30.3.12

Recensione: "Il papà di Giovanna"

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O.k, questo sarà periodo di innamoramenti per me, su questo non ci piove.
Dopo il devastante falling in love per Synecdoche ecco infatti che non posso permettermi nemmeno di vedere un piccolo e bel film italiano in tutta tranquillità che mi scatta qualcosa per una delle attrici, la meravigliosa Alba Rohrwacher, interprete di cui avevo sempre sentito parlar benissimo ma che ha saputo letteralmente stregarmi in questo ottimo, misurato e ben scritto film di Pupi Avati, regista di cui ho apprezzato tante cose ma che, forse perchè troppo prolifico, non ho mai considerato grandissimo.
Ma torniamo alla Rohrwacher. Credo che la sua interpretazione dimessa, ingobbita, sfuggente, malinconica ma allo stesso tempo semplice, pura, a tratti vitale, dolcissima sia davvero meravigliosa, c'è una grazia e un sentimento nella sua arte recitativa davvero sorprendente. Anche nelle scene più esagerate e a rischio di macchietta (come nel manicomio, sul quale torneremo) la sua tecnica e la sua magia la salvano dal rischio del ridicolo involontario. Tutte le scene con Orlando sono da incorniciare anche perchè risiede forse qua il maggior pregio de Il Papà di Giovanna, in una accuratissima e delicata analisi di certe dinamiche affettive e familiari. La cornice, l'Italia fascista negli anni della Seconda Guerra, tutte le vicende narrate, tutti gli snodi narrativi sono e restano, appunto, semplice cornice per una storia di genitori e figli, di tristezza, di incomunicabilità, di possesso e di distanza, di amore e della difficoltà di saperlo esprimere.

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Il problema del film, l'unico, sono delle piccole tare che certo cinema, specie quello italiano, non sanno eliminare.
Ad esempio il ricorso al "pettegolezzo", all'avere informazioni nel film da gente che cicaleggia alle spalle è di un finto pazzesco. Ho contato almeno 4 scene in cui dietro i protagonisti la gente commentava la situazione (ad esempio il fatto che Michele, il padre, sia padre di un'assassina) in un modo veramente imbarazzante, fuori da qualsiasi realtà. Sembra una cavolata, ma questi son problemi di sceneggiatura secondo me abbastanza gravi, da fiction televisiva. Il non plus ultra è la scena dal panettiere.
E sto ancora aspettando un manicomio dove non ci sia uno che canta da solo, uno che strilla, due che fanno a botte, uno che ruota la testa, un altro che parla al muro etc,, etc... . Davvero, il ritratto dei manicomi nel cinema è quasi sempre di un macchiettistico davvero imbarazzante, e Avati non è da meno, anzi.
Anche se per rischiare di affondare il film il tentativo più grande lo fa la fucilazione sulla quale preferisco soprassedere....
Per il resto il film è davvero buono, perfette le ricostruzioni degli ambienti, ottime le interpretazioni dei 4 protagonisti (bravissimo anche Ezio Greggio, davvero), mentre nei secondari a volte c'è da mettersi le mani tra i capelli. E davvero sorprendente è la scrittura di tutti i rapporti reciproci nella famiglia di Michele (il titolo sembra banale ma secondo me è assolutamente perfetto in questo senso, questo è semplicemente il film di un padre e di sua figlia). Nello specifico spicca la bellissima e quasi struggente scena del ballo con l'avvenente madre (Francesca Neri, scusa eh) che si diverte, la figlia bruttina che la guarda rapita e il padre che goffamente cerca di farla volteggiare. Magistrale.

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"I figli belli li fanno i genitori che si vogliono bene", in questa malinconica frase che Giovanna dice al padre c' dentro tutto il film, l'assoluta inadeguatezza che si sente addosso Giovanna, il dolore per sè e per i suoi genitori, la consapevolezza dell'assenza d'amore, il motivo originario di tutta la sua tristezza, il ruolo di Michele, uomo che sa ma che vuol far finta di non sapere.
Son persone semplici sto padre e sta figlia, persone che si bastano l'un l'altra ma che vorrebbero, come tutti, poter non essere soltanto in due.
Quando due solitudini si incontrano, quando due anime semplici si trovano, quello che ne può venir fuori è qualcosa di incredibile, straordinario.
Però sono e restano due solitudini che si sono fatte una.
Sono e restano una solitudine con due facce.

( voto 7,5 )

24.3.12

Recensione: "Turistas"

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leggerissimi spoiler, come foglie trasportate dal vento
Vedo Turistas solo per disintossicarmi dalla malattia sineddotica di cui parlavo nell'ultimo post.
Insomma, dopo aver avuto il privilegio di vedere Dio ed essere stato abbagliato dalla Sua luce in maniera così devastante la necessità di posar le mie pupille su qualcosa di più umano e triviale era impellente.
Purtroppo mi è andata anche troppo bene, speravo in una boiata, mi sono ritrovato un filmetto.

Il Giovane Mericano arriva in vacanza in Brasile accompagnato da due amiche sempre mericane femmine degli gnocchi.
Un altro ragazzo gli si avvicina e dice:
"Portarsi due gnocche così in Brasile è come portare sabbia su una spiaggia"

Beh, ammetto che una battuta così dopo 5 minuti non è male, forse stiamo un pelino sopra la media.
Poi lo stesso ragazzo esclama" ho così sete che berrei il sudore di una scimmia".
Caspita, ma allora c'è davvero uno col senso dello humour dietro! Bravi!
Tutto contento di quest'incipit abbastanza brillante (susseguente a un'ottima, adrenalinica e folle corsa in autobus con tanto di altrettanto ottima caduta del mezzo nella scarpata) comincio poi a notare che il film è praticamente il documentario ufficiale sulla

