29.2.12

Al Cinema: recensione "Quasi Amici"

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"Io il culo non glielo svuoto" tuona Driss, un omone nero di 1,90, disoccupato delinquentello trovatosi catapultato d'amblè dalle strettezze e sporcizia della banlieu alllo sfarzo e alla pulizia di un villone aristocratico. Quel culo, tanto per essere chiari, è di Philippe, il padrone di quel villone, un uomo che ha tutto ma non ha niente, che preferirebbe perdere tutte le ricchezze che possiede in cambio di un corpo sano. Già, perchè Philippe è tetraplegico e non sente nulla dal collo in giù. Driss e Philippe sono tutto l'opposto, bianco e nero, sano e malato, alto e basso, sboccato e raffinato, povero e ricco, delinquente e persona tutta d'un pezzo, ma queste differenze non contano nulla quando si crea quella particolare chimica. Driss è un puro, uno che non ha sovrastrutture, uno che non ragiona, uno che agisce d'istinto (andatelo a chiedere al vicino di casa), uno che dice quello che pensa e non pensa quello che dice. Per questo l'ha scelto Philippe, perchè non ha bisogno di compassione e di qualcuno che lo comprenda ma di qualcuno che lo faccia vivere, che lo pigli per il sedere anche senza svuotarglielo, che lo faccia ridere ed uscire da quella prigione che non è soltanto il suo corpo ma anche tutto quello che gli sta intorno, di qualcuno che lo faccia andare più veloce, a costo di modificare il motore della carrozzina. 

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Perchè l'umorismo è il sale della vita ed anche se quello di Driss è di grana grossa poco male. E di umorismo ce n'è tanto in questo capolavoro, qualsiasi lato tragico è schermato dalla leggerezza, dalla semplicità, dall'ironia. E il culo svuotato, tanto per tornare sempre sullo stesso punto, è protagonista di una gag di straordinaria vis comica, così potente da far dimenticare completamente la tragedia che tale espressione nasconde. C'è una grazia inusuale che aleggia nella pellicola, sarà l'immensa colonna sonora (curata da Ludovico Einaudi), saranno le straordinarie interpretazioni dei due protagonisti (con un Cluzet- appena visto dal sottoscritto nel bellissimo Non dirlo a nessuno- impressionante), sarà la capacità di creare situazioni comiche come dio comanda tipo il ragazzino che torna a portare le brioches col la molletta nei capelli o il thè bollente versato nelle gambe, sarà la capacità dissacrante che investe tutto, dall'Arte (con il quadro di Driss venduto a 11.000 euro) all' Opera ( spettacolare Driss "ma è un albero che canta! voi siete tutti impazziti..."), dall' Handicap (praticamente tutto il film) alla Musica Classica, sarà quello che volete ma è raro provare una piacevolezza così nel seguire un film.

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Quando poi nelle scene precedenti il meraviglioso finale- che sarà pure telefonato ma non ce ne frega niente- (come quando da giovani innamorati squillava finalmente quel telefono, e per quanto potevamo aspettarcelo l'emozione era intatta), dicevo nelle scene precedenti ho avuto una visione. In Philippe rimasto con quei baffetti non ho visto il Fuhrer, ma chi il Fuhrer l'ha sbeffeggiato. Sono convinto che a lui sto film sarebbe piaciuto, che l'avrebbe voluto interpretare, perchè nessuno più di lui ci ha raccontato la tragedia e la gioia con la stessa grazia. Avrebbe posato bastone e bombetta in terra e si sarebbe messo su quella carrozzina, vecchio Verdoux riuscito finalmente a fregare la vedova giusta ma ad un prezzo troppo alto. E magari a spingere quella carrozzina poteva esserci Buster, pronto lì a prenderlo in giro e trattarlo male ma incapace questa volta, l'unica nella sua vita, di trattenere quel sorriso che mai ci ha mostrato quando finalmente avrebbe visto Charles incontrare la donna che amava.
Ma non è comunque qua l'anima di Quasi Amici.
E' in quel volo in parapendio.
E non solo perchè Philippe torna nel luogo del delitto, non solo perchè cerca di trarre linfa vitale in una cosa che la vita gliel'ha distrutta, non solo perchè è una liberatoria elaborazione di un lutto che, ahimè, non sarà mai del tutto elaborato ma lo accompagnerà fino alla fine.
No, perchè è la reificazione massima del volere è potere.

