, dell'attore principale, quello che gli aveva rubato il cuore di lei.
Il Governatore.
E poi ci sono Chaplin e Keaton.
Si può chiedere di più ad un finale?

( voto 8,5 )

17.6.14

Recensione: "Wrong Cops"

Quentin Dupieux è un genio.
E non è che devo ascoltare la sua "discografia" o aver visto tutti i suoi videoclip per dirlo.
E nemmeno i film precedenti a questo.
Quentin Dupieux è un genio e serva pochissimo a dirlo con certezza.
Basta questo.


Colpevolmente solo stanotte scopro che è anche regista di lungometraggi, e nemmeno pochi.
E scopro addirittura di aver già visto un suo film l'anno scorso, Rubber, una pellicola dall'idea di partenza così assurda e geniale da installarsi probabilmente sul podio delle idee assurde e geniali in cinematografia.
C'è un copertone che uccide. Sì, un copertone, uno pneumatico.
E nemmeno antropomorfo o modificato. Uno pneumatico, punto.
Il film, che non recensii (in quel periodo vidi 47 film senza parlarne), poi in realtà si rivelò leggermente inferiore alle attese e al soggetto di partenza.

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Ma Wrong Cops no, Wrong Cops è uno di quei film che approda nel pianeta dei Cult con un viaggio velocissimo interstellare di sola andata.


Io amo l'anacronismo nel cinema.

Amo le operazione che in epoca moderna ripropongono e attualizzano stili e stilemi passati.
Vuoi il muto con The Artist.
Vuoi il noir anni 50 con Following di Nolan.
Vuoi le operazioni di Tarantino e Rodriguez, Planet Terror su tutte.
Vuoi la fantascienza intimista degli anni 80 con Moon ed Another Earth.
Ma anche cose minori come ad esempio il rilancio del poliziottesco dei Manetti.
Wrong Cops riprende invece certi b-movie americani degli anni 70-80, quelli in cui l'assurdità di trama e personaggi era all'ordine del giorno. Tipo la Troma insomma. Il trash del trash. O almeno apparentemente.
Non solo, lo fa ovviamente con quello stile, con i fermo immagine improvvisi, con la colonna sonora, con gli zoom a cazzo.
La storia è quella di un manipolo di poliziotti criminali peggio dei criminali.
O nel migliore dei casi minorati mentali, pervertiti o altro.
L'incipit è straordinario con quel poliziotto che smercia droga dentro topi morti.
Ma le gag, le situazioni paradossali, i dialoghi assurdi si sprecano.
Il punto di forza del film, o uno dei punti di forza, è la caratterizzazione dei singoli personaggi.
I poliziotti sono straordinari, potrebbero anche non parlare per funzionare.
Più o meno tutti pervertiti (ah, l'omosessualità, latente o no, è dilagante nel film) hanno il loro top in Duke (un grandissimo Mark Burnham), un testa di cazzo incredibile, sempre strafatto, che si comporta da capo del mondo e non ha una minima moralità o inibizione. 

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Lui non sa nemmeno cosa vuol dire parlare, strilla e basta.
Ma anche il pancione De Luca con la sua ossessione per i seni e la "calma" perversione del suo sguardo è straordinario. E non è da meno Rough, un poliziotto nero orbo di un occhio e con melone nella fronte, appassionato di musica disco e convinto di avere un talento pazzesco nel campo.
Le scene memorabili si sprecano anche se dalla mezz'ora il film per una ventina di minuti ha un periodo di stanca davvero notevole. Poi dalla scena dello "scambio" soldi-rivista porno con il cecchino il film riparte senza fermarsi più.
La scena più straordinaria è probabilmente quella dal produttore musicale, così tarantiniana da star male. Ed è una scena molto importante perchè credo che rappresenti una specie di autoaccusa del regista al suo mondo musicale, quello dove il 95% è marketing e il 5 restante talento. E, attenzione, di tematiche sto film ne presenta duemila, ma sempre cazzeggiando e non prendendosi sul serio. Mi piace sottolinearlo, a ben guardare il film non è per niente stupido come sembra, anzi. Analizza e sbeffeggia la società e gli uomini che la vivono in maniera molto incisiva, una specie di Fantozzi per intendersi.
Ma tornando alla scena sentire il produttore parlare di "costumi" con il negro orbo e deforme e il moribondo, morto al 75%, steso sul divano (strepitosa trovata) è qualcosa di così violentemente comico nella sua assurdità da farci rischiare il collasso.

