18.2.13

Al Cinema: recensione "Noi siamo infinito"

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C'era qualcosa nel trailer che mi aveva fatto pensare che non fosse il solito film per adolescenti in crescita pieni di problemi e pulsioni. Vedendo quel trailer non sapevo nemmeno che la vicenda fosse ambientata nei tardi anni 70 (e non ai nostri giorni), come a dire "siamo ancora più distanti dai teen movie di adesso". Non sbagliavo, questa pellicola ha qualcosa di speciale.
Solo apparentemente romanzo di formazione, Noi siamo infinito è più che altro un film sul desiderio di guarigione, sul superamento di un trauma, sul disperato tentativo di riuscire finalmente a provare a star bene con sè stesso stando bene con gli altri. E questi altri non per forza devono essere diversi e migliori di te, possono essere anch'essi "ragazzi da parete" (come il titolo originale richiama) perchè a volte l'importante non è l'aspirazione a, ma la magia e la comprensione del riconoscersi uguali.
C'è qualcosa di speciale perchè il film riesce a raccontare una bellissima storia di amore ed amicizia, difficoltà e gioie, complessi e vanità senza mai eccedere, mantenendo una pacatezza, una dolcezza e un basso profilo da premiare senza se e senza ma. Arrivando poi a quel bellissimo monologo finale sull'importanza della felicità anche se soltanto passeggera, sull'importanza di ogni nostro momento passato di vita anche se tale momento con il tempo rischia di diventare storia o venir dimenticato. 

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Ogni nostra felicità in vita deve invece esser ricordata per l'importanza che aveva al momento, per l'emozione vissuta, inutile o decisiva per la nostra vita futura che sia. Tutto questo monologo in voice off  mentre Charlie si alza in piedi nel tunnel sulle note di Heroes (siamo nel 77, sarà anche per questo che sono ancora più legato al film...). Sequenza magnifica, forse un pò telefonata visto il testo del brano ma chissenefrega. Charlie in quel momento era forse per la prima volta (o seconda...) pienamente felice, senza pensieri e restrizioni, infinito.
Il capolavoro del film sta nell'aver fatto affiorare poco a poco il demone di Charlie. Non solo, per tre quarti di pellicola le sequenze della zia nel passato ci avevano fatto credere in un rapporto magnifico, sostitutivo a quello dei genitori. Sembrava che il trauma di Charlie fosse la perdita della zia e non quello che la zia facesse o il senso di colpa per l'incidente. Il montaggio parallelo (e rivelatore) tra la casta mano di Sam che tocca la gamba di Charlie e quei flash back regalano 3 minuti straordinari, tutti i nodi vengono al pettine, Charlie finalmente esce dal suo guscio e si manifesta a tutti gridandoci a bocca chiusa il suo dolore.

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Tutti i personaggi principali sono raccontati con una dolcezza e tenerezza uniche, il film riesce davvero a raccontare e guardare nelle palle degli occhi quella cosa così magnifica che è l'amicizia. Nessun sensazionalismo, nessuna vicenda troppo retorica, nessuna voglia di colpire lo spettatore o divertirlo volgarmente, il tatto alla regia è ammirevole. Credo che sia uno dei rarissimi casi in cui scrittore originario, sceneggiatore e regista siano la stessa persona, non un caso perchè un film a tematiche così delicate come l'emarginazione, il lutto, la malattia e le prime pulsioni sessuali  non poteva e doveva finire in mani grossolane.
Curioso come mi sia capitato di vedere 3 film di Ezra Miller e tutti sempre legati, bene o male, alll'ambiente scolastico. Per fortuna è uscito dai terribili panni di Kevin o del ragazzo di Afterschool per vestire quelli di un ragazzo dal cuore d'oro, puro e senza sovrastrutture come pochi, capace di amare e dare anche senza ricevere. Bravissimo anche il protagonista, leggermente sotto la Watson ma anche il suo personaggio è davvero scritto benissimo.