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Perchè quel volo, magari sulle note indimenticabili di un Nessun Dorma, qualcuno l'aveva già fatto prima, ma un conto è sognarlo, un altro farlo davvero. Perchè se le sensazioni possono essere le stesse, anzi, forse addirittura amplificate dal sogno, poi però quando ti svegli è tutto diverso. Hai visto le stesse cose, hai sentito l'aria sbatterti sulla faccia allo stesso modo, ma non hai gli occhi diversi da prima, non hai la pelle arrossata da piccole punture di felicità.
E Philippe ha dimostrato che quel mare dentro può esserlo anche fuori.
E che non sempre ci sono lo scafandro e la farfalla.
Ma che lo scafandro può essere una farfalla.

( voto 9 )

28.2.12

Recensione: "Innocenti Presenze"

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Peccato. Dopo un'ora di visione stavo già affilando i polpastrelli e aguzzando l'ingegno per mettere su una recensione-demolizione divertententissima (perchè non potete negare che lo siano, ammettetelo, non avete mai letto niente di così divertente come le mie recensioni-demolizioni, è una ammissione che vi metterà in pace con voi stessi, inutile sfuggire alla verità), dicevo, stavo già pregustando il modus demolendi da attuare quando purtroppo, ma veramente purtroppo, il film MIGLIORA in modo così netto da farlo balzare, novello Sotomajor, oltre la noiosissima asticella della mediocritas. E così mi ritrovo a parlarne male e bene, che pizza...
Fingerprints (è il titolo originale, a proposito, mi chiedo, ma c'è una parola italiana per le impronte di mani assimilabile all"orme" per i piedi? In Umbria diciamo "manata", boh... qui letteralmente tradurremmo "impronte digitali" ma non mi soddisfa, significa altro) ha vinto il New York Horror Film Festival, kermesse che già in passato ha visto trionfare prodotti altrettanto mediocri.
E' la classica storia di bambini morti che poi diventano fantasmi che ritornano con una spruzzata di serial killer nel presente legato al fattaccio nel passato (un incidente ferroviario in cui, appunto, morì un'intera scolaresca).

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 La trama sta a galla meno di una Costa Crociere, la noia banchetta, le scene nel college ti portano a premere nervosamente ma troppo delicatamente il tasto di STOP sperando che una delle pressioni risulti invece più decisa delle altre e lo schermo nero ci restituisca tutta la sua bellezza.
Poi però c'è il miglioramentino sopracitato, miglioramentino che nella cultura popolare umbra, quando si parla di malattie, è quella piccola e apparente guarigione che poi inevitabilmente porta al tracollo finale. Invece no, il film negli ultimi 20 minuti ha un suo perchè e riesce a reggere fino al the end regalando al timido miglioramentino lo status di miglioramento definitivo (a parte gli ultimi 10 secondi talmente ridicoli, nel senso anche etimologico del termine, da dover essere per forza dimenticati).
E la cosa incredibile è che per 5 minuti assistiamo ad una scena praticamente identica ad un'altra (successiva) di quel sommo capolavoro che è The Orphanage (sempre sia lodato), con i bimbi che vogliono portare la protagonista a scoprire quello che realmente è successo. Tutto è curiosamente simile, i fantasmi la conducono in un posto, il posto è IDENTICO a quello del "sempre sia lodato" e là sotto la protagonista scopre la verità, peraltro molto cruda e completamente diversa da quella che fino ad allora aveva creduto. Segue poi un flashback che ricorda invece moltissimo Nightmare (in realtà, lo scheletro di trama gli somiglia molto in generale), con la popolazione che giustizia quello che si credeva avesse ucciso e/o importunato i bambini.

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 Ed anche il finale sulle rotaie non è male anche perchè l'ultimo finale su rotaie che avevo visto era quello dell'abominio degli abomini, Il Cartaio del Maestrotoccachiamallocosìavita Dario Argento.
Peccato che tutta l'ora che precede questi 3 bei momenti sia qualcosa di veramente orribile.
Anzi no.
Peccato che tutta la mezz'ora che segue la parte veramente orribile sia troppo buona.
Arriverà l'horrorino indifendibile, arriverà di certo.
Slurp.

