31.10.11

Recensione: "Insidious"

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Andare in sala per me è diventato davvero difficile. Un esserino di 15 kg che scorrazza per casa è il motivo principale di questo mio ormai sporadico rapporto col grande schermo.
Per questo preferisco andare sempre sul sicuro.
Per questo gli ultimi due film visti in sala sono stati Drive e Melancholia...
Con l'horror però è quasi impossibile andare sul sicuro ma in questo caso recensioni entusiastiche, la regia di James Wan (da me molto apprezzato nel primo Saw e in Dead Silence) e il consiglio datomi dallo stesso Zampaglione, mi hanno convinto ad abbandonare la famiglia per andarmi a vedere Insidious.
Una delusione, se non enorme, parecchio parecchio grande...
Wan ha tentato il colpaccio, l'horror della vita. Purtroppo ha fatto il passo almeno un metro più lungo della gamba ed è inciampato rovinosamente. Il film, sebbene discreto, è un autentico pastrocchio, privo di qualsiasi coerenza narrativa e strutturale.
Insidious è una delle tante rivisitazioni del filone casa stregata. Anzi, è una delle tante rivisitazioni del filone bambino posseduto.
O tutti e due.

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Fatto sta che malgrado riesca a creare una discreta atmosfera, c'è la netta sensazione che si assista al classico film puramente di "scene", ossia sequenze d'effetto tutte legate sottilmente da una laboriosa quanto esile trama. I richiami a opere precedenti sono lampanti, quasi da plagio quelli all'indimenticabile The Orphanage -per chi scrive l'horror più bello degli ultimi 10 anni senza se e senza ma-. La caduta dalle scale del figlio, il dramma famigliare, addirittura i due acchiappafantasmi più la medium... Il problema è che malgrado si parli di genitori e figli, Insidious non riesce a raggiungere nemmeno lontanamente la profondità del capolavoro di Bayona, e non lo fa neanche nella componente che un pò tutti gli horror -anche quelli del tutto scollegati come questo- possono in qualche modo riuscire a "colpire", ovvero la paura, Infatti, se ogni tanto quest'ultima riesce a far capolino nella prima parte (specie nelle voci sentite nella trasmittente sopra il pianoforte) nella seconda assistiamo invece a una serie di scelte completamente sbagliate che quasi quasi sforano nel ridicolo. Lo spiegone della medium è pesantissimo, degno di una lezione universitaria mal tenuta. La scena poi in cui lei mette quella specie di maschera a gas è quasi surreale per quanto inconcepibile (comunicazione con l'aldilà attraverso maschere e tubi di gomma? mah...). 

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L'errore più grave però è nella realizzazione del Diavolo (era il Diavolo poi?), figura centrale di tutta la seconda metà della pellicola. Io l'ho trovato ridicolo, quasi fantozziano, specie quando si diletta a fare i burattinaio ( una delle tante sequenze autonome del film). Sarà che ho trovato tutta la parte nell'Altrove (una specie di altra dimensione simil Nightmare) pressoche incomprensibile, quasi un film dentro al film. Come si fa a mischiare possessioni, altrove, demoni, foto maledette e chi ne ha più ne metta sperando di mantenere una certa coerenza narrativa? Ma cosa mi rappresentano tutte quelle entità che entrano in casa alla fine? E la scena della famiglia di simil manichini sterminata? Wan perde completamente di vista il film e cerca vanamente di far paura ma, a mio parere, è impossibile far paura perdendo di vista il film...
Dispiace dover commentare così una pellicola che aveva potenzialità e mezzi per eccellere. Dispiace perchè a tratti sembra di assistere davvero a un grande horror, uno di quelli che possono con forza elevarsi dalla mediocrità generale. Purtroppo Wan ha provato a raccontare una grande storia senza saperlo fare. Se avesse asciugato molto di più la sceneggiatura ne avrebbe solo giovato. Saper fare scene horror non vuol dire sapere fare Horror. Speriamo nella prossima.

