27.1.14

Al Cinema: recensione "Nebraska"

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Stavolta di strade laterali non ce ne sono perchè non si va mica dove ti porta il vino, qua e là, ma dove ti manda, perlopiù precisamente, con tanto di indirizzo, un biglietto vincente.
Nessuna sideways insomma ma solo una lunga via principale, una highway di centinaia di km per andare a ritirare un milione di dollari, quel milione di dollari che tutti noi vinciamo ogni giorno, che se una volta era su un biglietto adesso è un banner che ci appare sul pc da cliccare. Vinciamo sempre, ogni giorno, sempre noi, che culo.
Ma Woody è sull'80ina, quel premio da ritirare è molto di più di quello che (non) è, quel premio è una ragione di vita, quel premio è qualcosa cui appigliarsi per sognare ancora, per porsi un obbiettivo un pò più grande di quello di arrivare vivo a letto la sera.
Woody prova a piedi, sono circa 900 miglia (credo), che vuoi che sia.
Lo portano a casa disperati.
Poi riprova a piedi, ancora e ancora.
E allora portiamocelo a Lincoln, pensa suo figlio.
E partono.
Padre e figlio

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Payne ci racconta un altro viaggio ma stavolta è un viaggio diverso, forse l'ultimo.
Woody sembra un pò Harold Fry, il suo arrivare a destinazione diventa una missione ma al tempo stesso è pretesto per sentirsi ancora, e forse per una delle ultime volte, vivo.
Non è un viaggio di riscoperta di sè stessi ma semmai del contrario, del far scoprire agli altri chi sei. E come in Still Life capitò a John, stavolta è David, il figlio di Woody a ripercorrere la vita di suo padre, a conoscerlo meglio, nei pregi e nei difetti.
Nebraska non è un classico road movie, alla fine 700 miglia volano in un ellisse e poi, destinazione finale a parte, c'è una sola fermata, un solo luogo, quello del paese natale di Woody.
Le sue radici.
E qui Payne si ferma, qui il viaggio si ferma per 4,5 giorni dell'intera settimana di durata dello stesso.
E ci regala delle sequenze di squisita finezza comica, come il primo incontro con la famiglia del fratello di Woody con quei due cugini che guardano fisso David interessati solo (non lo vedono da 30 anni) a quanto ci ha messo ad arrivare fin lì in macchina; la scena, strepitosa, della riunione di famiglia, con quella decina di fratelli che guardano il televisore con una birra in mano e si fanno sincopate domande e risposte; il furto del compressore sbagliato, questo sì momento comico tout court da piegarsi in due (ma attenzione, non gesto banale, ma di unione di due fratelli che a malapena si parlano in onore del padre) battute alla Allen ("sono a fare volontariato in autostrada, cioè, in realtà sono ai servizi sociali per un'accusa di stupro" "A me piaceva scopare e lei era cattolica, fai la somma, due figli li avevo messi in conto").

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L'aria è malinconica ma il tono di commedia brillante non si appassisce mai.
E più che Woody, personaggio tragico che ce n'è uno, spiccano dei personaggi secondari perfetti, come i due sopracitati cugini, grassi e uguali, che guardano sempre nella stessa direzione; la moglie di Woody, vero collante del film, grossolana, sguaiata, maleducata, dura, grezza, ma capace di accarezzare i capelli di Woody e dargli alla fine un bacio di dolcezza infinita; l'ex socio di Woody, vecchio bossetto del luogo, un luogo pieno di vecchi e di ricordi, gonfio di nulla e di vuoto (e non è un caso, forse, la scelta del bianco e nero, non solo stilistica ma più vicina alla materia, il ricordo, e ai personaggi presenti).
Woody, come accennato, è invece personaggio tragico, defilato, ed in lui va ricercato tutto il senso del film.
Woody che cade, si apre la testa ma va avanti lo stesso.
Woody che durante le riunioni se ne sta sempre da una parte senza parlare. Con la testa altrove.
Woody che al cimitero mentre la moglie e il figlio parlano se ne torna in macchina. Perchè quelli sono sempre i suoi genitori morti, quello il suo fratellino di 2 anni morto, quella la sua sorella di 19 anni morta, e ci si può scherzare quanto volete, ma questo è un dolore per me, un dolore grande, vi aspetto in macchina.
Woody che nel ritorno alla sua prima casa si emoziona ad entrare nella camera da letto dei genitori e torna ancora, l'ennesima volta, in disparte.

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Woody che accarezza il biglietto ritrovato.
Woody che nel momento più bello del film incrocia lo sguardo di una ex fiamma di 50 anni prima e chissà quante cose gli sono venute in mente in quel momento. E chissà quante ne sono venute in mente a lei.
Woody è tragedia pura, fa ridere sì, ma non come gli altri.
Perchè lui in quella lettera ci crede davvero e ora che si sente alla fine di tutto, rendere credibile un sogno è meglio di aspettare la fine in un divano.
E quello che rappresenta e ha provato Woody non l'ho visto solo dentro il film ma ancor di più fuori.
Esco dal cinema. C'era un bellissimo signore di una 80ina d'anni che avevo notato anche all'entrata, capelli lunghi raccolti in una coda, vestito elegante, un signore distinto che sembrava un ex attore di cinema.
L'ho visto fuori, dopo il film, staccarsi dal suo folto gruppo e andare a piangere a dirotto.
Gli sono passato vicino apposta sperando di incrociarne lo sguardo.
L'ho incrociato.
E Nebraska mi è entrato dentro.
Perchè non puoi avere la malinconia della fine vita se non sei alla fine vita.
Perchè, lo spero, tutti noi arriveremo a quell'età in cui le piccole cose, le cose insensate ci sembrano grandi cose.
Le piccole conquiste ci sembrano grandi conquiste.
Non come da giovani in cui quasi sempre i grandi sogni, le grandi conquiste si rivelavano poi piccole.
Da vecchi sono le piccole che si rivelano grandi.
E tutti noi alla fine ci accorgeremo che ci basta inseguire poco, anche una chimera, per sentirci ancora vivi.
Anche se un milione di dollari diventa poi un brutto cappello con scritto "Vincitore del premio".

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Tutti noi avremo un Nebraska, un ultimo luogo, un ultimo desiderio.
E più ci avviciniamo a quel Nebraska, come quel signore fuori dal cinema, più l'intensità dello stesso acquista valore. Acquista bellezza, ma anche dolore.
Avrei voluto esser vecchio ieri, molto vecchio.
Perchè solo loro possono capire.