F emmina che
R egala
E rezioni
G enitali
N egli
A ltri

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na cosa quasi fastidiosa, insomma, le cozze esistono, suvvia, e soprattutto in spiaggia, loro ambiente naturale.
Quando sono ormai sicuro che davvero invece di un film ci troviamo davanti al sopracitato documentario scientifico ecco che accade qualcosa, per farla breve ci sono anche i kattivi, ovviamente con esponenti della F.R.E.G.N.A in squadra.
Che capiamo? Semplicemente di trovarsi davanti ad Hostel in salsa caraibica.
Il plot è incredibilmente simile anche se sostituisce una velata critica sociale "paese povero che si vendica di quello ricco che lo sfrutta" al semplice e sadico divertimento dei ricconi rothiani.
Però, a sorpresa, Turistas non punta assolutamente sul tasto tortura sebbene l'unica abbastanza elaborata che ci presenta, un'asportazione del rene clandestina, sia realizzata in maniera pressochè perfetta (ve lo posso assicurare, il mio passato di asportatore di reni deve darvi la tranquillità della mia testimonianza).
Che dire? Scene girate alla grande- come tutte le subacquee con tanto di inquadrature molto discentiane e la corsa sotto la pioggia nella giungla-, attori più che sufficienti (specie il capo dei cattivi), ambientazioni davvero suggestive e un minimo d'azione mica da buttare.
Il problema è la mancanza di idee, una gestione dei tempi imbarazzante (l'inseguimento nelle grotte prende un quarto d'ora, ma che scherziamo? ma quando si è visto mai uno che bracca le vittime sott'acqua in apnea? poi se le raggiunge che gli fa, un grattino? per non parlare del passaggio notte/giorno ai limiti della credulità umana), la sensazione che davvero non ci sia la minima possibilità che il film esca minimamente dai binari e un presunto colpo di scena autoriale col servo che si ribella al padrone incisivo come un discorso politico del Trota.

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Ma il colpo di scena c'è davvero!
Altro che final girl o final boy!
Qui siamo all'apoteosi dell'happy end.
Poi ovviamente non manca il tentativo di rivalutare i brasiliani con la famiglia tipo Isola del Giglio che aiuta i sopravvissuti.

Aoh, c'è de peggio, molto de peggio.
Diamo la sufficienza senza problemi.
Poi, se uno è particolarmente sensibile alla materia trattata nella parte documentaristica possiamo anche dar 9.
A me, sinceramente, non me ne frega nulla.
Io amo gli uomini.
L'ho capito con Seymour Hoffman.
Ecco, altro che guarito.
Sto più male di prima.

(voto 6)

22.3.12

Tremende, terribili, forse mortali malattie sineddotiche

Ragazzi, sto male.
Per la prima volta in vita mia un film è riuscito ad uscire completamente dal binomio pellicola-spettatore, superare quel distacco incolmabile, a volte labile, a volte profondissimo, che divide la nostra realtà dalla finzione cinematografica, quel distacco che ti fa dire "o.k, questo film è meraviglioso, mi ha regalato emozioni incredibili, farà parte della mia vita, ma è e resterà sempre un film, un qualcosa di magico nascosto dentro a un dvd, pronto a uscir fuori ogni volta che voglio". No, Synecdoche non riesco a concepirlo fuori da me, è come se mi avessero iniettato qualcosa, un nuova consapevolezza, un tremendo chip che sta letteralmente mandando tutto in tilt. La cosa più incredibile è che io in Synecdoche non mi ci riconosco (come non mi riconoscevo in Melancholia che a questo punto in confronto al film di Kaufman, è davvero un pianeta lontano anni luce, una flebile, pallida luce lontanissima), non voglio e non posso immaginare la bellezza, l'unicità e la grandiosità della vita ridotta a una profondissima ma assolutamente deprimente condizione priva di speranza. Però quel chip, quel tarlo, è entrato dentro, e malgrado posso e probabilmente riuscirò ad allontanarlo il più possibile dal cuore, mi sta mandando in pappa il cervello.
So, ho l'assoluta certezza, che questo per me rappresenta il mio punto di non ritorno cinematografico.
Da una parte avrebbe addirittura senso chiudere il blog perchè la mia ricerca è finita.

Un mio grande amico a cui dedico con tutto il cuore questo post mi ha raccontato ieri una puntata di South Park.
Cartman e Kenny organizzano uno scherzo. Creano una finta fotografia di un ragazino scomparso.
Però al posto del viso utilizzano il sedere di Kenny.
Il fatto sta che si presenteranno a casa di Cartman due genitori veramente in cerca del figlio scomparso.
Al posto dei visi hanno due culi.
La situazione è troppo comica, Cartman non ce la fa nemmeno a ridere.
E' andato in corto circuito, gli si è rotto il fusibile dell'umorismo.
Una probabile overdose di risa gli è implosa dentro.
E' il non plus ultra.
Ora non deve far altro che cercare con tutte le forze di riacquistare quel senso dell'umorismo andato a farsi fottere per un overload.

Ecco, a me si è rotto un fusibile.
Non so il fusibile di cosa ma si è rotto per un overload.
Il fatto è che se non l'aggiusto, se non ne trovo un altro, il cinema resterà comunque la mia più grande passione ma non sarà più una ricerca.
Se vinci un'Olimpiade puoi continuare comunque ad eccellere nel tuo sport, divertirti ancora, godere lo stesso delle vittorie e disperarsi allo stesso modo delle sconfitte, allenarsi ogni giorno della tua vita, fare di tutto ma, sotto sotto, sai che il massimo l'hai raggiunto e, anche se cerchi di nasconderlo più che puoi, la malinconia ti assale, quelle luci della ribalta si sono spente per sempre e per quanti neon ti possono accendere in faccia dietro il naso ti si forma un'ombra nerissima.

Malgrado tutto, ci sentiamo domani per un altro film.
Quando vedrete Synecdoche non potrete avere le mie stesse sensazioni. E' come se tutti dovessimo innamorarci della stessa donna, impossibile, neanche fosse la più bella ed intelligente del pianeta.
Spero solo che possiate capirmi.
Perchè io non mi capisco.

