30.4.12

Serie Tv: Recensione "The River"

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Il mio problema è Lost, tutto lì.
Il mio problema è l'aver cominciato nel 2004 quella che è e rimarrà sempre la più grande esperienza che piccolo e grande schermo mi abbiano mai regalato.
E se trovi subito la synecdoche delle serie tv poi dopo rischi che non ne cerchi altre, questo è il problema.
Se poi il mio tentativo di riconciliarmi e riapprocciarmi al genere sbatte contro orripilanti creature come The River allora davvero rischio di sfiduciarmi.
Il creatore di questo autentico pastrocchio amazzonico è quell' Oren Peli che ebbe la geniale idea di piazzare 4,5 telecamere in casa sua, chiamare una coppia di amici e girare quel fenomeno mediatico che è stato Paranormal Activity. Dopo visto The River ho capito una cosa: non fu un'idea geniale ma l'unica che poteva partorire.
Vedete, se uno si accontenta di passare una serata con una serie che mischia avventura, magia, horror e, secondo loro, empatici legami familiari, allora benvenuti, The River fa al caso vostro.
Ma se non vogliamo prenderci in giro, se abbiamo il coraggio di vedere l'insieme e non le piccole parti (peraltro brutte) allora c'è un'unica considerazione da fare, The River non ha alcun senso, nessuno.
Avevo preso appunti in ogni puntata, ho deciso di non vederli nemmeno, basta e avanza quello che ho da dire sul totale dell'opera.
Il Professore Emmet Cole è una specie di Bear Grylls imbolsito e meno atletico.
E' scomparso in Amazzonia. Dopo mesi e mesi che non si fa sentire i suoi familiari insieme ad una troupe televisiva che riprende OGNI MOMENTO della spedizione decidono di partire per andarlo a cercare. Lo troveranno? Questi gran cazzi, quasi nemmeno me lo ricordo.

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Ragazzi, ve l'assicuro, basterebbe questa cornice per evitare di accendere sky ogni giovedì come ho fatto io per due mesi.
Il problema è che già questo è uno stupido, insensato e non credibile pretesto, ma in ogni puntata quasi ce ne se dimentica.
Perchè ogni episodio è a sè, completamente slegato dall'altro e, cosa ancora più grave, si ha la sensazione che il motore di tutto, la ricerca di Bear Grylls, sia davvero qualcosa di cui ci si ricorda quasi per sbaglio quando fa comodo. La spedizione vaga nel fiume del titolo, si trova a che fare con leggende del luogo (fantasmi, cannibali, creature mostruose, maledizioni etc...) SEMPRE spiegate e preannunciate da uno dei personaggi più insopportabili della storia del piccolo schermo, la 18enne sudamericana che parla in spagnolo con quell'insopportabile visino sempre impaurito perchè lei sa tutto, TUTTO, e se tocchi quella piantina ci sarà la maledizione del Verme Assassino, se superi quella pozzanghera sarai perduto per sempre e ti legheranno ad un albero a testa in giù, se mangi da solo mezzo kg di pasta e bevi un litro di Coca la tribù dei Cacarell ti perseguiterà etc... .
Sempre uguale la struttura: succede qualcosa di strano, la Lolita latina parla della maledizione, in qualche modo la si supera e finisce la puntata.
Ho saltato due puntate, poi recuperate. Vi assicuro, avrei potuto vedere l'ultima prima della seconda.

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Che poi le vicende raccontate in ogni puntata sono come una partita a ping pong tra Mr Ridicolo e Mr Disastro con gli unici momenti buoni quelli in cui la pallina passa sopra la rete. Leggende insensate, comportamenti dei protagonisti insensati (vedono demoni, mostri, fantasmi, uomini appesi, insetti magici e dopo 2 minuti la vita torna normale ogni volta, voglio dire, io se il mio cane piscia su 2 gambe già impazzirei no? per loro tutto o,k, perchè come dice Emmet Cole "c'è Magia qui", mavattelaapigliànelculo).
E si tenta la lostiana empatia con i personaggi, flash back emotivi, primi piani intensi etc... ma anche qua oltre che una carie lo spettatore non avrà nulla.
Ottime ambientazioni, bella fotografia, qualche scena discreta ma l'operazione è un disastro.
Nelle ultime due puntate, forse le migliori (le meno peggio), l'assoluto dilettantismo di scrittura globale raggiunge apici pazzeschi visto che ci troviamo davanti ad un episodio di Walking Dead e ad un remake de L'Esorcista senza che tutto ciò abbia il minimo senso con quello che avevamo prima visto nelle -meno male solo- 6 puntate precedenti.

