30.6.13

recensione "Ubaldo Terzani Horror Show" ( con digressione sul Pipatore)

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Mannaggia, peccato.
Ero uno di quelli che aveva gridato al miracolo con quell'assurdo film che fu Il Bosco Fuori, un piccolo horror splatter italiano fatto con 17 euro e 146 litri di sangue così debordante, grottesco, appassionato e pazzo che era impossibile non volergli bene. E invece alla sua opera seconda il buon Albanesi a mio parere ha fatto flop.
Prima di addentrarmi nel film vorrei parlare di una figura che qui in Umbria definiamo, nessuno di scandalizzi, il pipatore.
Il Pipatore è quel tipo di persona che non solo suscita sesso a prescindere ma ti dà proprio l'idea che oltre le chiacchiere (perchè il Pipatore spesso è vanesio) effettivamente ne infilzi una ogni 2,3 ore.
Ecco, nella mia lunga carriera di analisi dei Pipatori (chiamati anche mandrilli nel resto d'Italia anche se di solito il mandrillo resta a bocca asciutta) credo che nessuno mi abbia dato una sensazione di potenza come Sammy, un personaggio secondario del cartone I Koala Brothers. Quei capelli unti tirati indietro, quello charme, quel naso fallico, lui è il sesso fatto uomo (o riccio), non lo si vede mai all'azione (e' pur sempre un cartone per 3enni) ma secondo me si fa anche le disegnatrici che lo disegnano. Tutto l'opposto ad esempio di Quagmire dei Griffin, pipatore troppo scontato per esserlo effettivamente. Potrei fare una classifica dei primi 10 pipatori mondiali (tra persone reali, cartoni, spettacolo e cinema) ma la digressione è già stata abbastanza lunga.

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Ecco, il film di Albanesi magari sarà davvero mediocre ma la figura dello scrittore, di Ubaldo Terzani malgrado la si odi per come si vanta e quanto ci creda, effettivamente è quella di un Pipatore seriale mica da ridere, c'è poco da fare, trova sempre il latte per inzuppare il biscotto. Che poi lui la pipa la fuma davvero, quindi è pipatore in tutto.
Il film è puro metacinema, film nel film. Un giovane regista horror pieno di passione non trova produttori pronti ad accettare le sue idee, impegnati come sono in fiction e tv. Si affida allora a un grande scrittore horror, Ubaldo Terzani, per scrivere una sceneggiatura coi controcazzi. Ma st'Ubaldo oltre che pipatore è pure pazzo.
Il film non decolla mai, procede stanco e fermo in questo rapporto ambiguo e pericoloso tra il regista e lo scrittore. La prima parte è una simpatica denuncia verso il sistema cinema, la parte centrale un tentativo di creare atmosfera e densità nella casa dello scrittore, la terza il debordare di tutto.
In mezzo a recitazioni mediocri (lei è bella mica da ridere ma recita da cani ed il suo personaggio è così stupido e troietto da cadere nella rete dello scrittore dopo neanche aver varcato la soglia di casa sua, ma tanto non aveva chance lo stesso...), errori madornali (lei che alla fine non è più nella vasca è incredibile), dialoghi che fanno tenerezza e un eccessivo alzare la posta del regista (Albanesi credo volesse fare un film abbastanza impegnato che oltre a criticare il mondo del cinema analizzasse da dove nasce l'orrore in letteratura e cinema, psicologicamente una pretesa troppo alta per un film così), il film scorre via senza mai conquistare lo spettatore. Che almeno però negli ultimi 10 minuti può godere del solito grande e straordinario splatter di Mr Stivaletti.

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La cosa che ho trovato più irritante sono le continue allucinazioni del protagonista, un espediente che nel cinema dovrebbe essere usato non più di due volte perchè la prima sorprende, la seconda sorprende e dà un tratto psicologico, la terza fa arricciare il naso, la quarta inizia a dar proprio fastidio, la quinta fa cadere tutto nel ridicolo.
Buona rispetto al resto la fotografia e sempre ottima è la passione e l'impegno che Albanesi mette dentro tutto quello che fa.
Alla prossima.
Magari vai a scrivere una sceneggiatura con Ubaldo Terzani perchè io lo so, quel personaggio esiste davvero.
E invita pure Sammy dei fratelli Koala almeno anche senza volerlo, per inerzia ed osmosi, anche se ti restano tutti i loro scarti ti diverti per 15 anni.

( voto 5,5 )

29.6.13

recensione "Manhunter"

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Non tutti sanno che il primo film tratto dagli storici romanzi thriller di Thomas Harris  non è Il Silenzio degli innocenti (chediol'abbiasempreingloria) ma ben 5 anni prima niente meno che Michael Mann (Heat la sfida/Alì) aveva portato su celluloide il primo romanzo di Harris in cui appariva l'indimenticabile figura di Haniibal Lecter, Red Dragon. Molti conoscono il Red Dragon successivo al capolavoro di Demme ma quello non è altro che il remake di questo film di Mann, stranamente chiamato Manhunter, forse per una questione di diritti, non so.A proposito, apro una parentesi
( non ricordo bene il Red Dragon recente, mi sembra fosse un filmetto abbastanza buono. Certo che a leggere il cast c'è da rimanere secchi, Edward Norton, Antony Hopkins, Philip Seymour Hoffman, Ralph Fiennes, praticamente 4 dei primi 10,12 attori viventi. Un'altra cosa sicura è che il film di Mann è senz'altro superiore )
Grandissimo thriller basato su una storia davvero potente, molto simile a quella del Silenzio, Manhunter è una di quelle pellicole imprescindibili per un amante del genere.
Grande script, grandi interpretazioni, grande atmosfera e quella capacità, come ne il Silenzio degli innocenti di mantenere un'attesa e un'attenzione incredibile malgrado non ci sia nessun colpo di scena e si conosca l'assassino già a metà film.