( voto 5 )

25.2.12

Al cinema: recensione "In Time"


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Per puro caso (stavo "girando" su youtube) 5 minuti prima di partire per andare a vedere In Time ho visto per la prima volta in vita mia la versione integrale di quell'imprescindibile pietra miliare del cinema che è Il Viaggio nella Luna di Melies. La semplicità di quelle quinte disegnate, di quei rudimentali (e meravigliosi) tentativi di creare degli effetti speciali, l'essenzialità della narrazione contrapposti a quello che di lì a poco sarei andato a vedere, ovvero un distopico sci-fi pieno zeppo di effetti visivi, sono una coincidenza che mi ha incuriosito. E' bello come nell'arco di 15 minuti sia potuto passare dal punto A al punto Z dell'evoluzione cinematografica, oltre 100 anni di storia saltati praticamente a piè pari.
Arrivato poi al cinema il cartellone del film mi crea una strana sensazione che soltanto durante il film riesco a capire. Justin Timberlake. Justin.
Ecco cos'è. Un film che parla del tempo, in cui quasi ogni azione compiuta avviene sul filo dei secondi ha un attore che si chiama Justin. Just-in time, appena in tempo, veramente curioso. E perlopiù Timberlake di cognome, JUSTIN TIMberlake.
Eh sì, che poi nella scena madre del film, probabilmente la più bella, neanche uno che si chiama Justin può evitare che quell'abbraccio in corsa tra madre e figlio si trasformi in un terribile abbraccio mortale. Solo su questo si potrebbero scrivere parole su parole, su come la vita possa cambiare per una stupidaggine, per una coincidenza, per una cavolata, per un briciolo di tempo, per uno stupidissimo e ferale secondo.

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Il tempo, se non lo si fosse capito, è la base di tutto questo blockbusterone travestito da film autoriale, un pò come il suo protagonista, un semplice ragazzo di ghetto che si traveste da ricco possidente di tempo. Sì perchè a 25 anni si finisce di invecchiare e sul braccio ti compaiono le cifre di un countdown, the final countdown per essere precisi, quello che ti separa dalla morte. Il tempo non si limita a scorrere, col tempo ci fai tutto, ci compri le cose, ci paghi gli affitti. E se sei povero quel tempo può finire davvero molto presto, si vive alla giornata come se ogni giorno fosse l'ultimo, cercando disperatamente di guadagnarne un pò di quel tempo, di allungare ancora di un altro giorno una vita appesa a un filo. Si corre nel ghetto, non si può sprecar nemmeno un secondo. Dall'altra parte della città invece tutto è lento e rilassato, ricchi signori campano da decine, alcuni centinaia di anni, perchè a loro il tempo basterà per sempre, e soltanto un incidente mortale potrebbe azzerare il loro orologio.
Parla di tante cose In Time, parla del carpe diem, della bellezza della fugacità della vita contrapposta alla decennale ignavia di chi conduce stancamente la propria esistenza perchè sa di essere quasi immortale , parla dei ricchi e dei poveri e di come i primi traggano linfa vitale dai secondi sfruttandoli e tenendone i fili come marionette, parla di un "governo" inumano, che assiste indifferente alla lotta della sopravvivenza dei propri simili senza intervenire quando potrebbe benissimo farlo, parla di un ragazzo povero che sogna la ricchezza, anche se ricchezza tutt'altro che futile in questo caso,anzi, quanto mai vitale, e di una ragazza ricca che al contrario cerca di fuggire dalla sua prigione d'oro, parla di come i due possano incontrarsi ed amarsi vivendo ogni loro attimo della loro esistenza con un'intensità pazzesca.