20.3.12

Recensione: "Synecdoche New York"

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Immaginate di conoscere il nome della donna della vostra vita.
Immaginate di sapere dove abita.
Immaginate di conoscerne i gusti, le passioni, le paure.
Immaginate di sapere com'è fatta, di che colore ha i capelli, come cammina, come vi prenderebbe la mano.
Immaginate tutto questo senza averla mai vista.
Poi, finalmente, immaginate di incontrarla.
E tutto quello che già sapevate si materializza finalmente davanti ai vostri occhi.
Sì, perchè in questo blog un anno fa scrissi che era stato girato il film più bello che avessi mai visto senza che lo avessi visto ancora.
Ne conoscevo il titolo, sapevo chi era l'attore principale (Seymour Hoffman, per me, lo dico da tempo, il più grande di sempre), sapevo chi l'aveva scritto e girato (Kaufman, un genio), sapevo la trama.
Insomma, come la donna di cui sopra, sapevo tutto di lui.
Sapevo tutto ma non ne avevo mai visto un singolo fotogramma.
Fino ad oggi, il giorno che precede l'arrivo della Primavera.
Primavera significa l'inizio, un nuovo e splendente inizio. Non poteva esserci giorno migliore.

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Dovrei rivederlo più e più volte.
Dovrei rivederlo per poterlo capire anche soltanto un pochino di più, malgrado ho quasi l'assoluta certezza che la sua comprensione assoluta sia una cosa cui, probabilmente, non arriverò mai.
Preferisco allora scriverne a visione appena terminata, perchè se da un lato dovrò giocoforza lasciare qualcosa alla comprensione, dall'altro potrò ancora beneficiare dell'incredibile emozione che mi ha lasciato addosso.
Synecdoche New York è un film che non andrebbe nemmeno paragonato al 99% del resto della produzione cinematografica. Tutti gli altri film, probabilmente, non dovrebbero nemmeno poter mangiare allo stesso tavolo.
Un film che parla della vita e della sua transitorietà, della morte, del nostro piccolo ruolo in questo corto spettacolo che è la nostra esistenza, della ricerca di un senso o semplicemente della felicità, del tentativo di capire noi stessi e la nostra identità, del vedere tutte le vite umane come una sola, e unica, dell'attesa, spesso vana, che ci capiti qualcosa di bello per poter cancellare o rendere quantomeno migliore la nostra misera condizione.
Caden Cotard è un regista teatrale cui la vita sta sfuggendo di mano. Il matrimonio è in crisi profondissima, l'ombra della depressione aleggia intorno a lui, la paura di essere un malato terminale non lo fa star tranquillo.  Decide allora di organizzare, per dare una svolta a tutto, un mastodontico spettacolo teatrale mai visto prima, lo spettacolo della sua vita. Costruisce una New York a grandezza naturale dentro dei capannoni. Lavorerà una vita allo spettacolo di una vita.

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Kaufman gioca con il vero e il falso, l'autentico e l'artefatto, il naturale e il recitato, persino con lo scambio di sesso e con il collasso temporale. Impossibile  per lo spettatore non perdersi in questo incredibile ed affascinante gioco di ruoli.
Già dall'inizio si capisce come la morte sia l'assoluta protagonista della pellicola.
L'arrivo dell'Autunno, la morte annunciata dal giornale di Harold Pinter..., la sensazione di Caden di non sentirsi troppo bene, il lavandino che gli esplode e lo ferisce, le quinte che cadono addosso all'attrice. L'atmosfera è fatale, la tensione si taglia col coltello.
E Hazel intanto sta leggendo Il Processo, vero e proprio manifesto di una situazione surreale di cui non si capisce nè la genesi nè si intuisce la fine.
Caden inizia a vedere sè stesso fuori da sè stesso, una specie di Uno, nessuno e centomila pirandelliano (opera fortemente riscontrabile in tutto il film). Da qui in poi anche lo spettatore non ha più certezze, fatica a mettere paletti cronologici (lo stesso Caden si confonde continuamente), vede persone invecchiare ed altre no, cerca affannosamente di capire se quella tal scena sta avvenendo veramente o è solo frutto della propria immaginazione. La surrealtà assale tutto e confonde lo stesso protagonista (un bambino che ha scritto un romanzo xenofobo a soli 4 anni? non è altro che la trasposizione del diario di sua figlia, che magicamente "si continua" a scrivere anche senza di lei).
Un nuovo matrimonio, l'inizio delle prove del SUO spettacolo. Poi Caden comincia ad impazzire. Intanto trova il suo alter ego, l'uomo che interpreterà la sua parte nello spettacolo, un uomo che, nascosto, l'ha seguito passo passo per anni.
Intanto il film a intervalli regolari è sempre inframmezzato dalla morte di qualcuno, vera o presunta che sia.