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Mann è un maestro delle scene notturne e delle musiche, si sa, e anche qua non è da meno. C'è quella sporcizia anni 80 che rende i film di questa decade così maledetti, intensi, inconfondibili, pellicole che ti arrivano addosso senza lustrini o regie patinate, in modo diretto, genuino, cattivo.
Non è facile fare un thriller dove il primo (e unico praticamente) omicidio avviene dopo più di un'ora, dove il cattivo lo si conosce presto, dove l'indagine è così arzigogolata e laboriosa da risultare a tratti incomprensibile.
Funziona tutto, Brian Cox se non fosse esistito Hopkins sarebbe un grande Lecter, Petersen con 30 kg in meno rispetto al Grissom di CSI è perfetto ma fa piacere soprattutto notare la magnifica interpretazione di Tom Noonan, attore che con Synecdoche è entrato nel mio cuore. Il suo assassino è strepitoso, mostro e vittima, crudele e dolce, letale e impacciato.
La scena con la tigre è di sporca poesia, alcuni passaggi come quello della carta igienica indimenticabili, non c'è veramente niente da dire. Non fa paura, non deve farla, è solo un thriller d'atmosfera e scritto benissimo che ti intriga, ti dà quel minimo di tensione e ti tiene incollato.

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Davvero curiosa la figura di Hannibal, praticamente identica a quella che ha nel Silenzio, ossia di carcerato usato dal detective per essere aiutato a trovare l'assassino (qui Dente di Fata, là Buffalo Bill). Anche se in realtà qui Hannibal starà praticamente solo dalla parte dell'assassino, probabilmente per vendetta verso il detective Graham, colui che lo aveva catturato (e non la Starling con cui non aveva nessun conto da regolare).
Dei 5 film incentrato più o meno sulla figura di Hannibal questo sta dietro solo al film di Demme.

( voto 8 )

26.6.13

Visti per voi (N° 5): JONATHAN CAOUETTE - Recensione "Tarnation"

In realtà questo utente non ha mai lasciato commenti e si è messo solo da poco come lettore fisso anche se mi ha scritto che segue da tantissimo il blog. Però la sua richiesta è stata una manna per me, dovevo recensire questa perla da più di un anno e avevo sempre rimandato. Quindi, non me ne vogliano gli altri, Jonathan (che poi è il nome del protagonista del film) in questo momento per me veniva davanti a tutti. Non posso dir altro di lui (come ho fatto con gli altri) ma chiunque sia gli voglio troppo bene. Magari fatti vedere ogni tanto.
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Dormi mamma, dormi.
Dormi e non sai che ci sono qua io che dormo vicino a te mentre David ci riprende con la telecamera.
Dormi e riposati.
Ma lo sai che questo è il primo video dove ti vedo dormire? Negli altri sembri sempre una pazza, canti, balli, salti, deliri.
Hai quel tuo modo così dolce di farlo, vezzosa e vergognosa assieme, star e comparsa.
Lo sai che ho recuperato e messo insieme tutti i filmini che ho?
L'ho fatto per te, per far capire chi sei, quello che hai passato e per dirti quanto ti amo.
Guarda questo nel quale mi riprendevi te, forse è l'unico, poi quella telecamera l'ho sempre tenuta in mano io.
E guarda qui le tue foto, ma quanto cazzo sei bella mamma? Guarda, qui eri in tv, qui in una pubblicità, qui in un giornale di moda, sei di una bellezza devastante. E guarda quanto eravamo felici insieme, anche se già da tempo avevano cominciato a massacrarti la psiche, la vita, l'anima.
Li hai mai visti i filmini che mi facevo in camera da bambino?
Guarda, qui sono una donna maltrattata, violentata e infelice che si difende in tribunale per aver ammazzato quel mostro del marito. Le vedi quante smorfie faccio? Non ti sembro ridicolo?

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Parlare a 11 anni di queste cose, rivederle ora, mi fa impressione ma ne avevo già passate tante mamma, come te. Mi hanno legato, picchiato, violentato, già a 4 anni. Non lo so se è per questo che sono diventato  quello che sono ma qui in questo filmino ormai lo ero di già, un omosessuale. E un bambino con una vita tremendamente segnata.
Guarda la nonna senza denti come parla della tubercolosi. T.B, tabacco e birra, :)
Ce l'hai con lei mamma?
Io non lo so, i nonni mi hanno voluto bene ma quello che ti hanno fatto non riesco a togliermelo dalla testa.
Eri così bella...
Buffo che in questi video sembriamo quasi sempre felici vero? E' il potere della telecamera e del cinema. Perchè in realtà non lo siamo mai stati completamente, vero?
Ah ah, qui la nonna era veramente alla fine, guardala con quella parrucca.
E questo è il ricordo più bello, la prima volta che mi sei venuta a trovare qui a New York.
Qui provo a chiederti di raccontarmi ancora una volta tutto ma questa volta davanti alla mia amata telecamera. E guarda quando ti chiedo della caduta dalla finestra come reagisci. Scusa mamma, non volevo.

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Tutti e 3! C'è anche il babbo! Ma che giornata è stata? Sta scena è così terribilmente finta e vera allo stesso tempo da far paura. Tutti e 3 insieme per la prima volta in tutta la nostra vita. E guarda quanto sei dolce quando gli tocchi la guancia, un uomo che non vedi da 30 anni e ti ha abbandonato, guarda quanto sei dolce.
E' identico a me.
Queste non te le vorrei far vedere, è quanto sono tornato in Texas, la casa in quelle condizioni, te in quelle condizioni. Piango sempre ogni volta che ti vedo con quella zucca, non guardare perchè non accadrà più.
Ora apri gli occhi, sei sulla spiaggia qui a New York e ti diverti con me e David.
Quanto hai sofferto mamma?
E lo sai quanto ho sofferto anche io?
Il nostro problema è che non abbiamo mai sofferto insieme.
Non abbiamo mai sofferto insieme.
Altrimenti forse sarebbe stato tutto diverso.
Però adesso giorno dopo giorno, con una fatica immensa proviamo a raggiungere la vetta più alta che la vita ci può dare, la felicità.
Tu sali prima di me così che io possa vedere se metti i piedi nei posti giusti e la strada migliore per andare su.
E se cadi mamma, se la forza di gravità del Male ti scaraventerà lontano dalla vetta devi avere i riflessi pronti perchè puoi provare ad aggrapparti a me.
Ma non mancare la presa perchè non abbiamo più corde.
Non abbiamo più corde.
Finisci di dormire, da domani proviamo a salire.