( voto 8 )





24.1.14

BuioDoc (N°7): recensione "The Act of killing"

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Impressionante.
Credo che il mio essere un ingenuotto politico, un verginello, uno che non si è mai schierato, mai interessato e mai fatto rovinare il sangue con quella cosa terribile e magnifica che è la politica, credo che stavolta essere quello che sono mi abbia aiutato a vedere questo film. Perchè approcciarsi a The Act of Killing con occhio politico può distogliere da quella che è la sua essenza.
Sarò retorico ma un massacro è un massacro, un eccidio è un eccidio, la mano che spara, strozza, taglia è la mano di un uomo in ogni caso, così come un uomo è la vittima. Uomini che uccidono senza pietà altri uomini, in nome di politica o entità trascendentali è lo stesso. Non ci interessa chi a chi, o almeno non a me, quelle sono analisi storico politiche che lascio ai competenti. A me rimane il film, e mi avanza pure.
Nella seconda metà degli anni 60 l'esercito indonesiano massacra tutti i seguaci, o ritenuti tali, del Partito Comunista Indonesiano, rei (?) di voler allestire  un presunto colpo di stato.
Tutti vengono fatti fuori, comunisti, cinesi, oppositori. Forse 2 milioni i morti.
Il regista texano Oppenheimer si reca in Indonesia per saperne di più, dar voce alle vittime.

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E invece a parlare, a voler parlare, sono i massacratori, i "vincitori", tutti rimasti impuniti, anzi, ancora oggi vere e proprie star in patria.
E non solo vogliono raccontare, ma vogliono rappresentare, fare un film su quello che fecero 40 anni prima.
Parte un'operazione incredibile, la messinscena di un massacro allestita, organizzata, dagli stessi massacratori, una specie di ibrido tra teatro e cinema che deve fungere da autocelebrazione e documento della Verità dei vincitori, verità particolare, perchè esaltatrice della crudeltà degli stessi.
In questo senso quell "Act", atto teatrale, rappresentazione. Una ambivalenza che nel titolo italiano resta ma rimanda troppo all'atto inteso come azione.
Gli attori principali sono due gangster dell'epoca, l'apparentemente mite Anwar Congo, una specie di Morgan Freeman dal carisma incredibile (a proposito, strano e buffo poi che "freeman, uomo libero, sia secondo loro la traduzione di gangster e la giustificazione quindi del loro esser tali).
Vicino lui il terribile, viscido, ambiguo Herman, una specie di Maradona di 130 kg che segue Congo passo passo. I suoi travestimenti da donna per ricreare i fatti di allora sono probabilmente tra i momenti più comicamente terribili del documentario, quelli dove, anche se può sembrar strano, ci arrivano i maggiori brividi lungo la schiena.

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Vicino loro gravitano altri criminali dell'epoca, tra tutti un capomilitare che stuprava le 14enni perchè "se per loro era l'inferno per lui era il Paradiso in terra", il redattore di un giornale che per divertimento interrogava persone e le dava ai militari per essere uccise, fino ad esponenti importantissimi del governo attuale, veri e propri difensori di quell'eccidio. Durante il film ci si chiede come possa esistere ai giorno d'oggi un popolo come questo, che ancora invita in televisione questi assassini per farli vantare dei metodi di sterminio o ancora adesso si dichiara pronto a nuovi massacri se ce ne fosse il bisogno.
Ma la grandezza di The Act of Killing è altrove.
E' in questa operazione metacinematografica (o metateatrale?), in questa voluta rappresentazione di sè stessi.
Che poi il cinema fu molto importante anche allora, molti massacri prendevano spunto dai film di gangster americani degli anni 60, a volte si uccideva appena usciti dal cinema dopo aver visto un film di Elvis, si uccideva canticchiando, al ritmo del Re. E se il cinema americano allora era l'ispirazione adesso è l'aspirazione, si vuole fare un film per celebrarsi, che venga visto, che abbia successo. Si scelgono i vestiti, ci si tinge i capelli, si fanno le prove generali, si cerca di ricreare al massimo l'atmosfera dell'epoca, si mette ferocia e inumana (finta) brutalità nelle ricostruzioni delle esecuzioni, ci si lamenta se "no, là stavo ridendo, taglia".
Il confine tra verità e finzione, tra storia e rappresentazione scenica si fa labilissimo. E l'operazione si fa ancora più metacinematografica quando non solo si fa il film dentro il film ma quando gli stessi attori, specie Congo, rivedono le scene sul televisore per vedere se sono venute bene. Un film nel film nel film.
Geniale, terribile, spiazzante.

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Congo è un one man show, una specie di Celentano che scrive, dirige e interpreta il Suo film.
La regia (quella vera, di Opphemeier) e il montaggio sono perfetti, un mix tra dietro le quinte, interviste, prove quasi teatrali e ricostruzioni di grande livello tecnico e cinematografico (delle specie di veri e propri corti dentro il film) degli interrogatori-omicidi o dei massacri di 40 anni prima.
Non solo. Congo e i suoi organizzano dei siparietti kitsch, degli inserti musicali, sì, veri e propri musical, in cui ci sono loro che cantano, ballerine che ballano in delle cornici fiabesche di natura incontaminata. Herman, l'obeso tirapiedi, si traveste e sembra una viscida drag queen. E il fatto incredibile è come tali momenti, così fuori contesto, così irreali e surreali, diano i brividi ma non sembrano affatto fuori contesto, anzi, paiano come siparietti che esaltano ancora di più la pazzia e il tipo di operazione che i carnefici stanno portando avanti. C'è di tutto, anche una specie di cinema espressionista anni 20 quando Congo ricostruisce i suoi incubi per i massacri che ha perpetrato. Quel fantasma del Comunista che lo perseguita, una specie di Pulcinella a farfalla è grottesco.
Ma sono forse due le scene madri del film, quelle che hanno dentro più cose.
La prima è quando Congo, per la prima volta, si mette a fare il ruolo della vittima, quella di un comunista torturato e strangolato in un interrogatorio. Quel filo che gli cinge la gola, anche se appena tirato, lo mette in crisi. Ferma le riprese, è stanco, è strano. Qualcosa l'ha colpito dentro, ha vissuto in piccolissima parte il dolore, la paura e la sofferenza delle migliaia di vittime che ha ucciso.
Per un momento ci sembra quasi che la sua sia stata un'immedesimazione catartica, che quella "scena" possa averlo cambiato. E un pò è così, da lì in poi qualche scrupolo di coscienza gli viene, qualche remora a girare scene troppo crudeli, qualche senso di colpa. Ma, lo sappiamo, sarà solo una crisi passeggera perchè uomini così non cambiano. Anche se il rigetto che il suo corpo fa alla fine tra risucchi, rutti e peti qualcosa vuol dire.
La seconda scena madre è quella della ricostruzione più grande e importante, quella del massacro a un intero villaggio.
Tra l'altro anche a livello cinematografico la scena è magnifica, con quelle immagini dietro il fuoco.

