30.5.12

Al Cinema: recensione " Molto forte, incredibilmente vicino"

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Ricordo una mia quasi entusiastica recensione a un film snobbato e (quasi) odiato da tutti, Nel paese delle creature selvagge. Il fatto è che i film che raccontano l'esser bambini e l'adolescenza con me sfondano una porta aperta. c'è poco da fare. E anche questo, ca va sans dire, l'ha sfondata.
Film molto più complesso di quello che sembra, capace di raccontare con dolcezza, tatto ma anche durezza e verosimiglianza  non solo il rapporto architrave dell'intero film, ossia quello tra padre (scomparso) e figlio ma anche quello difficilissimo dello stesso figlio con la madre e quello quasi poetico con i propri nonni.
E' proprio forse questo overload di sentimenti e rapporti interpersonali a rappresentare al contempo un pregio ma probabilmente anche un piccolo difetto della pellicola, costretta a pericolosi funambolismi in sceneggiatura per restare in piedi.
Oskar ha perso il padre l' 11 Settembre. Ha vissuto la sua agonia attraverso 6 terribili chiamate al telefono. Quei 6 messaggi in segreteria sono apparentemente la cosa che più lega Oskar al ricordo di suo padre, un suo prezioso e terribile legame che non deve dividere con nessuno. E se invece fossero altro? E se Oskar le tiene per sè perchè nascondono un segreto per lui devastante?
Magnifico come il film in maniera del tutto naturale e lieve riesca a passare da quello che apparentemente sembra "soltanto" lo straordinario tentativo di un figlio di non dimenticare suo padre a quello che pare invece essere un modo a dir poco commovente di espiare una colpa più morale che effettiva.

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Oskar trova una vecchia chiave in un vestito di suo padre. Quella chiave deve aprire qualcosa, per forza.
E Oskar ha tutta New York per trovare la serratura giusta.
Si dice che quando il sole scoppierà noi ce ne accorgeremo soltanto dopo 8 minuti, il tempo che la luce arrivi sulla Terra.
Suo padre è morto e Oskar, con questa ricerca impossibile, tenta disperatamente di prolungare quegli 8 minuti che ancora lo legano a lui.
Il tratteggio del personaggio di Oskar è da cineteca, raramente capita per lo spettatore di arrivare a conoscere così bene un personaggio di finzione. Aiuta il personaggio la maestosa interpretazione del piccolo attore, capace di manifestare la gioia e la disperazione,la curiosità e l'intelligenza, il dolore e i dubbi che quella magnifica e al contempo terribile età cela dentro di sè.
Son talmente tante le tematiche affrontate dal film che bisognerebbe sacrificarne alcune per non rischiare di scrivere un poema (sai che novità).
- La meraviglia dell'infanzia, quel periodo fatto di scoperte, curiosità, intelligenza viva, sincerità nel sentimento, passione infinita per le cose. Oskar in questo senso è qualcosa di incredibile, mai visto un bimbo così stimolato e stimolante.
- Il tratteggio dei rapporti famigliari, quello straordinario col padre "uguale" a lui a differenza della madre (un'ottima Bullock, brava) così apparentemente lontana dal nostro mondo. Apparentemente già, perchè se una madre è una grande madre come quella di Oskar le apparenze piano piano muteranno del tutto.