( voto 9 )

23.6.13

Al Cinema: recensione "Tulpa"

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O.k, eccoci.
Ho un particolare legame con questa pellicola perchè praticamente in anteprima nazionale (in rete c'erano al massimo notizie solo sul titolo) Zampaglione mi aveva concesso un'intervista (con il mio amico Eddy), anche abbastanza lunghetta, su questo suo nuovo progetto. L'attesa, non posso nasconderlo, è stata febbrile.
Purtroppo, probabilmente a causa delle alte aspettative, non posso nascondere un pizzico di delusione.
Lo Zampa sforna un thriller-horror che più argentiano non si può.
Assassino in guanti neri, omicidi quasi tutti all'arma bianca, struttura omicidio-indagine-omicidio-indagine-omicidio tipica dei thriller tout court ma specie quelli di Argento, libri esoterici da interpretare, personaggi macchietta (vedi la barbona, la super-trans o il santone) e colpo di scena sull'identità dell'assassino. L'omaggio ad Argento è dalla prima all'ultima inquadratura.
Purtroppo, inutile nasconderlo, c'è tanto anche dell'ultimo argento, quello con la lettera minuscola, come ad esempio alcune pessime recitazioni, un doppiaggio (di sè stessi) a volte davvero tremendo e una sceneggiatura non proprio inattaccabile. Ad esempio difficile spiegare perchè l'assassino si inventi la tortura della giostra, gli assassini uccidono, a volte son pazzi e ne fanno di tutti i colori ma quella cosa della giostra, a parte l'Enigmista che aveva un modus operandi tutto suo, lascia davvero perplessi. Che poi la ragazza continui a correre con tacco 12 cm quando: A fa rumore nella notte B la rallenta un sacco, rimane un mistero. Oppure è ancora più difficile capire perchè l'assassino uccida subito le prime due vittime (che erano state a letto con la Gerini) e la terza invece abbia giorni e giorni per sapere che è a rischio. Vabbeh.

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Però non è certo tutto da buttare, anzi...
Innanzitutto c'è una conferma di amore per il genere davvero commovente, probabilmente 30/40 anni fa Tulpa sarebbe diventato un cult. Gli omicidi, mantenendo ovviamente una buona sospensione dell'incredulità, sono davvero notevoli, vedi la sequenza iniziale o la magnifica scena delle ustioni, roba da cinema USA. La Gerini è molto brava ( e bella ) ma anche lei è rovinata in parte dal doppiaggio pessimo in post produzione. Stupisce come il buon Federico la mandi allo sbaraglio in scene di sesso neanche troppo velate (girate molto bene), anche completamente nuda. Complimenti, coppia molto libera direi.
Nuot Arquint di conferma grande anche se il suo personaggio è davvero assurdo. :)
Bellissimo l'uso delle luci, specie neon, quasi sempre tendenti al rosso.
Ci sono scene sbagliate, vedi l'inseguimento del trans, troppo lungo e confusissimo.
L'atmosfera, sesso e morte, è molto torbida e funziona più di una volta.
E la rivelazione finale dell'assassino, almeno a me, ha sorpreso, e forse era la migliore perchè l'unica che poteva avere dare un senso a tutte le vicende che il film narra. Purtroppo però tutta la faccenda del Tulpa, architrave del film, secondo me andava eliminata in toto, non c'è mai la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di trascendentale o demoniaco.

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Zampaglione non eccelle nelle sceneggiature, anche il da me amatissimo Shadow ne presentava una molto debole ma che diventava eccellente se più che al plot si guardava a quello che celava sotto le righe, alla metafora del tutto.
In realtà in certi tipi di film le sceneggiature non devono ricercare niente di particolare, si cerca solo tensione, atmosfera, verosimiglianza e coerenza.
Purtroppo Tulpa difetta un pò di tutto.
Alla prossima Federico.
Cerca di pescare meno nella storia del nostro genere e inventarti qualcosa che può sorprendere.
Come Shadow.

( voto 6,5 )

21.6.13

Visti per voi (N° 4): FEDERICO - recensione "Buffalo '66"

Quarta puntata per la rubrica dei film che mi costringete a visionare e recensire. La scorsa puntata con The Artist ha ricevuto zero commenti, il che ci può sempre stare ma in realtà credo ci sia stato un problema di blogger visto che anche le visualizzazioni erano rimaste ferme per un giorno (e questo, anche volendo, è impossibile). Se qualcuno ci aveva provato magari può riprovarci adesso.
Federico sarebbe (è ?) il mio miglior amico, ne sono sicuro, ma la vita ci tiene un pò lontani. Peccato perchè è l'amico con cui mi riconosco di più, purtroppo, vero Fede? Come ho voluto conoscerlo? Per il cinema! Avevo visto il bellissimo Confessioni di una mente pericolosa (pellicola sottovalutata come poche) e mi ero letteralmente innamorato di Rockwell, amore tra l'altro ancora in pieno furore agonistico. La mattina dopo vado all'università e mi vedo Sam Rockwell 3 banchi a destra avanti a me. Non riesco a  seguire leparole dei prof per 3 giorni, me ne sto lì imbambolato a vedere Sam. Poi al 4° giorno vado là e glielo dico. Mi avrà preso per scemo ma, lo possiamo dire, ne è valsa la pena. Tutta l'università insieme e un grande ragazzo come amico. Ne hai prese tante di batoste amico, cambierà il vento un giorno. Per tutti.
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Ci sono quei film manifesto (o testamento) di un artista. Ovvio che per me l'esempio più incredibile è l'immenso
Synecdoche New York, un film che ha dentro tutto Kaufman, un'opera definitiva. Ma più in piccolo è sempre bellissimo quando un artista vuole girare il Suo film, un film che, in maniera autobiografica o no, lo rappresenti in tutto e per tutto. Questo ha fatto Vincent Gallo, artista con la A maiuscola, musicista, attore, regista, sceneggiatore, montatore del suono etc.. etc.... Gallo non si è mai venduto al mainstream, credo che sia una specie di attore culto per gli amanti del cinema indipendente. Certo non gli mancano le palle e ogni riferimento alla storica scena della fellatio con la Sevigny nel suo secondo film da regista è puramente voluta.
Gallo è nato a Buffalo, Gallo non è uno con la testa tanto a posto, questo è il suo film, inutile girarci intorno.
Pellicola molto più profonda di quello che mostra, Buffalo '66 racconta in unità di tempo il primo giorno uscito di prigione di Billy, un ragazzo con grossi traumi passati che ha in testa una sola cosa: uccidere il giocatore di football che con una trasformazione sbagliata fece perdere ai Buffalo il Super Bowl nel 66 (nella finzione ma in realtà credo la vera vicenda sia del '91) e a Billy 10.000 dollari che non aveva. Insomma, va in prigione da innocente per "ripagare" lo strozzino.