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E non dimentichiamo il problema più grande di tutti, la base assolutamente finta e improbabile che regge la serie. Ma chi può credere che parte una spedizione di recupero organizzata come uno show televisivo in cui la troupe riprende anche se uno mangia una scatoletta? E quante volte abbiamo la sensazione che là le telecamere non potevano esserci, che il regista ha dimenticato del tutto l'operazione che sta alla base?
Avrei preparato una carrellata dei personaggi sullo stile The Avengers ma tutto inchiostro sprecato.
Arrivo così al finale e qui, devo rendergli atto, gli sceneggiatori sono riusciti a dare coerenza con tutto il resto.
Sì, perchè è ridicolo.
E fatto apposta per un The River 2 che secondo me non vedrà mai la luce.
So che Oren Peli ha avuto una nuova idea.
Piazzare 4,5 telecamere in una abitazione dove vive una giovane coppia.
Sarà una casa galleggiante però.
Scorrerà lungo un fiume amazzonico.
Fico no?

( voto 4,5 )

28.4.12

Recensione: "The Loved Ones"

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presenti numerosi spoiler

Stamattina ho avuto un'esperienza nuova.
Come lo era stata quella di The Avengers del resto.
Sono andato a fare una specie di Birdwatching nel nostro amato Lago Trasimeno.
E, come per il film degli uomini che saltano grattacieli, volano nello spazio e non muoiono mai, anche questa esperienza rimarrà senz'altro unica, ve l'assicuro.
In effetti il mio è stato un Birdwatching a tutti gli effetti, senza la "s" del plurale perchè in tutta la mattinata (a parte la doccia appena svegliato) io di uccello ne ho visto solo 1, anche bastardo e irrispettoso poi, perchè nel momento in cui ho inforcato il mio binocolo per osservarlo meglio questi si è rituffato sotto le acque putride del lago cosìcche nemmeno l'euro di supplemento del binocolo è stato ben speso (non parliamo di quello per l'audioguida che ho spento appena uscito dalla biglietteria mentre mi diceva "Caro visitatore, benvenuto al.." STOP).
In compenso ho visto due nutrie, le nostre simpatiche pantegane lacustri nonchè vezzeggiativo con il quale i nostri ragazzi umbri chiamano le ragazzine non tanto appetibili, diciamo così.
Meno male che la notte prima mi ero pappato quest'horrorino australiano che nemmeno troppo velatamente si candida ad essere, per ora, il best horror dell'anno in casa Buio in Sala.

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Cattivo come pochi ma con pochissime pretese autoriali, The Loved Ones è una discesa (e soggiorno) all'inferno che un bel ragazzo è costretto a fare a casa della ragazza respinta per il ballo scolastico. Credo che se lui avesse saputo anche solo una piccola parte di quello che lo aspettava non solo l'avrebbe portata a ballare ma le avrebbe anche tagliato l'erba del giardino e imparato a prepararle il sushi in una notte.
Lei è allucinate, un villain di una inumanità, pazzia e perfidia tali da far sembrare Leatherface un amicone a cui ogni tanto, goffamente, parte la motosega per sbaglio nel momento in cui vorrebbe abbracciarti.
E' senz'altro qui la forza principale de sto gioiellino, nell'atmosfera malata e assolutamente priva di qualsiasi sentimentalismo che si vive in casa della ragazza. Il padre, succube di lei, è parimenti pazzo, a lui interessa solo il perverso bene della figlia. Questa del resto ha un amore morboso per lui, forse unico vero uomo (per lei eh...) della sua vita. A questo proposito la madre, praticamente un morto ambulante, credo sia finita in quel modo perchè vista come rivale dalla figlia.
In The Loved Ones ogni volta che si pensa di essere arrivati al limite, all'ultimo scalino della sopportazione, eccone che se ne forma un altro e si continua a salire. La lobotomizzazione frontale più bollitore è roba da veterani del genere. Gli attori son grandiosi, il ragazzo ha un viso e una storia che lo ami da subito, i due pazzi son talmente così allucinanti che ne diventiamo quasi oggettivamente affascinati. Sono arrivato a livelli di empatia per il protagonista a cui solo un film recentemente (Eden Lake) mi aveva portato.

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Ottima la regia, primi piani da terrore clownesco, uso della violenza saputo sia mostrare che suggerire e più di una scena realizzata alla grande (vedi lui appeso al burrone sospeso nel vuoto o l'inseguimento in soggettiva con la macchina dopo il tentativo di fuga).
E ottimi sono anche tutti i personaggi di contorno, la ragazzina innamorata, la madre disperata, l'amico goffo latin lover e la metallara. Il problema però è tutto qui, nella gestione in sceneggiatura di tutte la parti secondarie. Il montaggio alternato tra la casa degli orrori e la serata dell'amico è assolutamente privo di senso alla fine dei conti. Le vicende dei due amanti sono praticamente inutili come inutile è alla fine il legame che il film crea tra la famiglia di pazzi e il ragazzo scomparso fratello della dark girl. Nessuno sviluppo narrativo, solo una sottotrama che nasce e muore da sola. Anche il prologo alla fine, atto certo a caratterizzare il protagonista, risulta meno importante di quello che sembrerebbe.
Ma le scene fortissime non mancano, il terrore serpeggia, niente è lasciato all'immaginazione, l'unità di tempo (e praticamente di luogo) rende tutto maledettamente serrato.
In cantina l'orrore è ancora più forte e l'atmosfera, un pò alla Pozzo e il Pendolo di Poe, davvero affascinante.
Fino a quella ragazza quasi deforme che striscia sull'asfalto.
Horror piccolo, senza fronzoli, essenziale,che non si atteggia ma ci va giù pesante, molto pesante.
Visione imprescindibile per chi ama i film cattivi.
Ora vado a cercar di imparare a preparare il sushi, si sa mai.