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E quel rapporto così assurdo e difficile col nonno che non parla. Von Sydow è grande e la parte tra i due davvero notevole ma mi ha lasciato una strana sensazione, come di inutilità, di superfluo. Quel personaggio mi è parso più letterario che cinematografico, non lo so.
Eccezionale invece il rapporto con la nonna, a tratti lirico, come mi capitò di vedere con la nonna di Persepolis. La scena in cui sono sdraiati in terra la mattina dell' 11 settembre è qualcosa di unico, quasi un privilegio vederla. E tutta quella sequenza, con Oskar che si muove e risponde da sotto il letto, rimane probabilmente il punto più alto dell'intera pellicola.
- La Morte. Oskar ne è ossessionato. Non ha capito quella del padre, non si dà pace che quella bara sia vuota, non comprende come un uomo possa morire senza che conosca chi l'ha ucciso. Immagina come sia morto il padre (è convinto che sia uno dei falling men), ha sulla testa quei terribile 6 messaggi in segreteria. E nel diario vedremo alla fine la straordinaria sequenza in cui la sagoma torna su nelle torri. Hai ragione Oskar, perchè la vita per quanto possa essere bella e indimenticabile è una caduta continua, impossibile fermarla, impossibile prendere la direzione opposta. "Up" scrive Oskar, magari meraviglioso ragazzo, magari.
- L'Espiazione. Tutti nel film devono espiare delle colpe ma il tentativo che fa Oskar è qualcosa di grande. Cosa successe quando tuo padre moriva Oskar? Trovare quella serratura, trovarla per forza, il ricordo di suo padre vive in quella ricerca. In quella Spedizione.
- Il superamento delle proprie paure. L'America post 9/11 è l'america della fobie, paure reali o fittizie che quasi tutti portano con sè. Oskar in una straordinaria sequenza ce le racconta tutte. Molte le supererà. Quelle paure in realtà sono soltanto traumi dovuti alla perdita del padre. Non è una fobia della morte ma è una morte che genera fobie.

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C'è un tema però molto più piccolo e meno centrale che mi piace sottolineare.
Anche perchè tanto tempo fa scrissi un racconto che ieri, come un pugno allo stomaco, mi è tornato addosso nel vedere questo film.
Il racconto si chiamava Catarsi.
E' difficile spiegare la sensazione che ho provato.
Il film racconta altro ma quello che vedevo era in un modo quasi assurdo quello che circa 15 anni fa avevo scritto.
Quel bambino va di casa in casa.
Cerca la serratura giusta, chiede agli abitanti di ogni casa se avessero mai conosciuto suo padre, se quella chiave gli dice qualcosa.
Non troverà (forse) la serratura giusta ma troverà tante persone, tante storie diverse.
Ogni storia finirà nel suo diario, ogni volto, ogni sensazione.
Ma non è tanto importante ciò che Oskar ha provato.
Dobbiamo ribaltare l'ottica, è importante ciò che quelle persone hanno provato.
Hanno visto un bambino che cercava semplicemente di ricordare suo padre, che chiedeva a loro sconosciuti se lo avessero conosciuto.
Ecco, il mio bambino rappresentava altro, faceva altro ma offriva lo stesso regalo alle persone che lo accoglievano in casa.
Perchè quelle persone, giocoforza, si devono sentire purificate, devono capire che gli è successo qualcosa di grande.
Hanno vissuto una catarsi nell'amore di quel bambino.
Avevo sempre voluto che quel racconto fosse messo in video, ci andai quasi vicino in realtà.
L'ho visto ieri.
E ho pianto.

 ( voto 8 )

19.5.12

Al Cinema: Recensione "Quella casa nel bosco"

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spoiler ragazzi, più di uno

Geniale.
Più che un nuovo punto 0 del cinema horror, vista la quasi impossibilità che produca cloni, è piuttosto un punto Z, un tentativo di tirare una riga in un genere che sempre più difficilmente riesce a proporre qualcosa di nuovo. E se è impossibile rinnovarsi, andare lostianamente avanti, allora forse non c'è niente di più geniale che analizzare "verticalmente" uno status quo ormai consolidato e riuscire a dare originalità e genialità al clichè.
E' come, per capirsi, se Quella casa nel bosco sia il non plus ultra del vero appassionato del terrore, è come se ci si fermi ad analizzare un genere e riuscire in modo incredibilmente creativo a capire che la creatività non c'è più.
E' una summa, è un Bignami, è un omaggio alla paura, agli archetipi, ai mostri, alle banalità e alla passione di un genere che, per chi lo ama, è semplicemente una droga.
E' come se Scary Movie si sia messo un abito da sera, si sia dato un tono, un contegno, abbia cercato di dare seriosità a un'anima che vorrebbe soltanto prendere in giro sè stessa.
E chi non riesce ad afferrare questo, non tanto la trama o la genialità dell'opera, ma l'operazione in sè che Quella casa nel bosco ha cercato di portare avanti, non potrà mai apprezzarlo come merita.