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Il film è molto acerbo, la sceneggiatura molto lineare e un pò semplicistica (una redenzione in 24 ore ci può stare ma è davvero rara), la regia, a parte un paio di inquadrature dall'alto davvero suggestive fa il suo compitino, la fotografia è abbastanza grossolana. Ma il film ha un'anima, e vuole raccontare una storia.
I toni variano dall'allucinato, al comico, al malinconico, al fortemente drammatico. Tutte e 4 le figure principali sono persone con grossi problemi, dei losers, problemi sia personali che di interazione con gli altri.
La mamma fan sfegatata dei Buffalo è davvero "mostruosa", capace di rischiare di lasciar morire il figlio allergico alla cioccolata per non perdere un punto della sua squadra. Il padre è vittima di tale moglie, un uomo stanco e sconfitto dalla vita con dei rari lampi di vitalità. Anche lui nel passato deve aver creato più di un trauma a Billy, vedi ad esempio il flashback del cane. Billy è un buono che vive la vita da cattivo, non riesce ad avere relazioni, a farsi toccare, a vivere l'amore, a credersi una persona che vale. La sua "cattiveria" fa tenerezza, si vede da un miglio lontano che è la vita ad averlo rovinato. Succube dei suoi anche se prova a farci il duro troverà in Layla (una splendida Christina Ricci bionda bomba sexy) una piccola possibilità di salvezza.

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C'è un curiosa scena a tavola che dura più di 20 minuti montata in modo talmente allucinato (la vediamo alternata nelle 4 soggettive dei protagonisti) da sembrare tutta sbagliata (e in parte lo è per la mancanza della pseudo-soggettiva che tanto odio ma qui avrebbe giovato).
Gli attori sono perfetti, Ben Gazzara e la Huston interpretano i genitori, hai detto cazzi.
E Gallo ha nel suo viso tutto quello che il suo personaggio doveva restituire, la rabbia, la malinconia, la speranza, la solitudine, la paura, l'umiltà.
Si ride, si riflette, si segue con empatia la vicenda di Billy.
Ma quegli spari alla fine arrivano come un colpo in faccia inaspettato.
Billy, ma davvero sei andato fino in fondo?
Datti una sola possibilità, torna là da lei, nella vita non c'è niente di più importante di -fino a quando davvero non ce ne sono più-darsi un'altra possibilità.
E se Scott Wood ha preso la palla un pò storta chissenefrega, non si può morire per questo.
Anche perchè è passata davvero vicina a quei pali.

voto 7,5

19.6.13

Recensione: "Monsieur Lazhar"

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Ammetto un pizzico, forse anche più di un pizzico, di delusione...
Questo era uno di quei film che avevo appuntato da mesi convinto che fosse un piccolo gioiello viste alcune ottime recensioni, la tematica che affrontava e la provenienza, coproduzione Francia-Canada.
Invece si è rivelato un buon film, molto umile e compassato nel porsi ma incapace di decollare sia nello script che emozionalmente.
La Francia ce l'ha proprio con la scuola, moltissimi suoi film in maniera più o meno diretta sono ambientati nel mondo scolastico o comunque mettono forte l'accento sull'educazione e l'insegnamento. Mi vengono al volo in mente La Classe di Cantet, Nella Casa di Ozon, Il Piccolo Nicolas e Les Choristes.
Sarebbe bello analizzare e fare un confronto tra tutti perchè ognuno racconta la realtà scolastica e dell'insegnamento con basi e finalità diverse.
In questo Monsieur Lazhar si pone l'accento sull'elaborazione del lutto di un'intera classe dopo che la loro maestra "preferita" si è impiccata proprio nell'aula dove insegnava.

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Bashir Lazhar è il loro nuovo insegnate, un uomo di origine algerine dal passato misterioso che cercherà di portare un pò di tranquillità nei ragazzi, specie nei due che in un certo senso erano più legati alla maestra, in particolare Simon, il bambino che l'ha vista impiccata e che forse più o meno direttamente è causa di quel gesto.
Il film è molto semplice, non cade mai nella retorica o nel sensazionalismo e questo è sicuramente un pregio. Però sembra procedere un pò stancamente e senza nessuna buona trovata di sceneggiatura che possa catturare realmente lo spettatore. In questo senso anche il passato di Lazhar viene forse rivelato in maniera un pò troppo affrettata. E come si sia instaurato quel bellissimo rapporto tra lui e la classe viene raccontato in  maniera un pò confusa, manca del tutto una scena madre che racconti questo "innamoramento".Fa impressione venire a conoscenza di alcune regole scolastiche come quella assurda dell'assoluto divieto per gli insegnanti di toccare gli alunni in qualsiasi modo, anche solo per aiutarli a fare la cavallina ad educazione fisica.

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Il personaggio del bambino è forse il più riuscito e quel suo "Non è colpa mia! Non è colpa mia!" il momento più emozionante della pellicola.
Molto interessante come Lazhar parli sempre in maniera molto dura della maestra suicida, probabilmente quello che gli è successo in Algeria e la consapevolezza del valore inestimabile della vita non gli fanno comprendere un gesto così assoluto, glielo fanno odiare, specie se avvenuto nel posto sacro per un bambino, la scuola,
Il film aveva tutte le carte per piacermi un sacco ma mi è scivolato troppo freddamente addosso,peccato.