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Novelli Robin Hood doneranno speranza, tempo e vita ai poveri, la rivoluzione potrà cominciare, le differenze livellarsi, lo status quo esplodere su se stesso.
E mentre penso tutte queste cose mi accorgo però che il cinema ha comunque bisogno di compromessi, ha bisogno di sfrenati inseguimenti in macchina, ha bisogno, novello 2012, di decine di salvataggi last second, ha bisogno di inserire una miriade di luoghi comuni in un'idea di sceneggiatura semplicemente fantastica. E poi mi ci mettono anche una serie di gnocche paurose dimenticando che non è detto che se tutte hanno 25 anni  è matematico essere gnocche paurose,oppure incidenti stradali in cui due dentro una cabrio ribaltasi 4 volte rimangono nel sedile senza aver le cinture, o gli stessi due che pur avendo un milione di anni di tempo non prendono per sè nemmeno 3,4 giorni ma danno tutto in beneficienza e vogliono giocarsi il finale del film all'ultimo secondo.
Perchè lo spettatore vuole questo e senza donne, motori e colpi di scena adrenalinici si rischiava di avere un film completamente diverso.
Si rischiava di avere un capolavoro.
E questo non ce lo possiamo permettere.

( voto 7)

12.2.12

Recensione: "Non dirlo a nessuno"

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Ma che meraviglia...
Comincio quasi per caso a vedere un film su Rai 4 (stay tuned, probabilmente lo ridaranno questi giorni), un film tra l'altro del quale non avevo mai sentito parlare, e mi ritrovo uno straordinario thriller francese massiccio come il granito e capace anche di volare leggero come una farfalla. Davvero sorprendente.
Che poi all'inizio mi convinceva davvero poco, pareva una puntata di Derrick o poco più.
Poi accade qualcosa, il regista Guillaume Canet tira fuori 5 minuti strabilianti ed io mi ritrovo rapito fino ad arrivare alla fine convinto di aver visto davvero una grandissima pellicola.
Alex Beck è un pediatra che ha perso la moglie 8 anni prima, rapita, violentata e uccisa durante un bagno notturno (in compagnia dello stesso Alex, stordito anch'esso). Una serie di coincidenze porta la Polizia a riaprire il caso. Alex è fortemente sospettato di essere stato l'assassino. L'affaire s'ingrossa e tra altre morti, poliziotti corrotti, ricchi spietati e colpi di scena si arriva al finale (diciamo che è un film che per costruzione, tematiche, atmosfera può ricordare un pò "Uomini che odiano le donne" per capirsi).
Tra l'altro amo moltissimo questo cinema francese (L'avversario, A tempo pieno, L'amore sospetto etc.., è un cinema davvero che mi fa impazzire). E non è un caso che Cluzet ricordi molto Auteil.

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Via di mezzo tra un drammatico tout court e un polar francese Non dirlo a nessuno è davvero sorprendente. Merito di una sceneggiatura davvero portentosa (tratta da quello che a questo punto credo sia un gran libro), di una regia capace di guizzi incredibili, di un cast che fa a gara di bravura e di una tensione sempre costante.
Quando Alex davanti allo specchio del bagno ha il primo flash back (i 5 minuti che dicevo poc'anzi) si resta davvero di stucco. Le immagini del matrimonio si alternano a quelle della cremazione della moglie, la musica -e lo sarà per tutto il film- è meravigliosa, quei due ragazzini che si baciano raggiungono quasi il lirismo. Cavolo, mi son detto, e questo che è?
Parte una storia torbida, difficile (a tratti molto difficile da seguire), che alterna i tempi morti dell'indagine e del ricordo a guizzi d'azione (il lunghissimo inseguimento ad esempio) girate davvero come dio comanda (a proposito, oltre che per l'interpretazione, voglio fare i complimenti a Francois Cluzet - l'attore che interpreta Alex- anche come atleta...). Il primo tempo mi ha ricordato moltissimo l'Haneke di Cachè, il secondo invece è un tourbillon di morti, rivelazioni, colpi di scena. Alex riceve strani messaggi, inizia ad esser davvero convinto che la moglie quella notte sia sopravvissuta. Il problema è che la sua storia di ricerca personale si mischia ad almeno altre due, quella della polizia che vuole incastrarlo e quella di un'altra "polizia", al soldo di un riccone depositario di un terribile segreto, che cerca anch'essa Margot, sua moglie. L'intreccio è impressionante ma alla fine ne usciremo sani e salvi (soprattutto grazie a uno spiegone che per una volta non fa cadere gli zebedei ma tira le fila in maniera perfetta).

