29.5.13

Recensione: "Monsters"


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presenti spoiler

Film coraggiosissimo che lavora per sottrazione in un genere, quello dei monster movie (ma potremmo anche
metterlo nei disaster movie o negli apocalittici) che di solito punta tutto sul mostrato, sulla spettacolarità, sul confronto più o meno grandioso tra i protagonisti e, appunto, i mostri.
In questo film tutto viene tolto, asciugato. E non solo gli effetti speciali con i mostri che compaiono col contagocce o le battaglie quasi inesistenti ma anche in aspetti meno evidenti, ad esempio nella storia d'amore tra i due protagonisti, mai esasperata e, anzi, tenuta in sospeso fino alla sequenza finale (lei lo chiama per cognome fino alla fine) o nella recitazione degli attori, mai troppo esaltata. Anche il fatto di avere un'attrice di tale bellezza e non sfruttarne mai il corpo (malgrado in 2,3 situazioni lo si poteva prevedere) rendono Monsters un film veramente atipico, che toglie tutto quello che altri registi avrebbero messo in abbondanza.
Per colpa di alcuni detriti alieni arrivati sulla terra si formano tra il Messico e gli Stati Uniti degli esseri alieni, dei mostri, di notevolissime dimensioni. I governi creano una lingua di terra piuttosto ampia dove confinarli, la Zona Infetta. Un reporter deve riportare la figlia del suo capo dal Messico agli Stati Uniti. Doveva farlo via nave ma per una serie di coincidenze i due sono costretti ad attraversare la Zona Infetta a piedi o con mezzi di fortuna.

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Quasi tutto nel film è post, tutte le zone che i due attraversano sono state già in precedenza o bombardate o distrutte dai mostri, i corpi che trovano, gli aerei, i carri armati, tutto. Non siamo in un post apocalittico come The Road, qui la battaglia è in pieno svolgimento ma c'è questa aria malinconica per cui in quasi tutte le scene che vediamo tutto è già successo. Torniamo al togliere anzichè aggiungere dell'inizio, questo è un film di spoglie e detriti, non delle battaglie che hanno portato a quelle spoglie e a quei detriti.
Molto affascinante il tutto con location da brividi e un profilo basso che a me è piaciuto moltissimo.
Il film è un lento on the road che più che soffermarsi sull'apocalisse si concentra, ma sempre sotto le righe, sul carattere dei due protagonisti, due persone che compiono questo viaggio verso la salvezza (?) e verso il ritorno a una vita che per un verso o un altro nessuno dei due ama.
I due attori sono davvero formidabili, lui, Scoot McNairy era già stato eccezionale con baffetti in Argo, lei, Whitney Able è una bellissima (in tutti i sensi) e piacevolissima scoperta.

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Negli ultimi 10 minuti abbiamo forse i momenti migliori del film.
Prima, e la scena sembra quasi paradossale, abbiamo un incontro d'amore tra due mostri (perlopiù sono poliponi) di 50 metri d'altezza, quell'incontro d'amore che il regista ci ha sempre negato con i protagonisti lo abbiamo con questi essere enormi.
Poi, dopo la sequenza davvero ben strutturata e girata delle due telefonate contemporanee, proprio nel momento in cui anche lui e lei non ce la fanno a trattenere quel sentimento cresciuto a poco a poco in soli 3 giorni, proprio in quel momento arrivano i militari a salvarli e dividerli.
E qui invito tutti a rivedersi la prima scena perchè il finale che appare tronco in realtà  non lo è affatto o se lo è non nella maniera che appare evidente a prima vista .
Davvero complimenti, la dimostrazione di come si può fare un film di genere eludendo lo stesso.Tanto che, alla fine, credo possa piacere più a un pubblico generico che ama le belle pellicole che ad un appassionato di genere.

( voto 7,5 )

27.5.13

Horror Underground (N°5): recensione "A Serbian Film"

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O.k, l'ho visto.
Sono quasi 2 anni che aspettavo il momento giusto, ogni volta c'era qualcosa che mi diceva di non vederlo.
E quel qualcosa aveva ragione.
Che poi, se devo dir la verità, fino a quasi la fine sto film ha rischiato di fregare anche me.
Ero inorridito, incazzato, disgustato ma c'era talmente tanto anche di buono (sempre se riferito ad un certo genere estremo) che malgrado la voglia di demolirlo mi assaliva rischiavo davvero di salvarlo lo stesso.
Poi quella scena in quel letto matrimoniale, scena che ringrazio e maledico il cielo di aver visto, quella scena mi ha fatto crollare del tutto così sì, se ti potevo salvare, caro A Serbian Film, ora no, mi dispiace, ma ti massacro.
Il fatto è che quella fotografia così bella, mutevole, a volte sporca a volte perfetta, quella colonna sonora così portentosa, quell'atmosfera così malata e carica di tensione, quella sceneggiatura che gioca in maniera straordinaria con 3 piani temporali (il fatto che l'ultima mezz'ora tutto era già successo e lui lo recuperava nei ricordi funziona alla grandissima), l'idea del film nel film, il personaggio principale davvero notevole, con un attore così bravo a restituirci ogni singola emozione e noi che passo passo lo seguiamo sprofondare in un inferno allucinante.

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E anche alcune scene -perchè chi parla non è una verginella e i film di tortura in genere li ama- sono davvero straordinarie anche se ognuna, ognuna, è sempre sul sottile confine dell'etico e del non etico, del morale e dell'immorale. Avevo quasi retto a tutto ma poi arriva quella scena.
Un passo indietro.
Io non mangio al tavolo dove hanno mangiato tanti, quello in cui il regista nel film (alter ego praticamente del regista DEL film) afferma che tutto quello che accade ha un non so che di filosofico, metafora del popolo serbo post guerra, un popolo di vittime che ha sofferto come pochi altri. St'esaltazione della vittima, del dolore in nome di qualcosa di grande e vero mi ha disgustato.
E non mangio nemmeno al tavolo di quelli a cui piace il guilty pleasure, quelli che un pò esaltati un pò pieni di vergogna si sono estasiati davanti a donne decapitate durante un rapporto sessuale, donne massacrate, donne umiliate, peni che sfondano una cavità orbitale, bambini che guardano porno, bambine usate per dare un senso deviato al plot in un modo criminale (quella che mangia il gelato durante la fellatio è davvero fastidiosa), donne affogate durante con un rapporto orale.