( voto 7 )

16.6.13

Al Cinema: recensione: "E' stato il figlio"

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Ci sono sequenze così belle, necessarie, forti e perfette che a volte bastano da sole a salvare un film.
Non è questo il caso, "E' stato il figlio" del grande Ciprì è un ottimo film già di per sè.
Ma la magnifica scena post omicidio, con quella nonna fino a quel momento silente che si lancia in quel devastante e terribile monologo è una sequenza da antologia che dà senso a tutto il film (e al titolo finalmente) e si incastra così perfettamente con tutto ciò che la precede (e con la cornice) da alzarsi in piedi per la sua riuscita.
Non c'è più nessuna legge, quel morto a terra è solo un fatto ormai assodato, non ci sono più legami di parentela, non c'è più amore, non c'è più dolore, c'è soltanto una fredda, sebbene fatta a caldo, e spietata analisi di quello che bisogna fare. Quel figlio così buono, umile, rispettoso, per un piccolo errore avrà segnata tutta la sua vita, mentre quell'altro, ragazzo ribelle e violento, vedrà salvata la propria in nome del dio denaro, della sopravvivenza di tutti.

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Non c'è niente da discutere,quella nonna è il concentrato umano di una tradizione, di una terra, di un istinto di sopravvivenza, ogni sua sillaba è legge radicata nel passato e nel futuro.
Che bello sto piccolo film, così sempre e perfettamente in bilico tra il grottesco/comico e il drammatico, così abile nel raccontare attraverso piccoli passaggi la storia di una famiglia siciliana che reifica il lutto per la terribile morte della figlioletta in una Mercedes nera fiammante, che dimentica il dolore primordiale della perdita più terribile nel sogno, tutto paesano, di avere l'auto dei desideri e del riscatto.
Solo la povera realtà del paese può raccontare storie così. Ho sempre pensato che nel mondo esistano due categorie di persone, quelli che hanno vissuto in paese e quelli in città. Ai secondi accadono più cose, la loro vita è piena di avvenimenti, anche di aneddoti forse, ma le storie, le vere storie, quelle che si raccontano col passo lungo, stanco e affascinante del racconto sono quasi esclusiva dei primi.
Qui c'è la storia di una famiglia operaia che ha perso per mafia la piccola figlia, aspetta il risarcimento danni dello Stato, intanto si indebita con negozianti e usurai e poi quando quei soldi finalmente arrivano, con quelli che rimangono insomma una volta pagati i debiti, comprano soltanto una macchina nuova, simbolo di riscatto sociale, nuovo status e stupido vezzo che, ahimè, colpisce anche realtà umili e virtuose come queste.

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Si ride con le scene sulla spiaggia così verdoniane, si piange per quell'omicidio così efferato della bambina e quell'urlo di Servillo che prova a raggiungere la telecamera che va sempre più su. si rimane tra il divertito e lo sconfortato a seguire tutte le trafile giudiziarie e le storie di usura, si sorride amaramente con la spettacolare scena della benedizione del prete, si ha paura quando il padre scopre cosa ha fatto il figlio alla macchina e poi si rimane di sasso, basiti, storditi, ma al tempo stesso affascinati e in contemplazione per la sopracitata scena della nonna. Altro che tragicommedia, l'anima del film è nera come la pece.
E Ciprì ci regala i volti che lo hanno reso famoso, quelli di Cinico tv, st'umanità grottesca, laida, quasi deforme, divertentissima e tremendamente tragica.
E Servillo è il nostro Messi(a) che regala magie ogni volta che ha una telecamera davanti.
Ma qui, inutile dirlo, c'è una meravigliosa bambina (che bello il suo orgoglio a non girarsi alla spiaggia quando la macchina va via, che bello) orrendamente uccisa e un altro ragazzo con la vita devastata senza aver fatto nulla.
E' stato il figlio diranno.
Che i sensi di colpa li accompagnino sempre.
Almeno questo.

( voto 8 )



15.6.13

Visti per voi (N°3): JOHN LOCKE - recensione "The Artist"

Terza puntata con i visti per voi, la rubrica che mi costringe a vedere film consigliati da voi. Sarà un lungo viaggio, avevo messo delle regole ma alla fine l'unica regola che sto osservando è di dare precedenza ai film che trovo, dvd o tv, per primi.
John Locke è mio fratello, per un anno è stato l'unico lettore di questo blog, un anno, non scherzo.
Ma era divertente anche allora, anzi, l'entusiasmo era anche maggiore.
Non scrive più che si vergogna ora che sto blog è così seguito da essere uno dei primi 999.000 in italia.
Sul cinema dico :)
The Artist:
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Comincia la scena.
Lui sospetta di quel tedesco là in fondo e piano piano prova ad avvicinarglisi attraverso il ballo sfrenato.
Balla con lei ma sbaglia scena.
Lui riparte, torna a ballare con lei ma non riesce a smettere di farlo. Scena di nuovo sbagliata.
Lui riparte, tanto è la star, i ciak possono andare avanti all'infinito se sbaglia lui.
Balla con lei ma si mettono a ridere, "STOP!" avrà gridato il regista, sicuro che l'ha fatto, noi non l'abbiamo sentito, ma l'ha fatto, sicuro, eccolo lì pronto per l'ennesimo motore-azione, pronto per un altro ciak.
Ma lui se ne va, sta scena proprio non gli riesce.
Un pò di anni dopo lui vuol morire, la casa sta bruciando, tutto sta bruciando, le sue pellicole, i suoi oggetti, il suo orgoglio, la sua vita.
Stringe nel petto quei ciak sbagliati, probabilmente i momenti più importanti della sua carriera artistica, una carriera impressionante, film su film, successi su successi, gloria su gloria. Tanti onori e ricordi indimenticabili eppure vuol morire con quei ciak.