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Siamo completamente sopraffatti, inermi davanti a tanta confusione.
Ma tremendamente affascinati però. Più volte ho provato un'emozione rara, puramente intellettiva, una specie di sindrome di Stendhal.
Poi arriva la vera emozione, quella a cui se hai un minimo di cuore non puoi sfuggire. L'ultima mezz'ora l'ho seguita in apnea. L'incontro con la figlia morente (e quello precedente spogliarellista in vetrina- "e' mia figlia!, è mia figlia! "), quel dialogo terribile attraverso gli auricolari, quella morte in traduzione simultanea, una death in translation di una potenza incredibile (e quel sibillino "omosessuale" di cui forse capiremo qualcosa poi), il suicidio dell'alter ego (scena straziante con un sublime Tom Noonan), il primo vero e proprio momento d'amore con Hazel prima dell'ennesima morte.
E un elemento nuovo che sconvolge ancora una volta lo spettatore. Chi sta rappresentando chi? Lo scambio di generi inizia a farci venire un atroce dubbio. E se tutto quello che abbiamo visto fosse a sua volta rappresentazione e spettacolo di un'altra vita ancora, di qualcuno che non abbiamo nemmeno conosciuto? la parte femminile dell'uno o quella maschile dell'altro?
Non importa, si parla della vita e del suo essere niente, solo una piccola frazione di secondo se paragonata al Tempo, quello atavico ed eterno.
Di come sprechiamo i pochi anni che ci spettano nell'attesa di qualcosa che ci faccia star bene.
Di come guidiamo nella strada della nostra esistenza limitandoci a ritrovarsi nel tal punto alla tal ora e in un altro punto nel minuto successivo.
E' una visione disperata quella di Kaufman. La speranza in qualcosa aldilà non c'è. E non c'è nemmeno la possibilità di vivere completamente la felicità su questo mondo.
Non resta che tornare ad abbracciare la propria madre (o colei che la interpreta) e morire proprio quando si era ormai capito come doveva esser portato avanti lo spettacolo, quando forse, cioè, si era finalmente compreso quel senso della vita così imperscrutabile.
Proprio quella madre simbolo di nascita accoglierà la nostra morte.Quella madre che abbiamo forse deluso, imprigionati in un'amore probabilmente sbagliato.
"Dove sono tutti quanti?" esclama Caden/Ellen? Le quinte sono ormai vuote, lo spettacolo non c'è mai stato o, nel caso fosse stato messo su, questo è il momento di calare il sipario.

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Senza dubbio non era questo il significato che Kaufman voleva dare a sineddoche. Forse si riferiva alla vita di uno come paradigma di quella di tutti o alle quinte, piccola parte di New York, a rappresentare l'intera città.
La vera e propria sineddoche però è il film stesso.
Guardi lui ed è come se stessi guardando la Bellezza tout court.
Domani è primavera.
Anche per me.

"Ho scoperto come portare avanti lo spettacolo.
Si svolgerà tutto in un solo giorno.
E quel giorno sarà il giorno prima della tua morte, il giorno più felice della mia vita.
E così sarò in grado di riviverlo per sempre"


( voto 10 )


19.3.12

Recensione: "Live! Ascolti record al primo colpo"

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Solo un demente come me può trovare un aggancio tra l'ultimo film recensito, l'incredibile One-eyed Monster e questo Live! (il punto esclamativo non glielo regalo certo io, è sempliccemente così).
Sì perchè nemmeno a farlo apposta sono uno l'esatto contrario dell'altro. Il primo è assurdo, improbabile, senza senso ma riesce comunque a risultare vero, genuino e credibile, il secondo vorrebbe essere vero, genuino e credibile mentre in realtà si rivela un pastrocchio finto ed improbabile come raramente se ne vedono.
Il soggetto, attualissimo, specie nell'anno di uscita del film (2007), riguarda l'inesorabile deriva del reality show, la ricerca dell'audience ad ogni costo, il trash che si lorda del sangue, della tragedia, per risultare più appetibile.
Sì, perchè la responsabile dei programmi di una grande tv americana, l'insopportabile Katy -un'ancora più insopportabile Eva Mendes- insieme alla sua troupe sforna un'idea geniale: un reality show nudo e crudo in cui 6 persone giocano alla roulette russa (peraltro senza far girare il tamburo ogni volta, ossia morte certa di uno). E' uno spettacolo ovviamente unico che mette in palio un fracco di soldi, roba per la quale avere solo il 16% di morire alla fine è un rischio da poter correre in effetti. Lo show, non si sa accettato da chi, SI FARA' , il morto ci sarà ma almeno lo spettatore avrà la sua gratificazione personale con un'altra morte, questa non da copione, ma immensamente più giusta.
Il problema di Live! non è la trama, anzi, questo è un soggetto che messo in mani più esperte e mature avrebbe portato probabilmente a risultati straordinari.

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Il problema di Live! è che sia tutto tremendamente finto.
Finto è il modo di girarlo, tutto in mockumentary, quando non ce n'era il minimo bisogno. Questo era un film da regia classica, non scherziamo, che ci sia un operatore che segue la Mendes anche quando va al bagno a ruttare è una cosa assolutamente priva di senso (tra l'altro c'è un montaggio iniziale pieno di ellissi temporali, vera kriptonite dei mockumentary). In più, a differenza degli altri finti documentari, non ci viene nemmeno svelato il motivo di tale scelta.
Finte sono le interpretazioni, specie quella della sopracitata Mendes, esagerata all'inverosimile, a dimostrazione che anche per recitare ruoli senza classe bisogna aver classe.
Finti sono tutti gli orrendi inserti delle interviste ai protagonisti. Tra l'altro è davvero incredibile che dobbiamo sorbircele tutte e per intero, vera e propria cartina di tornasole che dimostra l'assoluta, ripeto assoluta, mancanza di idee che sta alla base del film. E tremendamente finti, per restare in tema, sono anche i vari talk show di presentazione al programma.
Finta, soprattutto, è l'intera architrave del film, ossia il dover credere che in un paese teoricamente civile come gli Stati Uniti lo Stato possa accettare un programma dove si uccide sine dubio un individuo, peraltro in modo così cruento. Sarebbero stati molti gli escamotage per evitare questo, fare uno show clandestino, ambientare il film in un lontano futuro distopico o in un paese meno civilizzato, trovare un reality con qualcosa sì di pericoloso e forse anche mortale ma non l'esecuzione sicura di un concorrente in un modo così efferato. Come può lo spettatore credere alla vicenda che ha davanti agli occhi? A uno show visto da centinaia di milioni di americani ambientato negli anni 2000 in cui tra vallette e lustrini si fa saltare il cervello di un uomo?
Con i parenti che stanno lì in prima fila in apprensione vedendo il loro amato caro con una pistola sulla tempia?
Sì, è vero, questo è un film autoriale sulla deriva dei reality, la scelta quindi è stata ottima ed incisiva.
Ma per favore...