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Non è un film sulla necessaria e improvvisa maturazione di un gruppo di adolescenti,come ad esempio in Stand by me o in Mean Creek, ma sulle infinite possibilità che l'amicizia a quell'età può regalarti.
Ti può far guarire, ti può rendere felice, ti può far innamorare, ti può non far sentire quello che ogni adolescente almeno una volta si è sentito in vita sua: solo, terribilmente solo.
E sbagliato, profondamente sbagliato.
Sono quelle amicizie che ancora non devono necessariamente fare a botte con la vita di ognuno, quelle amicizie che anche quando hanno a che fare con difficoltà terribili si basano su cose leggere come una piuma, quelle cose chiamate emozioni.
Poi nella vita arriveranno le cose dure e spigolose e l'amicizia diventerà un rapporto magari ancora più forte e saldo ma annacquato, a volte stanco, a volte dovuto, a volte soltanto un ipocrita simulacro di qualcosa che nemmeno esiste più.

( voto 8 )

6.2.13

Al Cinema: recensione "Looper"

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molti spoiler

C'è un problema di fondo in questo bel sci-fi così "pretenzioso" e complesso.
Volendo c'era di tutto per dare maggiore pathos alla vicenda, per regalare più emozione e per raccontare un conflitto psicologico incredibile. Io sono un killer che uccide criminali provenienti dal futuro, devo far solo quello, un lavoro pulito e strapagato. Se dal futuro vedo arrivare il mio me stesso invecchiato di 30 anni ce la farei a farlo fuori come con tutti gli altri? Ecco, sta qui il problema di Looper, non aver architettato un plot per cui io davanti a tale scelta verrei preso da dilemmi psicologici terribili. Uccidere me stesso... Questa sorta di omicidio-suicidio invece serve praticamente a nulla, la mia vita andrà comunque avanti. Anzi, la mia vita andrà aventi sempre e comunque, volendo più volte. Non è un caso che il Joe giovane la prima volta uccida il Joe sessantenne, poi arrivi di nuovo a quell'età e torni indietro un'altra volta. Ma in questo caso il loop in teoria potrebbe non chiudersi mai e il tuo futuro cambiare chissà quante volte (e quello di Joe è cambiato almeno due, in uno torna incappucciato e muore, nell'altro si libera ed ha un'altra vita). Avrei preferito un'opera in cui in qualche modo il senso di destino fosse marcato, in cui le azioni che solo apparentemente modificano il tuo futuro in realtà non lo fanno o, addirittura ,sono proprio quei tentativi di modificare il futuro a darti quel futuro che volevi cambiare. Approfitto per consigliare il piccolo gioiello Timecrimes (Los Cronocrimenes) al riguardo.

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 Non che l'ineluttabilità del destino sia obbligatoria, no, ma avrebbe creato certamente un'aura più tragica, drammatica, umana, tutte caratteristiche che al film a mio vedere mancano un pò.  Ad esempio, come dicevo, mi sarebbe piaciuto che il confronto con il tuo te stesso abbia avuto conseguenze psicologiche e concrete molto più forti. Invece il film sembra contraddirsi più e più volte, molte cose che ci sembra di aver capito e dato per certe si smentiscono poco dopo.
 Peccato perchè il soggetto è grandioso e il film, malgrado tutto, pochissime volte si sputtana nell'action (come In Time) ma cerca sempre di mantenere un tono autorale ben definito. Strano come un film ambientato tra il 2044 e il 2074 usi pochissimi effetti visivi, il futuro viene raccontato in un modo molto vicino al nostro presente in effetti, scelta molto particolare e non so quanto vincente. Gordon Levitt ha un make-up per assomigliare a Willis straordinario ma il bravissimo e giovane attore ci mette anche tanto di suo per riuscirci. Sempre bellissime e brave la Perabo e la Blunt.
A livello di regia non ricordo nessuna scena particolarmente memorabile, il film soltanto a livello di script risulta molto ambizioso, non nella realizzazione (forse mancavano anche i mezzi, le sequenze della moto nel grano sono davvero scarsine...).

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Peccato insomma, un soggetto straordinario che manca quasi totalmente di anima e di conflitti interiori. Anche tutta la vicenda dello Sciamano crea notevoli problemi in effetti. Joe con il suo sacrificio sembrerebbe salvare il futuro ma in realtà è proprio dal futuro del terribile Sciamano che arriva il Joe che poi vuole modificarlo (anche se poi, e con metodi diversi, non lo farà lui ma il suo young). Piani temporali diversi allora? O solo una grande confusione? Non si modifica un futuro che in realtà c'è già stato.
Mamma mia, in mano di un grande autore questo poteva essere un capolavoro.
O forse sono io a non averci capito nulla.
Probabile, come sempre.