( voto 6 )

27.10.11

Recenesione: "Zombies of mass destruction"

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"Digli che sei gay, non possiamo più nasconderlo"
"Non ce la faccio"
"Devi trovare la forza, o ora o mai più"
"Va bene. Mamma sono... mamma sono ... mamma sono... GAY !!!!!!!!!!!!!!!!! "
La madre arriva dalla cucina. Faccia grigia, occhi fuori dalle orbite, saliva alla bocca. Ma il motivo non è l' outing del figlio...
Basterebbe questa scena capolavoro per fare di Zombie of mass destruction un cult imperdibile. In realtà il film diretto da Kevin Hamedani  (e il cognome è importante vista le tematiche che il film affronta) è molto di più perchè pur essendo l'ennesimo horror comedy zombesco, sulla scia degli strepitosi Shaun of the dead o Zombieland, ha il coraggio di metterci qualcosa di più, ovvero una satira sferzante e abbastanza esplicita che senz'altro gli avrà causato qualche problema sulla terra che prende il nome da Amerigo Vespucci.
Il  razzismo verso i mediorentiali, le coppie gay, il bigottismo della chiesa, l'uso massiccio delle armi, sono tanti i temi che nemmeno tanto sottotraccia il film affronta. Per farlo Hamedani ambienta il suo delirio in una piccola cittadina americana, circoscrivendo così l'epidemia e potendo analizzare tutte le dinamiche che si vengono a creare nella provincia, tanto da rendere il suo film quasi un American Beauty in salsa di zombie. La scrittura è formidabile, Hamedani lascia quasi più spazio al brio dei dialoghi e delle situation comedy che agli ammazzamenti dei morti viventi.

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 Il dialogo in macchina del classico ragazzotto americano che per prendere in giro la ragazza di origini iraniane fa battute usando gli stati mediorentali (Siriausly - sinceramente- o kuWait - aspetta- tra gli altri) è formidabile. Per non parlare dell'entrata in Chiesa dei due ragazzi che si scambiano di posto per via della maglietta (vedere per capire). La qualità video è ottima, la stessa cosa dicasi per il make-up dei morti viventi. Tutte cose già viste comunque. La novità, lo ripeto, è la satira di Hamedani. Certo il regista non è Romero, non si affida tanto a metafore quanto a vere e proprie scene dimostrative, molto esplicite. E così l'americano (in realtà canadese...) che tortura la ragazza di origini iraniane accompagnando tali torture con un test di "americanità" è una scena molto meno banale di quello che sembra. Come non lo è l'altra tortura, quella del prete al ragazzo gay. Sembra di assistere a un film intelligente, ad una operazione comica di un regista che in realtà vorrebbe essere molto meno divertente di quello che è. Più di una volta, anche grazie alle musiche, si avverte anche un'aria malinconica che sfiora il cuore dello spettatore. Hamedani, forse per caso, forse per un chiaro scopo, distrugge anche completamente il senso di famiglia, o meglio quello genitoriale, visto che in tutti e tre i nuclei familiari presenti nel film i figli alla fine uccideranno i genitori (ragazzo gay/madre, iraniana/padre, simil nerd/padre e madre).
E così si arriva al finale in cui è forte il richiamo all' 11 settembre.
Divertentissimo, ben fatto e intelligente.
E coraggioso, molto coraggioso.

( voto 7 )

23.10.11

Recensione: "Melancholia"

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Non importa se sia quella che precede un bacio.
Non importa se sia quella di trovare l'amore.
Non importa se sia quella di aspettare la Fine.
Perchè l'Attesa, quasi per definizione, è sempre estenuante, interminabile, infinita. Che duri pochi secondi, lunghe ore o una vita intera non importa: che preceda un momento meraviglioso o un' immane tragedia  non importa, l' Attesa ti uccide sempre e comunque.
Von Trier non ci parla della Fine ma dell' Attesa della Fine.
Melancholia finisce dove di solito tutti gli altri film catastrofici iniziano.
Melancholia racconta l'apnea, non il momento in cui si affoga.
Perchè, e Von Trier lo sa, l' Uomo non ha tanto paura della morte quanto del saper di dover morire.
Si parte con un prologo in cui per la seconda volta (dopo Antichrist) il regista danese ha il coraggio di sfidare la perfezione, la maestria di regalare poesia alla morte, bellezza al terribile.