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Gli ultimi 20 minuti sollevano un pochino la pellicola, ovviamente con la roulette russa un minimo di tensione c'è sempre, impossibile negarlo. Ma anche qua l'assoluta mancanza di idee di cui sopra porta a uno schematismo davvero incredibile. Per 5 volte, inquadratura per inquadratura, abbiamo lo stesso iter. L'odioso presentatore che chiacchiera, il filmato del protagonista, la pistola che arriva, il piano di ascolto sui parenti, la pistola alla tempia, lo sparo (a salve o no), la cabina di regia dove arrivano i dati dell'auditel, il regista che con la voce di Peter Griffin ordina di mandare la musica.
Sempre uguale.
Sempre.
Ma il nostro crogiolo di finzioni deve ancora presentare le sue due carte migliori.
Il ragazzo si fa saltare la testa e muore sul colpo in un bagno di sangue.
L'ultimo quindi è salvo.
La gente inizia ad applaudire, c'è la standing ovation.
(riga vuota per il velo pietoso, anzi 2)
 Per fare certi film serve maturità, credibilità, tatto e non sprezzo del ridicolo.
Poi alla fine c'è l'altro omicidio.
Meno male direte, il finale risolleva un pò.
No, prima dei titoli appare
IN MEMORIAM
con la data di nascita e di morte della protagonista
 e forse per la prima volta nel film si desidera che l'ennesima pessima finzione in realtà non sia tale.
Sperando che i parenti della Mendes non leggano.

( voto 4,5 )

17.3.12

Recensione: "One-Eyed Monster"

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Sono in tremendissima difficoltà.
Devo resistere a una tentazione cui credo sia  impossibile resistere.
Immaginate di trovarvi in un'isola deserta, non mangiare da una settimana e trovarvi poi davanti una carbonara.
E immaginate di non poterla mangiare.
O di giocare la finale dei Mondiali e avere la palla per vincere la Finale davanti ai vostri piedi, a 2 cm dalla porta.
E non poterla calciare.
Oppure vedere One Eyed Monster e aver pronte 23 battute con la parola "cazzo" all'interno.
E non poterle scrivere.
Quindi non assicuro niente al lettore, cercherò di resistere alla tentazione ma potrei tranquillamente cederle in maniera fragorosa. Casomai metterò tra due parentesi ((  )) i miei pensieri, quello che avrei voluto scrivere ma non ho potuto fare. Se dovessi lasciarmi andare però chiedo scusa in anticipo a tutti.
Sì, perchè questo autentico capolavoro del trash ha una trama veramente allucinante (( a cazzo )) che solo per il fatto di essere stata partorita merita le corone d'alloro del trionfo cinematografico.

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Una troupe va a girare un film porno in una sperduta baita di montagna. Senonchè una specie di stella cadente colpisce il porno attore principale intento a trovare l'ispirazione perduta fuori dalla baita. Lui rientra, gira la scena in maniera strepitosa ma poi accade qualcosa. Per farla breve, il pene gli si stacca dal corpo. Quel pene diventerà un (( cazzutissimo )) serial killer. Così uno ad uno i membri della troupe saranno fatti fuori da un altro membro, il membro di Ron Jeremy, forse il più importante porno attore di sempre dopo John Holmes, la cui lunghezza d'arnese è inversamente proporzionale all'avvenenza del "portatore". Diciamo, senza voler offendere nessuno, che Ron Jeremy è praticamente un uomo deforme con una mazza da baseball di 24 cm.. E' molto importante questo dato perchè in One Eyed Monster abbiamo così un'altra novità, per la prima volta nella storia del cinema siamo a conoscenza dell'altezza ufficiale del serial killer. Si sono fatte sempre delle supposizioni su quella di Jason, Michael Myers o Jack lo Squartatore, qui, ripeto , abbiamo un dato certo, 24 cm (a referto).
Ma torniamo al film. Quella che stupisce è la qualità dell'opera, non avrei mai pensato che in un film (( del cazzo )) di questo tipo avrei potuto trovare una così alta cura nella scrittura, dei dialoghi a dir poco strepitosi ("Angel ha un cazzo in bocca!" "E allora?" "Sì, ma non è attaccato a nessun uomo!" -- "non so che forma di vita era prima, qualsiasi cosa era prima ora è un cazzo" --- "e se ora a lei si stacca anche la fic..?" "mi dici come può scappare una fic..?") delle trovate geniali (il macchinario-vagina, da Olimpo, o il topo sderenato), una notevole forza dissacrante (l'indimenticabile racconto sul Pene Killer in Vietnam "sentivo un rumore terribile, come di 30 uomini massacrati da un cazzo"), un livello di recitazione in 2,3 elementi davvero notevole e anche un pizzico di malinconia nella figura dell'attore ormai sull'orlo del declino (sia in Ron Jeremy, la cui morte quasi commuove, che in Veronica Hart, che lascerà questo mondo in modo eroico, implosa da un'eruzione di Seme).

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La cosa più incredibile è che malgrado la trama e la scurrilità del linguaggio non si raggiungono mai livelli di volgarità fastidiosi, c'è un'atmosfera surreale e divertentissima che fa leva quasi completamente sulla brillantezza della scrittura e delle trovate (i nudi, ad esempio, sono quasi inesistenti, non si vede un cazzo se non quello Killer). Se devo trovargli un difetto ci sono un pò di momenti di stanca nella parte centrale e finale del film, tutto nella norma, impossibile mantenere il ritmo vertiginoso ed entusiasmante del resto del film.
Non avrei mai pensato in vita mia di ritrovarmi a consigliare un film che vede un pene uccidere delle persone.
E non avrei mai pensato di poter scrivere in una recensione una parolaccia così volgare così tante volte.
Ma io quella carbonara me la magnerei anche a fronte di un'offerta dissuasiva di un milione d'euro.
E quel pallone lo calcerei anche se contemporaneamente dovessi causare, tipo in" The Box", la morte di una persona nel resto del Mondo.
Quindi recensire One Eyed Monster lasciando il cazzo di fuori è assolutamente impossibile.
E se vi ho dato fastidio non posso farci niente.
Ho semplicemente raccontato un film così com'è.
E se sti film vi causano l'orticaria problemi vostri.
Potete sempre vedere il Transformers di turno.
Meglio il Pene Folle Assassino di Ron Jeremy che i robottoni che fanno a botte.
Meglio un film sul cazzo che uno a cazzo.
Almeno sul primo gli scorre il sangue dentro.