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Se non si riesce a capire che la banalità dei personaggi è quella che il film ricerca (perchè allora le figure mitologiche finali? straordinario modo per far capire che non esistono personalità ma soltanto ruoli), se non si riesce a capire che tutte le vicende sono così scontate, viste e riviste, perchè è proprio quello che il film combatte, se non riusciamo a capire che tutto è uno scherzo, tutto un bluff, un gioco portato avanti da altri, come faremo a innamorarci di questo film?
Quella casa nel bosco è inattaccabile perchè tutti i difetti che possiamo attribuirgli sono gli stessi che il film combatte e vuole evidenziare. Furbo? Può darsi, ma scrivetela voi una sceneggiatura del genere, la penna è là.
Il gruppo di giovani pronto al massacro, la pompa di benzina col matto, la casa nel bosco,la botola, la cantina piena di oggetti orrorifici,gli zombie, i comportamenti insensati, il debole che diventa eroe, la final girl, tutto è scritto a tavolino ma la genialità dell'opera sta nel fatto che è sì scritto a tavolino ma non tanto dagli sceneggiatori dal di fuori ma da qualcuno DENTRO il film, un incredibile artificio diegetico che solo a pensarci mi alzo in piedi.
E che tutti i film horror che stiamo vedendo questi anni, mi riferisco ai teen horror, siano reali vicende determinate da un atavico contratto è qualcosa di quasi fastidioso per brillantezza.

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Tutto è reso ancora più insolito e stra-ordinario dal fatto che il film combatta il clichè anche dove l'aveva completamente annientato. La cornice dell'opera infatti, ovviamente la sua componente più geniale, è mostrata sin dall'inizio, insomma niente colpo di scena alla My little eye (piccolo horror senz'altro ispiratore).
E il (non) finale che porta all'ultima strepitosa mezz'ora è roba da leccarsi i baffi.
L'ambaradan di mostri, il massacro, quella specie di implosione che il genere horror subisce nel proprio stomaco rimarrà per me indimenticabile.
Perchè il deflagrare di tutte le nostre paure primordiali, di tutti i mostri che la letteratura, la mitologia e il grande schermo ci hanno regalato, l'apertura del vaso di Pandora di 100 anni di cinema del terrore è qualcosa a cui un appassionato non può restare indifferente.
E il finale così cinico,apocalittico e assurdo, quella mano gigantesca che esce di fuori, beh,complimenti.
Complimenti perchè non c'è niente di più incredibile che dare originalità alla banalità.
Niente di più bello di vedere che la distruzione di un genere sia stata fatta da qualcuno che il genere lo ama profondamente.
Perchè distruggere qualcosa è sempre devastante ma a volte può essere un atto d'amore cui è difficile sfuggire.
E questo film è un atto d'amore.
Una carezza in un pugno.

(voto 8,5)

9.5.12

Recensione: "Somewhere"


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Il Ferrari nero sfreccia nell'ovale deserto.

Al primo giro vedi solo la strada, l'asfalto nero che ti scorre veloce sotto le ruote. Senti il rombo del motore, assapori la stanca ebrezza della guida. Senti il cambio sotto una mano e il volante nell'altra, le curve che sempre uguali si ripetono. Questa è la visione superficiale delle cose Johnny, la parte dura di esse e te la conosci bene.