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Stavolta i soliti 3,4 attori, Congo, l'obeso e gli altri, non bastano, si assoldano donne e bambini per interpretare le donne e i bambini dell'epoca.
Si fa la scena, si bruciano case, persone, si uccide, si urla, si inneggia al massacro, i bambini si stringono nelle madri, urlano, piangono
Recitano qualcosa di inumano.
Tutti i corpi sono a terra, tutti morti.
Fine riprese.
Ma c'è qualcosa di strano, i bambini continuano a piangere per davvero stavolta, una donna è in stato di shock.
Ma come, si è solo rappresentato, ma come, quelli lì sono gli eroi di un paese intero.
Ma quella donna non si riprende, quella bambina continua a piangere.
Se questo film può avere un senso, e non voglio dire quale, non voglio andare ancora più lungo, non voglio esser retorico, ma se questo film ha un senso, questo senso è da ritrovare nel tremolio di quella donna e nella lacrima di quella bambina.

( voto 9 )

23.1.14

Recensione "Wrong Turn"


E' strano come un appassionato (ma non, di solito, estimatore) di genere come me non avesse mai visto per
intero questo piccolo cult horror, passato in tv centinaia di volte e orbitatomi intorno in dvd per anni.
L'hai visto Wrong Turn? mi chiedevano.
Certo che l'ho visto, rispondevo io per poi vedermi assalito da dubbi amletici se avessi detto la verità o no.
Beh, ne avevo visto alcune parti e basta, ora posso confermare.
Sbagliavo, perchè questo è uno dei capostipiti (o capostipite?) del genere teen movie-slasher copia-incolla degli anni 2000, certo anch'esso molto molto derivativo, ma ancora agli albori del sotto-sottogenere che produrrà negli anni successivi film di una banalità e pochezza impressionante.
Qui (siamo nel 2003) c'era ancora la voglia di offrire un prodotto dignitoso per gli appassionati, prendere spunti qua e là (giganteschi i richiami a Le Colline hanno gli occhi, l'originale visto che il remake è successivo, e all'onnipresente Non Aprite quella porta) per poi "lavorarli" nella maniera migliore possibile e, per quanto possibile, originale.
E' vero, c'è l'uomo strambo alla pompa di benzina, poi... STOP!!!!!!!!!!!

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Dai, quella dell'uomo strambo alla pompa di benzina è assurda, a sto punto credo che sia un diktat imposto dalle case di produzione.
C'è... SEMPRE.
L'unica differenza su cui possono lavorare, a parte quelle fisica è questa:

1 o maledice direttamente il gruppo di ragazzi, tipo "morirete tutti"o "non sapete quello che vi aspetta"

2 o mormora da solo le stesse frasi appena i ragazzi vanno via, tipo "moriranno tutti" o "non sanno quello che li aspetta"

In questo caso in Wrong Turn abbiamo L'Uomo Strambo N°2.

Comunque, punti di forza di Wrong Turn rispetto a tutti i suoi fratelli, cugini e nipoti sono la presenza di un buon cast con sopra tutti i due maschi, Jeremy Sisto e quell' Harrington che meritava a mio parere miglior fortune, una regia pulita e capace di inquadrature molto suggestive, un uso delle location magnifico perchè è vero che tutti hanno la casa sgarruppata ma questa è una bella casa sgarruppatta, è vero che tutti hanno un bosco ma questo è un bel bosco, una sceneggiatura che ha perdite sì, ma non fa acqua da tutte le parti. Anzi, finalmente assistiamo a uno degli elementi Tabù dell'horror moderno, La Fuga. Cazzo,  negli horror non scappano mai! Si aggirano intorno alla casa, si rinchiudono nelle stanze, si nascondono. ma cazzo, avete un open air incredibile, correte, fuggite, andate perpendicolarmente opposti al mostro no? Qui lo fanno.

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E c'è un'altra cosa particolarissima, l'originalità e il coraggio di girare quasi 25 minuti tra i rami degli alberi, sollevati da terra (almeno nella diegesi). Molto particolare come scelta, per niente scontata, molti altri sarebbero rimasti in casa tutto il tempo. E la scelta della torretta è ottima, così come il metodo usato dai mostri (molto ben fatti) per farli scendere.
Funziona quasi tutto dai, è un filmetto senza nessuna pretesa e solo per appassionati.
Ma è molto dignitoso.
Ne hanno fatti 4 seguiti!, se voglio farmi del male, e già lo so che sarà così, li vedrò.

( voto 6,5 )

22.1.14

Fatti da Voi (N°1): Pietro - DARK TALES FROM CATANIA - L'esame di fisica




Questa è una puntata un pò particolare de I Corti de Il Buio in Sala (trovate le altre puntate nell'apposita
categoria sopra, ce ne sono di magnifici).
Sì, perchè il corto in questione non è stato girato da professionisti ma da sue amici ET commentatori del blog, Ethanp e Pietro "Dongadungaeocomecazzosescrive" Sidoti.
Credo che sia un documento importante perchè alla fine va bene andare al cinema, va bene scriverne, ma non c'è niente di più bello che provarlo a fare te direttamente.
Il corto è splendido (Pietro, ricordati i due kg di sarde promessi) e ha vinto numerosi premi tra cui:

1 Miglior Corto con Titolo Dark tales from catania: l'esame di fisica
2 Peggior Esame Universitario
3 Noschese d'Oro per la più grande somiglianza di un attore a Fabio di Fabio e Mingo
4 763° Miglior Trucco tra i corti sperimentali girati in Sicilia nel 2013 (dei 780 selezionati)
5 Professore più Improponibile Award

ma anche dei premi tipo Razzie come:

1 Peggior caduta da Imciampamento da scalino
2 Uso Improprio delle Uova 2013

ma c'è tanta passione, non poca capacità tecnica (non convenite con me che inquadrature e attori siano migliori degli ultimi Argento?) e voglia di divertirsi.