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E avevo anche retto alla celeberrima sodomizzazione del feto perchè così ridicola, grottesca, irreale e senza senso che nemmeno mi va di parlare di morale ed immorale.
Poi però Milosh ha un devastante rapporto anale con qualcuno. Questo qualcuno ha un cappuccio.
Mio fratello butta là un' ipotesi, mi sgomenta, gli giuro che se ha ragione io spacco il televisore.
Il cappuccio si alza e ci regala la sequenza più criminale, insopportabile, inumana e devastante del cinema recente.
Quel bambino con la bava alla bocca non è solo la sconfitta finale di un film immondo, di un regista e della sua distribuzione, è la sconfitta di tutti noi che abbiamo permesso che in questo mondo si potesse realizzare e far circolare una sequenza del genere.
E quel braccino sotto la coperta che si alza per dire basta, braccino che con violenza viene schiacciato di nuovo giù dal padre, quel momento mi ha tormentato tutta la notte.
E ci ho pianto cazzo.

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Auguro a tutti quelli che hanno esaltato questo film di rivederlo quando avranno un figlio.
E, ve lo giuro, vi vergognerete di quell'esaltazione provata la prima volta.
Moralista sì, e mi vanto di esserlo.
Ma quel visino con la bava alla bocca e il sangue che gli sgorga dietro è la fine del cinema e della sopportazione umana.
E, come se non bastasse, nell'ultima battuta del film uno invita a farselo anche da morto
Io a sto gioco non gioco.
Ve lo lascio.

( senza voto )

25.5.13

Recensione: "The Wrestler"

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La folla grida:

RAM RAM RAM RAM RAM RAM RAM

Randy the Ram guarda per l'ultima volta là in fondo alla sala ma lei non c'è più. Gli occhi di Randy sono bagnati dal pianto della fatica, del dolore, della tristezza, della rassegnazione, della paura.
Quegli occhi hanno dentro tutte queste cose ma la gente non lo sa, la gente vede il loro idolo sopra le corde pronto per spiccare il volo e schienare l'avversario.
Una volta per tutte.
Perchè finiscono tutti così gli incontri di Randy, lui salta da là e schiena l'avversario.
E' sempre finita così,ci finirà anche adesso.
Ma forse stavolta c'è qualcosa in palio più importante di una vittoria di wrestling, concordata o no.

RAM RAM RAM RAM RAM RAM RAM

E Ram salta.

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Chissà che gli starà passando per la testa in quei 2 secondi scarsi prima che il suo corpo martoriato, dopato, provato e devastato finisca sopra quello del suo avversario, l' Ayatollah ("Schienami" gli aveva detto poco prima vedendo Ram stare male in quel modo, "Schienami", una sola parola così dolce, così disperata, di un amico che ne vuole salvare un'altro).
Chissà che starà pensando Randy mentre vola giù.
Forse penserà alla sua vita da wrestler, un incontro dopo l'altro, la cresta dell'onda che sale e scende di continuo, dal milione e mezzo di spettatori al camerino dentro un asilo.
Penserà a quanto lo amano quei tifosi, quanto ancora lo amano, malgrado la vita inevitabilmente l'ha portato ad essere la caricatura di sè stesso, un corpo da 50enne che vuole volare come 20 anni prima.
Penserà che alla fine così doveva andare, la sua vita è stata il ring, lo può essere anche la fine.

Forse, ormai ad un secondo dall'impatto, penserà a lei che solo 10 minuti prima gli ha detto "io sono qui", penserà che sfiga, se me lo aveva detto ieri adesso magari stavamo bevendo una birra al bar e magari ci riscappava un altro bacio e magari stavolta ce lo davamo fino in fondo e magari, magari, chi lo sa, magari ricominciavo da capo con lei, magari, e invece ormai mi sono tuffato e sto volando e il cuore mi batte da morire, ho paura, se me lo diceva ieri adesso magari il cuore mi batteva per lei, non per lo sforzo e la paura di morire. Però chi lo sa, magari faccio 1 2 3, mi rialzo e lei è ancora lì.

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Ayatollah è lì, a nemmeno un metro, la forza di gravità è così pesante, così verticale, gli sto andando addosso con tutti i miei 90 kg.
Ma come ho fatto a finire così?
Con una calzamaglia, le meches ai capelli, una vita senza alcun senso, un vuoto così grande attorno?
Io che avevo soldi, gioventù e migliaia di persone che mi adoravano?
Fallito, sono un fallito.
Con una calzamaglia addosso per giunta.

Ormai arrivato giù, a pochi centesimi di secondo dall'impatto, magari Ram penserà che la sfiga non è solo sfiga, ci sono errori nella vita che con la sfiga non c'entrano nulla.
E allora proprio alla fine ripenserà a sua figlia, quella figlia persa per anni e riconquistata quasi completamente in una sola ora, con quell'abbraccio così inaspettato, con quel ballo nella sala fatiscente.

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Sono uno stronzo penserà alla fine Randy, forse bastava che quel sabato mi ricordavo di andare da lei invece di ubriacarmi e sbattermi una puttanella qualsiasi.

Ma io sono Randy the Ram, un uomo che ha sbagliato quasi sempre tutto.
Ma qui in questo ring sono io la star, sono io quello che vince. Sempre. Anche sapendolo prima per giunta.

Ayatollah, arrivo.
Poi, se poi ci sarà, lo vedremo poi.

( voto 9 )

24.5.13

Recensione: "The tomorrow series: Il domani che verrà"

( premessa: arrivo sempre per ultimo ma comunque d'ora in poi se volete che vi arrivino le notifiche delle cazzate che scrivo via mail iscrivetevi in alto a destra. E se volete, parolaccia, "condividere" le suddette cazzate sui vostri social ci sono i bottoncini in fondo al post. Vabbeh, qualche mio parente lo farà forse)


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Quello che voleva essere:
un apocalittico action stile Doomsday

quello che è:

una puntata di Dawson's Creek coi carri armati e gli elicotteri

personaggi:

1 la figlia di Sandra Bullock, una ragazza acqua e sapone che decide di punto in bianco di diventare il General Maggiore dell'Esercito della salvezza

2 la sua migliore amica, che è appena stata deflagrata per la prima volta e alla fine sarà quasi deflagrata per colpa di una bomba

