24.1.14

BuioDoc (N°7): recensione "The Act of killing"

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Impressionante.
Credo che il mio essere un ingenuotto politico, un verginello, uno che non si è mai schierato, mai interessato e mai fatto rovinare il sangue con quella cosa terribile e magnifica che è la politica, credo che stavolta essere quello che sono mi abbia aiutato a vedere questo film. Perchè approcciarsi a The Act of Killing con occhio politico può distogliere da quella che è la sua essenza.
Sarò retorico ma un massacro è un massacro, un eccidio è un eccidio, la mano che spara, strozza, taglia è la mano di un uomo in ogni caso, così come un uomo è la vittima. Uomini che uccidono senza pietà altri uomini, in nome di politica o entità trascendentali è lo stesso. Non ci interessa chi a chi, o almeno non a me, quelle sono analisi storico politiche che lascio ai competenti. A me rimane il film, e mi avanza pure.
Nella seconda metà degli anni 60 l'esercito indonesiano massacra tutti i seguaci, o ritenuti tali, del Partito Comunista Indonesiano, rei (?) di voler allestire  un presunto colpo di stato.
Tutti vengono fatti fuori, comunisti, cinesi, oppositori. Forse 2 milioni i morti.
Il regista texano Oppenheimer si reca in Indonesia per saperne di più, dar voce alle vittime.

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E invece a parlare, a voler parlare, sono i massacratori, i "vincitori", tutti rimasti impuniti, anzi, ancora oggi vere e proprie star in patria.
E non solo vogliono raccontare, ma vogliono rappresentare, fare un film su quello che fecero 40 anni prima.
Parte un'operazione incredibile, la messinscena di un massacro allestita, organizzata, dagli stessi massacratori, una specie di ibrido tra teatro e cinema che deve fungere da autocelebrazione e documento della Verità dei vincitori, verità particolare, perchè esaltatrice della crudeltà degli stessi.
In questo senso quell "Act", atto teatrale, rappresentazione. Una ambivalenza che nel titolo italiano resta ma rimanda troppo all'atto inteso come azione.
Gli attori principali sono due gangster dell'epoca, l'apparentemente mite Anwar Congo, una specie di Morgan Freeman dal carisma incredibile (a proposito, strano e buffo poi che "freeman, uomo libero, sia secondo loro la traduzione di gangster e la giustificazione quindi del loro esser tali).
Vicino lui il terribile, viscido, ambiguo Herman, una specie di Maradona di 130 kg che segue Congo passo passo. I suoi travestimenti da donna per ricreare i fatti di allora sono probabilmente tra i momenti più comicamente terribili del documentario, quelli dove, anche se può sembrar strano, ci arrivano i maggiori brividi lungo la schiena.

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Vicino loro gravitano altri criminali dell'epoca, tra tutti un capomilitare che stuprava le 14enni perchè "se per loro era l'inferno per lui era il Paradiso in terra", il redattore di un giornale che per divertimento interrogava persone e le dava ai militari per essere uccise, fino ad esponenti importantissimi del governo attuale, veri e propri difensori di quell'eccidio. Durante il film ci si chiede come possa esistere ai giorno d'oggi un popolo come questo, che ancora invita in televisione questi assassini per farli vantare dei metodi di sterminio o ancora adesso si dichiara pronto a nuovi massacri se ce ne fosse il bisogno.
Ma la grandezza di The Act of Killing è altrove.
E' in questa operazione metacinematografica (o metateatrale?), in questa voluta rappresentazione di sè stessi.
Che poi il cinema fu molto importante anche allora, molti massacri prendevano spunto dai film di gangster americani degli anni 60, a volte si uccideva appena usciti dal cinema dopo aver visto un film di Elvis, si uccideva canticchiando, al ritmo del Re. E se il cinema americano allora era l'ispirazione adesso è l'aspirazione, si vuole fare un film per celebrarsi, che venga visto, che abbia successo. Si scelgono i vestiti, ci si tinge i capelli, si fanno le prove generali, si cerca di ricreare al massimo l'atmosfera dell'epoca, si mette ferocia e inumana (finta) brutalità nelle ricostruzioni delle esecuzioni, ci si lamenta se "no, là stavo ridendo, taglia".
Il confine tra verità e finzione, tra storia e rappresentazione scenica si fa labilissimo. E l'operazione si fa ancora più metacinematografica quando non solo si fa il film dentro il film ma quando gli stessi attori, specie Congo, rivedono le scene sul televisore per vedere se sono venute bene. Un film nel film nel film.
Geniale, terribile, spiazzante.