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Non dirlo a nessuno racconta anche una grandissima storia d'amore e di come un padre per la propria figlia è davvero disposto a far tutto. Racconta di segreti inconfessabili, di violenze, di pedofilia, di corruzione, di terribili complotti . Canet ha talento, cavolo se ne ha (tra l'altro recita lui stesso nel film, non vi dico il ruolo...). E negli ultimi 5 minuti, tra quel cavallo che cade rovinosamente nell'ultimo ostacolo (volutamente osservato fino alla fine da Neuville, non è altro che metafora di quello che gli sta accadendo) e quel cervo che sbuca dalla boscaglia dimostra come la poesia ogni tanto può flirtare col cinema senza esser pesante. E quell'abbraccio, quelle lettere nell'albero (le stesse del mittente della mail, meraviglioso), quei due bambini...
Ci sono amori che lo sono da sempre.
E un amore che è da sempre non può non essere che per sempre.

( voto 8,5 )

10.2.12

Recensione: "Il Dubbio"

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Stavo improntando tutta la rece sul fatto di come "il Dubbio" abbia un esagerato impianto teatrale quando scopro, appena 5 minuti prima di mettermi a scrivere, come il film sia in effetti la derivazione in grande schermo di una pièce dello stesso regista. Beh, allora si spiega tutto. Sì, perchè quello che avevo notato nel film, e che più avanti riporterò, era davvero una cosa che non mi era mai capitata prima.
Il Dubbio è il classico film recitato, una di quelle pellicole che ha negli attori e nella qualità delle loro interpretazioni tutta la propria spina dorsale (insieme ovviamente a una sceneggiatura quantomeno solida). Da questo punto di vista il livello è stratosferico. Non so quante volte nella storia del cinema, credo mai, sia capitato che tutti gli attori protagonisti venissero candidati all'Oscar per lo stesso film. E non parlo soltanto dei 3 personaggi principali (tra l'altro buffo il mondo, Amy Adams è l'attrice dell'appena recensito I Muppet...) ma anche del 4°, Viola Davis, che compare per non più di 10 minuti. Gli altri due sono Philip Seymour Hoffmann (il miglior attore vivente giusto per ribadirlo) e Meryl Streep...

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Di solito non faccio mai questi cappelli informativi (premi vinti, incassi, festival cui il film ha partecipato etc...) ma stavolta credo fosse doveroso.
La suora Sorella Aloysious, preside di una scuola cattolica fortemente autoritaria, si convince che il sacerdote Padre Flynn abbia avuto degli incontri sconvenienti con un proprio alunno. Comincerà una battaglia psicologica col prete per fargli estorcere la verità.
Mai titolo fu più giusto. Tutto è messo in dubbio, dal fatto che Padre Flynn abbia effettivamente compiuto qualcosa, all'effettiva Fede dello stesso fino ad arrivare al dubbio finale con cui si chiude il film, quello che per una volta sgretola la granitica convinzione della Suora. Il film narra dell'assoluta contrapposizione tra Padre Flynn e Sorella Aloysious, tanto aperto, "giovane" e progressista il primo, quanto chiusa, autoritaria e vecchio stampo la seconda (straordinaria più di una scena in questo senso). In mezzo sta Sorella James (locandina perfetta), la giovane suora che quasi involontariamente fa partire lo scandalo. Crederebbe all'innocenza del sacerdote ma è talmente plagiata dalla preside che riesce forse a vedere cose che nemmeno esistono.
Per il tema trattato -la pedofilia-, la capacità di far restare nel dubbio lo spettatore fino ala fine e l'impianto fortemente teatrale Il Dubbio mi ha ricordato, pur essendo due pellicole completamente diverse, l'ottimo Hard Candy.