3 la modella super snob che non sa che i serpenti possono nuotare e con il beauty al posto della pistola. E capace di parlare 20 minuti di un bacio mentre il mondo sta finendo. E non lo fa con Dawson che poi alla fine Dawson nel film non c'è in effetti, lo fa con la numero 1

4 la ragazzina timorata di Dio, impacciata e moralista ma che in un secondo fa fuori 7 soldati con 7 colpi mentre gli stessi 7 soldati da 0 metri glie ne sparano 236 senza colpirla

5 lo sportivone pavido che scappa ogni volta lasciando la fidanzata in mezzo ai pericoli. Ma alla fine diverrà eroe guidando una macchina

6 il cinesino cameriere che si innamora della Bullockina e non ha nessun'altra caratteristica da rimarcare

7 il pazzo greco, abbastanza divertente, ma così pazzo e così greco che alla fine viene a noia

8 il fattone che racconta di quando è fatto ma non ha altri fatti da raccontare

questi 8 SENZA ALCUN MOTIVO decidono di combattere UN'INTERO ESERCITO CHE HA APPENA OCCUPATO L'AUSTRALIA

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loro 8, senza nessuna esperienza e con all'interno 5,6 disadattati, vogliono sconfiggere un esercito con aerei, elicotteri, carri armati e migliaia di uomini

ma del resto questo esercito riesce a:

1 sparare a due ragazze in fuga a tre all'ora senza colpirle e farsi seminare malgrado le pollastrelle sono a piedi e loro in macchina

2 farsi ucellare da una ragazza alla guida di una specie di betoniera

3 far esplodere 5 abitazioni sempre dopo che sono state abbandonate

4 come detto sopra, farsi uccidere in 7 senza riuscire a colpire una cerebrolesa con un fucile in mano

5 capolavoro, essere fermati da un branco di pecore come nemmeno il miglior Fantozzi

e questi hanno invaso l'Australia...

film ben fatto, fotografato bene

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ma c'è quasi la fine del mondo e la voce fuori campo racconta come se stesse parlando dell'estate a Riccione, i ragazzi fanno battute dall'inizio alla fine e la volta che gli 8 hanno più paura è quando un serpente gli gira intorno, dell'esercito alla loro caccia per ucciderli gliene frega una sega

tomorrow series...
in teoria una serie di 7 se rispettano i libri

Dio ce ne scampi

( voto 4,5 )


22.5.13

Al Cinema: recensione "La grande bellezza"

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Credo che raramente mi sia capitato di vedere un film che vuole essere un capolavoro come questo.
No, perchè esistono film che possono esserlo, quelli che ci sperano, quelli seppur piccoli che lo diventano, quelli che, oggettivamente, lo sono.
La Grande Bellezza lo vuole essere, te lo dice ad ogni sequenza, ti guarda negli occhi e fa: "guardami, io sono un capolavoro, qui dentro c'è tutto, guardami quanto sono bello, intenso, profondo, affascinante, intelligente, spiritoso, monumentale, sottile e maestoso."
per farlo ci mette gli occhi, il sorriso e l'illegale bravura di Servillo, è lui è il Suo volto.
ma è il film che parla
e io l'ho guardato, l'ho fissato negli occhi e nelle labbra, mi ha fregato ancora una volta, ipnotizzato e gli ho risposto "Sì, sei un capolavoro"
poi, ripensandoci, qualcosina in quello che diceva non mi tornava ma la trance non è ancora passata
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( non intendo parlare di Fellini, Mastroianni e dolci vite, lo faranno tutti)
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Sorrentino non fa movimenti di macchina, Sorrentino volteggia, accarezza, accelera, rallenta, plana, accompagna, si distanzia e si avvicina, insegue, sfiora.
Non ci sono movimenti di macchina, è un tutt'uno di armoniosa e indescrivibile bellezza.
Le bambine che corrono nel giardino, Jep che costeggia il lungotevere, quei cieli che diventano terra e quelle terre che diventano cielo, tutto si muove, noi ne restiamo cullati, come una montagna russa per una volta non violenta e paurosa ma lenta e rassicurante. Tutto diviene la grande bellezza, lo è quella vera, autentica, quella che Jep crede irraggiungibile perchè sepolta dal chiacchiericcio e dal rumore della vita, dall'imbarazzo dell'uomo a stare al mondo; lo è Roma, magnifica come non mai, una città che vive i suoi contrasti placida e incazzosa, che vede prostitute sotto il Colosseo o gente che si manda apigliasselanterculo vicino al Gianicolo; lo è il film stesso, questa meraviglia di immagini e parole in movimento.

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Ed è in questa città tanto eterna e immobile quanto gaudente e lussuriosa che fa finta di vivere la fauna umana raccontata da Sorrentino, un crogiolo di volti, voci, movimenti, apparenze e inganni che va a letto quando il resto della gente si sveglia. E in questa fauna, in questa giungla, il Re Leone è Jep Gambardella, uno scrittore fallito che ha deciso di dedicare la propria vita al Nulla, ma un Nulla così pieno, così lucente e così denso da sembrar Tutto, da far apparire anche il più disperato degli uomini come il più potente.
Sono tanti gli uomini che vivono nel nulla consapevoli di farlo ma qualcuno nel nulla ci affoga, qualcuno dal nulla si fa ipnotizzare, qualcuno nel nulla ci si nasconde e qualcuno, come Jep, nel nulla ci nuota e sguazza.
Se non fosse per il monologo finale, una splendida e terribile disamina della condizione umana, sarebbe quasi da pensare che Jep in questa vita ci sguazzi non solo contento di farlo ma del tutto inconsapevole di come in realtà questa (non)vita sia miserevole.
Eppure Jep a una sua amica, in una delle innumerevoli serate tra amici, in quel sabato perenne di dolce vita, eppure Jep a una sua amica una volta ha mostrato tutto lo sporco sotto il coperchio d'oro dell'apparenza. La demolizione controllata che subisce la donna è terribile, pluff, tutto quello che hai costruito lo vedi ora caduto ai tuoi piedi, anzi, lo vedono gli altri ai tuoi piedi perchè te l'hai sempre saputo che era lì. Pluff.
Eppure Jep, un attimo dopo, lo dice a tutti gli altri, ragazzi, non raccontiamoci storie, diamoci solo affetto tra disperati perchè questo siamo.