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Ma è solo un momento, le immagini festose di un matrimonio da favola sostituiscono quelle terribilmente evocative del prologo.
Ma è solo un momento perchè in quel matrimonio festoso non c'è niente da festeggiare. Perchè è la Depressione l'invitata principale. Perchè come La Maschera Rossa di Edgar Allan Poe la Depressione alla fine entra nella festa ed è lei l'unica a ballare. Quella Depressione ha un nome, Justine, la sposa.
E Justine non ce la fa più a veder facce felici, non ce la fa più a pensare al suo lavoro, non ce la fa più a credere in un matrimonio che sta appena cominciando. Justine ha visto Melancholia, piccola piccola, ancora lontanissima. E Justine è attratta da lei, ancora non sa perchè, o forse lo sa, perchè il depresso non attende la fine ma la brama, la desidera e se non ha il coraggio di raggiungerla da solo è ben felice che arrivi in altri modi.
Con un pianeta che si schianterà sulla Terra ad esempio.
Da quel momento per Justine l'unica cosa che conta è l'arrivo di Melancholia. 

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Perchè "la Terra è cattiva e nessuno ne sentirà la mancanza" dice. Justine, perchè vuoi rendere universale il tuo pensiero? Perchè hai l'arroganza di credere che se tu stai male è giusto che tutti debbano essere contenti  di morire? Claire, tua sorella, ad esempio, non vuole morire. Per lei l'attesa è snervante come quella di Justine ma sostituisce la paura al desiderio, la disperazione all'esaltazione. Già è difficile, quasi impossibile farsene una ragione. Se poi tua sorella, una che sa che i fagioli sono 678, una che ti dice che sono 678 in un momento come questo in cui credere a qualsiasi cosa è facilissimo perchè il tuo cervello non ha più nè la forza nè l'obbligo di funzionare, se tua sorella ti dice che l'unica vita è questa, che non c'è niente oltre l'esistenza che viviamo su questo pianeta, come puoi non credergli? E di conseguenza come fai ad andare avanti, a passare gli ultimi interminabili minuti? E' incredibile come si possa aggiungere disperazione a una disperazione già arrivata al culmine.
E poi, non dimentichiamolo, c'è anche tuo figlio. Devastante la sua figura, quella di un ragazzino che dorme, chiede e gioca mentre l'inevitabile si sta sempre più avvicinando. Se Justine rappresenta il desiderio e Claire il terrore lui è senz'altro l'ignoranza. Beata ignoranza.

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E così tra scene magnifiche (come quelle con il fil di ferro) e una sensazione di terrore, quasi autentico, impossibilmente possibile, provata raramente davanti alla visione di un film, arriviamo alla fine.
Von Trier non conosce la speranza, non l'ha mai conosciuta in nessuno dei suoi film. E' sadico, cattivo, e terribilmente coerente nella sua "missione". Gli piace prendere il nostro cuore e strapparcelo di dosso, sbatterci in faccia il suo tremendo realismo e non lasciarci margini di redenzione, nessuna via d'uscita.
Anzi no, questa volta la speranza ce la regala. In una scena che apre con prepotenza la porta della storia del cinema Lars per una volta ci viene incontro. La speranza c'è. E' una grotta magica. Sono 7,8 bastoni intrecciati tra loro. E non è una presa in giro. Perchè in quei momenti puoi credere a tutto. E non c'è niente di più bello che credere alla vita con la morte in faccia.
Poi, PUM, è tutto finito.