Al secondo giro cerchi di intravedere la tua vita fuori dal finestrino ma non vedi niente. Mentre continui a guidare pensi che la tua esistenza è come questa macchina che gira in un ovale deserto, ogni metro d'asfalto una consuetudine, ogni rettilineo un'agevolazione, ogni curva la routine del nulla. La verità Johnny ce l'hai sovrappensiero, come la morte, tu lo sai che quella non è la felicità ma continui a fartela vendere così. E la compri di continuo. Non c'è bisogno di fare la maschera per gli effetti speciali quando la porti già una nella vita di tutti i giorni.

Al terzo giro non sei più solo in macchina, è entrata tua figlia. Lei danza davanti a te, ma te quelle linee perfette dell'amore ancora non le vedi, quello è poco più di un corpo che si muove. E tra un sms e l'altro pensi che forse anche quella figlia è soltanto un'altra consuetudine, che so, magari potevi caricarla già al secondo giro.

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Al quarto giro ti scatta qualcosa. Ti sei accorto improvvisamente che la sensazione di guida del terzo è stata più forte di quella del secondo, che c'era qualcosa di diverso dentro quell'automobile. Ti giri e nel sedile a fianco al tuo vedi che c'è ancora quella ragazzina. Sarà mica lei che mi impedisce di vedere l'asfalto, di sentire il motore, di concentrarmi nella guida? Perchè non provare a mangiarsi un gelato sul letto con lei, perchè non suonare con lei, perchè non vederla nuotare, perchè non accorgersi sott'acqua quanto è bella, quanto è importante, perchè non stare stesi al sole lasciando che le mani si sfiorino?
Quanto è diverso guidare così.
I primi due giri sono quasi dimenticati, è come se ci fosse stato un cambio al volante, tipo 24 ore di Le Mans.
Perchè la vita è lunga Johnny.
Tipo 24 ore di Le Mans.

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Al quinto giro lei deve scendere, tu le vorresti dire quanto desidereresti che non lo faccia, quanto spereresti che quella portiera non si aprisse mai o che, ahimè, non si fosse già aperta. Glielo vorresti dire ma il rumore di un elicottero copre la tua voce, il destino è beffardo, mica gli sta bene che tu sia un altro uomo dopo solo 5 giri in un ovale, troppo facile action man.

Il sesto giro lo fai da solo ma ormai sei fuori da quell'ovale, le strade sono tutte diverse, le curve tutte diverse, gli asfalti tutti diversi, i luoghi  tutti diversi.
Poi scendi.
E te sei diverso.

Il settimo giro sarà quello che farai domani Johnny.
Da qualche parte andrai.
Però prima apri la portiera di destra.
E aspetta.
Fino ad allora stai fermo lì in piedi.

( voto 7 )

8.5.12

Gli Abomini di serie Z ( 17 ) : Recensione "Alone in the dark"

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Dopo più di 200 recensioni doveva accadere per forza.
Non si finisce mai di provare nuove esperienze.
Sapete benissimo che il vostro caro Oh dae-soo di film inguardabili ne ha visti tanti e in qualche modo ha sempre tentato di divertirsi a recensirli.
E' vero, ci sono stati casi ad esempio come questo e questo  in cui le forze mi sono un pò mancate, ma vabbeh, capita.
Mai però avrei pensato di scrivere una recensione  DURANTE il film.
Il mio rapporto con Alone in the Dark è finito al minuto 9 quando Christian Slater e un pelato si stavano ammazzando di botte.
In realtà al minuto 1.33 avevo deciso di tentare l'incredibile impresa di parlare del film senza vederne nemmeno un'immagine.
Mi era bastata la terribile schermata nera in cui delle scritte in sovraimpressione e una criminale voce fuori campo ci spiegavano non so che, forse che il film fa schifo ma non ho ascoltato.
(nel frattempo sono al minuto 40 e Christian Slater parla con un essere improbabile)
Ora, che Uwe Boll avesse defecato cinema a volontà lo sappiamo tutti.
Ma io mi diverto con il Cinema-Feci (da scrivere in quest'ordine per evitare il richiamo al verbo).