( voto 7 )

14.3.12

Gli Abomini di serie Z ( 16 ): Recensione "Asylum (2007)"

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CHI VUOLE PUO' PASSARE DIRETTAMENTE ALLA RECENSIONE DOPO LA LINEA DIVISORIA

"Pronto"
"Sì, pronto"
"Sì, io la sento, lei?"
"Sì, scusi, parlo col signor O daestu?"
"Più o meno, mi dica"
"Niente, ho saputo che ieri ha visto il mio film"
"In che senso scusi? Ieri ho visto un film in dvd, non vedo come lei possa entrarci in qualche modo. Tra l'altro una boiata pazzesca, Asylum"
"Sì, quello"
"Ah, capisco... Quindi lei sarebbe il regista, mi sta prendendo per il culo? E' evidentemente uno scherzo, come fa a sapere che ieri ho visto quel film?"
"Queste sono informazioni che non posso darle,mi dispiace. L'ho chiamata solo per chiederle la cortesia di non stroncare il film..."
"Come meriterebbe"
"Esatto"
"Ma scusi, le mie recensioni le leggeranno una decina di persone, cosa le interessa se lo stronco?"
"Appunto"
"Appunto cosa?"
"Dieci persone, se scrivesse una recensione che ad esempio esalta il film, dieci persone interessate sarebbero moltissime per i nostri standard"
"Capisco"
"Grazie"
"Ascolti, io posso fare come dice lei, non voglio nemmeno una lira, solo togliermi qualche curiosità"
"Mi pare il minimo che posso fare, mi dica"
"Perchè come location del film ha usato una scuola eretta sopra un ex manicomio? Ma non lo sa che gli edifici eretti sopra i vecchi manicomi o i cimiteri indiani hanno rotto letteralmente le palle?"
"Non mi è venuta un'altra idea sinceramente. E, devo ammetterlo, ero indeciso tra l'ex manicomio e il cimitero indiano"
"Ah... bene... come ha fatto a scrivere personaggi così irritanti? Cioè, il palestrato e il responsabile non se reggono"
"Mi sembravano buone caratterizzazioni a dir la verità"
"E poi i soliti clichè... Il matto che ha sempre ragione, l'ex manicomio dove trovi subito il dossier giusto, i ragazzi che muoiono uno a uno alla Final Destination, la sp..."
"Basta, la prego, credevo che fossero idee nuove"
"Ascolti, le dico quello che ho meno sopportato. Finchè fate film orrendi bene, ma mi pare che abbiate cercato de atteggiavve a strizzacervelli. Com'è possibile che ogni personaggio aveva un passato così tragico? E il mostro che prima de falli fuori glie fa ogni volta il pippone psicologico tipo Raffaele Morelli? Allora, c'è il primo che era il disadattato sociale, la seconda che il ragazzo la corcava de botte, il terzo, quello palestrato insopportabile, che invece era un obeso che la mamma lo costringeva a magnà, la quarta poraccia c'aveva il babbo maiale e incestuoso, il quinto un drogatone perso che aveva fatto morì il fratellino e la sesta, la protagonista che c'aveva avu..."
"Si fermi, la prego. Qua davvero non posso darle ragione, non erano buone idee?"
"Certo, certo... ottime, facevo solo una carrellata. Posso chiederle l'ultima cosa?"
"Può chiedermi tutto quello che vuole, l'importante è che poi mantiene quanto concordato"
"Ma come caspita avete fatto a conciare il mostro alla fine in quella maniera??? Sembra uno di quei gay amanti del fetish o del sadomaso che si vedono sui carri del Gay Pride. E poi la scena finale... quelle anime che escono dalla testa del dottore matto... Sa una cosa? Mi ha divertito molto, se non sbaglio sono le anime di tutte le persone che ha ucciso no?"
"Esatto"
"Allora posso proprio dire che sono le anime de li mortacci sua"
"Sta dicendo a me? non glielo permetto"
"No, no, parlavo del gay sadomaso. Va bene, cosa devo scrivere insomma?"
"Mah, non lo so, scriva che Asylum è uno dei migliori horror degli ultimi 5 anni, un incubo senza fine, un viaggio dentro la pazzia, una sconcertante opera veduta la quale nessuno di noi sarà più lo stesso"
"Basta?"
"Sì"
"O.k, la saluto. Magari venga a commentare nel blog la sua recensione"
"Mi farà molto piacere"
"Arrivederci"
"Addio"
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RECENSIONE ASYLUM

Asylum è uno dei migliori horror degli ultimi 5 anni, un incubo senza fine, un viaggio dentro la pazzia, una sconcertante opera veduta la quale nessuno di noi sarà più lo stesso.

(voto 3)

13.3.12

Recensione: "The New Daughter"

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Ora vi svelerò un segreto saputo il quale potrete vivere sereni il resto della vostra vita: io odio i film che parlano di cimiteri indiani.
Mi sono letteralmente rotto le pal...pebre (nel senso che non ce la faccio a vederli) di avere a che fare con case, ospedali, ville e quant'altro costruite SOPRA i cimiteri indiani. Quando poi si arriva addirittura al paradosso di un "nostro" cimitero eretto sopra uno indiano allora alzo veramente le mani.
Fortunatamente The New Daughter esce dal clichè, perchè la casa non è sopra ma a 200 metri dal tumulo dei nativi...
Durante tutto il film mi son chiesto se tra tutti gli indiani sepolti là sotto magari ce n'era qualcuno di quelli con cui aveva ballato Kevin Costner anni fa. Già perchè il buon Kevin, attore che mi emoziona come Rosy Bindi nuda, è il protagonista di questo thriller-horror che, anche se dalla locandina non parrebbe, è davvero molto recente. L'altra protagonista, la piccola Ivana Baquero, la porto ancora nel cuore, distesa e morente nello struggente finale di quel grande capolavoro che è Il Labirinto del Fauno. Anche qua se la cava alla grande ma non è questo il punto.
Ritiriamo le fila del discorso.