( voto 9.5 )

22.10.11

Recensione: "Shut up and sing"

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"Just so you know, we're on the good side with y'all. We do not want this war, this violence, and we're ashamed that the President of the United States is from Texas."
"Giusto perchè lo sappiate noi siamo dalla vostra parte. Non vogliamo questa guerra, questa violenza e ci vergognamo che il Presidente degli Stati Uniti sia del Texas"

A Oh Dae-Soo (quello vero) era stato detto che le parole sono pericolose, che ogni minima affermazione può portare a conseguenze disastrose. Non so se il problema di Natalie Maines sia il non aver visto il capolavoro di Park oppure l'aver soltanto pensato che il diritto di parola sia una libertà sacrosanta, fatto sta che ormai quello che aveva detto l'aveva detto.
Le Dixie Chicks erano semplicemente il gruppo femminile ad aver venduto più dischi nella storia della musica, erano  le voci scelte per cantare l'inno americano (beffardo il destino) a un Super Bowl , erano  un gruppo formidabile di musica country, probabilmente una delle massime espressioni della storia in tale genere. Belle e bravissime, sapevano (sanno) scrivere, comporre, suonare e cantare.

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Poi succede che la frontwoman- Natalie Maines- in un concerto a Londra nel 2003 tiri fuori tra il serio e il faceto quella frase di cui sopra, proprio mentre gli Stati Uniti, con la scusa poi rivelatasi falsa di aver individuato armi di ditruzione di massa, stavano per invadere l' Iraq.
La notizia arriva negli in America.
I loro cd vengono buttati in cassonetti, in molti casi destinati addirittura all'uopo.
I loro cd vengono distrutti un pò in tutte le maniere, anche facendoci passare trattori sopra.
I loro brani non vengono più trasmessi alla radio. Ricordo che stiamo parlando di un gruppo straordinario, vincitore di 13 Grammy tanto per dirne un'altra.
Ci sono manifestazioni anti Dixie Chicks in tutto il Paese. Le ragazze sono le Traditrici della Patria per eccellenza.
Tanto per non farsi mancare niente Natalie Maines riceve una minaccia di morte "ufficiale" che per poco non mobilita l'esercito.
Il documentario racconta i 3 anni che vanno dal 2003 (anno del "fattaccio") al 2006 quando le Dixie tentano per l'ennesima volta di ricominciare una nuova carriera cambiando addirittura genere.
Sono due le cose che sorprendono di più. Il primo è l'incredibile odio che una semplice frase (quasi una battuta) possa aver suscitato negli americani. Il boicottaggio che le Dixie hanno subito ha qualcosa di incredibile. Le offese che hanno dovuto sorbirsi ( ne vedete un pò tatuate sulla loro pelle in locandina, foto peraltro vera e autentica) sono un qualcosa al limite della legalità e quello che sorprende è che non siano venute soltanto dalla gente comune ma anche da politici, giornalisti, opinionisti e quant'altro. C'è un fanatismo che obnubila la ragione, un proud che se in molte occasioni negli Usa porta a valori e manifestazioni straordinarie, in altre rende gli americani simili al loro Nemico, al Diavolo mediorentale (sto semplicemente parlando di fanatismo "concettuale", non delle barbarie a cui porta). Una persona ragionevole avrebbe analizzato il fatto per quello che era, poco più di una battuta. E una persona ragionevole non avrebbe portato al risultato di alcuni anni dopo con la fiducia in Bush completamente crollata e la scoperta della bugia riguardo le armi di distruzione perchè una persona ragionevole avrebbe usato meglio la ragione prima, come avevano fatto le Dixie.

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Fuor di politica quello che sorprende più è l'eccezionale atteggiamento mantenuto dalle ragazze durante il boicottaggio. Mai una bugia per tornare in auge, mai un passo indietro, mai la sensazione di essere minimamente legate al vil denaro e alla carriera (se non intesa come voglia di suonare), mai una scena fuori posto. Una coerenza, una compostezza, una semplicità (tutte legatissime alla famiglia) che raramente possiamo riscontrate in una pop star. Soprattutto la Maines, la "responsabile" principale, dimostra di avere un coraggio, una forza, un insieme di valori che in altre epoche l'avrebbe probabilmente portata ad essere un'icona di molte generazioni. Anche se forse per raggiungere tali status, e la storia della musica questo ci insegna, bisogna prima morire.
Documentario scarno, per niente cinematografico, arricchito dalla meravigliosa musica che le tre ragazze sanno regalare. Quello che conta e per cui vale la pena vederlo è l'insegnamento che ci regala. La libertà e il coraggio.
E quando dopo 3 anni, nel 2006, le Dixie tornano a Londra, sullo stesso palco, sul luogo del delitto, la Maines avrebbe potuto dire tante cose.
Sembrerà banale ma dirà soltanto questo:

"We're ashamed that the President of the United States is from Texas."