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 Tra l'altro il nero quando ascolta la sua musica muove continuamente la testa in modo identico al fantastico pupazzo di cui sopra, Flat Eric, indimenticabile. Ed anche la musica è simile.
E poi il tentato suicidio nella vasca piena ma fatto con la pistola, Marylin Manson (sì, proprio lui) che racconta di quando Duke l'ha portato a casa sua e gli ha fatto sentire la musica in mutande,lo stesso Marylin che deve trovare il volto di Duke in quell'incredibile foto dell'intero corpo dell'Arma, la sostituzione dei topi con i pesci (qui ho rischiato davvero l'infarto), il poliziotto Elvis che scava scava scava per trovare altri soldi ma poi come una sineddoche trova altri oggetti per scavare, il suo suicidio, insomma, l'ultima mezz'ora è senza tregua.
Ma il finale, il finale in cui la moglie del poliziotto morto va a ringraziare Duke per il discorso sull'Inferno in terra (ah, anche la scena del funerale è strepitosa e per niente banale eh) ma lui strafatto che non si ricorda niente e poi lui che urla al cerbiatto "UN LIBRO SU COSA????" sono il finale più bello per un film che se vi piace un certo stile e un certo tipo di comicità sarà una delle pietre miliari della vostra esistenza.

( voto 8 )

(visto, come Garage e Il Libraio di Belfast, sullo splendido servizio streaming Mymovieslive di Mymovies)

15.6.14

Recensione: "Thirst"



presenti spoiler

Che strano ibrido questo Thirst, ultimo film coreano del grandissimo Park Chan-wook prima della capatina
(per me riuscitissima) ad Hollywood con Stoker.
Non leggo mai recensioni prima ma ho scoperto per caso in una mezza riga di un motore di ricerca che il film è ispirato al "Teresa Raquin" di Zola. Purtroppo non ho letto quest'opera del grande scrittore francese quindi mi sono fiondato a cercarne la trama.
E sì, è praticamente identica. Questo mi fa leggere il film in maniera quasi completamente diversa perchè accorgersi dell'originalità e della genialità con cui Park ha saputo stravolgere e al tempo stesso quasi copiare pedissequamente il testo di Zola me lo fa apparire come un'operazione straordinaria e con un suo perchè.
Lo stesso perchè che, per quanto mi sia piaciuto il film, durante la visione più di una volta faticavo a trovare, non riuscendo a capire dove Park volesse parare, quale fosse il suo punto di focalizzazione, di cosa questo Thirst stesse parlando.
Un film sui vampiri? ad un certo punto sembrava questo, c'è una buona oretta in cui il film può esser preso come film di genere, con tanto di svolazzi notturni, paura della luce, cercare prede, ucciderle e dissetarsene e quant'altro.
Un film sulla liberazione dei propri istinti? ecco, questo l'ho trovato straordinario. Il vampirismo di Sang.hyun mi è sembrata metafora del bisogno dell'uomo di liberarsi di tutte le sue barriere etiche e morali per lanciarsi alla ricerca del piacere più puro. Questo è un film di sesso e sangue, e quella sete del titolo pare come una sete di tutto, un'ebrezza di vita finora tenuta a bada da un vestito da prete e da una mente incapace di concepire il "male".