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Qui però le mie Boll erano frantumate dopo pochi cambi di inquadratura.
Ora, magari il film migliora, siamo al minuto 44 e c'è uno che dice "sputa il rospo".
E mi scoccia finire la rece prima che il film arrivi al termine ma siamo appena a metà agonia.
Quindi mi faccio un panino col salame spagnolo, quello rosso fuoco, e poi un tè, il grande Earl Grey della Twining (in questo momento, minuto 46, stanno fornicando al ritmo di Seven Seconds di quel cantante senegalese, non era male quel brano).
Lascio al film un pò di vantaggio, lo riacchiappo dopo tanto. Come la Lepre e la Tartaruga.
Voi aspettatemi.

GNAM GNAM GNAM
GLU GLU GLU GLU

Ritorno ma siamo al minuto 58 cazzo,ancora troppo presto.
E' arrivato tipo l'esercito, mica lo so perchè.
Magari per arrestare Boll ma lui si diverte a riprenderlo con la macchina da presa.
vado al bagno, intendo dare ancora più vantaggio al Mostro.

PISC PISC PISC

non ripensavo che urinare copre al massimo 2 minuti.
Scocca appena adesso l'Ora del Supplizio, i sessanta minuti più buttati della mia vita a parte quando decisi da bambino di fermarmi un'ora davanti ad un albero aspettando di vedere uscire gli gnomi da un buco.
Preparo la roba per tagliare il prato domattina va.
Siamo all'ora e due minuti, riconosco quel Dorff che poi prenderà la Coppolina per il suo Somewhere.
Decido di vedere Somewhere a brevissimo, i film sul Nulla mi affascinano.
Anche questo è un film sul nulla in effetti ma probabilmente non era l'intenzione primigenia del Regista.
Ah, la roba per il prato, è vero.

Probabilmente è l'età, probabilmente certe intuizioni ormai non ce l'ho più, probabilmente mi ero completamente dimenticato del telecomando.
Cioè, c'è il tasto avanti veloce, me ne sono appena ricordato.
Lo premo, siamo al minuto 72, per rispetto non so a cosa concedo al film una velocità di 1,5, praticamente, purtroppo, riesco ancora a sentire i dialoghi.
C'è una ragazza con una faccia aperta come un dattero, immagine probabilmente erotica per Boll.

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Mando a velocità 10.
Non sto capendo un cazzo ma vedo quei numerini del tempo che scorrono velocissimi, quanto li amo.
Aspetto di arrivare agli ultimi 2 minuti, quelli voglio vederli.
Ci siamo.
Christian Slater e una discreta figliola si avviano di spalle verso una strada.
Tutto molto chapliniano.
Panoramica dall'alto sui palazzi della città.
Un mostro misterioso in soggettiva corre velocissimo verso i due protagonisti.
Christian Slater fa in tempo appena a girarsi prima che, probabilmente, le sue carni  e quelle della discreta figliola vengano dilaniate dal terribile mostro in soggettiva che fa tanto Raimi.

Boll, con tutto il cuore,

vaffanculo.

(voto mancante per rispetto ai numeri, agli Arabi che li hanno inventati e allo Zero, numero e concetto assolutamente affascinante)

7.5.12

Recensione: "L' imbalsamatore"

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Quando hai una videoteca ci dovrebbe essere una regola ferrea.
Riportare a casa SEMPRE un film.
Se lo vedi bene, altrimenti pace.
Sì, perchè se ti assale la voglia di cinema alle 20,28 e 34 secondi, quando ormai sei tornato a casa da 5 minuti poi sei costretto a cercare come un rabdomante un film in tv oppure affidarti al tuo mobiletto dei dvd.
Ma la tua collezione ha questi problemi:

1 il 36% dei film li hai regalati o prestati (che poi per il ricevente "prestati" sia significato "regalato" è un altro discorso)
2 il 29% li hai portati in videoteca per farli vedere
3 del restante 35% ne hai visti il 98%

sto per prendere così in mano (per l'ennesima volta) il film da cui ho preso il nome,il sommo Old Boy, quando l'occhio mi cade su L'Imbalsamatore, un noir italiano di una decina di anni fa,opera quarta ma per il grande pubblico sostanzialmente prima di quel Matteo Garrone che conquisterà poi il mondo, a mio parere con pieno merito, con quel filmetto sconosciuto chiamato Gomorra.