Complimenti ragazzi.

(se altri hanno qualcosa mandate pure eh)


godetevelo



21.1.14

Recensione: "The Last Will and Testament of Rosalind Leigh"


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spoiler decisivi e letture molto personali, sarebbe meglio legger dopo, molto meglio



Non me l'aspettavo proprio.

Horror colto, elegante, raffinato, intelligente, una vera sorpresa.
Comincia come una ghost story quasi classica, prosegue aggiungendo un'aura di misticismo e di fede, finisce in un modo davvero sorprendente che sarebbe un delitto non riuscire a cogliere.
Film stratificato, una di quelle pellicole (cito sempre The Orphanage, scusate) che si travestono da film di genere per raccontare qualcosa di molto più grande ed umano.
La trama è ridotta davvero all'osso.
Un ragazzo riceve in eredità dalla madre appena morta la villa/castello nella quale viveva e nella quale lui stesso aveva vissuto prima di andar via. C'è solo lui e la casa, nient'altro. Un solo attore, una sola location.

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L'inizio, come dicevo, lascia presagire al solito ghost movie sulla grande casa abbandonata. In questa prima fase è particolarissimo l'uso di lunghi piani sequenza che si aggirano per le varie stanze, un uso stranissimo, in soggettiva, soggettiva che però non è nè del protagoniste nè di qualche minacciosa creatura. E' come se la regia perlustrasse l'ambiente, come un ladro, se ne frega di seguire le vicende del ragazzo e vaga qua e là, più di una volta, per un buon quarto d'ora. Forse solo nel finale potremo capire questa scelta, questa importanza della casa, di ogni oggetto, questa presenza viva in ambiente morto.
Piano piano capiamo che questo è un film sulla Fede, sul credere o no.
La madre, fervente attivista cattolica (membro di una setta) lascia nella casa messaggi, simboli, tutto quello che può aiutare il figlio a ritrovare la fede persa o abiurata. Iniziano a capitare vari avvenimenti (tra l'altro i pochi spaventi sono inaspettati e ben centellinati, impara Wan) e lo spettatore non sa se quello che accade sia vero o metaforico. L'aria è pregna di misticismo, di trascendentale.
Gli angeli sono dapertutto, che cosa rappresentano? Leon, il ragazzo, li vede solo come simboli della Fede e cerca di "combatterli" come può.
Poi arriva la creatura, preannunciata da quel fantastico
"Se ti cade un coltello sul pavimento, un uomo verrà a trovarti
Se invece è un cucchiaio, sarà una donna.
Se cade una forchetta, non sarà nè uomo nè donna.
Lo spettatore comincia a credere che quella creatura sia in qualche modo metafora del Male, del rifiuto della Fede. E lì avviene una prima fantastica svolta, la telefonata con la ragazza. Anche lei, come prima la cassetta della setta, fa a Leon una specie di ipnosi per liberarlo dalla sue paure. In un modo raffinato come pochi il film racconta la battaglia Fede-Scienza (la ragazza è un dottore) e ci fa iniziare a subdorare che Leon in realtà abbia probabilmente dei forti problemi mentali che lo portano ad immaginare tutto.
E mentre assistiamo a più di una scena suggestiva (i due gemelli del passato, i passi che si avvicinano mentre lui dorme, la statua grande dell'Angelo) arriviamo al finale che è obbligatorio più che vedere saper ascoltare perchè dona al film  una lettura completamente nuova e una sua profondità sorprendente.
Alla madre non interessava che il figlio ritrovasse la Fede, o meglio, non la Fede come la intendiamo normalmente.

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La madre voleva solo che suo figlio la cercasse, la ricordasse, si ricongiungesse a lei almeno adesso che non c'era più. Tutto quello che era avvenuto erano solo simboli del fatto che lei fosse là, che la sua anima fosse andata avanti dopo la morte. Ecco cosa era quel "Believe". E quella bestia che in passato vide lei e ora ha visto lui non era nessun Demone ma semplicemente il mostro della Solitudine, una creatura che non è nè uomo nè donna, ma una delle più grandi paure dell'uomo. Da brividi. E tutto torna, quella chiave trovata per andare nella sua stanza, quegli angeli che tornano a guardar dritti anzichè voltare le spalle, tutto.
Cinque minuti magnifici da ascoltare e riascoltare.
Tutto assume una luce nuova, umana.
Anche questo è saper far cinema.

( voto 7,5 )


20.1.14

BuioDoc (N°6): Recensione I'm still here (Io sono qui)


(seconda puntata della nuova rubrica dei documentari, o presunti tali, de Il Buio in Sala)
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Joaquin Phoenix si ritira dal cinema per darsi all' hip hop.
Uno dei più grandi della nuova generazione di attori ha una profonda crisi esistenziale che lo porta a fuggire da quel mondo dove tutto è finto, dove si è burattini, dove ti dicono dove stare, cosa dire e cosa fare.
"Fare l'attore è un imbroglio" dice Joaquin, fanculo la creatività, non c'è nulla, sei solo mosso da dei fili.
Nella musica puoi essere te stesso.
Ma Joaquin va oltre, non solo prende questa decisione ma vuole raccontarla in un autodocumentario, una sorta di autoritratto cinematografico.
Alla telecamera, pronto a seguirlo ovunque, suo cognato Casey Affleck.
Ora, andare ad informarsi se tutto questo sia una bufala della bufala (la prima la decisione di smettere, la seconda il documentario) può esser decisivo, importante, quello che volete.
Ma forse è più bello star là, credere e non credere, toccare con mano e vedere con occhi l'autodistruzione di uno dei più grandi talenti recitativi della nostra epoca.
Perchè, se fosse tutto vero, e non  lo è, il documentario è di un impatto tremendo.
E se fosse tutto falso, come è in realtà, la genialità dell'opera è incredibile.
Il fatto è che qua non si parla di genio, non si parla di vero o finto, perchè i confini, come in tutte le cose più grandi, sono labili.