( voto 8 )


27.4.12

BuioDoc (N°4): Al Cinema: recensione "Diaz"

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 Sarà banale dirlo ma ci sono strumenti per misurare una vergogna, per quantificare una sconfitta.
Uno di questi strumenti può essere un manganello.
Il manganello va giù.
Non importa cosa colpisce, se sia un viso, la testa, le spalle, le gambe o la schiena.
Più che altro non importa nemmeno chi colpisce, se sia un uomo, un ragazzo, una donna o un vecchio.
Mica lo sappiamo quante volte è andato giù quel manganello, e chi lo sa.
Centinaia, certo, ma magari 564 e 485 non sono la stessa cosa.
Perchè ogni volta che ha colpito la vergogna è stata sempre più grande, ogni volta che è stato calato la sconfitta, di noi tutti, sempre più devastante.
Quindi anche una sola manganellata inflitta così, a casaccio, a chi non sapeva nemmeno perchè gli arrivasse contro, basterebbe di per sè. Ma sarebbe giusto contarle tutte, quantificare l'umano disastro commesso, vedere non se siamo stati stronzi, ma quanto lo siamo stati.
Ecco, io c'ho sta fissa. Perchè gli errori commessi nella nostra vita molte volte sappiamo contarli.
Ma se io avessi dato 27 manganellate nel corpo di una ragazza io non ho sbagliato una volta, io sono stato lontano dall'essere un Uomo 27 volte, su questo ci tengo particolarmente.
Perchè a me poi della politica frega nulla e non per disinteresse ma per non conoscenza di tante cose.
Io giudico gli uomini.

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E non me ne frega nulla, non vedo differenza tra un poliziotto che mena selvaggiamente in nome dello Stato e un  delinquentello che mette a ferro e fuoco la città. A me delle giustificazioni, dei perchè o dei percome in linea di massima interessa poco, io credo nell'uomo e quando fa una cazzata fa una cazzata, stop.
Ah, ma loro dovrebbero proteggerci, come fanno a trattarci come bestie?
Certo caro ragazzo, hai perfettamente ragione, ma te, invece, sentiamo, guardami negli occhi, come ti comporti?
Ah, non sei al servizio dello Stato, per te la violenza è sì una cosa grave ma non hai quell'aggravante vero?
La trave e la pagliuzza, la pagliuzza e la trave, sempre lì il discorso.
E siccome io voglio credere a Vicari e in ogni scena che ci mostra (la maggior parte documentate alla stragrande) non posso che constatare una cocente sconfitta del genere a cui apparteniamo, l'umano, e una pagina vergognosa della nostra polizia di stato (ognuno di loro ricordi il numero di manganellate inflitte, le deve espiare una per volta lo ripeto. Alle ragazze valgono due).
E vedere come ancora una volta il Cinema Italiano porti la docufiction a livelli strepitosi, abbia il coraggio, la rabbia e la forza di raccontare il proprio marcio in una maniera così prepotente.

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L'uso alternato della fiction e delle immagini di repertorio portano a un montaggio pauroso, così ben calibrato quasi da non vederne i confini.
L'atmosfera è tesa, che qualcosa stia per esplodere è sicuro.
La narrazione non lineare è gestita in maniera straordinaria, la mattanza alla Diaz che precede i perchè di quella mattanza sono una scelta cinematograficamente perfetta.
Quali perchè poi? Ovvio che ci fossero in giro per Genova dei ragazzi che forse qualche manganellata (da non espiare poi) l'avrebbero meritata. Ma sto giochino del capro espiatorio, della massa inerme utilizzata come pretesto per dimostrar qualcosa, che siamo forti e controlliamo tutto, che forse lì in mezzo qualche stronzo c'era, che se siamo attaccati dobbiamo rispondere, è aberrante. E aberrante anche il post, le giustificazioni, le bugie.
E aberrante soprattutto che tali operazioni siano state pianificate, non esplose in mano.
Non so se credere a Vicari in ogni fotogramma, non so se VOGLIO credere a Vicari in ogni fotogramma ma vedere certe cose, vedere ragazze brutalmente picchiate in quel modo da uomini che sotto un caschetto dovrebbero avere un briciolo di coscienza mi sembra dannatamente impossibile.
E la ragazza umiliata in quel modo in Centrale mi pare una cosa fuori dal mondo, da un mondo civilizzato quanto meno.
Forse Vicari voleva portarci alla scena del bagno e con violenza e stile allo stesso momento rendere ancora più estrema la metafora che il sottotitolo del film denuncia.