Da brividi.


                                           ( voto 8 )

21.10.11

Recensione: "Whiteout"

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E' strano come per un mix di coincidenze (poche) e scelte ben ponderate (tante)  mi ritrovi per la prima volta in vita mia a vedere la Beckinsale. Nemmeno un Underworld, niente Pearl Harbor, nisba The Aviator per non parlare di commedie e sentimentaloni alla Serendipity, ospiti sempre poco graditi in casa Dae-Soo. Quindi se non altro questo Whiteout mi ha portato a conoscere un'attrice bella e sufficientemente brava. Stop.
In effetti l'idea di ambientare un thriller in Antartide poteva essere davvero vincente. Non solo per l'ambientazione, ottima, ma per la curiosità di vedere un'indagine di morti ammazzati in un continente praticamente disabitato, anzi completamente disabitato se vogliamo parlare di popolazioni permanenti. Gli unici a prenderci il sole ogni tanto sono i vari tipi di ricercatori che stagionalmente si alternano nelle varie basi. Se poi uno di questi ricercatori scopre una cassa piena di ............ è pronto a tutto pur di farla sua, anche diventare un Polar Serial Killer.

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Un prologo discreto e un bel piano sequenza iniziale tra i corridoi della base promettevano un thiller "anomalo" di qualità. Invece, se rimane la convinzione di aver visto qualcosa di abbastanza originale (ripeto, SOLO per l'ambientazione), per il resto il film di Sena è di una piattezza davvero imbarazzante flirtante più di una volta con la noia.
E' un film che vorrebbe tenere sulla corda lo spettatore per la tensione e invece gli unici, letteralmente, a tenere la corda sono soltanto i protagonisti della pellicola, intendendo quella tesa per camminare -simil bora triestina- nel fortissimo vento. Sono proprio queste scene sulla corda a far crollare definitivamente l'attenzione dello spettatore non abituato a vedere un assassino che compie un passo alla volta a 3km l'ora per dare l'ennesima picconata a vuoto (ne ho contate 13) alla vittima di turno che va a 3 km e mezzo.
Qualche buon effetto c'è, i corpi morti congelati dal freddo ad esempio sono di prim'ordine. La recitazione non è malaccio ma la storia è davvero troppo banale. Non capisco perchè in uno scenario del genere non si sia rischiato di più in fase di sceneggiatura, è come se si fosse soltanto aggiunto il ghiaccio alla classica trama criminal che potevamo avere in un sobborgo di New York. Il finale poi è doppiamente deludente: prima la scoperta di cosa si celasse in quei cilindri risulta prevedibile e banale (affatto banale invece il posto dove tali cilindri sono stati ritrovati, ottima scelta quella), poi il suicidio del Doc appare davvero di una forzatura incredibile, certo non quello di una persona che è stata scoperta con le mani nella marmellata, bensì di uno che maturava il suicidio, spero, per ben altre ragioni.

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Insomma, se un giorno dovrò ricordarmi di un film ambientato al Polo Sud resto ancora con Antarctica, le sue musiche e i suoi straordinari cani. O con l'indimenticabile La Cosa di Carpenter. I serial killer bolsi e congelati li lasciamo raffreddare dove stanno.