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Una storia d'amore? in realtà l'epicentro di tutto sembra la storia tra lui e lei, storia che passa dalla curiosità al sentimento, dal sesso all'odio, una storia inarrestabile che li porterà ad unirsi loro malgrado nella vita e nella morte, a scambiarsi metaforicamente e fisicamente il loro sangue (magnifica la scena dell'abbeveraggio contemporaneo). Del resto il Teresa Raquin è di fine 800 e il raccontare la passione amorosa tra due persone, magari anche difficile e contrastata, era una delle prime istanze dell'epoca.
Un film sul senso di colpa? ci sta, eccome. Tutto è senso di colpa, prima quello di lui del non riuscire a onorare la sua figura di prete, poi quello di entrambi per l'omicidio del ragazzo. E poi quegli occhi della madre che li guardano di continuo, quegli occhi che li osservano, li giudicano, quegli occhi consapevoli che ricordano tanto il cuore rivelatore di Poe. E tutti i sogni dei due sul ragazzo morto, quella pietra, quei vestiti zuppi. Sarà proprio il senso di colpa quello che devasterà il loro rapporto.
Oppure un film sulla pazzia e sulle apparenze? In questo Park è maestro, la figura di lei così remissiva, vittima, dolce e buona ha almeno due devastanti colpi di scena. Prima quello della rivelazione sulle mancate violenze del marito defunto, rivelazione involontaria che ci fa guardare il film da un altro punto di vista, quello di una malata che è riuscita fino a quel momento a ribaltare completamente le apparenze quando, forse, era lei in realtà la burattinaia. Forse addirittura carnefice anzichè vittima? E poi anche quando lei si "prenderà" quella metaforica malattia del vampirismo capiremo che sì, che lei non è come appare, che è disposta a tutto pur di prevalere, pur di soggiogare gli altri. I suoi istinti esplodono, diventa una predatrice, quello che forse è sempre stata.
E per ultimo può anche apparire come un film metafora di certe situazioni famigliari in cui la donna, maltrattata e insoddisfatta, alla fine reifica le sue fantasie di libertà in una relazione finalmente appassionata e trasgressiva finanche a raggiungere lei stessa l'omicidio.
Insomma, oscillavo tra tutte queste sensazioni.
E intanto il film, a mio parere troppo lungo, procedeva tra momenti di stanca ed altri notevolissimi, non tralasciando una smaccata e forse eccessiva predilezione per dei dettagli splatter e macabri, tanto che ad un certo punto sembrava di essere davanti a Sion Sono azichè a Park. Non che Park in passato (vedi il finale di Lady Vendetta) non ci avesse propinato scene simili ma qui lo fa in maniera quasi grottesca, evidente, eccessiva, maniacale, alla Sion Sono appunto.

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Sangue dapertutto, sangue che pulsa nelle gole all'ospedale, sangue bevuto dalle flebo, sangue succhiato dal collo e dal cuore, sangue che imbratta una stanza candida come la neve.
C'è tanto della Trilogia della Vendetta, c'è la vendetta stessa, c'è la torta da mangiare di Lady, c'è il rapporto "sbagliato" Padre-ragazza come ci fu altrove quello di padre-figlia, c'è l'omicidio nel laghetto come in Mister Vendetta, ci sono scene, sensazioni, ci sono i tuffi nel vuoto e chissà quante altre cose ancora.
Non è un film perfetto, come scritto il suo essere mix di tante cose lo promuove e lo peggiora allo stesso tempo. Si poteva asciugarlo di più forse, si potevano evitare alcune scene pressochè inutili (come quella di lui che va all'accampamento, già di per sè inutile, e stupra la ragazza), si potevano evitare certi eccessi macabri che un pò distraevano dalla possibile drammaticità del tutto.
Ma è sempre Park e la scena del mosaico che la vecchia guida con gli occhi e quel finale di abbacinante bellezza sotto un'alba distruttiva lo rendono un'altra perla di un regista incredibile.