( voto 7 )

4.2.13

Al cinema: recensione "The Impossible"

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Era da 4 anni e 2 mesi che aspettavo l'opera seconda di Bayona.
Sì, perchè la sua prima, The Orphanage, senza girarci tanto intorno è con distacco il più bel horror che abbia visto negli ultimi 5 anni. Un film così completo e complesso, capace di vestire da film del terrore una tremenda e delicatissima vicenda famigliare, un'emozione continua dall'inizio alla fine, uno script fantastico e almeno un'interpretazione, quella della Rueda, che resta impressa. Come tutti i talentuosi registi di genere europei, vedi Aja, Laugier, Amenabar, anche Bayona ci ha messo un attimo a ricevere la chiamata da Hollywood. Impossibile dir di no, non va biasimato per questo, quella collina rappresenta comunque la Serie A del cinema per uno che ci lavora, inutile negarlo.
Aspettavo Bayona da 4 anni e Bayona nel frattempo è arrivato ad Hollywood.
Ma, ahimè, ne ha preso tutti i difetti.
Buffo constatare come i due film del regista spagnolo, apparentemente diversissimi uno dall'altro, in realtà per alcuni aspetti sono quasi un copia-incolla. Ancora una volta quello che interessa al cineasta spagnolo è il dramma famigliare, là inserito in una cornice horror, qui in quella di un disaster movie (di basi tremendamente reali e storiche però). 

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Tutti e due i film raccontano una ricerca piena di disperazione, forza e speranza; in The Orphanage quella di una madre del proprio figlio, in The Impossible di un'intera famiglia spazzata via dal famoso tsunami del 2004. In entrambi i casi l'evidenza porterebbe a non aver speranze ma, a volte, the impossible, appunto, succede.
E forse sta proprio lì il problema del film, lo scontato lieto fine. Tutto lo script è proiettato al momento in cui i due nuclei familiari si uniranno di nuovo, lo spettatore è portato lentamente per mano a un'emozione talmente prevedibile, telefonata e caricata da arrivarci parecchio infreddolito a mio avviso. E'vero, il film non fa altro che raccontare un fatto realmente accaduto ma ci sarebbero stati modi molto migliori per farlo, ad esempio usando un taglio più europeo senza la classica colonna sonora emotiva americana ad accompagnare troppe scene madri o non costellando la pellicola di decine di momenti troppo marcati nel tentativo di facile commozione.

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In realtà il film vale, lo tsunami è riportato in modo meraviglioso specie nel momento appena prima dell'arrivo dell'acqua (quel vento, quell'aria così ferma) o in quello in cui il primogenito si tuffa sotto per evitarlo. La devastazione è mostrata in tutto il suo terribile splendore, per almeno un quarto d'ora si rimane davvero a bocca aperta. Non mi rendo conto quanti milioni d'euro possano essere finiti in riprese di tale bellezza. E altrettanto bello è il momento in cui gli abitanti del luogo curano lei, quella vecchia che l'accarezza mi ha dato un brivido. Tra gli innumerevoli "incontri" il più toccante è quello tra i fratelli, quelle urla, quella gioia così primitiva e genuina (non la stessa che può provare un genitore) devo dire che ha fatto alla grande il suo effetto. Ottima, come sempre, la Watts, bravissimo il ragazzino nelle vesti, forse troppo esagerate, di eroe dall'inizio alla fine. Inutile e quasi inconcepibile, a differenza che in El Orfanato, il cameo della Chaplin.
Una pellicola di pregevole fattura, non me la sento di bocciare il mio (ex) idolo Bayona. Ma a me un film per emozionare deve sorprendermi, deve arrivarmi al cuore in maniera inaspettata e genuina, Molte volte rimango fregato, non riesco a vedere i film con la giusta obbiettività. Ci sono riuscito proprio con questo che aspettavo così tanto.
Alla prossima Juan Antonio.

( voto 6,5 )

2.2.13

Horror Underground: Red, White & Blue

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Secondo appuntamento (dopo Strange Circus) con la rubrica su film horror, weird, disturbanti e affini.
Anche in questo caso parliamo di un film poco conosciuto e di valore anche perchè queste sono le linee guida che mi sono promesso.