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Prendete un post-it.
Attaccatelo sul frigo.
Ecco, in quello spazietto potrebbe entrare la sceneggiatura del film.
E, malgrado questo, siamo davanti ad un piccolo gioiellino.
La magia de L'Imbalsamatore sta nella torbida, ambigua e ferale atmosfera che riesce a creare, davvero un piccolo miracolo.
Prendete un nano con una forte latenza omosessuale, un bel giovine alto un sacramento e la bella pollastrella che si mette in mezzo.
E fateci un film.
Garrone racconta la storia di uno stranissimo triangolo riuscendo nell'incredibile impresa di dare un taglio da thriller a delle vicende in realtà abbastanza banalotte.
Merito soprattutto della strepitosa interpretazione di Ernesto Mathieux, magnifico caratterista napoletano affetto da nanismo.
Il suo imbalsamatore è qualcosa da scuola di recitazione, ambiguo, perverso, fintamente accomodante, clownesco, viscido e tremendamente pericoloso. Con una risata poi che dà letteralmente i brividi. Personaggio scritto da Dio e interpretato da titano.
Tutto il film si regge su di lui, sulla sua (non) recitazione così naturale, talmente verosimile da infastidire anche lo spettatore che piano piano comincia a odiarlo davvero profondamente.
Che poi, guardiamoci in faccia, la coppia (un giovane attore napoletano molto bravo, poi praticamente scomparso dalle scene e la pessima, ma bona, Elisabetta Rocchetti, al punto più alto della sua carriera) gliene fa davvero di tutti i colori, se non fosse così forte il viscidume che il nano trasmette dovremmo parteggiare con lui.
Garrone racconta le vicende senza fronzoli, cerca il naturalismo il più possibile, evita scene madri e prova, riuscendoci, a creare un climax ascendente che lo porti al finale.

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Dialoghi molto ben scritti, tutti incentrati a creare una tensione tra i personaggi-e di 
conseguenza allo spettatore- che porti a un qualche punto di rottura da parte di qualcuno. Il dialogo sul campo di golf tra la Rocchetti e Mathieux in questo senso è davvero incisivo e splendido è anche il tesissimo clima che si viene a creare nella casa a Cremona quando il nano va a trovarli.
La storia laterale della camorra lascia alla fine il tempo che trova, sono sicuro che la sensazione di pericolosità d Peppino Profeta (il nano) sarebbe rimasta la stessa anche senza di essa.
Il climax porta così al finale, Mathieux che gioca con la pistola è grandioso, poi avviene quel che deve avvenire.
Bravo Garrone.
Bravo perchè hai dimostrato come con un abbozzo di idea, un paio d'attori come si deve e la capacità di creare atmosfera con poco si può ancora portare a casa qualcosa di veramente buono.
Poi verrà Gomorra.
Ma quella è un'altra storia.

( voto 7,5 )

5.5.12

Al cinema: recensione "Hunger Games"

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leggeri spoiler
Tanti anni fa vidi un filmetto delizioso, dolcissimo, talmente originale che l'ho tenuto nel cuore da allora.
Si chiamava Pleasantville.
E parlava di due fratelli che entravano per magia dentro il televisore.
Dentro, per l'appunto, Pleasantville, una sit-com degli anni 50.
E piano piano vi portavano la vita, il colore, in un mondo altrimenti tutto in bianco e nero.
Con immensa gioia ritrovo quel regista, Gary Ross, dopo tutti questi anni, ben 14.
Io ne avevo 21 e credevo ancora che il mondo potesse colorarsi sempre di più, piano piano, ma inesorabilmente.