13.6.14

I Tesori Segreti di Jolly Roger (N°3): Snakes on a film

Eccoci alla, splendida, terza puntata dell'affascinante viaggio nei sottogeneri Horror dell'onnivoro Jolly.
Non faccio alcuna presentazione visto che ne fa una, interessantissima e degna del miglior Quark, lo stesso Jolly.
Per gli appassionati questi articoli sono davvero una manna, mancava proprio nel blog una rubrica così che attraversasse trasversalmente la storia di questo genere.
Quindi vi lascio a lui, siete in buone mani.


Sette Passi di Mamba - Film horror e film thriller con serpenti velenosi (Mamba, Cobra Reali, serpenti Corallo)
Questa rubrica dovrebbe veder commentati esclusivamente film horror, mentre due dei tre film che seguono sono thriller. Però, la creatura protagonista dei film si merita in pieno l’eccezione: il Mamba Nero, il serpente africano, una meravigliosa macchina di morte. Il solo pensiero di imbattermi nella sua presenza mi provoca lo stesso orrore che proverei incontrando il Leatherface in persona…possiamo quindi dire che, in un certo senso, sempre di horror stiamo parlando!
A dir la verità, esistono sulla faccia della Terra serpenti molto più velenosi dei Mamba. Ad esempio, il Taipan australiano, il cui morso potenzialmente potrebbe uccidere ben 200 uomini, oppure il King Brown, o anche la tozza, grossa e mortale vipera australiana, chiamata Death Adder, il cui nome (“colei che porta la morte”) è già di per sé un presagio non molto ottimistico.
C’è la poca nota, ma incredibile, Laticauda Colubrina, affascinante serpente che vive in mare e che vanta il primato di essere il più velenoso al mondo…ma che, secondo i naturalisti, ha un’indole addirittura “tranquilla”, anche in presenza dell’uomo. Allo stesso modo, stupisce pensare che la maggior parte dei serpenti molto velenosi sono anche timidi e schivi: appena sentono un rumore, scappano a nascondersi nel primo buco che trovano. Inoltre, pur essendo così velenosi, spesso non mordono. E se mordono, spesso non iniettano tutto il veleno al primo morso, che è solo un avvertimento.
Il Mamba Nero invece no.
Quando morde, lo fa solo per uccidere. Ecco perchè ha una indice di fatality del 100%. Inoltre, ha un’indole abbastanza differente dai suoi simili: è un serpente nervoso e stupido (nel senso che non è incline alla paura), quindi può capitare che, anziché scappare, sia lui stesso ad aggredire per primo. Infatti, a differenza di altri serpenti, è molto territoriale: quindi, appena sente un rumore, anziché nascondersi potrebbe reagire andando ad attaccare chi sta invadendo il “suo” territorio. Ed essendo lui il più grosso serpente velenoso al mondo, nonché il più veloce, non è una bella cosa trovarselo davanti :-(
In Africa lo chiamano “Sette Passi”, cioè il numero di passi che riesce a fare un uomo che viene da lui morso prima di stramazzare a terra e agonizzare. Considerando che l’antidoto, anche se somministrato immediatamente, ha solo il 50% di probabilità di funzionare…allora il giusto antidoto è quello di lasciare in pace il Mamba nel proprio habitat, senza andare a rompergli le balle :-)
Nei film horror, in genere, non sono mai rappresentati serpenti velenosi – se non nei rari casi di cui sotto. Infatti, per la maggior parte, questi film hanno come protagonisti serpentoni enormi e non esistenti, dalle dimensioni assolutamente sproporzionate. Anzi, più passano gli anni e più sti serpenti cinematografici diventano giganteschi: Pito-sauri, improbabili anaconda di 50 metri…Invece, in natura ci sono serpenti molto più piccoli, però davvero letali. Come si dice, in natura le dimensioni non contano!