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Il primo tempo è qualcosa di immenso, una frammentarietà incredibile ma così carica di bellezza, crudeltà, poesia e ferocia da restare storditi.
Ne parlai per Tarantino. Anche Sorrentino (buffo no? uno di Taranto, l'altro di Sorrento) è un regista verticale, uno che sa assemblare scene e dialoghi come nessun'altro ma che quando deve dare orizzontalità al film, quando vuole raccontare una storia, ha dei limiti molto evidenti. Eppure se in Django i limiti non erano voluti -perchè là una storia c'era e in qualche modo la si voleva raccontare- qua quella del regista napoletano è una scelta consapevole. Se mischiassimo a caso le varie scene avremmo quasi lo stesso film.
Ma è proprio quando Sorrentino dà linearità e consequenzialità, quando si concentra soltanto su una sola vicenda, quella della Santa, che il film per una buona mezz'ora perde tantissimo, un errore madornale, un peccato mortale a mio modo di vedere.
Tre scene completamente sbagliate, quella del bacio, con, tra l'altro, quella specie di occhiolino della suora di clausura al mandingo, quella del matrimonio con quel Cardinale troppo pacchiano per essere vero, e quella della cena (non tutta però), prolissa e stanca nell'incedere. Il personaggio interpretato da Herlitzka è davvero fuori luogo,  non credibile. Sorrentino cercava un contrasto con l'assoluta purezza di Fede della Santa ma il contrasto lo si poteva ottenere con meno grossolanità a mio parere.
Fuori da queste tre scene difficile trovare qualcosa di sbagliato: si resta scioccati peggio di un horror a vedere quella bimba che imbratta la tela col suo dolore e la sua ribellione, si resta incantati dal racconto, al momento non terminato, della prima volta di Jep (qui c'è un Servillo da panico), si resta disorientati e schifati dalle sequenze col guru chirurgo plastico o quella del funerale come palcoscenico di sè (anche se quelle lacrime, non previste e da evitare, rimane il dubbio non siano vere), ci si ferma il cuore a vedere quei fenicotteri volare via, simbolo di bellezza ma anche di libertà mentre la santa, quasi per contrasto, dice di mangiare radici perchè le Radici sono importanti.
Le musiche ora nazional-popolari ora liriche accompagnano una galleria d'immagini straordinaria.

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Sorrentino rende sublime il trash, pulito e lucente il lordume, elegante il degrado.
E mette in tavola una carbonara piena di Roma, omaggia la città come pochi hanno fatto prima di lui, e non contento della sua ricetta mette ancora più pecorino romano, Verdone qua, la Ferilli di là, Venditti e una notizia di Totti qua e là, perchè Roma ha bisogno delle sue icone e niente più di loro può raccontare meglio Roma.
La Ferilli poi è magnifica, la figura più tragica di tutte, perchè lei la sua sofferenza non la nasconde, lei non mette un vestito moderno alla sua grezza e sboccata romanità, non mette perline davanti al suo cuore o, se lo fa, gli occhi raccontano altro. Però, e qua purtroppo c'è un altro errore di Sorrentino, la sua morte arriva affrettata, una brevissima ellissi che non rende merito al personaggio.
Verdone è tutto in quell'unico suo spettacolo, in quel volto che per un secondo è terrorizzato che gli applausi non arrivino, poi arrivano, quelli che ha sempre aspettato. Ma forse questo momento sperato da sempre non è niente di che, ha atteso tanto tempo un attimo che non valeva quasi niente.
E, anche lui, con la schiena curva dal peso della sconfitta, se ne torna a casa.
Film ambizioso, pretenzioso, chissà quanti lo demoliranno.
E, forse, possono anche aver ragione.
Ma Sorrentino, per me, quella Grande Bellezza l'ha sfiorata, se non raggiunta.
Ed è uno dei pochi che può permettersi di mettere il mare nel soffitto e far credere anche a noi che sì, quel mare è là.

( voto 9 )

21.5.13

Recensione: " A Serious man"

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E questo a quanto sentivo doveva essere un film minore dei Coen...
O.k...
No, questa è l'ennesima perla nella cinematografia dei geniali fratelli ebreo/americani, un piccolo grande film capace di suscitare così tante riflessioni da odiarlo per quante ne mette dentro.
La nostra vita è pre-determinabile?
E' davvero possibile pensare di averla minimamente sotto controllo?
C'è una risposta a tutto quello che ci accade?
Larry Gopnik è professore di fisica, la materia scientifica per eccellenza.
Quello che gli succede in pochi giorni ha del fantozziano. Tutte le sue certezze cominceranno a crollare, tutto quello che ha intorno a collassare. Cercherà risposte nella fede interrogando 3 rabbini, sarà un disastro.
In realtà se non fosse per un umorismo molto più fine e raffinato e per un'autorialità molto più marcata (decine le tematiche che i Coen tirano fuori) Larry un pò Fantozzi lo ricorda, un personaggio a cui gliene capitano di tutti i colori senza che riesca mai a reagire, una vittima, uno zimbello, un uomo continuamente beffato dagli altri e dal caso.

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La moglie vuole divorziare e andare a vivere con un amico di famiglia; il fratello è autistico e vive tra il bagno e il divano; al lavoro un ragazzo tenta di corromperlo minacciando seriamente la sua carriera; i vicini lo odiano; i figli vivono in un mondo tutto loro (ad esempio che i genitori siano in crisi non gliene frega nulla) e devono affrontare i primi problemi adolescenziali, la sua fede è in pericolosa crisi.
C'è un'atmosfera grottesca ma allo stesso tempo trascendentale, il film gioca sempre sui contrasti di serio e ridicolo, concreto e spirituale.
L'umorismo è a livelli d'eccellenza, ricorda molto il migliore Allen. Inutile dire che gran parte delle trovate di plot o di dialogo riguardino l'ebraismo.
I 3 rabbini a cui Larry si rivolge portano almeno a due scene capolavoro.
Il primo è un giovane sostituto che tra una frase fatta e l'altra dà però a Larry qualche possibile chiave di riscatto, anche involontaria forse.
Il secondo, più importante, racconta a Larry un aneddoto strepitoso su un dentista che si era rivolto a lui. Sembra quasi una parabola sul senso della vita ma finisce tutto con una sola risposta: non ci sono risposte.
Il terzo, ancora più importante (anche i 3 luoghi dove Larry viene ricevuto sono sempre più belli e imponenti) non lo riceve nemmeno. "E' occupato" dice la segretaria a Larry. "Ma se l'ho visto e non sta facendo nulla" risponde Larry. "Sta pensando " fa la segretaria. Magnifico.