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Il suo magnifico cane, uno di quegli esseri viventi che ci fa vergognare di come noi possiamo credere di esser superiori, il suo magnifico cane fa in modo che lo salvino.
In mezzo c'è tutto il resto, c'è la magia di un cinema muto e di un'orchestra che suona dal vivo, suona e dà una colonna sonora a quello che la gente vede ma non sente, un momento ilare, una tragedia, uno slapstick, un bacio d'amore.
C'è l'importanza del silenzio, il superfluo della parola, chè quando hai un viso che sa trasmettere qualcosa, quando capisci che uno sguardo vale più di 100 ore di chiacchiere, quando ti rendi conto della bellezza che può avere un gesto muto, quando realizzi che il tuo corpo è un laboratorio e che volendo può raccontare l'infinito, allora del sonoro te ne sbatti, e il rumore di una foglia che cade a terra è quasi una bomba atomica.
In mezzo c'è tutto il resto, c'è il trionfo e la sconfitta, l'adularsi e il commiserarsi, la fine di un amore e l'inizio di un altro, l'emozione di nascere una seconda volta in vita.

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E c'è una ragazza che si abbraccia da sola immaginando che quella mano sia la tua, un neo che da semplice e dolce punto nero diventa enorme e accecante successo, c'è una mano inghiottita dalle sabbie mobili che richiede disperatamente aiuto perchè è la mano di un uomo che sta veramente affondando, ci sono gli occhi lucidi di quello stesso uomo che vedono e sentono, sentono già, e forse proprio per questo piangono, lei in quel film, c'è un autista che per stipendio vuole l'affetto, c'è un cane che ti tira i calzoni perchè tu sei il suo padrone, la ragione della sua vita e sta cosa qui non devi farla.
E c'è una scena completamente muta e sorda, senza nemmeno l'onnipresente colonna sonora.
Ma è la scena più fragorosa di tutte.
Prima c'è un uomo che sbaglia ciak per quella cosa che Stanislavskiy non poteva prevedere, l'amore.
Poi c'è un uomo che vede ripartire il film della sua vita grazie al suo cane e a lei.
In tutto il mezzo ci sono due attori impressionanti, un film geniale, dolce, divertente e necessario.
In tutto il mezzo non c'è il sonoro, ma la didascalia della bellezza.

( voto 9 )

13.6.13

Al Cinema:recensione "The Bay"


Certo che vedere un regista 70enne che fa le scarpe a quasi a tutti i colleghi giovani proprio nel "loro"
campo, quello modernissimo del mockumentary, è davvero sorprendente...
Se poi si pensa che questo regista in carriera non solo se ne è sempre fregato di camere a spalla e found footage ma non ha nemmeno mai affrontato il genere horror davvero vien da pensare che questo The Bay sia un piccolo miracolo.
Barry Levinson stupisce alla grande realizzando un eco-horror tra i migliori di sempre.
A proposito, la tematica ecologista secondo me doveva stare un pò più sullo sfondo, al contrario più si va avanti più ci sembra di trovarsi in un film di denuncia più che di genere; a mio parere questa è una delle pochissime pecche del film.
Ma è un altro l'errore talmente pacchiano in sceneggiatura da dover far finta che non esista per non rovinarsi la piacevolissima, e disgustosa insieme, visione del film. Ne parlerò poi.
In 2 parole il film narra della baia di una piccola cittadina del Maryland che viene infettata da vari scarti industriali, in primis gli escrementi di pollo del grandissimo allevamento che dà lustro e soldi alla stessa cittadina. L'acqua infetta gli abitanti. In un solo giorno la città sarà decimata.

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Funziona tutto.
L'atmosfera è così densa che lo spettatore prova disagio, fastidio, quasi paura ogni volta che una persona viene a contatto con l'acqua. Ci sono due/tre tuffi in mare che solo in quanto tali creano una tensione assurda, a riprova di quanto il film funzioni. Saper creare paura col niente (un tuffo) vuol dire aver saputo raccontare alla grande fino a lì.  E' proprio la verosimiglianza del tutto (certo, in una base di sospensione di incredulità preesistente) che rende The Bay speciale. Qui si parla di virus o più che di virus di organismi che attraverso l'acqua entrano nel corpo dell'uomo, crescono e lo divorano. Nessuno zombie, nessuna pazzia inumana, solo persone che soffrono come cani mentre il loro corpo viene letteralmente mangiato.
Credo che molte persone abbiano provato un disagio che va oltre la finzione filmica, la pellicola in questo senso è abbastanza pericolosa, il suo terrorismo lo esplica in pieno. Complimenti.
Merito anche di decine e decine di effetti speciali di una qualità raramente vista prima. Le ferite, le mutilazioni, le escrescenze, i corpi mangiati,le stesse larve, tutto è così dannatamente vario e verosimile da godere come un riccio se si è amanti del genere o fuggire terrorizzati se tali cose danno un pò fastidio.

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La regia, o meglio il modo in cui le varie riprese sono state montate è davvero perfetto.
Nessuna scena di ripresa forzata (filmiamo tutto!) alla REC o altri mockumentary, soltanto un collage di riprese da camere fisse o da persone che usano in maniera verosimile la propria telecamera. C'è un uso dello zoom (credo extradiegetico),specie sui volti, che crea disagio e tensione. E anche la colonna sonora in 2,3 punti è talmente incalzante e ben accordata con le immagini da far sfigurare per atmosfera molti horror recenti (vedi la straordinaria sequenza della comparsa della prima infetta, montaggio serratissimo di più telecamere e colonna portentosa).
E geniale, oltre l'unità di tempo, è la scelta della coppia che arriva in città solo la notte dopo una giornata trascorsa in mare, geniale.
C'è solo un gigantesco e incomprensibile errore però, un errore che non si può giustificare in nessun modo.
Perchè tutti vengono contagiati il 4 luglio?? Perchè avviene tutto quel giorno? Sappiamo dalla vicenda dei sub che l'acqua era contaminata da giorni, quasi un mese, come è possibile che non ci siano stati casi ogni dannato giorno o che comunque siano esplosi tutti solo quel giorno?
Una sola possibile motivazione.
Quelle schifose larve, quegli esserini ripugnanti ce l'avevano con il giorno dell'indipendenza americana.
E' proprio vero che alla fine la politica entra dapertutto, non solo nei vermi vertebrati, anche in quelli che la colonna vertebrale non ce l'hanno.