MAMBA (1988)



Questo film è di Mario Orfini ed è un gioiellino appartenente ai gloriosi tempi del thriller all'italiana.
La trama è molto semplice, ma efficacissima: a parte il serpente, ci sono solo due personaggi. Il primo, Gene, è un programmatore di videogames, un antipatico, uomo d'affari senza scrupoli, maniaco dell'ordine, cinico, calcolatore e freddo. È misogino e pure sociopatico.
Eva, la sua ex-morosa, è il contrario di lui: una ragazza molto semplice, dolce e carina; vive da sola in un bell'appartamento, disordinato a puntino, dove fa la scultrice.
Eva ha lasciato Gene, perché costui, un po' maniaco, la soggiogava, trattandola come un oggetto e pretendendo di comandarla a bacchetta. Gene, ovviamente, non ha perdonato Eva, perché, nella sua visione distorta, l’ha presa come una sconfitta personale e vuole vendetta…Eva deve essere solo sua oppure di nessun altro. Perciò architetta un piano orribile, una specie di video game. Egli acquista di frodo un Mamba Nero ed inietta ormoni sessuali nel suo corpo, in modo da moltiplicare la sua capacità di produrre veleno, inasprendo così la sua aggressività: se il serpente non si libererà del veleno mordendo qualcuno, finirà per impazzire e poi morire per auto-avvelenamento. Gene chiude Eva nell'appartamento a sua insaputa, dopodiché libera il Mamba dentro casa. Quando lei comprenderà di essere prigioniera tra quattro mura insieme alla Bestia… sarà una lotta senza esaurimento di colpi per la sopravvivenza, Eva contro il serpente, come vuole la miglior tradizione.  
Bel thriller, finale col botto!

VENOM (1981)



Philip è un bambino di circa 10 anni che vive a Londra. Suo nonno è un avventuriero che ha vissuto in Africa per molti anni e, dal nonno, il bambino ha ereditato la fascinazione nei confronti degli animali esotici…. Infatti, quella mattina il bimbo è tutto felice, mentre va al negozio di animali per ritirare la biscia che si è comprato.
Peccato che, per un fortuito scambio di pacchi, al bambino non viene consegnato il pacco con l’innocua biscia…bensì un pacco che era destinato all'istituto di tossicologia, che contiene…un Mamba Nero!
Un bambino sfortunato, direte. Beh, perché non avete ancora sentito il resto: quello stesso giorno, l’autista di casa, insieme alla cameriera e ad un terrorista (un fantastico Klaus Kinski), hanno deciso di rapire il bambino per chiedere un elevato riscatto alla sua ricca famiglia. La banda dei tre sa bene che in casa di Philip non c’è alcun cane da guardia…ma di guardia, purtroppo per loro, ci trovano addirittura un Mamba. Infatti, i tre rapitori irrompono in casa proprio nel momento in cui il bimbo apre la scatoletta con la sorpresa dentro, cioè il Mamba Nero, anzi Incazzato Nero, dopo la prigionia.  
La situazione precipiterà. Il bambino ed il nonno vengono tenuti prigionieri dentro la casa dai tre rapitori, impegnati in un’estenuante (e verosimile) trattativa con la polizia fuori dal palazzo, il tutto mentre, dentro casa, un pericoloso serpente si aggira indisturbato. Potrebbe essere ovunque.
Un cast d’eccezione, Klaus Kinski - più gelido del serpente, Oliver Reed e Nicol Williamson. Ma soprattutto lui, il Mamba, vero eroe del film, che sembra davvero saper distinguere tra buoni e cattivi…

KOBRA (1973)