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Congo è un one man show, una specie di Celentano che scrive, dirige e interpreta il Suo film.
La regia (quella vera, di Opphemeier) e il montaggio sono perfetti, un mix tra dietro le quinte, interviste, prove quasi teatrali e ricostruzioni di grande livello tecnico e cinematografico (delle specie di veri e propri corti dentro il film) degli interrogatori-omicidi o dei massacri di 40 anni prima.
Non solo. Congo e i suoi organizzano dei siparietti kitsch, degli inserti musicali, sì, veri e propri musical, in cui ci sono loro che cantano, ballerine che ballano in delle cornici fiabesche di natura incontaminata. Herman, l'obeso tirapiedi, si traveste e sembra una viscida drag queen. E il fatto incredibile è come tali momenti, così fuori contesto, così irreali e surreali, diano i brividi ma non sembrano affatto fuori contesto, anzi, paiano come siparietti che esaltano ancora di più la pazzia e il tipo di operazione che i carnefici stanno portando avanti. C'è di tutto, anche una specie di cinema espressionista anni 20 quando Congo ricostruisce i suoi incubi per i massacri che ha perpetrato. Quel fantasma del Comunista che lo perseguita, una specie di Pulcinella a farfalla è grottesco.
Ma sono forse due le scene madri del film, quelle che hanno dentro più cose.
La prima è quando Congo, per la prima volta, si mette a fare il ruolo della vittima, quella di un comunista torturato e strangolato in un interrogatorio. Quel filo che gli cinge la gola, anche se appena tirato, lo mette in crisi. Ferma le riprese, è stanco, è strano. Qualcosa l'ha colpito dentro, ha vissuto in piccolissima parte il dolore, la paura e la sofferenza delle migliaia di vittime che ha ucciso.
Per un momento ci sembra quasi che la sua sia stata un'immedesimazione catartica, che quella "scena" possa averlo cambiato. E un pò è così, da lì in poi qualche scrupolo di coscienza gli viene, qualche remora a girare scene troppo crudeli, qualche senso di colpa. Ma, lo sappiamo, sarà solo una crisi passeggera perchè uomini così non cambiano. Anche se il rigetto che il suo corpo fa alla fine tra risucchi, rutti e peti qualcosa vuol dire.
La seconda scena madre è quella della ricostruzione più grande e importante, quella del massacro a un intero villaggio.
Tra l'altro anche a livello cinematografico la scena è magnifica, con quelle immagini dietro il fuoco.

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Stavolta i soliti 3,4 attori, Congo, l'obeso e gli altri, non bastano, si assoldano donne e bambini per interpretare le donne e i bambini dell'epoca.
Si fa la scena, si bruciano case, persone, si uccide, si urla, si inneggia al massacro, i bambini si stringono nelle madri, urlano, piangono
Recitano qualcosa di inumano.
Tutti i corpi sono a terra, tutti morti.
Fine riprese.
Ma c'è qualcosa di strano, i bambini continuano a piangere per davvero stavolta, una donna è in stato di shock.
Ma come, si è solo rappresentato, ma come, quelli lì sono gli eroi di un paese intero.
Ma quella donna non si riprende, quella bambina continua a piangere.
Se questo film può avere un senso, e non voglio dire quale, non voglio andare ancora più lungo, non voglio esser retorico, ma se questo film ha un senso, questo senso è da ritrovare nel tremolio di quella donna e nella lacrima di quella bambina.

( voto 9 )

35 commenti:

  1. Ho avuto la (s)fortuna di vedere il film con un mio grande amico, Rocco.
    Uno che sa tutto di storia, filosofia, teatro.
    Uno che riesce a dare valenza filosofica anche a film come Pierino.
    Credo che sto film lo abbia ispirato parecchio.
    E se ne scriverà qui leggerete molto più volentieri lui che me.
    Anche se lo prego di scrivere ricordando che anche noi comuni mortali dobbiamo capire quello che scrive.
    Un abbraccio boss.