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Qui si parla di coraggio.
Perchè Joaquin si fa di coca.
Perchè Joaquin scopa con delle puttane.
Perchè Joaquin se ne va in giro un anno ridotto come un barbone rischiando di buttare nel cesso tutta la sua carriera.
Perchè Joaquin si prende della merda in faccia, metaforicamente e letteralmente.
Tutto falso?
C'è differenza tra falso e preparato, perchè anche in qualcosa che pianifichiamo per fregare la gente ci può essere tanto di vero.
E questo documentario racconta di come ci si può distruggere, di come è facile passare dalla stelle di Hollywood alle stalle di un motel a farsi, di come il successo può non esser niente, niente, o se è qualcosa è qualcosa di terribile.
Non è un documentario perfetto, tutto è molto ripetitivo, statico, non c'è evoluzione (se non nel finale), non c'è quasi nulla.
La storica ospitata da Letterman e quel celeberrimo "Peccato che tu stasera non sia potuto venire" detto da un incredulo David a Phoenix è senz'altro uno dei momenti top ma solo perchè il più sovraesposto, il più folgorante.
Ma è in altri momenti che va ricercata la grandezza dell'operazione, in quelli di degrado personale e privato, nelle liti con gli amici, nei rari momenti di lucidità in cui Joaquin analizza la propria vita.
E non importa, lo ripeto, che tutto sia montato, perchè anche il cinema, quello vero, è tutta finzione ma le emozioni che ti dà sono vere e vero, almeno in quel momento, quello che racconta.

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Phoenix è andato oltre, ha fatto forse del cinema mettendo dentro però tutto il suo degrado, e quel degrado era fottutamente vero.
E quel finale, quel finale è pura poesia, quel tuffo di 20 anni prima si completa adesso e Joaquin va sott'acqua a riscoprire sè stesso.
E comincia a camminare nel fiume, una lunga camminata di una bellezza autentica come poche, altro che finta.
Cammina nel fiume del Poi, nel fiume del ritorno, in quel fiume che anni prima ci aveva portato a interpretazioni magnifiche come ne Il Gladiatore, Signs, Reservation Road, Walk the line e Two Lovers.
Quel fiume del poi che poi ci porterà a toccare l'immensità recitativa  in The Master.
E, ora, in Her.
Provateci voi ad esser finti essendo così veri.
Non ci riuscirete.
Perchè bisogna avere l'anima sporca dentro, sporca di qualcosa che non tutti hanno.
Il genio, lo schifo e la complessità di Joaquin.
Provateci voi.

( voto 7,5 )


17.1.14

BuioDoc (N°5): recensione "Stop the pounding heart"


Tento l'ennesima rubrica. Questa davvero non ha scadenze, sarà quando sarà, senza fretta.
Niente di più semplice, è una rubrica di recensioni di documentari, una delle facce più nascoste ed affascinanti delle cinematografia.
Credo che sia doverosa, un peccato non averci pensato prima.
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Il fatto è che questo tipo di cinema mica esiste più, quello dei documentari che si prendono il loro tempo, che stanno lì e raccontano senza sceneggiar nulla, che pensano che se quello che mostrano è interessante bene, se farà scappare la gente dalla sala bene lo stesso.
Anacronistico sì, con un anacronismo dell'anacronismo.
Il primo anacronismo è l'idea stessa alla base del film-documentario (o documentario tout court? mica l'ho capito), quella appunto di un doc statico girato nel 2013, ma stiamo scherzando? noi andiamo di fretta, noi già il documentario ci sta sulle palle, se non ce lo filmizzi più che puoi, no dico, ma sei scemo?
Il secondo anacronismo è la stessa materia del film, il racconto di una famiglia texana che vive in un ranch sotto gli occhi di una sola persona, Dio. Che poi persona non è, a parte quando mandò suo Figlio qua da noi.
Una famiglia di millanta figli che alleva le capre e ci fa il latte, alleva le capre e ci fa il latte, spara a due barili e poi alleva le capre e ci fa il latte, poi legge due,tre sermoni della Bibbia e poi alleva le capre e ci fa il latte.
Vicino a loro un altro ranch con due ragazzi che si allenano per il rodeo, poi si allenano per il rodeo e poi ogni tanto, ma solo ogni tanto, si allenano per il rodeo.
Minervini, regista di Casa Nostra trasferito negli States, gira un documentario fuori dal tempo, in una famiglia timorata di Dio che va avanti da centinaia di anni allo stesso modo. E ogni giorno uguale all'altro.

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I figli vengono indottrinati dalle parole della Bibbia, imparati del mestiere, impauriti del potere dell'amore e delle pulsioni, che quelle si sa , solo dopo sposati.
Che se il cuore pulsa troppo va fermato, va controllato, stop the pounding heart, mantieni il controllo, cerca la serenità interiore, affronta le tue battaglie e resta sempre con il Signore.
E servi l'Uomo (anzi, l'uomo, quello con la lettera minuscola, fatto di ossa e vene varicose) perchè è più facile essere sue serve che trovare la forza di farcela da soli.
Sì, o.k, ma Sara all'altro ranch ci è andata, l'ha visto quel bel ragazzo che si allena per il rodeo (fanno solo quello) e lei forse pensa che allevare le capre (fa solo quello) potrebbe anche non essere solo quello.
A Sara dei dubbi se l'unica vita e la felicità in terra siano solo quelle gli vengono. E' bruttina ma mica scema.
Film pieno di pregi e difetti, l'esaltazione della vita semplice ma anche l'ingiustizia di trovarsi isolati fuori dal mondo, l'importanza delle parole e degli insegnamenti ma anche quanto c'è di sbagliato in quelle parole e in quegli insegnamenti, la bellezza di due bimbi che saltano non sopra ma dentro delle pozzanghere e il sapere che forse faranno poco più di quello in vita loro.

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E a livello cinematografico i due problemi principali sono il suo ripetersi continuamente, perchè se è vero che il ciclo della vita là è sempre lo stesso, nel cinema qualcosa deve pur succedere e l'altro problema è un'occasione mancata, una scena madre o un gesto padre tra Sara e quel ragazzo. Serviva una scintilla in più, una scintilla visibile anche da noi che avrebbe reso ancora più bella quella scena finale, di Sara in lacrime davanti ai suoi dubbi su cosa sia la vita mentre la mamma in un gesto insieme magnifico e terribile continua a indottrinarla di Verità.
Intanto poco prima era nato un altro bambino, rimasto in pancia tutto il film come ne L'uomo che verrà.
Ma questo uomo che verrà non troverà un cambiamento.
Troverà l'eternità della ripetizione.