Questo è un horror vero e proprio, non un thriller come quelli sopra. Non è propriamente un beast-movie, ma un horror della categoria “Mad Doctors” (che saranno oggetto di un prossimo capitolo della rubrica). In sostanza, i “Mad Doctors” sono quegli horror dove c’è uno scienziato pazzo che, per un motivo assolutamente inutile, effettua esperimenti altrettanto inutili, su una cavia assolutamente ignara…e quindi ovviamente non consenziente.
In questo caso, lo scienziato pazzo è un erpetologo, il Dottor Stoner, che assume un apprendista, David, interpretato da Dirk Benedict, proprio lui….Sberla, quello dell’A-team!
Il Dottor Stoner sta studiando una formula di sua invenzione per trasformare gli uomini in serpenti.
Sì, ma...perché trasformare gli uomini in serpenti?!
Questo non ci viene spiegato nel film, ma il Dottore è convinto che ciò sia utile. E noi gli crediamo!
In realtà Stoner è affascinato dai serpenti fin da piccolo ed in particolare del Cobra Reale. Perciò, il Dottore ritiene che trasformare un uomo in un Cobra equivalga in un certo senso a perfezionarlo, anzi a divinizzarlo.
Il Dottore inizia perciò a siringare potenti dosi del farmaco di sua invenzione nelle vene dell’assistente, facendogli credere che il ciclo di punture contenga un vaccino polivalente contro vari tipi di veleno - e che tale cura sia necessaria per chi, come loro, deve lavorare a stretto contatto con serpenti velenosi di vario tipo e con i rischi che la cosa comporta.
L’assistente, che nel frattempo si sta fidanzando con la figlia del Dottore, comincerà ad avvertire strani malesseri…
Kobra SSS SSSS, al di là del titolo buffo e della copertina un po’ sciocca (che ha evidenti allusioni sessuali), è un film fatto seriamente e mi ha abbastanza impressionato. Strother Martin, che interpreta il Dottore, regala un’interpretazione straordinaria, maneggiando con naturalezza serpenti di ogni tipo e facendosi anche mordere, senza trucco, tutto reale. Tanto di cappello!
Comunque, il vero protagonista del film è il Cobra Reale…ma, anche qui, il lavoro sporco non lo fa il Cobra.
Lo fa sempre Lui.
Il più cattivo.
Il Mamba Nero.

REGALO DI ANNIVERSARIO - Anniversary Gift (1987)



Parlando di thriller con serpenti velenosi, mi è tornato a galla questo sperduto ricordo che, grazie ad internet, ho riportato alla luce. Si tratta di un brevissimo episodio (20 minuti) della serie “Alfred Hitchcock Presenta", che riporto qui:
In realtà non è l’originale ("Buon Anniversario") del regista, che è datato 1959, ma il remake del 1987 (tutta la serie fu oggetto di ammodernamento dopo la morte del Hitchcock). Non sono riuscito a trovare in rete l’originale, comunque è del remake che io mi ricordavo. La situazione, più o meno, la stessa del film Mamba, ma a ruoli invertiti: qui è la mogliettina che, insieme all'amante, architetta un piano diabolico per sbarazzarsi del ricco, ma “inutile” marito, approfittando dello strano hobby di lui: collezionare serpenti, ragni, rettili e altre schifezze varie.
Il piano della donna consiste nel regalare al marito, per l’anniversario, un serpente Corallo, facendogli credere che è un Serpente del Latte. Infatti, il serpente Del Latte è colorato, innocuo e docile ed è noto per essere un serpente “di compagnia” (per chi ha questi gusti eh, io personalmente no!). E’ però praticamente identico al serpente Corallo (viene infatti chiamato Falso Corallo), che, al contrario, è un serpente dal morso letale e per niente di compagnia.
Mentre consegna al marito la scatola col regalo, la moglie finge di avere un impegno ed esce di casa, prefigurandosi la scena successiva: il marito che aprirà la scatola e, felice come una pasqua, inizierà a gingillarsi accarezzando il serpentello, andando però incontro a morte certa.
Invece, quando la moglie tornerà a casa…

11.6.14

Recensione: "Garage"