Forse Hunger Games strizza l'occhio a quelli che 21 anni ce l'hanno adesso, ma sarebbe un delitto pensarla così. Io mi sono perso nella storia raccontata, perso negli occhi della Lawrence (giovane attrice straordinaria), perso anche nelle banalità, nella storia d'amore adolescenziale, nelle forzature del plot (i due tributi di colore del distretto povero numero 11, il sapere già chi vinceva, il sapere già chi sarebbe rimasto per ultimo, tutto telefonato).
Mi sono perso perchè ho amato sentirmi raccontare una storia, vedere come tra rimandi e rimandi (Battle Royale su tutti ma anche Truman Show si fa sentire parecchio) c'è ancora chi ama scrivere qualcosa di diverso .
E ho amato la prima ora del film,  la magnifica e gelida scena della Mietitura con quelle giovani vite che camminano in schiera verso un destino forse terribile (forte il richiamo ai campi di concentramento), con quella specie di regina cattiva, così diversa dal suo popolo, che gioca con le loro vite cercando un consenso e un'empatia che mai avrà, con il telefonatissimo ma comunque efficace sacrificio della protagonista.

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Hunger Games già, i giochi della fame, perchè il popolo in questo distopico futuro nella sua stragrande maggioranza  la fame la soffre davvero, e più sei lontano dalla capitale peggio stai (identico a In Time in questo).
24 giovani, 2 per distretto, devono partecipare a questo gioco al massacro dove solo uno vince. E' così che lo "Stato" esercita il suo Terrore, riuscendoci in pieno peraltro.
E mi è piaciuta la Parata, l'Addestramento, le Interviste.
Tutto è sfarzo ipocrita, 23 giovani moriranno ma gli abitanti di Capitol City, quegli assurdi, colorati, snob e gelidi abitanti vogliono questo, vedere dal vivo e in tv lo spettacolo della morte ( Live, per parlare di un film che ho odiato profondamente che trattava all'incirca lo stesso tema dovrebbe impallidire a confronto).
La Lawrence è meravigliosa, ha anima, ha mestiere, dà profondità al suo personaggio senza sforzo alcuno.
E il suo personaggio ti prende sin da subito, e probabilmente finirai per amarlo. La scena della dimostrazione agli sponsor in questo senso ti cattura.
Poi cominciano i giochi, per me, credo a differenza di molti, parte più debole del film.
E se avevamo ancora dubbi li dissipiamo subito, quello che poteva essere un gioco al massacro effettivamente quello è: un massacro.
In tutta la seconda parte le scene telefonate abbondano, tutto è già scritto.
Tante ingenuità è vero, ma io mi sono immerso nell'atmosfera sin dal principio e in quella sono rimasto.

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Ed ho trovato splendido, forse momento emotivamente più alto del film, il saluto che la protagonista dà al distretto non suo, il distretto che aveva appena assistito alla morte di una sua giovanissima figlia.
Cinema per giovani forse, ma capace di rubare l'occhio, trattare tematiche importanti, avere dolcezza e stile dove molti altri film a lui similari hanno ammiccamenti, belle faccine e volgarità.
E il cast è da pelle d'oca con i grandissimi Stanley Tucci e Woody Harrelson su tutti.
Mi sono divertito, interessato e moderatamente emozionato.
Ho trovato lievi e non fastidiose tutte le ingenuità della trama.
Mi è sembrato un film (un libro) scritto con intelligenza e girato con classe.
Mi accontento di poco forse.
Sarà il viso della Lawrence.
Sarà che ogni tanto mentre lo vedevo ripensavo a due fratelli che coloravano il mondo.
Sarà che 21 anni si possono avere per sempre.
Finchè la vita ci dice di no.

( voto 8 )