( voto 7,5 )


7.6.13

Recensione: "L'ultimo terrestre"


Due telefonate a La Zanzara di Giuseppe Cruciani accompagnano i titoli di testa.
La prima è di un prete che invita a credere nell'unica entità superiore, Dio.
La seconda, strepitosa, è di uno che lavora con le giovanili del Cesena e che ha paura che anche questa volta i migliori stranieri vengano comprati dalle squadre più blasonate rovinando il lavoro di chi, come lui, cerca di preparare i nostri giovani.
Ma chi sono questi nuovi stranieri?
E chi è quell'entità superiore da cui il prete diffida a credere?
Gli alieni. Sì perchè ormai è ufficiale, stanno sbarcando. Sta a noi averne paura o accoglierli a braccia aperte.
Luca, a suo modo, è anche lui un alieno, un ragazzo timido, buono, con dei tremendi problemi per le relazioni interpersonali e della tare, dei traumi, che non riesce a superare. Vive solo e solitario, odia le donne -che crede essere tutte puttane (papà docet)- ed è lo zimbello nel Bingo in cui lavora.
Piccolo grande film, opera prima del fumettista Gipi, L'ultimo terrestre è un malinconico e disilluso film, a tratti divertentissimo però, su un'umanità ormai stanca e in ginocchio che aspetta un evento in teoria straordinario, l'arrivo degli alieni, ma senza nessuna aspettativa.

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L'atmosfera dolce, tenera e fredda rispecchia il suo protagonista, un uomo senza alcun sogno nè sentimento, facilmente malleabile, con dei concetti non chiari di cosa sia il bene e il male.
Ho trovato l'interpretazione di Gabriele Spinelli magnifica, naturale come poche.
In realtà il livello della recitazione è di molto sopra la media con dialoghi semplici, molta naturalezza e tutti i personaggi/attori riusciti, specie i tre terribili compagni di lavoro di Luca nel Bingo che, se è vero che in 2,3 momenti mi hanno fatto ammazzare dalle risate (quello col ciuffo è strepitoso e il vecchio è così toscanamente laido e porco da far paura), alla fine manifestano un'umanità così meschina e cattiva da far venire i brividi.
In realtà più il film va avanti più Luca si accorgerà del marcio che lo circonda. Il suo personaggio è tutt'altro che banale, ispira sì compassione e tenerezza ma in realtà è molto più complesso di quello che sembra. Il non aver aiutato l'amico trans (transone, eh eh), l'odio per le donne, la vicenda del gatto, ci raccontano un uomo non cattivo ma così incapace di reazione e così facilmente influenzabile da renderlo anch'esso, per certi versi, non positivo.

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Quando il film sembra procedere come una commedia malinconica due tremendi fatti, il trans e la rivelazione del padre, danno uno scarto drammatico inaspettato, riuscitissimo peraltro.
L'arrivo degli alieni è puro pretesto, anzi, le scene tra l'aliena e Herlitzka (grande) sono le più deboli, atte solo a giustificare l'abbandono dell'aliena come una moglie tradita.
Straordinarie alcune sequenze come il convegno sugli alieni con quella battuta sulle Pleiadi che è un capolavoro.
Il finale, un pò affrettato e forse manicheo, ci suggerisce come alla fine l'arrivo degli alieni possa essere un repulisti della feccia, via i malvagi, premiamo i buoni.
Luca, qualunque cosa gli succeda, in qualsiasi modo lo considerino sta lì fermo ad aspettare.
Tanto, in ogni caso, non ha niente da perdere, solo da guadagnare.

( voto 7,5 )


3.6.13

Visti per voi (N° 2): GIOCHER - Recensione "Ratataplan"

Seconda puntata del Visti per voi. Bene o male sono riuscito a rispettare la promessa dei 15 giorni.Non ho rispettato però altre due regole, l'ordine cronologico in base ai commenti e la scelta del film "definitiva". Il fatto è che Sky mi ha messo su un piatto d'argento questo film, occasione troppo ghiotta, Giocher è così scalato in su malgrado ufficialmente non mi abbia mai chiesto questa pellicola, ufficiosamente sì però. Giocher è un personaggio strano, i suoi commenti sono sempre da decriptare, decifrare, interpretare. Mi ha mandato fuori di testa 2,3 volte. Ma è un utente/blogger molto intelligente e preparato. Che la testa gli funzioni poco lo dimostra questa scelta e questo regista. :)
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Sarà sto periodo (che poi periodo na sega, è una vita intera) ma mi sono ritrovato un'altra volta con gli occhi
lucidi senza motivo vedendo un film che, in teoria, dovrebbe solo far ridere. Che poi un motivo c'è. Quando dopo 5 minuti è apparso quell'omino buffo che si chiama Maurizio Nichetti a me ha fatto da madeleine e mi ha scaraventato a tanti anni fa quando tremante dal desiderio aspettavo la mia puntata notturna di Fantasy Party. Quel volto non lo rivedevo da 15 anni e mi sono accorto di una cosa, che mi mancava, mi mancava tanto.
Ratataplan è l'opera prima di Nichetti e, per quanto mi riguarda, potrebbe essere anche l'ultima perchè qua dentro c'è tutto di lui. Questo film non è un film, questo film è Nichetti.
Un autore geniale, dolce, poetico, talentuoso, umile, fantasioso, buono, assurdo.
Un autore che ha sempre lavorato di passione, talento e mestiere, non si è mai prostituito e forse si è fregato per voler restare sempre sè stesso.
In Ratataplan c'è il genio di Nichetti, in quell'invenzione che la mattina gli prepara la colazione.