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Più Larry si rivolge a rabbini sempre più importanti meno risposte ha, chiara metafora di come la religione possa veramente non avere nessuna risposta ai nostri tormenti esistenziali.
E intanto ne succedono di tutti i colori.
Larry va dall'avvocato per la separazione, va dall'avvocato per la morte dell'amante della moglie, va dall'avvocato per i confini territoriali della casa, va dall'avvocato per il fratello.
Magnifica a tal proposito proprio la figura di questo fratello, quasi poetica nella sua tragicità e goffaggine. E' un genio che sta scrivendo una specie di mappa della probabilità dell'universo, come se stesse cercando di dare un ordine al disordine,un senso matematico e scientifico all'esistenza. Io mi sono emozionato più di una volta con lui, specie alla piscina o in spiaggia con quel "quest'aria è meravigliosa, se si potesse imbottigliare faremmo milioni di dollari". Se Larry è l'uomo schivo e banale che si è lasciato sopraffare dalla vita senza reazione e previsione, suo fratello è l'idiota (per il senso comune), l'uomo completamente fuori dalla vita comune, il pazzo. Ma si sa, la più grande saggezza è nella pazzia a volte.

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Sono innumerevoli le tematiche che il film tira fuori, tra il serio (poco) e il faceto (tanto).
Solo ora mi sono reso conto di aver scritto tanto senza parlare di nessuna in dettaglio.
Grandi attori, grandi volti, alcuni quasi caricaturali, una struttura che specie dentro la casa di Larry ricorda il vaudeville con gli amanti, i dialoghi che si intrecciano e i personaggi che non escono dal bagno. Scene strepitose come quella, per un verso terribile, in cui la moglie e l'amante vogliono convincere Larry ad andar via, quella mano di lui sulla sua, quel conto fino a 10, non sapevo se ridere o piangere. Ho riso alla fine, e parecchio.
Chissà quanti riferimenti biblici, chissà quanti sottotesti, chissà quanto sarà importante quel prologo (bellissimo) che a prima vista sembra scollegato dal resto.
E chissà cosa dirà il dottore a Larry, chissà quel tornado cosa farà.
Non c'è una risposta, la vita è un enigma.
E più che cercarle le risposte bisogna aspettarle.

( voto 8 )

20.5.13

I Corti de Il Buio in Sala (N°6): Il Circo della Farfalla

Non so se conoscete già Nick Vujicic.
Se non lo conoscete è ora di farlo.
E se non lo volete conoscere in maniera diretta, vera, con video, interviste o speciali allora conoscetelo attraverso il Cinema.
Con questo corto.
Che poi, in casi come questi, il confine tra la magia del cinema e la magia della vita è così tanto sottile che mica lo si vede.
Il mio primo impatto è stato pura emozione, commozione.
Il secondo l'essermi guardato e aver capito che sono io a non avere nè braccia nè gambe, non lui.
E non è retorica, solo la pura e triste verità.
Mi viene in mente una strofa di Daniele Silvestri.
"Ed io di paura ne avevo davvero
convinto com'ero di essere stato
per tutta la vita invece che intero
parzialmente scremato"

Però a calcio ti batto Nick, scommetto che non ti faccio toccar palla. :)

Dai su,non te la prendere, qua la mano.
Fregato. :)

Grazie di esistere.




il corto tra l'altro è girato, fotografato e recitato alla grande, vale di per sè

19.5.13

Recensione: "The Housemaid (2010)"

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Sono uno di quelli che considera le vette del cinema coreano come le più alte del pianeta. Sembra quasi che ogni
cosa che tocchino o facciano profumi di capolavoro. La capacità di mischiare dolcezza e crudeltà, straordinarie capacità registiche e script rivoluzionari uniti a quei tratti somatici così affascinanti..., non c'è niente da fare, la loro è una magia particolare a cui tutto il grande pubblico dovrebbe avvicinarsi.
Però non bisogna lasciarsi fregare, noto in giro la tendenza, forse anche mia, a sovrastimare alcuni loro prodotti. Magari alcuni lo fanno per darsi un tono,altri, come dicevo, perchè ammaliati a prescindere dalla magia di questo cinema, altri ancora per prese di posizione contro un altro di cinema, specie quello americano (che nemmeno io amo molto ma resta sempre un punto di riferimento per tutti).
Beh, questo The Housemaid non è un capolavoro e nemmeno gli si avvicina. In realtà il soggetto, l'incipit e la solita straordinaria qualità visiva del cinema orientale lasciano presagire tutt'altro.
La storia della domestica che ha una liaison clandestina col ricco padrone, resta incinta e scatena un'ondata di violenza e vendetta era davvero affascinante (il film è un remake ma si discosta in 2,3 passaggi chiave dall'originale, sempre coreano).

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Il problema del film è che non riesce mai a creare la giusta atmosfera, mai eccessivamente teso se voleva essere un thriller, mai sufficientemente coinvolgente a livello emotivo per essere un drammatico. Procede abbastanza freddamente e linearmente fermandosi su sè stesso più di una volta. Peccato, perchè le possibilità di tratteggio psicologico dei protagonisti erano altissime e gli attori assolutamente in grado di restituirle al pubblico. La giovane domestica che un pò per paura, un pò per timidezza, un pò anche per trasgressione si concede al ricco padrone ( a proposito, solo 2,3 scene brevi di sesso ma girate alla grandissima e con un tasso di erotismo di primo livello), rimane incinta e si trova contro un'intera famiglia che vuole farla abortire (con tutti i mezzi); il ricco signore che per noia od onnipotenza adesca la domestica incurante del fatto se la moglie lo venga a sapere o no, chè tanto deve solo ringraziarlo a star con lui, il tradimento fa parte del gioco; la giovanissima e bellissima moglie, personaggio molto particolare perchè pur con un tratteggio fortemente negativo in rare occasioni sembra nascondere un'umanità e un bisogno di essere amata molto accentuato; sua madre, una MILF paurosa -si stenta a credere sia la madre- vero e proprio diavolo che a costo di mantenere sua figlia in quella gabbia d'oro è pronta a tutto; la vecchia governante che solo apparentemente pare personaggio positivo mentre in realtà è più subdola di quello che sembra.