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La ragazza ha le mestruazioni, non può nemmeno pulirsi.
E così quel sangue che non deve essere lavato è anche questo, naturale e puro, di questa ragazza.
Forse è un contrappasso, la polizia non permette di pulire questo sangue ma, fortunatamente, non sarà pulito nemmeno quello che ha fatto versare.
E così arriviamo allo splendido finale dopo l'altrettanto splendida scena dei 4 francesi (se ho capito bene veri e propri Black Block) rifugiati nel bar e poi andati alla Diaz.
I ragazzi escono dalla caserma, i familiari li guardano.
Non c'è una sola parola.
Non ce n'è bisogno.
Perchè è tutto lì evidente.
La vergogna di quello che è successo, la violenza, la paura, l'assurdità, l'innocenza, la voglia d'aiuto, la stanchezza, la rassegnazione.
E il pianto della madre è il pianto di una nazione.

( voto 8,5 )

26.4.12

Al Cinema: recensione (!?) "The Avengers"


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 Oh dae-soo è uno stronzo.
Oh dae-soo non ha MAI, ripeto MAI visto:

- nessun Iron Man
- nessun Hulk
- Thor
- Captain America (Dio me ne scampi)

e nemmeno gli altri cuginetti fuori dalla combriccola tipo:

nessun film di quegli uomini con l' X factor
nessuno dei Fantastici 4 (di cui ricordo solo La Cosa)
nessuno Spiderman

bla bla bla

Oh dae-soo è uno stronzo perchè sa di non aver mai visto un film in vita sua di questo genere e proprio per questo ha deciso di vederne uno in cui poteva acchiapparli quasi tutti, così, per fare una prova.
Tutto quello che segue (voto compreso) non ha senso perchè non ha senso che io abbia visto questo film.
Oh dae-soo è ancora più stronzo perchè eravamo in 6 e lui va al centro.
A partire dal centro eravamo messi così : Oh dae-soo-Christian- Tommaso- La Romina-Iacopo-Jonni
Dopo circa 3 minuti dall'inizio è solo una la cosa quella che ho in testa. Essere al posto di Jonni, il magico posto della sgattaiolamento. Allora elaboro questo progetto.
Mando un sms a christian ( perchè l'sms e non a voce? perchè a me piace divertirmi cazzo) : Chri, puoi fare a scambio posto con me?
Poi l'avrei mandato a Tommaso e via via fino a Jonni.
Purtroppo l'esperimento fallisce subito con Christian che probabilmente visto il mio quadernino di appunti del film incredibilmente vuoto ha subdorato qualcosa.
E' anche vero che l'ostacolo Jonni sarebbe stato quasi insuperabile, il 90% delle volte dorme.
E se il progetto doveva essere soli sms, io l'avrei rispettato, giuro.
 Uscire dalla mia prigione in 3D insomma era impossibile.
Ho tentato anche io la carta del sonno ma un pò per il rispetto al Cinema, un pò perchè non stavo comunque bene e la sedia era comoda, un pò perchè 10 euri sono 10 euri, non sono riuscito a stare con Morfeo più di 16 minuti.
L'ho visto praticamente tutto insomma, 140 minuti di uomini che saltano e atterrano, botte da orbi e navicelle spaziali.
Mi limiterò a qualche considerazione sui personaggi e gli attori.

Samuel L.Jakson: non so come si chiami il suo personaggio, quello con la benda. Cioè, per me poteva essere benissimo Blade, che ne so. Per tutta la durata del film ho aspettato che diventasse qualcuno, che sfoderasse chissà quale potere. Invece è solo chiacchiere e distintivo, naa, bocciato.

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Scarlet Johansson : che Iddio l'abbia in gloria.

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Jeremy Renner: non ho ancora capito se sia Robin Hood, non so se abbia un nome e un film tutto per sè o cose del genere. Personaggio gradevole però e forse si è fatto anche un giro con quella che Iddio deve avere in gloria. Fosse così è lui il vero super eroe della combriccola.

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Il Cattivo, mi ricordo il nome tipo John Locke di Lost. No, ragazzi, ma sicuri che non era Povia? Cioè, ci sono delle inquadrature e delle espressioni in cui era identico, se fossero comparsi dei piccioni o dei bambini a fare oh mi sarebbe sembrato tutto normale, giuro. Ah, l'attore (sempre che non fosse stato davvero Giuseppe Povia) è davvero bravissimo, e anche il personaggio ha un suo perchè.

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Thor: ecco, questo dovrebbe essere il fratello di Povia se ho capito bene. Anche qui in alcun frangenti la somiglianza con un altro era marcata. Brad Pitt dopo 7 anni di anabolizzanti! Personaggio coatto in una maniera quasi indisponente, e l'attore gli va dietro benissimo, o è scarso o si è coattizzato alla grande. Sì. qui il soprannome è facile: Thor Pignattara.

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Iron Man: ah, qui alzo le mani. Sto personaggio è scritto alla grandissima e la straordinaria bravura di Downey Jr è il valore aggiunto. Potevo far finta di vedere il film per 120 minuti ma i 20 in cui parla Iron Man, corazzato o no, rimangono i 20 migliori e me li sono gustati alla grande. Cazzo, forse riuscirei anche a vedere il suo film, giuro.

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Captain America: uno che va in giro vestito in quel modo interpretato da un attore in quel modo non ha bisogno di aggiunte. Se mi assicurassero che esce un film dove lo fanno fuori lo vedrei subito, anche in 4D.