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    1. Questa si chiama istigazione al commento!! comunque sì ci stavo ancora pensando e mentre lo facevo pensavo alle parole di Spinoza: "Come la luce manifesta se stessa e le tenebre, così la verità è norma di sé e del falso". Cioè il falso non è privazione del vero, ma grado zero della verità. Qualsiasi falsità contiene un minimo frammento della verità. Questa è la grande lezione del documentario di Opphemeier, che rinuncia sin da subito ad ogni presunta e possibile oggettività. Anzi sposa senza mai obiezioni lo sguardo del carnefice sulla vittima, fino a costruire un martirio al quadrato o al cubo (le vittime reali dello sterminio, quelle della rappresentazione e i carnefici che diventano vittime per catarsi). Un esempio di cinema creativo che sà spossessarsi dei canoni manichei tipici del cinema hollywoodiano, Perché si tratta innanzitutto di una critica di ogni forma di giudizio nessuno può arrogarsi il diritto di giudicare la vita. Non la si può sottoporre al giudizio. La vita non è oggetto di giudizio, la vita non è giudicabile. Il regista non cerca mai di indurre al rimorso gli intervistati non cerca mai di inoculare colpe, e tuttavia non cerca mai di confondere i due piani, l'opera è mediata dallo sguardo dei carnefici e le vittime sono solo spettri, proiezioni dei carnefici. Non c'è spazio per la versione delle vittime, loro hanno perso la guerra e hanno perso il diritto alla parola come faceva dire Tucidide agli Ateniesi vincitori dei Melii: "I concetti di giustizia valgono quando la bilancia della necessità sta sospesa in equilibrio tra due forze pari. Altrimenti, i più potenti agiscono e i più deboli si flettono".

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    2. Ecco, appunto, e che voi che te dico?

      Mi tolgo il cappellaccio e basta.

      Stupende le due citazioni.
      Oltre tutto il resto ovviamente

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  2. Ce l'ho lì da un pò, ora che è candidato come miglior documentario per gli Oscar vedrò di recuperarlo in fretta.
    Mi pare materia buona per puntare molto in alto e colpire a fondo.

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  3. è arrivato il momento di vederlo, mi sa...

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    1. Se sei iscritto a MyMovieslive (ma tanto è gratis) credo ci sian domani sera alle 21.30. Devi solo prenotarti

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  4. Mai sentito nominare, sembra interessante però dae ti correggo solo su una cosa, la politica è SOLO terribile, di magnifico non ha nulla ;-)

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    1. Infatti mi sono spiegato male o comunque ho usato un aggettivo sbagliato.
      La politica dovrebbe esser magnifica, o più che magnifica una delle cose più care all'uomo.
      Invece è terribile, o almeno a me fa questo effetto.

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    2. penso che a chiunque faccia questo effetto, tranne ai politici che si arricchiscono alle nostre spalle e ci lasciano le briciole.

      Quanto spero che muoiano tutti assieme alle loro famiglie

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  5. Apprezzo moltissimo questa tua rubrica di documentari, The act of killing ancora non l'ho visto però me ne hanno parlato molto e molto bene, le aspettative sono altissime.
    I grandi documentari più che una lezione e un'esperienza sul cinema credo siano un'esperienza di vita.

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    1. Filì,. ma sai che è tutto casuale?

      Praticamente in 4 anni e mezzo non avevo recensito nessun documantario, anzi, ne avevo visti 2 senza scriverne poi.

      Poi capita che il mio cinemino fa Stop the pounding heart, vado a vederlo e o.k, recensisco.

      Poi la sera su Sky Arte c'è Io sono qui di Phoenix, la stessa sera...

      lo vedo, recensisco e mi dico, 2 documentari in un giorno, perchè non farne un appuntamento?

      e 5 giorni dopo il mio cinemino mi prende anche The Act of killing...

      3 in una settima, zero in 4 anni e mezzo.

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    2. Anche io ho iniziato, purtroppo, da poco ad appassionarmi al genere, ti consiglio assolutamente di vedere Grizzly man di Herzog, è il suo primo film che ho visto e rende merito alla sua fama.

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    3. Meraviglioso...
      Sarebbe ora di rispolverarlo

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    4. Assolutamente d'accordo sia sul meraviglioso sia sul fatto che sarebbe ora di rispolverarlo.

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  6. https://www.youtube.com/watch?v=fuhuZS-NMDw

    Lo lascio qua se un giorno avrai voglia di visionarlo e altrettanta di commentarlo. Per prolungare virtualmente quella discussione sul vero, sul falso e sul documentario

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    1. Certo che avrò voglia Rocco!

      E' un film impegnativo, ho bisogno dei tempi e testa giusta, speriamo arrivino.