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In Ratataplan c'è la dolcezza di Nichetti, in quei due pazzi outsider che alla fine scoprono (forse) l'amore saltando e rotolandosi in un magazzino pieno di vestiti.
In Ratataplan c'è la fantasia di Nichetti, in quell'albero pieno di colori che contrasta con il metodo e la banalità degli altri alberi neri e schematici. C'è la fantasia e il colore del mondo ma lo stesso mondo, alla fine, non lo vuole. In quei primi 5 minuti del film, praticamente alla sua prima scena della carriera, Nichetti sapeva già tutto. Il suo mondo a cartone animato, la sua fantasia, la sua pazzia, la sua genialità rischiava di essere messa alla porta e osteggiata da un mondo che preferisce il risultato, il metodo, la sicurezza della routine e del lavoro."Non abbiamo bisogno di lei" gli dicono, in qualche modo sarà così parte della sua carriera.
In Ratataplan c'è tutta l'umiltà di Nichetti, in quel bicchiere d'acqua portato attraverso tutta Milano, un piccolo bicchier d'acqua che deve salvare la vita di un magnate. Nichetti, come nella vita. fa un grande sforzo anche per un piccolo risultato. E poi il successo magari lo prendono altri, l'acqua è miracolosa ma lui perde il lavoro.
In Ratataplan c'è tutto il talento di Nichetti, in quella scena del clone di sè, sequenza che farebbe impallidire qualche blockbuster americano per riuscita e originalità. E anche qua un'altra metafora, il Nichetti pazzo e squinternato non piace, quello in completo gessato va alla grande.

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In Ratataplan c'è tutta l'assurdità di Nichetti, in quei personaggi così insensati, in quelle azioni così ridicole. Pochi hanno saputo trattare il non-sense come lui. Tutto è stralunato, senza regole, senza leggi fisiche e umane, tutto può accadere. e in un'opera prima un film tanto slegato, praticamente senza sceneggiatura e con scene che si reggono in piedi su trovate singole che esplodono ogni 3 secondi, un esordio così dimostra coraggio e, soprattutto, un rispetto di sè stessi e di quello che si è.
E il successo arrivò, fragoroso, in tutto il mondo.
Perchè all'inizio tutti restano affascinati dal genio, dalla dolcezza e dalla poesia. Poi piano piano, più si va avanti più il genio appare mestiere, la poesia retorica, la dolcezza fa compassione. La gente smette di stupirsi, sempre. E un comico ha sempre le ore segnate, sempre, non è mica un impiegato delle poste.
Il film è tutt'altro che perfetto, in alcune parti annoia persino forse ma raramente si può vedere un film che rispecchi di più il suo autore.
Ed è sorprendente e allo stesso tempo tanto malinconico vedere come moltissime sequenze non solo raccontino così perfettamente Nichetti ma anche tutta la sua carriera, fatta sì di tanti successi ma anche, come il suo grande amico Bozzetto, di tante porte chiuse in faccia e la forte sensazione di essere stati dimenticati.
Nichetti non è un uomo che si è fatto cartone animato.
Nichetti è un cartone animato che si è fatto uomo.

( voto 8 )

1.6.13

Al Cinema: recensione "Solo Dio perdona (Only God forgives)"

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Rino Tommasi direbbe che la mia statistica con Refn è troppo giovane per aver valore. Nel senso che io del
talentuosissimo regista danese ho visto soltanto le ultime due opere, l'indecifrabile e affascinante Valhalla Rising ( a mio modo di vere la miglior fotografia nel cinema recente) e il meraviglioso Drive, anche questo in qualche modo film unico nel suo genere.
Insomma, vado a vedere Only God Forgives con un 2 su 2 mica da ridere.
Beh, sono rimasto deluso, e non poco.
Credo che Refn abbia voluto firmare il suo capolavoro lasciandosi trasportare un pochino troppo dal suo talento.
Il film racconta la vendetta della vendetta della vendetta della vendetta, un incredibile domino di conti da regolare nello scenario ora putrido e fatiscente, ora lussuoso e lucente di Bangkok,
Proprio le ambientazioni sono qualcosa di unico, dai luridi e stretti vicoli del mercato alle incredibili suite a 5 stelle, Refn l'occhio per le location ce l'ha, mamma mia se ce l'ha. E tutte queste location sono restituite all'occhio dello spettatore da un'ancor magnifica fotografia, che gioca con le penombre e con i colori in modo da far girar la testa, specie con quel rosso della residenza di Gosling. Alcuni movimenti di macchina sono da pelle d'oca, su tutti, a mio parere, una carrellata avanti lentissima in quella specie di officina che è talmente bella da restarci secchi.

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Ora, però...
Perchè in un film così nudo e crudo, violento e vendicativo fare il Lynch ogni 3 minuti?
Va bene esser visionari, va bene mischiare la realtà con il sogno, ma perchè così tante volte?
E poi, soprattutto, come Refn giustifica tutto questo?
Sapete cosa c'è di strano in sto film?
Che tutto sembra fatale, ieratico.
Ogni scena, ogni personaggio, ogni parola sembra racchiudere al suo interno quest'aura misteriosa, trascendentale, non so come spiegarmi meglio se non con il termine "fatale".
Tutti parlano poco, tutti sembrano IL personaggio per eccellenza, nessuno sembra avere un appiglio un pò più duro con la realtà. Sembra che ci siano 6,7 guru nel film. E' un caso raro per cui tutti i personaggi, il poliziotto, Gosling, alcuni scagnozzi, la madre di Gosling, tutti sembrano dei in terra, esseri superiori che con i loro gesti e le loro parole (poche) diventano dispensatori e depositari del bene o del male.
Difficile spiegarmi.
Non sono cazzoni alla Tarantino malgrado il film, alla fine, sia praticamente una copia di un suo film con Lynch a sostituirlo 2 giorni a settimana alla regia (io ho visto tanto Twin Peaks in alcune atmosfere, voi?).

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Le scene cult non mancano (la cena con la madre, la sparatoria, la tortura con gli spilloni) e con questo film abbiamo la conferma che Refn la violenza la sa mostrare come pochi.
Ma la sensazione che ogni sequenza tenti di essere LA sequenza mi ha lasciato perplesso.
Ho vissuto le stesse sensazioni avute con Sorrentino ma là le emozioni che mi sono rimaste addosso sono state tantissime, qua praticamente nessuna.
Starei cauto a gridare al capolavoro perchè pur avendone i crismi la sensazione di trovarsi davanti a un film sbagliato è davvero forte.
Una cosa però non la dimentico di certo, lo sguardo incredibile di quel bambino in quell'officina.
Non esagero, ma quello sguardo vale quasi il prezzo del biglietto.
Vedere per credere.

( voto 7 )