( voto 7 )

13.1.14

Al Cinema: recensione "Disconnect"

A.S.1 (na specie de Ante Scriptum): maledico mio fratello per avere accettato il mio invito al cinema. Per colpa del film ho perso il poker del mio idolo Berardi al Milan. Ho visto l'ultimo quarto d'ora del film pensando solo agli sms che mi arrivavano da amici e parenti riguardo Berardi, quindi la recensione è inficiata da questo nel caso la trovaste sbagliata (che paraculo...).

A.S.2: stamattina alle 6 ho appreso della FANTASTICA VITTORIA al Golden Globe de La Grande Bellezza. Soddisfazione immensa, c'erano capolavori come Il Sospetto,La Vita di Adele, Il Passato, insomma quasi tutti i più grandi film del 2013. Ripropongo la mi recensione al film di Sorrentino qui
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super spoiler


Film importante, credo, che merita una visione. Probabilmente è la pellicola che cerca di mettere il punto in maniera definitiva sui rischi derivanti da una delle piaghe (di cui purtroppo quasi tutti siamo vittime ma anche partecipanti attivi) di questa nostra era ipertecnologica, il fenomeno delle chat.
E lo affronta da 3 punti di vista simili ma diversi, quello della chat erotica live con webcam, quello della chat classica (in questo caso in un gruppo di sostegno per persone colpite da lutti) e quello dello scambio di messaggi, live o no, su facebook.
I pregi e i difetti stanno nello stesso aspetto, ossia nella denuncia, velata o no, che il film fa di questi nuovi metodi di interazione interpersonale. Se infatti l'accusa arriva,e arriva forte,è anche vero che lo fa in maniera un pò didascalica, sia nel fine, quello di mettere in guardia, sia nel mezzo, con delle vicende abbastanza preconfezionate.
Coppia in crisi con crisi acuita dallo scoperta di una chat di lei (tra l'altro chat affatto compromettente,anzi).
Bulletti che vessano un ragazzo dell scuola fino a portarlo al suicidio.
Solo nella terza storia, quella della giornalista, c'è una buona originalità di soggetto anche se a mio parere risulta essere quella che si dipana in maniera peggiore, tante premesse per una bolla di sapone finale.
Eppure il film funziona, e nemmeno poco.

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Intanto un plauso al cast, tutto davvero in palla.Mi piace da morire Skarsgard che dopo la Justine di Melancholia si ritrova un'altra volta in un matrimonio un pò difficile...
Ma sono tutti davvero convincenti.
La storia dei due ragazzini che prendono di mira lo "sfigato" è ben raccontata, scontata nei suoi passaggi ma molto intensa e con tematiche importantissime come quelle del rapporto padre-figlio, quella dell'insicurezza e dell'instabilità che hanno i giovani d'oggi e quella della facilità con cui si può recar danno a qualcuno semplicemente scrivendo al pc. Ho trovato magnifica la scena del pranzo in cui per un motivo o per un altro tutti si alzano col proprio cellulare in mano e la madre rimane da sola al tavolo. Immagine simbolo dei nostri anni se ce n'è una. E davvero psicologicamente fortissima è la chat tra il ragazzino e il padre del suicida, probabilmente a livello di contenuto e di analisi momento più importante del film.
La vicenda della giornalista ha le premesse più potenti e qualche buon momento ma è anche quella che naufraga di più in un nulla di fatto. Il servizietto giornalistico che porta lei alla proposta di un grande network sembra davvero assurdo, il presunto innamoramento di lui idem, tutte le vicende dell' F.B.I con patate, insomma, si storce il naso più di una volta, tutto sembra troppo facile, forzato. Ma lei che non la dà al ragazzo nemmeno a morire è stata una sorpresa (ma al capo sì però eh).

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La coppia è in crisi per la morte del figlioletto (e chi non lo sarebbe?) è l'episodio più controverso.Anche qua c'è qualcosa che non convince, i soldi rubati, il riavvicinamento per questo motivo (apparentemente) futile, il lottare di nuovo insieme, il riscoprirsi legati, se il messaggio doveva essere questo il fatto che avvenga attraverso una carta clonata anzichè un figlio perso è un pò inquietante. Anche qua le premesse forse non sono al livello dello svolgimento ma ho trovato questa qua come la storia più sfaccettata e ricca di sfumature, la meno standard. E la scena di quell'uomo col fucile puntato in faccia da Skarsgard mentre lei gli urla di non farlo e di quanto quell'uomo ha sofferto a me ha colpito moltissimo.
Poi avviene il collasso, la prevedibile unione delle tre storie (che a volte si sfiorano anche durante il film). Ma non è un collasso diretto,le storie non si incontrano o intersecano, ma è un collasso in montaggio analogico. E questo, forse, è il momento migliore del film. Per 10 secondi si ha la sensazione di assistere a 3 tragedie contemporanee, tragedie che invece non saranno tali.
Ma sarebbe sbagliatissimo credere a tre happy ending.
Affatto.

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Qua c'è un ragazzino che forse morirà.
Là un altro che continuerà a vendere il suo corpo e una giornalista che comincerà a farsi molti esami di coscienza.
E poi una coppia che si è riscoperta ma che rimarrà, forse per sempre, fragile come un cristallo, pronta a rompersi.
Una cosa è certa.
Tutti abbiamo a che fare con questo mostro.
Tutti ormai usiamo più le dita su dei tasti che per cingere mani altrui.
Tutti siamo sempre più connessi a questa magnifica, insostituibile, terribile e disumana rete.
E più siamo connessi più siamo sconnessi dalla vita vera.
Disconnect.
Già.