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Hulk: oh! eccolo un altro coi controfiletti. Cioè, io lo vedevo negli anni 80 con Lou Ferrigno, senza effetti speciali, e già era cattivissimo. Con i digital effect diventa probabilmente una delle creature più cattive che abbia mai visto, uno spettacolo. Io credo che nel gergo mondiale Hulk debba essere il punto di riferimento quando si parla di incazzatura massima, altro che ricci o bisce. Sono incazzato come Hulk! ecco, il non plus ultra. Poi prima degli effetti c'è Ruffalo, voglio dire, è un attore eh... Ma secondo voi se riusciva a prendere la Johansson l'avrebbe uccisa oppure gli avrebbe dedicato una "sessione" di sesso pesante che per 3,4 anni come minimo le sarebbe bastato? Boh...

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Non ho capito nulla del film, non so che era quel cubo blu (tesserato?), non ho capito perchè facevano a botte uno per volta e alla fine tutti insieme, non ho capito praticamente niente.
E non mi sono divertito.
Solo quando parlava Iron Man o quando Hulk era incazzato.
Sarà un capolavoro probabilmente.
Sono io ad essere lo stronzo che è entrato in un club senza avere la tessera.
Prometto di non farlo mai più.

( voto 5,5 )

23.4.12

BuioDoc N°3: Al cinema: recensione "Cesare deve morire"

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 Portentoso.
Il film italiano dei fratelli Taviani che ha trionfato all'ultima Berlinale (20 anni esatti dopo l'ultimo trionfo tricolore con Marco Ferreri) è qualcosa di veramente potente, una pellicola dalla forza grezza, un'esplosione di visi, parole e gesti, uno schiaffo al cinema classico, un gesto di coraggio e di umanità davvero incredibile.
Forse è proprio nella sua eccessiva coerenza, nel voler dall'inizio alla fine portare avanti questo strepitoso esperimento cinematografico che Cesare deve morire può prestare il fianco a qualche critica.
Siamo nel carcere di Rebibbia.
Un gruppo numeroso di detenuti ha appena portato a termine il Giulio Cesare di Shakespeare.
Il film racconta i 6 mesi di prove prima dello spettacolo finale.
Cinema verità in tutto e per tutto. Non solo ci si affida a non professionisti ma sono gli stessi carcerati ad interpretare se stessi.
Tutto è vero, genuino, ogni viso (fantastici alcuni, ma il carcere ti segna), ogni luogo, ogni dinamica.

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Si parte con i provini, straordinari, forse addirittura momento più alto dell'intero film. Uno dopo l'altro tutti i carcerati declinano le loro generalità commossi o incazzati, non c'è soluzione di continuità, nemmeno un attimo di respiro, i pianti e le grida si susseguono continuamente, e la sensazione che questi 10 minuti possano dar fastidio e mettere in imbarazzo attori molto più prezzolati è altissimo.
Scelto il cast si comincia a provare e sta tutta qui l'assoluta originalità del film, il colpo di genio. Il palco non è pronto, bisogna provare in ogni luogo libero del carcere. Lo spettatore per tutta la durata del film vede persone rapportarsi in maniera scespiriana ognuno con il proprio dialetto, ognuno mettendo dentro le parole del sommo drammaturgo un pò della loro vita. I carcerati pensano solo allo spettacolo, ogni momento libero lo passano a provare. E la tragedia va avanti quasi in tempo reale, non c'è mai una stessa scena ripetuta, è come se lo spettacolo finale che avverrà nel palco noi l'avessimo già visto tutto durante il film. A volte si ha l'impressione di vedere scene di vita vera ma poi il regista sbuca sempre dietro di loro. L'uso degli spazi è grandioso, una finestra può diventare una vista dall'alto su Roma in rivolta, Cesare cammina per il carcere e viene salutato da tutti, l'intero carcere è dentro lo spettacolo.
Ci sono momenti di stanca, è quello che dicevo prima, il film per coerenza continua a mostrare le prove dei carcerati senza alcuna divagazione. E in alcuni personaggi secondari (specie i secondini) il dilettantismo è marcato.
Ma si arriva anche a momenti quasi lirici con il discorso di Antonio e la folla di Roma (i carcerati nelle finestre delle proprie celle) che si ferma ad ascoltare.
Forse sarebbe stato addirittura meglio così, che lo spettacolo fosse stato questo itinerante per il carcere, un esempio di teatro strepitoso.

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Ma anche in palcoscenico i momenti davvero intensi non mancano, specie la straordinaria morte di Bruto.
E così con una struttura circolare che funziona alla grande, lo spettacolo si chiude come avevamo visto all'inizio.
Gli applausi sono scroscianti.
Poi, dopo 6 mesi nei quali l'Arte ha sublimato tutte le pulsioni e le difficoltà dei carcerati, si torna in cella.
Niente sarà più come prima, quella persona che ti sta a fianco non è più Cesare, non è più Cassio, non è più Bruto ma è Giovanni, Salvatore, Cosimo.
E la toga non c'è più, non c'è più una parte da imparare, non c'è più la meravigliosa distrazione delle parole.
C'è una cella e basta, una pena da scontare e un caffè da preparare.
"E' da quando ho conosciuto l'Arte che questa cella mi sembra una prigione" dice quello che fu Cassio.
Magari ne farai un altro di spettacolo Cosimo, si sa mai.
Magari fuori.