      Oh, si può prolungare anche non virtualmente eh :)

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  7. Impressionante è il primo aggettivo che mi è venuto a mente... un film incredibile ed hai fatto bene a consigliarlo, sembra impossibile ciò che si vede sullo schermo. L'idea che ci sta dietro è geniale ed il risultato in alcuni punti è strordinario, come la crisi improvvisa ed inaspettata di Congo che ad un certo punto cede. o quelle piccole cose come quando Congo dice ai nipotini mentre gli mostra la scena della tortura... "tranquilli è solo un film..."
    Sono davvero contento di averlo visto, mi ha preso molto. Lo misi una sera, era quasi mezzanotte...pensai, metto un documentario così mi prende sonno--->risultato: andai a dormire alle tre di notte, perchè non riuscii assolutamente ad interrompere la visione.
    Un film che più che essere un documentario storico è un trattato di psicologia

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    1. Ma ne hai scritto? mi sembra di no, sbaglio?

      Quel "è solo un film" in effetti è incredibile, credo che hai trovato la miglior frase possibile per raccontare l'anima del documentario, quel filo labilissimo tra reale e rappresentato.

      Sì sì, qui di storia e politica non c'è nulla.
      Questa è un'analisi sull'uomo in tutto e per tutto.

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    2. No, volevo scriverne, ma non ne ho avuto il tempo... Sono stato assorbito completamente da studio e lavoro... Hai fatto bene a parlarne, è sicuramente un qualcosa da far conoscere! A presto Caden;-)

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  8. "Se questo film può avere un senso, e non voglio dire quale, non voglio andare ancora più lungo, non voglio esser retorico, ma se questo film ha un senso, questo senso è da ritrovare nel tremolio di quella donna e nella lacrima di quella bambina."

    Hai concluso con una frase magnifica Giuseppe.

    L'evento a cui ti riferisci mostra l'intelligenza e la pazienza di un regista che ha scelto di dar voce a degli assassini, senza mai sovrapporre la sua voce e il suo pensiero al loro, e credo sia un gesto difficilissimo da compiere.
    Trovandosi davanti a persone del genere, è quasi naturale provare rabbia, disgusto o un desiderio di dirgli quanto la loro vita sia stata votata al crimine e alla violenza più assoluta.

    Ma lui ha scelto di assecondarli, di farli riflettere su quello che hanno compiuto ma a modo loro, li ha portati a confrontarsi non con un giudice esterno ma con loro stessi.
    Congo infine piange, sa che non sarà perdonato credo che abbia visto quanto la sua anima sia stata segnata da crudeltà indelebili, e poi l'ultima scena, dove Congo ha dei conati,il suo corpo non può assimilare tanto orrore, è stato l'apice per me perché è riuscito a trasmettermi un dolore fisico.

    Oppenheimer è riuscito ad arrivare fino a qui affidandosi a non so quale forza dentro l'anima umana, e ci ha dato tutto questo, ci ha dato le lacrime di quella bambina.

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    1. Oh, ma anche te npn scherzi eh

      E' proprio lì il capolavoro di Oppenheimer, nel distacco, nel lasciarli fare, nel riprendere soltanto.
      Sarebbe stato facile fare un montaggio o dargli un taglio accusatorio ma sarebbe poi stato un documentario come gli altri.
      Solo una volta il regista dice la sua, quando Congo afferma di aver provato il terrore delle vittime delle torture impersonificandole.
      Al che il regista gli dice che loro erano molto più terrorizzate perchè quella era la realtà della loro morte, non la rappresentazione.

      Anche io ho dato a quel rigetto del corpo la tua stessa lettura, seppur lasciandola tra le righe.

      Ma quelle lacrime e quello svenimento sono il manifesto del film, l'unica cosa vera che fa tornar vere quelle rappresentazioni finte.
      E' un trait d'union tra quello che è stato realmente e quello che si rimetteva in scena.
      E poi dentro ha tanto più, tutto quello che guerre e carneficine del genere può portare.

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    2. L'ho visto su mymovieslive e purtroppo non posso riguardarlo, il pezzo che hai citato me l'ero dimenticato, comunque un cinema così devastante non l'avevo mai visto.

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    3. Sì sì, ricordo che MyMovieslive lo propose tipo 3,4 giorni dopo che io lo vidi al cinema.
      Ho visto un solo film su MML, Castaway on the moon, hai detto niente...

      Devastante questo.