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C'era tutto per creare un'opera torbida, psicologicamente devastante, insidiosa. Non ci si riesce in pieno però.
Magnifiche alcune sequenze, su tutte quella con lui fermo alla soglia di quelle due stanze, da una parte la moglie incinta simbolo estremo di stabilità familiare e "conformismo", dall'altra la domestica che pulisce il bagno con quelle gambe pericolosamente mostrate, simbolo di possibile trasgressione e fuga alla routine, scena strepitosa.
Il finale arriva un pò troppo bruscamente, c'era tutto il tempo per giustificarlo ma, seppur comprensibile e ben fatto, lascia un senso di irrisolto, di passaggi mancati.
E l'ultimissima sequenza, surreale come poche, pur funzionando perchè mostra una finta felicità familiare al confine con la pazzia che probabilmente sarà così per sempre, sembra però essere stata appiccicata al film da un altro regista, sa di kitsch e gratuito.
Quella bambina, la primogenita, resta comunque la vittima più grande di tutte.
E il suo sguardo finale alla telecamera un sommesso grido d'aiuto.

( voto 7 )

16.5.13

Visti per voi (N° 1): CIKU - Recensione "L' età dell'innocenza"

Nuova rubrica!
Ne ho aperte tante perchè mi piace aprirle e poi lasciarle perdere!
No, a parte gli scherzi, piano piano le porto avanti tutte, devo solo trovare continuità.
Tutte magari no ma gli Horror poco conosciuti, gli Abomini e Visti per voi senz'altro sì.
Anche perchè tra l'altro credo che quest'ultima sia la più stimolante.
Mi chiedete un film e io lo vedo e recensisco. Che culo eh? Come fate a non partecipare?
Comincio con Ciku perchè è la commentatrice numero 1 (intendo come quantità, la qualità lasciamo perdere,ah ah, mi conosci Ciku no?) e perchè tutti questi anni c'è sempre stata. Non so nemmeno che faccia abbia e l'età ma la considero una cara amica.
Voi proponete qui o in qualsiasi altro post un film da farmi vedere (magari controllate che non l'abbia già commentato) e io tipo una volta ogni settimana/due controllo le richieste e poi le "esaudisco" in ordine cronologico sulla base del numero di commenti del richiedente (che vedete qui a sinistra), così, giusto per avere un metodo. Poi magari arriveranno 1,2 richieste in tutto, non sarà difficile :)
Se possibile film recenti però, diciamo ultimi 25 anni, perchè il blog ha un'impronta molto moderna e andare ad aprire un nuovo fronte sul vecchio grande cinema non ha senso, sono anni che ci penso ma alla fine ho sempre lasciato perdere.
Ovviamente potete proporre anche boiate per farmi male, no problem.
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La rubrica non poteva cominciare in maniera più tosta...
Credo che soltanto qualsiasi Natale di Vanzina o un film su donne e motori come Fast and Furious possa risultarmi più pesante e indigesto di un film SENTIMENTALE (malgrado non mi si stato spacciato come tale dall'amica di cui sopra) e IN COSTUME.(qui siamo alla fine del 1800). Sì, anche un Twilight preferirei. Ma per amicizia si fa tutto e non mi sembrava bello farmi indietro alla richiesta di Ciku, che reputa questo L'età dell'innocenza come il SUO film, quello alla quale è più legata. Dovete sapere che la nostra Ciku oltre ad esser donna (e quindi sentimentale e sognatrice di natura) è anche un'attrice teatrale, quindi vittima perfetta di questo tipo di film.
Intendiamoci, qui siamo a livelli di grande cinema eh, uno Scorsese da battaglia e un manipolo d'attori di livello superlativo (Day Lewis e la Pfeiffer vi bastano?). Ed è indubbio che questo film rappresenti uno dei massimi livelli possibili per il genere.
Ma, se io a Ciku facessi vedere un horror splatterone che accadrebbe?
Che non ce la fa. Ecco, appunto.
No, a parte gli scherzi, il mio problema con questo film di Scorsese è dovuto all'eccesso di magniloquenza, di sfarzo, di grandeur che trasuda dapertutto. Nelle musiche, altisonanti e solenni come poche, nelle location, magnifiche ville e magnifici palazzi così riccamente arredati da chiedersi se c'è posto a sedere, nella regia, uno stillicidio di lentissime carrellate e panoramiche di corridoi, pareti, soffitti e chi ne ha più ne metta. Senza dimenticare i dettagli stretti di quel piatto, di quel quadro, di quel cibo, di quella posata o di quel sigaro, tutto è dannatamente "troppo". E non parliamo poi della voice off, lenta, prolissa e colta, evidentemente voce viva delle pagine del testo originale.

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 A volte tutte le componenti si mischiavano insieme con delle scene in cui la voce fuori campo raccontava qualche vicenda di conti e contesse mentre la regia piano piano andava, con musica trionfante, in panoramica su tutti i quadri della parete della meravigliosa villa.
O.k, ho faticato come un cane. Anche perchè io le vicende nobiliari proprio non le digerisco, credo che faticherei a rivedere anche Barry Lindon.
Scorsese ce l'ha questo come difetto, la sobrietà e il basso profilo non sa nemmeno cosa siano. Però se il suo ego in macchina da presa in certi tipi di film può funzionare, qua per me è una mazzata.
La storia in realtà è molto semplice. Sotto gli orpelli veri e cinematografici si nasconde la classica storia d'amore che non può essere vissuta per salvare un matrimonio quasi "concordato" tra le varie famiglie nobiliari. Anche se la terza incomoda in questo caso non è la solita poraccia ma la cugina della sposa, anch'essa nobile.
Pochissime scene madri, nessun colpo di scena, soltanto una bella storia d'amore scandita dal non detto. Tante le frasi che rimangono sospese. L'amore clandestino tra Archer e la Olenska è fatto di silenzi, probabilmente c'è sempre stato ma nessuno dei due è riuscito mai a confidarlo all'altro. E silenzio c'è anche tra Archer e sua moglie, May. Lui non riesce a confidarle che forse ama un'altra, lei forse ha capito tutto ma sacrifica il suo orgoglio per l'amore del marito. L'ultima mezz'ora l'ho trovata veramente buona. La figura di May finalmente viene fuori, sembrava una comprimaria ignara di tutto mentre forse non era così.