( voto 7 )

8.1.14

Horror Underground (N°8): recensione The Human Centipede 2 (ma anche molto altro, purtroppo per voi)


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attenzione, spoiler devastanti, veri e propri ammazzafilm

Credo, credo, che questo sia l'horror estremo definitivo, difficile far meglio senza superare certi limiti.
Mannaggia, ho paura che mi troverò a fare un a rece lunghissima per un film di genere che al 90% delle persone sembrerà una pellicola per gente malata. Ho troppe cose da dire, uffa.
Voglio partire con una citazione: "per un film di genere che al 90% delle persone sembrerà una pellicola per gente malata." Ah, già, l'ho scritto io appena adesso.
Allora.
Per prima cosa ognuno di noi ha il suo guilty pleasure, in questo caso meglio ancora dirty pleasure, cioè quel piacere morboso a veder cose che non solo all'opinione comune sembrano brutte, sbagliate e "sporche", ma anche a te stesso.
Io lo so benissimo che farsi piacere così tanto sto film un pò inquieta sia voi che me, ma non si può commettere errore più grande dal giudicare le persone da quello che gli piace. Il mio dirty pleasure è l'horror cattivo, estremo, ma sempre dentro certi limiti. Vi ricordate la stroncatura ad A Serbian Film no? Ecco, in quei casi divento una bestia.
The Human Centipede 2 è molto diverso, molto, anche se a prima vista e ad un'analisi superficiale potrebbe apparire assolutamente parente stretto del film serbo.
Sì, perchè questo è un film terribile, cattivo, spietato, fastidioso, sporco e inumano.
Ma sono le piccole cose che fanno la differenza, sono i piccoli accorgimenti che fanno sì che un film rimanga comunque un film e niente di più e non travalichi completamente la sua essenza distruggendo qualsiasi legge morale ed etica come fece A Serbian Film.
Ne parleremo.

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L'aggancio con il primo capitolo è al tempo stesso banale e geniale, mi sembra di aver visto fare una cosa simile da Fulci. Ma più si va avanti più la scelta pare importante perchè passa da semplice escamotage di raccordo a vero e proprio motore narrativo.
Il film diventa uno strano esercizio metacinematografico davvero sorprendente.
Martin ama quel film, lo ama alla follia, ne fa una ragione perversa di vita. E vuole realizzare quello che per ora è soltanto pellicola. Non solo vuole realizzarlo ma addirittura migliorarlo...
Martin è una delle figure di villain più riuscite della storia recente del cinema horror.
Una cosa disgustosa.
Piccolo, grasso, sudato, orrendo, pazzo, quasi deforme, mentecatto, una specie di bambino in un orrendo corpo di adulto. Fa paura, letteralmente, un freak moderno davvero aberrante, e il fastidio è così forte che si estende allo stesso attore che lo interpreta. Ovviamente abusato da bambino, succube della madre, ha solo in testa una cosa, costruire il suo mostro, il suo centopiedi umano.
Uccide senza pietà, la sua non è nemmeno cattiveria, è pazzia allo stato brado, la cosa peggiore che esista.

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Le scene al limite sono moltissime, il massacro della madre, quello dello psicologo, l'estenuante e insopportabile lunga sequenza della coprofagia, il taglio dei tendini rotulei, la lingua, l'uomo dissanguato, le stesse scene del vero centipede, le esecuzioni. Basta, viene da gridare, basta.
Ma, per un film che molti etichetteranno come semplice monnezza, come opera disgustosa e malata, i miei riferimenti sembreranno pura blasfemia.
Ma quel bianco e nero, quei corpi nudi, sporchi, a terra umiliati, la mente non può che andare al Salò di Pasolini.
Quella immagine dall'alto di quei 12 corpi, 11 proni e 1 supino (anche per forza, la donna incinta) è di allarmante e terribile bellezza.
E c'ho visto dentro anche il Lynch di Eraserhead, specie in quel pranzo dall'atmosfera rarefatta con la madre.
E il Noè di Seul contre tous, nel protagonista (anche fisicamente) e nel suo odio verso gli uomini.
Ma attenzione, sono solo suggestioni, The Human Centipede non ha la minima pretesa autoriale ed è qui la sua grandezza, il suo discostarsi da aberrazioni serbe varie. E c'è. c'è, un senso etico ultimo, non solo nel risparmiare quel bambino nero, non solo nel far salvare soltanto la donna incinta (anche se poi per un tragico destino va a finir male) ma soprattutto per quello che accade nel finale.

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Eppure c'erano i richiami onirici...
Quel parcheggio teatro di mattanze sempre indisturbate.
Quella figura dello psicologo così lynchiana.
Quei colpi in testa per cui nessuno moriva ma tutti svenivano.
Quell'attrice che crede al film di Tarantino ed entra in quel porcile.
Quell'atmosfera a casa così assurda...
Il finale arriva quasi come unica soluzione possibile, anche se non ci avevamo pensato fino ad allora.
Ed è qui che The Human Centipede 2 si discosta finalmente, con uno strattone, da opere abiette come A Serbian Film.
Perchè usa il metodo opposto.
Uno voleva farci credere che tutte le aberrazioni mostrate non solo erano verità filmica ma erano metafora o forse addirittura rappresentazione di verità reali, fuori dal film.
L'altro, questo, non solo non vuol farci nessuna lezioncina ma la sua verità, quella filmica delle cose che accadono, non solo non è trasposizione di quella reale, ma non è vera neppure lei.
Tom Six ha fatto due film e ha chiuso un cerchio in una maniera incredibile.
E sono disgustosi sì, ma uno era un semplice film, uno il parto della mente di un uomo.
Vallo a dire a Spasoljevic, o come cavolo se chiamava.

( voto 8 )





6.1.14

Horror Underground (N°7): recensione "The Human Centipede"

Dopo 20 giorni intensissimi spesi tra classifiche, filmoni, auguri (troppi) e complimenti (troppi) torno un pò
più in basso per disintossicarmi dalle belle atmosfere e dalla presunta bella scrittura e rituffarmi nel mio amato torbido.
Si riprende questa rubrica che alla fine una vera e propria connotazione non ce l'ha visto che non riesco mai a decidere quali, tra i film horror che vedo, abbiano le caratteristiche per entrarvi. Senz'altro sono però 3 le componenti principali:
1 film non distribuiti da noi
2 film in qualche modo sporchi e disturbanti
3 film di "qualità", nel senso buoni per gli appassionati

non ci misi ad esempio i due V/H/S perchè le ho considerate delle produzioni comunque ambiziose, che mettevano insieme registi anche di una certa fama tra gli appassionati. E poi questa rubrica al 90% ha presentato, presenta e presenterà roba non americana.
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presenti spoiler