( voto 5 )

18.10.11

Recensione: "Giallo"

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se volete "apprezzare" al meglio la recensione guardate prima il film
Arrivato a metà film stentavo a credere a quello che avevo appena scoperto. Ora, voi mi direte, Argento ha chiamato Giallo la sua ultima fatica per un chiaro riferimento al genere di appartenenza. Oppure perchè quel colore ha un profondo significato all'interno dell'opera. Oppure per una sorta di metafora che solo poi scopriremo. No, l'ha chiamato Giallo perchè l'assassino c'ha l'ittero.
Già nei titoli di coda vedo che il film è prodotto da Barbara dell'Angelo, sembra una casa di produzione hard, non lo so, inizio a nutrire qaulche dubbio. Poi si comincia con una panoramica alto/basso che va dal cielo a un palazzo- il classico incipit che ti insegnavano sessantacinque anni fa- insomma, in 45 secondi di film Giàllo so, sarà una boiata. E invece no, Giallo passa da boiata a film guardabile di scena in scena tanto da meritarsi una semplice -e non sonora- bocciatura. Non devo certo ricordare la tremenda involuzione del (fu) maestro dell'horror italiano Dario Argento che non fa più un film sufficiente dal 2001 (Non ho sonno, appena sufficiente). Però rispetto a La terza madre o Il Cartaio un pelino sopra ci siamo senz'altro.

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Qualche buona scena (mi è piaciuto moltissimo nel prefinale il carrello indietro su Adrien Brody che cammina dando le spalle alla ragazza), qualche tecnica di ripresa ben riuscita (come i camera-car), effetti speciali a volte non perfetti altre più che buoni (le torture o la caduta finale), ottima fotografia ma soltanto nei flash-back (che siano dell'assassino o dell'ispettore sono senz'altro le parti migliori dell'intero film) e due/tre location davvero ben azzeccate. La storia non regge proprio, la classica dicotomia brutto-bello ormai ha davvero stancato.
Argento cerca poi di dare spessore psicologico ai due personaggi principali e se nel "mostro" fallisce completamente il tentativo, il profilo dell'ispettore invece, con una storia identica in tutto e per tutto a quella di Sawyer nell'indimenticabile Lost, risulta (quasi) ben costruito.
Ma il CAPOLAVORO è lui, Giallo, l'assassino tassinaro. Chi ha visto il film non potrà non concordare. E' Max Tortora camuffato da Dario Argento (proprio lui!) che si muove come Vasco Rossi.
No, aspettate, blocco la recensione. Aspettate ancora un attimo.
Non ci credo. Cercavo la foto di Giallo per linkarla e faccio una scoperta incredibile. Giuro che non lo sapevo. Dopo aver visto il film guardate chi  intepreta l'assassino. No, vabbè, ma dov'è il senso? Ah, capisco, almeno Argento ha potuto giocare sul tema delle doppia personalità, del gemello mancato etc....

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Dopo questa incredibile scoperta non mi ricordo più cosa avrei dovuto scrivere, quindi per punizione elenco solo un pò di orrori.
- labbra tagliate che poi ricompaiono
- dita tagliate che- malgrado l'attrice faccia di tutto per tenere la mano in una posizione innaturale- sono sempre lì
- il grande ispettore, Lupo solitario, interpretato da Adrien Brody (come Brody possa essere finito in un film similtelevisivo di Argento è un mistero), dovrebbe essere un fenomeno del settore serial killer. Invece alla luce dei fatti è un aiutentico disastro... L'intuizione sul significato di Giallo -ripeto con vergogna, l'ittero- l'avrà la ragazza; la modella nel finale verrà sì ritrovata, in una situazione che ricorda la terribile vicenda del Circeo, ma non da lui (anzi, se non si fosse ritrovata era colpa sua!) bensì da un normale agente di pattuglia (che usa la torcia in un ambiente più illuminato di un centro commerciale americano, incredibile), e l'unica volta in cui lui, il grande ispettore Lupo Solitario, potrebbe finalmente servire a qualcosa -prendere al volo l'assassino all'ospedale- inciampa sull'uomo delle pulizie. Roba da licenziamento.
Chiudiamo con uno scoop. Il bambino che intepreta Brody da piccolo è il Nongio di Mtv. Sono sicuro.
In definitiva, niente da ricordare nè da affossare completamente.
Diciamo un Brodyno riscaldato.