( voto 8,5 )

22.4.12

Quattro al prezzo di uno: Red State, Soul Kitchen, Little Odessa, Pirati! Briganti allo strapazzo

Come i più attenti avranno notato quest'anno sto andando un pochino a rilento con il blog.
Tutto è un insieme di diversi fattori che non sto nemmeno a spiegare.
Il fatto è che comunque i film li sto vedendo lo stesso ma molte volte, più che il tempo, non ho quell'oretta di concentrazione per poterne scrivere come si deve.
Sono indietro anche di moltissime risposte ai vostri commenti (ma voi continuate a farli, al massimo domani recupero tutto), indice proprio di testa altrove.
Per non perdere definitivamente le impressioni di alcuni film, ecco che inauguro (e spero, non farò più) questa rubrichetta di mini recensioni. Lo farò per quei film il cui ricordo, per colpa della mancata recensione, si è un pò offuscato.
Magari per voi è pure meglio, per me no, anzi, di solito per scrivere i miei pipponi mi contengo anche...

O.k, recuperiamone 4 intanto:


RED STATE

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 Ecco, il film di Kevin Smith è senz'altro uno di quelli di cui avrei voluto parlare in maniera esaustiva vista l'assoluta originalità della cosa e il genere perfettamente nelle mie corde. Questa recensione saltò, a differenza delle altre, perchè persi il mio fogliettino di appunti e mi misi almeno una settimana a cercarlo...
Saranno passati 3 mesi adesso, è durissima...
Senza ombra di dubbio le potenzialità per portare a un film straordinario c'erano tutte, soprattutto per l'atmosfera di delirio religioso e l'ambientazione nella piccola chiesetta/comunità in campagna dove una specie di setta alla Charles Manson vive la propria vita sotto la magnetica presenza di Abin Cooper, un pastore completamente pazzo.
Il film prende moltissimo e ha le potenzialità per piacere a un pubblico vastissimo (dall'horror al thriller, da drammatico al grottesco) ma ha notevoli momenti di stanca e poche trovate in corso d'opera preferendo scene, come la sparatoria ad esempio, dilatate al massimo. Meraviglioso però il finale con quella sirena che suona più volte. Meraviglioso sia per lo spettatore, che per un attimo si trova d'improvviso a credere a qualcosa di davvero sorprendente, sia per il nuovo significato che quella scena regala alla pellicola. E se non fosse delirio religioso? Se non fosse pazzia o chissà quale forma di pianificata convenienza di Abin Cooper? Se quella, alterata o no, fosse davvero Fede?
E se i carnefici in realtà fossero semplici vittime?
Grande John Goodman.
E c'è Melissa Leo...

(voto 7,5)


SOUL KITCHEN

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Commedia acclamatissima dovunque, forse anche un pelino sopravvalutata.
In generale non guardo commedie ma non posso esimermi dal non dare un'occhiata a film che raccontano il fantastico mondo della gastronomia, mia passione primaria insieme allo sport (anche perchè questo è antidoto alla prima) e, ovviamente, il cinema.
Le vicende tragicomiche del greco d'America Zinos, gestore di una specie di ristorante abusivo dall'abominevole cucina, raggiungono punte di comicità assolute, specie grazie alle straordinarie interpretazioni di tutti gli ottimi protagonisti (tra i quali anche l'ottimo Bleitbreu).
In realtà il problema di Soul Kitchen è lo stesso di Red State, un fantastico ed originale spunto iniziale che piano piano comincia ad evidenziare una cronica mancanza di idee, una sceneggiatura che piano piano si stabilizza su uno status quo che non porta niente di nuovo. Rimane tutto molto gradevole e le scene da ricordare non mancano (il sesso selvaggio con l'ispettrice, tutta la sequenza dell'asta, scritta magnificamente) e c'è almeno un personaggio, quello del cuoco pazzo, veramente indimenticabile.
Praticamente ci troviamo davanti a un Ratatouille in salsa greco-turco.tedesca, il ristorante che da fallito torna in auge, che dalle stelle torna alle stalle e poi la piccola e dolce rinascita finale.
Ma il topolino rimane 2 spanne sopra.