Ho finalmente visto questo cult assoluto del sottobosco orrorifico e che dire, merita tutte le lodi ricevute (in mezzo alle tante, ma quelle ci sono sempre, stroncature e critiche).
Più che altro quello che fa la differenza in The Human Centipede è l'idea di partenza, tanto semplice quanto a modo suo innovativa, ossia il tentativo da parte di un pazzo chirurgo di creare una specie di mostro umano, una creatura abominevole ottenuta con la "fusione" di tre diversi esseri umani.
Siamo dalle parti del cinema del disgusto, del cinema umanamente repellente e ai confini con l'etica. Ma, come invece accadde in A Serbian Film, qui non c'è nessun moralismo o disgustoso superamento della suddetta etica, solo un film horror weird, molto weird, che parte da un presupposto molto estremo ma rimane prettamente film di genere.
Nei film horror contemporanei se funzionano anche solo due aspetti la pagnotta si porta a casa tranquillamente.
Se il primo era l'idea il secondo è la straordinaria caratterizzazione (e interpretazione insieme) del cattivo di turno, un chirurgo in pensione di una misantropia, una cattiveria e un senso di onnipotenza unici. L'attore, con quella bocca larga almeno 10 cm, è na cosa pazzesca, mi chiedo come quelle ragazze non siano fuggite appena l'hanno visto la prima volta.

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Se devo dir la verità funziona quasi tutto, l'atmosfera malata, la strepitosa location della villa con clinica privata in cantina, il villain, quel poco di trama che c'è, il finale. Molte le scene riuscite come la spiegazione accademica dell'intervento, l'incredibile sfuriata coi poliziotti, la "creatura" che sale le scale tra dolori atroci. Ho cercato di pensare il meno possibile alla scena della (obbligata) coprofagia, solo l'idea è davvero troppo disgustosa.
Niente di eccezionale, più di un errore in fase di sceneggiatura come quando lei può scappare ma torna in cantina dall'amica, il primo poliziotto morto, impossibile, e soprattutto l'insensato harakiri del giapponese, quello sì vero e proprio disastro di scrittura. Fino a lì era stato il più combattivo, finalmente poteva farcela e che fa? pensa che ha trattato male i genitori e la moglie e s'ammazza, no no, assurdo (tra l'altro, non so se l'avete notato, c'è anche un errore proprio da bloopers quando il pazzo chiude la creatura al secondo arrivo dei poliziotti ma la porta rimane aperta. Poi il poliziotto invece dovrà sfondarla).
Questi sono i cult che servono all'horror e non è un caso che, ancora una volta, il film sia europeo.
Pronto per il seguito, promette bene.

( voto 7 )

4.1.14

Recensione "Ratatouille" (anche se poi diventa tutt'altro)

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Quando ho visto per l'ennesima volta Ego assaggiare la ratatouille, trasposizione, se ne esiste una nel cinema,
della madeleine proustiana, quando l'ho visto assaggiarla, tornare indietro al bambino che fu e poi ritornare ancora all'uomo che è, quando ho visto cadere quella penna a terra ho capito due cose.
La prima, banale, è che Ratatouille è un autentico capolavoro.
La seconda sensazione/rivelazione, questa sì più intensa ed elaborata è che la Pixar arriva a queste punte straordinarie di emozione in un modo così semplice, sobrio, essenziale da rasentare la perfezione.
Questo ho capito, la Pixar ti arriva al cuore per sottrazione.
Quel flashback di 10 secondi poteva essere di un minuto buono, qualcuno avrebbe inserito un dialogo tra il bimbo e la madre, avrebbe allungato la sequenza facendo ripulire il piatto, avrebbe aggiunto lacrime al personaggio. La Pixar asciuga tutto, anche quelle lacrime eventuali, è essenziale. Assaggio, occhi sgranati, flashback indietro, la mamma gli porta il piatto, assaggio nel passato, stessi occhi sgranati, ritorno nel presente.
L'essenzialità della perfezione.
E questo ho capito, la Pixar quando raggiunge questi livelli usa sempre questo metodo, sempre.
Aggiunge emozioni sottraendo, asciugando, mostrando il minimo.
Le mani di Wall-e e Eve che si toccano.
I giocattoli che si prendono per mano nella discarica di Toy Story 3.
Le brevissime scenette di vita vissuta in Up.

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La bimba che non trova Sully nella sua stanza in Monsters & Co.
Non c'è mai una sequenza che ricerca le lacrime facili costruendo chissà che, non ci sono scene madri elaborate, non c'è mai pacchianeria, retorica, architettura di emozioni.
C'è sempre una semplicità, una poesia, un esser piccoli pazzesca. Come dicevo, un'essenzialità unica.
Poi si fa caciara nelle scene divertenti, in quelle avventurose, in quelle dinamiche, lì sì che tutto straborda e che si esagera. Ma perchè è giusto così.
Il cuore però te lo toccano a voce bassa, accarezzandoti.
Che poi Ratatouille è praticamente perfetto in tutto, non ha i tremendi cali di qualità tra primo e secondo tempo di Wall-E e Up ad esempio (il primo tempo di Wall-E per me è il massimo dell'animazione non nipponica di sempre), non ha momenti di stanca, non ha personaggi inutili.
E' divertente, interessante, malinconico, poetico, pieno di personaggi riuscitissimi.
Ma ormai sto post non è riuscito a parlare come meriterebbe di Rataouille e adesso non c'è più tempo.

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E allora meglio parlare del secondo segreto della Pixar.
Quello del fallimento.
La Pixar, o alameno quella più lontana possibile dalla Disney, non parla di per sempre felici e contenti, non crea finali che coronano i sogni dei protagonisti. Insomma, fuori da principesse varie, la Pixar sa cos'è il fallimento del sogno.
Quello che fa chiudere il ristorante a Linguini.
Quello che non rende importante la casa sulle cascate Paradiso ma altro che verrà poi.
Quello dei giocattoli che lasciano per sempre Andy.
Quello di Wazowski che vede frantumarsi tutti i suoi sogni di diventare Spaventatore.
Non c'è mai il gran finale, mai.
Ma la trattoria di Linguini, le ultime foto di Carl sull'album, il cuore di Andy nel regalare quei giocattoli a quella bimba e l'amicizia di Sully e Wazowski ci danno tutti un unico e magnifico insegnamento.
Non vedere realizzati i nostri grandi sogni non ci rende piccola la vita.
Ma è vedere realizzati quelli piccoli che ce la rende grande.

( voto 9 )