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Non nascondo di essere rimasto affascinato in più di una occasione: lei vestita di rosso, simbolo di passione e forse peccato, che entra nella sala in cui tutti gli altri sono vestiti di scuro; la splendida scena del faro fotografata in maniera straordinaria e carica di "tensione" sentimentale o la cena d'addio per la Olenska con quell'atmosfera così tesa perchè Archer capisce o crede di aver capito che tutti gli altri hanno sempre saputo e congiurato verso di loro.
Probabilmente se tutte le vicende fossero state ambientate nella New York di adesso sto film mi sarebbe piaciuto da matti perchè dietro l'immagine grandiosa racconta vicende umane semplicissime ma comunque importanti,delicate, sofferte. Ma i costumi mi bloccano.
Grandissimo cast,oggi ho scoperto quanto è bello vedere Daniel Day Lewis ridere, accade davvero raramente nei suoi ruoli.
Se non avete il mio problema guardatelo, ne vale la pena.

( voto 6,5 )




15.5.13

Recensione: "Affliction"

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Rubrica non ufficiale: Scuse a Ciku (N°1)

Se vi piacciono quelle atmosfere nere, cupe e dense di certe pellicole americane come Mystic River e Gone Baby Gone senz'altro questo bellissimo film di Paul Schrader fa al caso vostro.
Strana la carriera di questo regista. Un inizio folgorante con American Gigolo e poi piano piano la cresta dell'onda che si fa sempre più bassa. Proprio Affliction (anno 98) fu probabilmente a livello di critica e consensi l'opera che poteva farlo tornar fuori. Niente da fare invece. Di Schrader mi piace ricordare però il particolarissimo Adam Resurrected, molto apprezzato in questo blog.
Affliction  è il classico film americano che racconta la propria provincia, in questo caso una piccola cittadina del New Hampshire. Mascherato da crime story il film è in realtà il lento ma inesorabile sprofondamento nella depressione del suo protagonista, lo sceriffo Wade Whiteouse (un ottimo Nick Nolte), un uomo che in pochi giorni vede sgretolarsi tutto quello che ha attorno, la famiglia, il lavoro, gli amici, sè stesso.

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 Opera di rara forza psicologica Affliction racconta di come il nostro passato, la nostra infanzia, specie quando viene innaturalmente deturpata e violata, ci cambia poi per tutta la vita, ci indirizza, ci porta piano piano, senza che ne accorgiamo, a un punto che pare prestabilito da sempre. La progressiva solitudine di Wade (convinto che un suo collega abbia ucciso un uomo in una battuta di caccia) è l'inesorabile declino di un uomo i cui demoni passati urlano nelle orecchie. La sua incapacità di gestire il rapporto con la figlia, i suoi scatti di violenza, l'accorgersi lentamente che la sua "natura" sta venendo fuori portano Wade ad una sorta di lucida pazzia, mai completamente folle, ma quel forte senso di disagio che in vita ci mostra le cose per quello che in realtà non sono. 

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A tutti noi sarà capitato di stare così male e aver così tanta paura da non riuscire freddamente a capire la realtà che ci sta intorno, a cercare risposte e verità per permetterci di mantenere un nostro personalissimo equilibrio interiore. Wade cerca di formulare una sua verità riguardo quella battuta di caccia ma nel frattempo si allontana sempre più dalla vita, dalla realtà dei suoi rapporti. E il trauma avuto da bambino è uno tsunami che in questi casi si fa sempre più fatica a contenere. Magnifica la scena in cui suo padre (grandissimo Coburn) è finalmente orgoglioso del figlio quando riconosce in lui quella violenza che gli faceva da piccolino.
E' la storia del figlio che diventa sempre di più come suo padre e il fatto che le vicende riguardino un 50enne e un 80enne rende le cose forse ancora più tragiche e dà a questo film un'aura così triste, deprimente e nera che colpisce lo spettatore.
Attori magnifici, location sotto la neve molto suggestive e una sensazione di lenta discesa all'inferno davvero potente.
Un recupero doveroso credo.

( voto 8 )

10.5.13

Al Cinema: recensione "La Casa" (2013)

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Quest'anno la stagione horror primaverile offriva una serie di appuntamenti come da anni non capitava.
Ebbene, questo il resoconto:
Sinister : alte aspettative, filmetto poco più che guardabile.
La Madre: alte aspettative, vedi sopra
Le Streghe di Salem: aspettative enormi, film immondo
La Casa: aspettative epocali, ottimo film horror e nulla più

Mamma mia, devo iniziare ad andare in sala puro come un bambino, ignaro di quello che sto andando a vedere altrimenti mi sorprendo sì, ma sempre in negativo.
E' difficile spiegare quello che significa per ma La Casa di Raimi.
So soltanto una cosa.
L'horror più inarrivabile di sempre è Shining, tutti gli altri partecipano ad un altro campionato.
L'horror che più mi ha sorpreso ed emozionato è The Orphanage, e qui il giudizio, evidentemente, è soggettivo da far paura.
L'horror al quale sono più legato è La Casa perchè se uno ha 35 anni ed è appassionato d'horror è quasi per forza così, punto e basta.

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A me l'idea che si rimettesse mano a quel capolavoro (attenzione, c'è un errore diffusissimo che vuole La Casa come horror-comedy. Niente di più sbagliato. Il primo Evil Dead è un horror a tutti gli effetti che ha terrorizzato tutti, almeno all'epoca, è dal seguito in poi che Raimi, sempre di più, ha cominciato a giocare ironicamente col genere), dicevo, l'idea di un remake non solo non mi dava minimamente fastidio ma l'ho trovata fantastica, un vero e proprio omaggio per dare a quel capolavoro di passione e artigianalità un nuovo vestito specchio dei nostri tempi, ovvero una confezione cinematografica ineccepibile e l'esaltazione del sottogenere degli anni 2000, il torture porn.
Bene, l'operazione è riuscita perfettamente, La Casa è un grandissimo horror moderno, uno dei migliori di questi anni.