In realtà la prima parte di Red, White & Blue non avrebbe niente a che fare con questa rubrica.
Erica è una giovane ragazza che la dà a tutti.
Ma a tutti tutti eh.
Ogni sera un uomo (o più di uno) diverso, ogni volta puro sesso e poi chi si è visto s'è visto. Erica ha problemi, si vede, qualche segreto custodito dentro di sè, il suo sesso non è solo piacere ma ha la disperazione dietro. Conosce un uomo pericoloso, sfuggente, dal passato molto violento, Nate. Forse lui è l'unica persona che abbia mai incontrato a voler da lei qualcosa di più di una notte di sesso ed Erica se ne accorge. Ma il destino ha in serbo per loro una scia di sangue e tragedia incredibile.
Erroneamente inserito nel filone del rape & revenge il film di Rumley è una pellicola in realtà che si basa tutto soltanto sulla seconda componente, la vendetta. La vendetta di Erica contro il sesso maschile, quello stesso sesso maschile che a 4 anni gli aveva già rovinato l'esistenza. Non è una vendetta violenta o pianificata ma lenta e casuale, un menefreghismo verso l'uomo dovuto a un dolore e una rabbia troppo grandi racchiusi dentro di sè.

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C'è poi la vendetta di Franki contro la stessa Erika, una vendetta diversa questa, carica di dolore, paura, disperazione e momentanea perdita di lucidità. Sarebbe sbagliato considerare il personaggio di Franki solo con accezioni negative, tutt'altro. Ma quando perdi tutto, gli affetti e le sicurezze, e quando scopri che un'altra persona solo per noia e indifferenza ha rischiato di rovinarti irrimediabilmente il futuro scatta una molla difficile da controllare. Franki è una vittima, a prescindere dal finale.
C'è poi la terza vendetta, questa sì cattiva, rabbiosa e pianificata, questa sì vendetta vera e propria. E' quella di Nate contro quei ragazzi (e non solo loro). Nate è un personaggio assolutamente fuori di testa con un passato misterioso e violentissimo. Ma, e qui la pellicola opera una piccola magia, anche con lui lo spettatore non può non empatizzare un pochino, anche per merito di quell'ottimo attore che è Noah Taylor (meritava tutt'altra carriera).
Nate ed Erica erano due persone "sbagliate" che avevano forse trovato insieme un proprio senso.
E l'ultima foto che brucia su quel fuoco racconta qualcosa di più, impossibile da pensare durante il film (e rimanda a quella "domanda folle" che Nate fa a letto a lei, quella domanda che non sentiremo pronunciare).

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Ottima la regia, ottima la colonna, basta la prima sequenza per capire che ci troviamo davanti a un film di valore. E la costruzione delle vicende è tutt'altro che banale con i suoi piccoli salti temporali e la geniale ripartizione del film in 3 parti ognuna delle quali con un protagonista diverso.
Anche gli amanti della violenza troveranno pane per i loro denti, l'ultima mezz'ora è un pugno nello stomaco continuo. E Rumley è bravissimo ad alternare scene di violenza solo psicologica o verbale (come quella davvero tosta della famiglia, con quella domanda da brividi alla figlia, emotivamente picco più alto del film) ad altre di violenza esplicita, manifesta, così forti da, almeno in un caso, far star male (mi riferisco all'ultimo omicidio in cui per 4,5 secondi ho voltato lo sguardo).
E in un'ora e mezzo anche il tratteggio psicologico dei 3 protagonisti principali non è affatto male, ognuno ha moltissimi lati oscuri ma lo spettatore in qualche modo ne resta affascinato e cerca di analizzare quel lato oscuro il più possibile.
Film sporco che racconta di tante diverse esistenze tutte disperate a modo loro.E racconta di piccoli errori che portano a conseguenze devastanti. Non ci sono buoni e cattivi, ognuno dalla vita ha preso e dato pugni. Ma pensare che una sola notte di sesso abbia portato alla morte di 6 persone ti fa capire che a volte la tua esistenza e quella di tante altre persone sono legate al caso in un modo così fragile e scivoloso che fa letteralmente paura.

( voto 7,5 )