( voto 7 )


LITTLE ODESSA

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 Questo è l'esordio alla regia di quel James Gray che ho amato molto nel sottovalutatissmo Two Lovers. In realtà il mondo filmico di Gray, come carriera dimostra, è molto più vicino a questo Little Odessa, una cinica e spietata storia di sicari e legami familiari mai risolti, una vicenda pervasa sin dall'inizio da un'atmosfera fatale che, ahimè, troverà conferma nel grandioso finale.
SPOILER ! incredibile come Edward Furlong, il fratellino di American History X, in carriera abbia fatto praticamente solo due film validi, quello e questo, e in entrambi interpreta il fratello minore affascinato dal maggiore (lì nazi, qui killer) che per un macabro gioco del destino troverà la morte al posto suo.
Tutti grandi gli attori (il protagonista è Tim Roth), e splendide alcune sequenze, come le due esecuzioni, quella portata a termine in controluce e quella solo umiliante al padre, e il finale con quello sparo attraverso i panni stesi.
Ottimo cinema di genere con la pretesa, in parte riuscita, di scavare ed analizzare dei delicatissimi rapporti famigliari, quelli di una madre morente, di un padre duro ed inflessibile, di un ragazzino che ha bisogno di punti di riferimento e di un uomo che ha imparato troppo bene le leggi della giungla.
Consigliato, eccome.

(voto 7,5 )


PIRATI ! BRIGANTI DA STRAPAZZO

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Visto al cinema ovviamente.
Beh, ottima sorpresa davvero anche perchè sono praticamente entrato all'oscuro di tutto e quando ho visto che avevamo la cara e vecchia plastilina (dalla locandina non si capiva) mi sono messo subito di buonumore.
Ritmo a volte travolgente, insomma, sempre di pirati stiamo parlando, alcune gag sono davvero perfette e i personaggi molto carini (anche se nessuno geniale o indimenticabile). L'idea di mischiare una storia piratesca di ricerca del bottino con le vicende scientifiche del Prof. Charles Darwin  (cioè, è davvero uno dei protagonisti del film eh), il tutto sullo sfondo della Londra cupa e nebbiosa di metà 800, è davvero originalissima.
Qual è il problema del film? Che tutto è buono, tutto, ma niente dannatamente buono.
Incredibile poi che alcune trovate (come i viaggi in mappa o i foglietti della scimmia) vengano ripetuti così tante volte da farne perdere completamente l'effetto comico.
E il protagonista, sinceramente, non è che mi abbia conquistato più di tanto.
Non vorrei perchè doppiato da De Sica (tra l'altro buon doppiatore ma la mia stima nei suoi confronti non va oltre questo).
Malgrado tutto, consigliato anche questo.

( voto 7)

18.4.12

Recensione: "Confessioni di una mente pericolosa"


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Scrivo questa stupida e merdosissima recensione con un tremendo dolore nel petto. Sarò insensibile, sarò superficiale, sarò irrispettoso, ma se in questo momento di dolore la testa mi dice di scrivere vuol dire che questo sono io, i giudizi li lascio agli altri.
E li accetto tutti indistintamente.
Scrivo perchè ci sono momenti in cui non so fare altro, perchè io sto film l'ho amato da sempre e scrivere di qualcosa che ami quando il cuore fa crack quantomeno quel cuore te lo tiene rattoppato sì, ma tutto intero.
E se poi grazie a sto film ho conosciuto un grande amico allora è giusto che senta ancora di più il dovere di parlarne.
Anche perchè se mai pellicola questi 10 anni è stata più sottovalutata è proprio questo esordio alla regia di George Clooney, uno straordinario, profondo e disperato biopic sulla storia, vera o presunta tale, di Chuck Barris, produttore e presentatore televisivo americano che ha praticamente inventato tutti i più importanti giochi a premi degli anni 70/80. Mentre, nel frattempo, uccideva per la CIA.
Se ci si limita ala genialità dell'opera, al suo essere (troppo) originale, ai virtuosismi di regia, di montaggio e di sonoro (con una parodia di Elvis come soundtrack di una scena importante) che continuamente ci propina allora sì, il rischio di ridondanza e la sensazione di trovarsi davanti un giocattolone ben costruito possono esseresenz'altro le sensazioni principali.

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Ma se invece del quadro ci limitassimo per un attimo a vedere solo la cornice, la disperata e spietata rilettura di sè che fa Chuck Barris, allora forse capiremmo che qua, dietro quinte semovibili, dietro montaggi assurdi, dietro personaggi macchietta, dietro punte comiche strepitose c'è un dramma raccontato con una lucidità pazzesca.
"Verrà il momento in cui tutti i "potresti essere" andranno a sbattere con ciò che sei stato" dice Chuck,in una delle tante e bellissime frasi di una straordinaria voice off, una delle più belle che ricordi, doppiata da Dio anche qua in Italia.
Sì, perchè tutte le scene del Chuck del presente per me sono di un'intensità pazzesca e non è certo poco il merito di Sam Rockwell, attore strepitoso, secondo per me solo ad Seymour Hoffman. E il finale col vero Chuck, con l'idea di quell'ultimo disperato gioco a premi è qualcosa di grande.
Prima c'è di tutto, dalla commedia brillante ( "era solo un ritardo") al noir (splendide alcune ambientazioni), dal comico devastante (il briefing ai concorrenti, roba da infarto, le due gaffe sessuali durante le dirette televisive con il ragazzo che inizia a suonare il flauto o la coppia del
"qual'è il luogo più strano dove l'avete fatto?"
"ehm... il sedere?") al drammatico, dal surreale (splendide alcune scene anche se forse Clooney pigia un pò troppo l'acceleratore su questa dimensione) al tragico (alcuni omicidi sono davvero efferati) senza lasciarsi scappare parecchi elementi spy e un prefinale thriller in quella che è la scena più bella dell'intero film, la straordinaria sequenza al Chiaro di Luna tra Rockwell e la Roberts che culmina con lei che cade in terra e lui è in piedi dietro per poi mostrarci con un Beethoven maestoso tutto quello che è successo prima, capolavoro.
E potentissima è anche l'atmosfera, densa e pregna, di tutte le sequenze in cui Chuck ha il terrore di essere ucciso da chiunque.
Avrei voluto scrivere moltissimo di più su quello che, senza probabilmente meritarlo affatto, è uno dei film cui sono più legato.