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Io mi creo da solo delle personali trilogie...
E così dopo la terribile ma magnifica Trilogia Greca del Padre (Dogtooth, Attenberg, Miss Violence) mi si è "formata" spontaneamente senza che lo volessi la Trilogia Britannica dei Piccoli Uomini.
Sì, lo so che tecnicamente l'Irlanda è fuori dal Regno Unito e che la l'Irlanda del Nord è fuori dalla Gran Bretagna ma facciamo a capirsi no?
Tutto è partito dallo splendido Still Life, film italo-inglese che ha conquistato il cuore di chiunque l'abbia visto.
Poi solo due giorni fa arriva il nordirlandese Il Libraio di Belfast e adesso, per caso, mi ritrovo davanti questo film irlandese che più va avanti più mi rimandava con la testa agli altri due.
Ma allora ci deve essere una poetica comune, mi dico, in queste produzioni britanniche.
Oppure sono state semplici coincidenze.
Resta il fatto che tutti e tre i film narrano le "banali" e comuni esistenze di 3 piccoli grandi uomini.
John May e le sua anime da accompagnare nell'ultimo viaggio.
John Clancy e i suoi libri.
Josie e la sua pompa di benzina
Tutti e 3 i personaggi sono accomunati da almeno due caratteristiche.
La prima è l'assoluta bontà dei loro animi, la loro umiltà, il loro star defilati, la loro solitudine "sporcata" da brevi squarci di vita comune, la dignità e il poco rumore con i quali portano avanti le loro vite.
La seconda è l'attaccamento assoluto al proprio lavoro, la passione e la dignità che ci mettono dentro.
John con quella gente da cercare.
John con i suoi libri da vendere e prestare.
Josie con la sua pompa di benzina.

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Ecco, però Josie ha molti più problemi, Josie ha un ritardo e un handicap sia fisico che mentale, Josie non è come i due John.
Josie è la purezza fatta persona, un uomo che non riuscirebbe a far male nemmeno a una mosca, un uomo che ti dà sempre ragione, qualsiasi cosa tu gli dica, perchè lui si fida sempre del prossimo e non decide mai niente da solo, o se lo fa, ti chiede il permesso 10 volte.
Probabilmente questo film è un filino inferiore agli altri due, ha i suoi momenti di stanca e un doppiaggio italiano terribile, o almeno quello del protagonista.
Ma ci sono piccole cose davvero straordinarie dentro, e una caratterizzazione psicologica del personaggio principale davvero impressionante.
E così mettere semplicemente delle lattine d'olio fuori dal garage è una piccola grande soddisfazione, anche se quelle lattine non le comprerà nessuno. E insegnare il lavoro al giovane ragazzo, anch'esso disadattato, renderà orgoglioso Josie, anche se quel lavoro in realtà nemmeno esiste, perchè fare benzina o portare delle latte fuori possono farlo tutti e non ha bisogno di insegnamenti.
Josie che assiste alla terribile scena dell'uomo che uccide i cuccioli ma fa finta che sia giusto così, perchè quell'uomo gli ha detto che è giusto e non può essere altrimenti.
Josie con le sue passeggiate, le sue piccole bevute al bar, le sue chiacchierate.
Sì perchè in realtà a Josie piace vivere, è timido e disarmante nella sua purezza sì, ma non vuole nascondersi dal mondo.
Io ho trovato commovente vederlo ogni volta fare lavori inutili, come spostare un tubo di plastica, aprire e chiudere un libro, spostare una serranda, solo per far vedere a sè e agli altri quanto lavoro c'è da fare, quanto lui lo faccia volentieri, quanto quel garage e quella pompa siano tutto quello che ha.

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Ci sono persone come Josie che ti fanno vergognare di appartenere allo stesso genere.
Lo vedi e sembra felice perchè lui vuole sempre farsi vedere felice, lui con la sua pompa, con il suo nuovo amico, con la ragazza dei tabacchi e con il bar ha il suo paradiso. E sta bene così.
Ma basta un abbraccio troppo vero e troppo forte per perdere lei.
E basta una vhs avuta per caso per perdere lui.
E basta il progresso e il nuovo mondo per perdere la pompa.
Basta poco per perdere tutto.
E piano piano ci rendiamo conto che in realtà più il film andava avanti più Josie acquisiva consapevolezza.
Perchè la solitudine e il rendersi contro della propria condizione sono mostri che stanno sempre là, pronti a uscire dal buio per quanta luce provi a mettere nella stanza.
E andiamo allora a vedere cosa hanno provato quei cuccioli.
Ma prima liberiamo quel cavallo.
Bravo cavallo, bravo.