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Il pregio più grande del film,ossia l'assoluta solidità dell'impianto, forte ad esempio di dialoghi eccezionali, diventa alla fine il proprio limite. Se infatti è impossibile non restare affascinati da più di una scena, un'analisi attenta rivelerebbe che il film si ferma a più di 40 minuti della fine, Succede infatti (ed è questa l'anomalia che citavo all'inizio) che si susseguano una dopo l'altra 6 scene consecutive di solo dialogo ( il colloquio a 3 nell'ufficio - il fantastico sermone sul pettegolezzo- l'uscita della Streep con la madre del bambino di colore- la furibonda lite tra Padre Flynn e Sorella Aloysious (pezzo di recitazione devastante della coppia Hoffmann-Streep)- l'ultimo sermone del sacerdote- il dialogo finale tra le due sorelle. Praticamente dalla mezzora in poi non c'è più una singola azione, il film si regge tutto nell'ottima sceneggiatura "a bocce ferme" scritta dal regista. Attenzione, questo non è Carnage od un esperimento simile, questo è un film che vorrebbe "andare avanti" narrativamente e nel plot mentre si rivela soltanto un riuscito ed impeccabile confronto psicologico su un (non) fatto accaduto praticamente all'inizio. Siccome questo è pur sempre cinema, avrei dosato il ritmo in maniera diversa.
E tra omosessualità infantile, razzismo e l'autorità spersonalizzante della Chiesa, il film affronta con delicatezza e a bassa voce tante tematiche importanti.
In definitiva sono convinto che a teatro Il Dubbio possa davvero essere un capolavoro, nel grande schermo resta un grande film un pò accartocciato su se stesso.

( voto 7,5)

6.2.12

Al Cinema: recensione "I Muppet"

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La prima domanda da porsi è: "Era proprio necessario?"
Si sentiva davvero il bisogno di riproporre al nuovo pubblico, il pubblico del 3D e degli attori sostituibili dalla CGI, dei vecchi pupazzi finiti nel dimenticatoio da non so quanti anni?
La risposta è:
"Sì"
 Nella vita bisogna sempre guardare avanti, rimboccarsi le maniche, fare di tutto perchè i nostri prossimi giorni e quelli di tutte le persone cui vogliamo bene siano i migliori possibili. Ma è innegabile come la malinconia, l'amara presa di coscienza che tutto quello che è passato non sarà mai più, sia uno dei sentimenti che più spesso e più inaspettatamente ci troviamo ad affrontare. Per questo rivedere Kermit, Miss Piggy, Animal, Gonzo e tutti gli altri straordinari personaggi dei Muppets credo che per molti possa essere qualcosa che fa bene al cuore.
E l'intelligenza dell'operazione, oltre all'istanza di far conoscere i Muppets a chi non ne avesse mai sentito parlare di loro, sta nell'idea che sta in fondo alla trama del film.
I Muppets sanno di non piacer più, le loro Luci della ribalta si sono spente già da tempo. Un loro grandissimo fan, Walter, scopre che un miliardario distruggerà il vecchio teatro dove si esibivano i suoi idoli. Decide di cercarli, farli rimettere insieme e metter su un nuovo grande spettacolo (ricorda molto una indimenticabile puntata dei Simpson, quella del ritorno di Krusty "fate entrare i clooooooown"). Loro accettano.

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Per salvare il teatro, ma forse, per salvare sè stessi.
Walter è anch'esso un pupazzo. Si sente diverso dagli altri, non cresce mai nemmeno di 1 cm mentre suo fratello Gary, uomo a tutti gli effetti, diventa 1 metro e 80. Il film affronta con grande classe e dolcezza una tematica difficile come quella della diversità, o se vogliamo, dell'handicap fisico. Walter riconosce nei Muppets se stesso, il suo amore verso di essi ha radici molto più profonde di quelle del semplice fan televisivo.
I Muppets stessi si rendono conto che da soli valgono poco e niente, che l'unica loro forza è lo stare insieme (Lost?), il cercare di rivivere gli straordinari tempi che furono.
E così tra risate fragorose, canzoni (è un semi-musical) a tratti irresistibili, trovate geniali (il viaggio attraverso la mappa, il montaggio veloce per il reclutamento, grande metacinema) e più di un momento in cui lo spettatore viene assalito da una malinconia incredibile, ripensando a quando ancora ragazzino si metteva davanti alla televisione a vedere rane e orsi di pezza che lo facevano ridere, che lo facevano ridere tanto, arriviamo così al grande spettacolo finale. Le lancette tornano indietro, il cinema si trasforma in tv a tubo catodico, il teatro si riempe e i Muppets fanno quello che sanno fare.
Poi, mestamente, non avendo raggiunto l'obbiettivo di salvare il teatro, camminano per le file della platea dirigendosi all'uscita.