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Ma basta così.
Perchè scrivere questa recensione era solo una terapia.
E le terapie cominciano e finiscono.
Come la vita.
Per te M.
Magari si rigiocherà a tennis un giorno.
Che poi io ultimamente son peggiorato tanto.

( voto 8,5 )

15.4.12

Recensione: "This must be the place"

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"Questo deve essere il posto" avrà pensato Aloise Lange dopo aver scoperto chi era quella specie di relitto umano che gli si è presentato davanti. La neve del resto la vedevano anche loro dall'altra parte del filo spinato, la giovinezza e la spensieratezza, in quella neve, la persero tutti, buoni e cattivi. Non c'è posto migliore di questo, freddo, innevato, sperduto, fatale.

"Questa deve essere l'ora" avrà pensato Aloise Lange, perchè si può scappare un'intera vita da qualcosa o da qualcuno, anche da se stessi, e Aloise Lange questo lo sa, ma poi l'ora arriva e forse in questo caso meglio tardi che mai anche se Cheyenne pensa che tardi è sempre e semplicemente tardi. Questa è l'ora, inutile combattere, e se non è stato lui a trovarmi è giusto che l'abbia fatto Cheyenne.

"Questo deve essere il modo", ecco, questo Aloise Lange non l'ha pensato di certo, perchè in situazioni come queste più che pensare una certa cosa la si spera proprio, si spera che parta quel colpo di pistola a cancellare per sempre un'esistenza che, colpevole o no, ha un peso troppo grande su spalle troppo piccole, si spera che il cerchio si chiudi in maniera definitiva, che i pensieri  fuggano per sempre. Lange apprezza l'inesorabile bellezza della vendetta, la perseveranza che porta alla sua grandezza. Ci sono però vendette più ironiche ma infinitamente più terribili, vendette che chiudono il cerchio in maniera ancora più perfetta, e il Giotto in questione è Cheyenne, che un colpo lo spara, da una macchina fotografica però, e poi manda quel corpo rinsecchito a camminare nel freddo contrappasso dei ricordi. A volte si può esser nudi per mettersi nei panni di qualcun altro.

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"Questo deve essere il mio nuovo inizio" avrà pensato Cheyenne, che per 40 anni ha portato i propri 15 anni sotto chili di cerone e rossetti che reggono un giorno intero.
Perchè un conto è sentirsi bambini per sempre, un altro esserlo davvero.
Questo è il mio nuovo inizio, lo sa Cheyenne che fuma la sigaretta della maturità, che torna quel figlio che aveva dimenticato di essere, che quel cerone, barriera di una vita, ora può toglierselo di dosso.
E se Sorrentino in ogni inquadratura, in ogni movimento di macchina, in ogni musica rasenta così la perfezione da sembrar finto a me non frega nulla.
Se Messi fa per la 35° volta le sue serpentine io non dico "che palle", io godo.
E godo di Sorrentino anche se tante volte quelle serpentine, quegli uno due straordinari, quei cucchiai magnifici, non portano a nulla.
Come con la terribile scena di David Byrne, quasi una decina di minuti completamente fuori dal resto, una marchetta davvero fastidiosa (mi riferisco all'estenuante carrellata indietro della canzone, non al dialogo).
O come quell'indiano che sale e scende dal pick up come  Dio solo lo sa.
O come quel meraviglioso ma quasi inconcepibile finale che in maniera troppo brusca e forse semplicistica ci regala un altro uomo cancellando in un amen decenni della propria vita. Ma il figlio mai stato figlio prima o poi doveva tornare, i cerchi, l'abbiamo detto, si chiudono sempre. Meglio tardi che mai, stavolta anche Cheyenne sarà d'accordo, perchè quel sorriso, alla fine, esce fuori anche a lui.
Cheyenne chiude tutti i cerchi, quelli che ha cominciato lui e quelli che ha dovuto solo finire.
Tutti piccoli cerchi di piccole storie perchè quello più grande, quello della Storia, non si chiuderà mai.

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"Questo doveva essere il mio destino" avrà pensato probabilmente l'ex bambino che ha saputo suonare la chitarra.
Forse si può ancora recuperar tutto.
Una madre.
Una sorella.
Una moglie.
Sè stesso.
Meglio tardi che mai John Smith.
E lascia perdere quella specie di pelota spagnola.
Metti l'acqua in quella piscina e non aver paura di tuffartici dentro.

( voto 8 )