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  9. Man mano che il documentario prosegue il regista sembra quasi scomparire lasciando ai protagonisti della vicenda il controllo totale. I sentimenti sono contrastanti e stridono con le immagini della modernità agiata in cui questi boia vivono, ognuno piegato dal suo destino. I carnefici sono al tempo stesso vittime e per quanto alcuni di loro possano sembrare indifferenti o distaccati dal loro passato si capisce che dentro hanno un macigno che non li abbandonerà mai. Atroce ê un'eufemismo.

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    1. E quel macigno alla fine esce fuori in quall'incredibile sequenza dei conati.
      Appena si sono messi, anche per gioco, dall'altra parte hanno capito di più di quello che avevano capito in decenni.

      Guarda, tornando all'onestà che dicevi di là e al fatto che Oppenheimer scompare.
      Un'unica risposta per due considerazioni.
      The Act of killing è un capolavoro casuale.
      Il regista voleva fare un film "normale", un doc di denuncia classico.
      Sono loro, i boia, ad aver voluto glorificarsi ed interpretarsi. La macchina cinema è stato un richiamo troppo forte.
      E così. per caso, è venuto fuori sto film.
      Qiuindi onestà 100% e lui che esce, è vero, ma esce per caso.

      Ora devi vedere il "seguito", per me allo stesso livello.

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    2. Il fatto che sia uscito per caso lo rende ancora più vero e affascinante, anche se affascinante non credo sia una parola adatta, piuttosto agghiacciante.

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    3. Assolutamente perchè, appunto, solo dalla mene di quelli poteva venir fuori un'idea tanto assurda. Nessuno di "noi" gli avrebbe potuto chiedere di rappresentare teatralmente quel periodo, solo da gente malata poteva venire fuori un'idea così malata, quasi inconcepibile.

      Vai con The Look of Silence, movete

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  10. curioso che la Fondazione Ford abbia contribuito al film ("with the support" immagino sia "mettendo soldi"), quando la Fondazione Ford ha dato un supporto forte al massacro
    (http://www.globalresearch.ca/the-act-of-killing-the-1965-indonesian-massacre/5420249)

    lo nota Arundhati Roy nel numero di Internazionale in edicola

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    1. Queste sono cose "fuori" dal film non solo interessanti, ma credo quasi indispensabili da sapere a volte.
      Io purtroppo o per fortuna mi limito al film e sono sicuro che il film sia genuino o comunque lo sia stato Oppenheimer (di cui ho visto un'interessante intervista).

      Poi come lo "usano" il film non lo so

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    2. magari è solo un odo per lavarsi la coscienza, chissà...

      ma il film non perde un etto, sapendo questo :)

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    3. Ti dò ragione in entrambe le affermazioni, assolutamente

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  11. Ciò Gosue' ma Anwar Congo di Act of killing ma fatto ripensare al tuo terrorista puttaniere dei tipi da videoteca...quello che tagliava le teste in Colombia ( se non ricordo male).
    Fine prima parte.
    Ciao
    Max

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  12. Ciao Giuseppe siccome act of killing mi prenderà molte righe tante sono le cose che devo scriverti comincio con il commentare una citazione che ho trovato in fondo al retro copertina del dvd con la quale non mi trovo per niente d’accordo.
    E’ una frase di Hitchcock che secondo me con Act of killing non ci azzecca una mazza ma credo che come discorso in generale non centri niente e sarei curioso di sapere la tua di opinione come di chiunque altro voglia scriverne a riguardo (apriamo un sondaggio ahah)
    La frase dice . “ Nel fiml il regista è Dio , nel documentario è Dio il regista”.
    Sulla prima parte posso anche essere d’accordo ma sulla seconda proprio no .
    Va bene se stiamo parlando dei babbuini che si vedono in una scena del film oppure se ti riferisci ai documentari sul mondo animale di Discovery o che ne so se stiamo parlando dei programmi di Piero Angela ma qui su act of killing proprio no!!
    Non si puo’dare la colpa di tutte le nefandezze che fanno gli uomini a Dio non ti sembra?
    E questo vale non solo per il film succitato ma in generale sia nel bene che nel male.
    Come scriveva De Gregori ,la storia siamo noi e punto.
    Anzi ti dico di più credo che sia una trovata pubblicitaria cacciare la citazione Hitchcockiana su questo film/ documentario , magari partito dalla casa di distribuzione e che il buon Oppenheimer ne sia all’oscuro.
    Ciao e a presto
    Max

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