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The New Daughter racconta di un padre (lasciato dalla moglie) che porta a vivere i due figli in un un posto lontano, per cercare di ricominciare una nuova vita. Ovviamente sceglie una villa isolata, ovviamente c'è di mezzo un cimitero indiano, ovviamente gli spiriti di tale cimitero entreranno pesantemente nella vita della tutt'altro che allegra famigliola. La figlia cambierà completamente carattere diventando, come titolo, una "nuova figlia", posseduta in qualche modo da qualcosa che abita dentro (e fuori) il tumulo dei nativi americani (bello nativi americani, me piace).
Il thriller con venature horror è davvero un genere pericoloso. Ormai il grande lago delle Idee Originali è quasi completamente prosciugato, ne resta soltanto una piccola pozzanghera. Il problema è che New Daughter evita accuratamente di sporcarsi anche solo di striscio con tale pozzanghera...
Tutto è già visto e rivisto, il che non deve essere per forza un difetto se si riesce a dare un tocco nuovo alla materia. Ma il tocco nuovo non c'è. Intendiamoci, non è un brutto film, è uno di quei titoli che si consigliano entrati in videoteca a quei clienti non troppo esigenti. La forza principale risiede probabilmente nell'interessante caratterizzazione dei rapporti famigliari, nel vedere le difficoltà di un padre incapace di gestire da solo due bambini tanto da attraversare un vero e proprio tormento interiore nel sentirsi inadatto a tale ruolo. E abbastanza interessante è anche il parallelismo tra le vicende del film e quelle delle formiche e della loro Regina, tanto che alla fine mi era quasi venuto il dubbio che di paranormale ci fosse nulla e di trovarci invecedavanti a beeepppppppp, insomma, che tutto fosse tutto reale. Oh, a proposito, il bravo regista Berdejo (perchè il film comunque è girato bene) a un certo punto mette 5 minuti di The Descent e poi ricomincia il proprio film.

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Tra personaggi inutili e quasi dannosi come la maestrina e lo scienziato pazzo esperto di tumuli indiani (insomma, uno con cui non andrei d'accordo), scene assolutamente regalate al Caso come Balla coi Lupi che va a cercare la casa bruciata in un altro stato e ha un delirante dialogo con un altro personaggio macchietta e un finale che, se ho capito bene, è cattivissimo (molto bella l'idea del riflesso nel quadro di vetro però) arriviamo alla fine un pochino dubbiosi se si sia visto un buon horror oppure l'ennesima boiata ben confezionata ("un maiale vestito a festa" dicono dalle mie parti). La bilancia di Forum mi fa propendere però per la seconda ipotesi.
Colpa di un solo sasso, ma pesantissimo.
La presenza del cimitero indiano.
Evidentemente sti americani non riescono a farne a meno.
Un atavico senso di colpa li pervade.
E' come prendere un qualsiasi film tedesco.
Trovatemene uno dove esplicitamente o implicitamente, di striscio o di petto, non ci siano rimandi agli orrori degli anni 40.
Che non sia un porno per piacere.

(voto 5,5)

11.3.12

Recensione: "Garage Olimpo"

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Il rumore della pallina da ping pong risuona dentro il garage ossessivamente.
Quel rumore monotono simbolo di svago, di rilassamento.
E fuori dalla porta del garage la gente conduce la propria vita tranquillamente, passa trafelata con la sua 24 ore, si scambia un bacio fugace, pensa che bel paese è questa Argentina bagnata dal sole e con un ragazzino che col pallone li farà credere che Gesù Cristo esiste, ed è pure sceso in Terra anche se invece di essere alto e biondo è  basso, tarchiatello e con un cestone disordinato di capelli neri.
Già, probabilmente Gesù Cristo però, quello vero, si è fermato alla porta di quel garage e non perchè non ami il ping pong ma perchè, purtroppo, la vita ci dimostra che non sempre può essere dapertutto.
Certo non è mai entrato nel Garage Olimpo.
Vi è entrata Maria però, presa a forza da casa e condotta in questo Inferno di persone scomparse che tali, ahimè, resteranno per sempre.
Perchè l'Argentina del Maradona giovane è questa, uno stato terribile dove basta poco, alcune volte niente, per esser portato via per sempre, interrogato, torturato, umiliato, ucciso.

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Ne avevamo parlato con Polanski, già. Garage Olimpo è la visualizzazione di quello che La Morte e La Fanciulla raccontava soltanto. Badate bene, anche in Garage Olimpo la componente sadica non prende mai il sopravvento, c'è un senso della misura in quello che viene mostrato ed anche gli aguzzini sono raccontati  in maniera così banale e déshabillé che quello che in realtà sono veramente, dei sanguinari ed indifendibili mostri, sembra una cosa del tutto naturale. Ma la gente appesa ai ganci, legata nuda sopra degli sporchi tavoli, bendata, seviziata e umiliata son lì, e Bechis ce li mostra con un senso "etico" davvero raro, figlio forse del rispetto dovuto a un pezzo della storia sudamericana che il regista conosce benissimo essendone stato anch'esso una vittima.
Se c'è un difetto in Garage Olimpo, e questo è davvero strano vista la storia e la materia raccontata, una inaspettata freddezza nello spettatore, l'incapacità di entrare completamente in empatia col personaggio, comunque molto ben caratterizzato, di Maria.
Straordinaria nel prefinale la chiusura del cerchio con la prima scena del film, e quell'inquadratura sotto il letto del Generale è veramente geniale. Terribile la vicenda della madre di Maria, forse ancora più esplicativa rispetto a quello che accadeva nel Garage su cosa fossero capaci di fare quei farabutti, sull'inumanità di tutto quello che stava accadendo (e qui non eravamo sotto l' "ipnosi" del nazismo, il mondo era andato avanti lordo del suo sangue, certe vicende così "istituzionalmente" terribili sono ancora, se possibile, più ingiustificabili).
Si entra nel Garage Olimpo non sapendo niente di quello che sta accadendo.