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 E a me piace pensare che tutte quelle persone nella platea vedano sfilare vicino a loro un pezzo della nostra storia, della storia dei loro padri e dei loro nonni. Forse avrebbero dovuto alzarsi in piedi al loro passaggio. Poi fuori succede l'incredibile ma quello è cinema americano, è l'happy ending per emozionarci un pò, è il potere e l'irrealtà di questa magnifica arte. No, i Muppets purtroppo sono quelli che si avviavano all'uscita, è da ricercare lì la vera emozione, sono un gruppo di personaggi probabilmente sconfitti per sempre ma che hanno in 1 cm quadrato di pezza tutto quel cuore e quell'anima che tutti i milioni di euro del cinema moderno (e non solo nel cinema, anche nella vita) non potranno mai comprare.
E adesso devo chiudere. Ci sono quei due vecchietti in galleria che non mi sopportano più.

( voto 8,5 )

4.2.12

Recensione: "L' Ospite Inatteso"

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Quanti di noi portano avanti stancamente la propria vita?
Quanti di noi fingono un'esistenza felice?
Quanti si creano una corazza di convenzioni  intorno soltanto per non permettere agli altri di percepire la fragilità, l'insicurezza, la tristezza che hanno dentro?

Walter è un professore universitario, apparentemente realizzato e felice, in realtà già morto dentro.
Porta avanti da 20 anni lo stesso corso accademico.
E' vedovo.
Cerca di tenere stretto il legame con la moglie imparando a suonare il piano, quel piano sul quale le dita di lei si muovevano così magnificamente.
Ma non ha talento, anche quella è una routine, come tutte le altre.
Un viaggio inaspettato lo porta a New York. Nel suo appartamento trova una coppia di clandestini.
Walter, seppur per pochi giorni, conoscerà la gioia, la musica, la felicità, l'amore. Ma, come spesso accade, le cose brutte della vita cancellano tutte le altre.

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Film sobrio se ce n'è uno questo The Visitor è il classico esempio di come si possano realizzare opere eccellenti semplicemente raccontando una storia. Una storia semplice, così tanto semplice da non avere assolutamente nulla di cinematografico. Quello che è importante non sono tanto i 10 giorni che Walter passa a New York -probabilmente i 10 giorni più intensi dei suoi ultimi anni- ma la profonda e amara malinconia che lo avvolge. Un Richard Jenkins sontuoso (ma di altissimo livello tutti e 4 i componenti del cast) restituisce tutta la solitudine, la calma rassegnazione, la stanchezza, la mancanza di stimoli vitali che molti "vecchi", specie dopo aver perso la propria compagna, si ritrovano a dover (con)vivere.
L'incontro con la giovane coppia, la scoperta della meravigliosa, così naturale ed immediata, musica tribale, l'incontro con la madre di Tarek, sono tutte piccole esperienze che stanno a testimoniare una cosa. Per cambiare del tutto una vita basta pochissimo, una coincidenza, un colpo di fortuna, il coraggio di provare a fare qualcosa mai fatto prima, trovarsi al luogo giusto nel momento giusto. Basta un tamburo suonato in mutande (quel tamburo che scaccia il pianoforte, il nuovo che cerca di far scomparire il ricordo che ti distrugge), gli occhi di una donna che ti guardano in un modo che nemmeno ricordavi.
La vita è dura però.
Perchè come tante cose nascono con poco basta poi anche poco per far finire tutto, un malinteso in metropolitana, un colpo di sfortuna, un paese che si radica su delle regole prestabilite senza aver la voglia di analizzare, di pensare (è un film americano che analizza in modo spietato sè stesso).

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Chi è The Visitor?
E' Walter che arriva nel suo appartamento di New York inaspettatamente?
E' la coppia di clandestini e con loro tutti i clandestini americani?
E' Mouna che piomba così d'improvviso nella vita di Walter?
E se quel visitatore, quell'ospite improvviso fosse la felicità?
Gli ospiti, i visitatori, quasi per definizione, poi vanno sempre via.
Qualcosa possono lasciare però.
Che so, un tamburo per esempio.
ta ta ta tatam
ta ta ta tatam
ta ta ta tatam
e la rabbia prende a manate quel briciolo di felicità rimasto
ta ta ta tatam
che ne sai Walter, magari la rivedrai
ta ta ta tatam

( voto 8 )