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Ma, e qui posso sembrare patetico, a questo remake manca una cosa, il cuore.
Non solo, dirò di più (e qui più che patetico posso sembrare ubriaco), questo remake, 1000 volte più cattivo, 1000 volte più violento, 1000 volte più disturbante probabilmente dell'originale a livello di atmosfera è 1000 volte meno inquietante dello stesso. Ovvio, può fregarmi l'età e il ricordo ma mi sento di affermare una cosa. Il protagonista del La Casa è il Male, non i ragazzi della baita. Io quest'entità così terribile, così presente anche nell'assenza, così spaventosa nel suo manifestarsi, così atavica, così cattiva, così tutt'uno con quell'ambiente e così invisibile da combattere, l'ho percepita di gran lunga più con Raimi che qua.
Qui le meravigliose scene splatter, una più incredibile dell'altra ( la lingua tagliata, la testa fracassata, l'altra lingua che si biforca, la ragazza moncherino, i tendini della mano sotto l'auto, le gambe tagliate di netto e quella indimenticabile sega elettrica ne viso), hanno fatto di tutto, mi hanno sconvolto, meravigliato, macabramente divertito, affascinato, disgustato ma hanno tolto tutta l'atmosfera demoniaca, intima, grezza e "spoglia" che avevo vissuto tanti anni fa (ma anche piuttosto recentemente quando 5 mesi fa ho rivisto l'opera di Raimi).

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Se spogliate il remake di questa straordinaria cattiveria "nuda" mostrata allo spettatore ( base generale del torture porn) cosa rimane? Poco, io non mi sentivo a disagio in quella baita, io aspettavo solo la prossima scena forte. E nemmeno il tentativo di caratterizzazione dei personaggi, specie quello dei due fratelli (con i problemi di droga di lei e il ricordo della mamma pazza) mi ha convinto. L'ho capito nella scena del sotterramento, in teoria vertice emotivo del rapporto tra i due. Nessuna emozione ,anzi, non mi è proprio piaciuta .E quella ragazza ( sè stessa ) all'inizio e alla fine, quella presenza demoniaca cosa doveva significare?
Ma come non disconoscere una confezione di qualità altissima?
Come fare a non godere per una fotografia da urlo, con quella nebbia, con quella scena della pioggia di sangue e la baita dietro che prende fuoco? Avrei voluto usare un fermo immagine per quanto era bella.
Credo che questo qua sia un horror imprescindibile per questi anni, un vertice di questo nuovo mondo di concepire il genere.
Ma il Male non si racconta così, il Male non sciocca, serpeggia.
O forse questo è soltanto un delirio di un bambino che fu.

( voto 7,5 )

7.5.13

I Corti de Il Buio in Sala (N°5) : ancora 4 grandi proposte

Visto il divertimento che ho avuto nel fare il precedente post (e anche il buon seguito, non nei numeri quanto nel gradimento) ho pensato subito di farne un altro, anche perchè in realtà quel giorno vidi 7 corti (con l'aggiunta di 1 oggi). Mi sembra stupido mettere i voti, anche perchè qui ci sono tutte eccellenze (vabbeh, I'm dead era solo roba per appassionati). Diciamo che si va dall' 8 al 10 a seconda dei gusti.
Ce n'è uno soprattutto che è una cosa incredibile a mio parere.
Due cose:
1 li trovate tutti sul tubo ma stavolta c'è già il link pronto  (nel titolo ovviamente)
2 mi piacerebbe che leggiate questo post dopo la visione perchè non vorrei spoilerarvi o influenzarvi con le mie impressioni. E' bello che ognuno nei corti ci veda qualcosa di suo, solo dopo ci si confronta. Ve li godrete di più.





Partiamo dal più famoso di tutti, basti dire che l'ho visto al cinema prima di qualche cartone, forse Paranorman. Qui c'è poco da commentare, questa è la Pixar, la fabbrica dei sogni. Dolcezza, magia, delicatezza e originalità, Pixar, appunto. Vi siete mai chiesti da dove arriva la Luna di notte? E come fa a risplendere nel cielo? E come si formano i suoi spicchi, le sue metà? Finalmente scoprirete tutto. Magico.


EL MIMO Y LA MARIPOSA NEGRA (il mimo e la farfalla nera)



Forse dico una cavolata o forse ho avuto una buona intuizione ma questo bellissimo corto mi ricorda in qualche modo la stupenda parabola del giardiniere del Re e della Morte cui cercò di sfuggire (la storia base della "Samarcanda" di Vecchioni). Un Mimo vaga pensieroso. Trova un orologio, forse il tempo che gli rimane in vita. Ma la Morte lo pretende. Può una risata salvarci la vita? Il Mimo tenta di tutto per convincere la Morte a lasciarlo perdere, vuole farla divertire o meravigliare, non si sa se prende tempo o vuole salvarsi del tutto. A un certo punto il suo numero è così buono che gli riesce qualcosa di veramente incredibile. Ma, come appunto nella parabola, proprio quello che abbiamo fatto per salvarci è quello che ci condanna. Non si sfugge alla Morte e al Destino. Stupendo.




Basta vedere i premi vinti per capire il livello...
In realtà questo corto è abbastanza ostico e anche un pochino fastidioso nelle immagini e nei rumori. Un cuore cade in terra, una strana figura lo raccoglie. Piano piano tutti gli "abitanti" di questo strano mondo vogliono quel cuore. La lotta per il suo possesso si fa tremenda. Il significato non è immediato. Credo che quel cuore più che l'Amore simboleggi la Vita. Vita che forse è un bene comune dell'umanità che andrebbe preservato. Per la lotta ad essa, per la guerra ad averne l'esclusiva alla fine tutti soccombono. E si ricomincia...Invito a rivedere la prima scena una volta finito,quell'albero a destra. Ma forse vuol dire altro sto corto, ci devo pensare :)





Ecco,che vi devo dire, per me questo è un capolavoro...
Il tratto dei disegni è qualcosa di così straordinario da restarci secchi. A qualcuno non piacerà, io ho visto raramente di meglio a livello visivo. Cortometraggio a forte connotazione horror, a tratti fa quasi paura. Un paese desolato vive timorato di Dio. Il loro Sacerdote cerca di guidarli a seguire il Signore ma più che altro il timore maggiore non è di Dio ma del suo antagonista, il Demonio. Arriva, annunciato da un cantore, un suo messo, Il Becchino. La gente si rinchiude in casa, per chi è venuto quell'uomo simbolo di Morte? La paura serpeggia, Il Becchino non si muove. Gli abitanti non riescono a capire più cosa sia il Bene e il Male, a chi Dio rivolgersi, iniziano ad impazzire. Il Becchino stava semplicemente aspettando questo del resto.
Corto molto importante, la stilettata alla religione più bigotta è grande.
Io l'ho trovato magnifico.


buona visione