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Si mette una benda.
Si viene stuprati, torturati e umiliati.
Intanto si sente nella radio una gioiosa musica, la trascinante musica latina.
E quella pallina da ping pong che lentamente va da una parte all'altra.
ping
pong
ping
pong
poi si prende un vaccino o almeno così dicono.
Ci si addormenta.
E poi il Mare.
E intanto Il Ragazzo d'oro fa un goal scartando 7 avversari.
E nella stessa partita, perchè  il calcio a volte, come la Vita, ha un'ironia incredibile, segna di mano anticipando il portiere.
E' la Mano di Dio dirà il Pibe.
No, caro Diego, la Mano di Dio non butta un pallone in rete.
E non butta uomini vivi in mare.

(voto 8 )

1.3.12

Recensione: "La Morte e la Fanciulla"

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presenti leggeri spoiler del finale

Se c'è un terribile periodo oscuro mai venuto completamente alla luce nella nostra storia recente questo è sicuramente quello delle dittature cilene ed argentine degli anni 70 e dei primi anni 80, anni di terrore contraddistinti dal terribile fenomeno dei Desaparecidos, ovvero quelle persone rapite per motivi (o presunti tali) politici dalle forze governative e poi letteralmente scomparse. Si scoprirà poi che dietro queste sparizioni si nascondevano campi di concentramento, torture e nella maggior parte dei casi la morte. Memorabile fu lo scandaloso Mondiale di calcio del 1978 in Argentina quando tutto il mondo si divertiva e festeggiava tra le strade del paese malgrado si sapesse benissimo quali orrori e torture si perpetrassero nelle stesse strade. Il Governo usò il Mondiale (tra l'altro vinto "rubando", ma non poteva non essere così) per nascondere la verità e far apparire l'Argentina come un gioioso e tranquillo paese in democrazia.
Tutto questo cappello perchè credo che qualsiasi film tratti tali argomenti abbia questo come merito principale, ossia far conoscere, a chi non ne avesse mai sentito parlare, una pagina di storia terribile che soltanto i numeri e le motivazioni (non definitive come la celebre soluzione finale) possono far apparire come tragedia minore rispetto, ad esempio, alla Shoah.

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E se qualcuno nel Cinema ha preso il tema di petto, in modo molto drammatico come nello splendido Garage Olimpo ed altri in modo quasi paranormale come in Immagini, ecco che Polanski affronta la tragedia con un'evocativa (nel senso che mostra nulla) trasposizione cinematografica di una piece teatrale di pochi anni precedente (curioso come sia dello stesso impianto il suo ultimo film, Carnage, e come anche il titolo, letteralmente "massacro" possa essere abbinato per motivi diversi ad entrambi i film) .
La qualità maggiore del film è proprio la coerenza di Polanski perchè sarebbe stato facilissimo inserire nel film terribili flash back, inserti atti a mostrare tutto quello che nella pellicola viene soltanto raccontato. Sarebbe stato facile far presa sul pubblico e realizzare un film shock di denuncia pieno zeppo di immagini nude e crude (si parla di elettroshock, sodomia a ragazzine, torture devastanti, umiliazioni disumane) ma il grande regista polacco mantiene fino alla fine la sua impronta teatrale, la sua unità di luogo (una casa sperduta), tempo (una nottata) e azione (una coppia che tiene segregato un presunto ex torturatore del regime).
E così la storia di Paulina, la donna che riconosce in quel dottore-piombato quasi per caso in casa sua- il torturatore che da ragazzina la martoriò fisicamente e psicologicamente, è semplicemente la storia del tentativo di far venire a galla la verità storica, una storia sì di vendetta, perchè altro non può essere, ma di una vendetta più etica, morale che fisica. Paulina rappresenta tutte le vittime innocenti di quella tragedia, il dottor Miranda tutti i carnefici e l'avvocato Gerardo, il marito di Paulina, quello Stato che in teoria vorrebbe sì far venir fuori tutto quello che successe ma in realtà sembra essere soltanto spettatore passivo, entità che più che indagare e condannare sembrerebbe preferire soltanto dimenticare. E non è un caso che durante gli stupri subiti da Paulina il medico usasse ascoltare La Morte e La Fanciulla di Schubert, archetipi perfetti per simboleggiare il regime dittatoriale dell'epoca (la morte) e l'innocenza della maggior parte delle loro vittime (la fanciulla).

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Ad una prima parte un pochino lenta e ingarbugliata segue un'ora serratissima, in cui più di una volta lo spettatore è disorientato e arso dal dubbio se quel dottore sia stato veramente il torturatore che ricorda Paulina (tecnica simile a quella di Hard Candy e Il Dubbio). La Weaver è perfetta, Kingley, con quell'aria luciferina, sempre grande.
Il finale è gestito in maniera perfetta. Il pathos della telefonata a Barcellona mentre contemporaneamente Paulina porta Miranda alla scogliera, la confessione di Miranda (tutta in primo piano senza nessuno stacco sul piano d'ascolto nè di Paulina nè di Gerardo, davvero notevole ed inusuale), l'umiliante perdono, forse peggiore della morte, che Paulina concede al medico, il concerto finale sulle stesse note di Schubert con quello scambio di sguardi.
Davvero grande cinema.
Ed utile, se mai fosse possibile, per non dimenticare.

( voto 8 )