( voto 5 )

14.10.11

Recensione: "Pranzo di Ferragosto"

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Non lasciamo perdere questa occasione per piacere. Non permettiamo che questa piccola opera prima di Gianni Di Gregorio venga semplicemente ricordata per essere un film divertente, godibile, ben girato e tenero. Perchè Pranzo di Ferragosto è un autentico miracolo, un film che, da italiani, dovremmo essere orgogliosi di "possedere". Non sarà il Sorrentino de Le conseguenze dell'amore o il Crialese di Nuovomondo ma nel suo piccolo anche questo film deve essere un punto di riferimento per il cinema italiano che verrà.
Gianni è un 60enne che vive, accudendola, con l'anziana madre. A Ferragosto, in cambio di qualche bolletta "condonata" e di una visita medica gratis, è costretto ad ospitare altre 3 vecchiette. Sarà una giornata molto lunga...
Pranzo di Ferragosto dietro la semplicità dell'operazione nasconde un grandissimo coraggio.
Per prima cosa perchè si avvale quasi esclusivamente di un "cast" di ultraottantteni, perlopiù dilettanti. Le quattro vecchiette sono straordinarie, su tutte l'eccezionale Teresa (la madre del protagonista), una nobile decaduta che parla un italiano perfetto e che regala perle di comicità (involontarie?) straordinarie. Basti il prologo per capire che personaggio abbiamo davanti. Le 4 anziane (non) recitano con una naturalezza incredibile, senza tante sovrastrutture o chissà quali tecniche. E Gianni Di Gregorio (il regista-attore) sta al loro pari senza problemi. C'è così tanta naturalezza che molte battute sembrano addirittura improvvisate, sempre che non lo siano.

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Coraggioso anche perchè  il tutto si basa su una sceneggiatura esilissima, nessuna scena madre, nessuna volontà di commuovere, nessun trucco per attirare lo spettatore. Un (neo-neo) realismo di una "onestà" pazzesca, come raramente mi era capitato di vedere. E anche il ritmo del film va di pari passo con le sue anziane protagoniste, si fa lui stesso "anziano", lento, capace di prendere le sue pause, intelligente, misurato.
Di Gregorio, magari senza volerlo, rispetta quasi perfettamente le unità aristoteliche di luogo, tempo ed azione. Sarà per questo che, a mio modo di vedere, Pranzo di Ferragosto potrebbe essere un'ottima piece teatrale.
Si vede lontano un miglio che il regista in passato era uno sceneggiatore. I dialoghi sono sì semplicissimi ma assolutamente perfetti. Non è un caso che la maggior parte delle volte il divertimento più che dalle vicende (a parte quella della vecchietta con la teglia di pasta al forno nel letto, strepitosa) venga proprio dalle battute ( "D'Artagnan c'ha il naso grifagno? m'è scaduto", il dottore che dice "me dovresti tenè mi madre", Marina di notte al ristorante che dice a Gianni "per me come sei venuto te ne poi anche annà" e lo strepitoso "peut etre" ripetuto due volte da Valeria nel pranzo finale).

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Ma in mezzo a tanta leggerezza e semplicità Pranzo di Ferragosto riesce, senza farlo minimamente pesare, a trattare tematiche più amare, molto scomode. Gianni riceve soldi per tenere le vecchiette. Credo che offrir denaro ad altre persone per "piazzare" la propria anziana medre sia un qualcosa che fa riflettere. Son soldi sporchi, soldi che rappresentano la nostra sconfitta. E nel pranzo finale sono addirittura le stesse vecchiette a tirare fuori biglietti da 100 euro per convincere Gianni a farle restare insieme. Perchè è questo quello che è successo in questi ultimi tempi. L'anziano è ormai una specie a sè, una creatura che sta bene soltanto con i propri simili. Non esiste più la grande famiglia di una volta, quella in cui tante generazioni convivevano insieme. Le quattro vecchiette non vogliono lasciarsi perchè soltanto tra loro, reciprocamente, percepiscono quell'affetto, quella pazienza, quella voglia di passare del tempo insieme, tutte quelle cose ormai dimenticate da figli e nipoti. Forse sarà per questo che quando Marina nel pranzo finale dice "E' già finita la festa?" io, invece di ridere come avrei dovuto, ho incominciato a piangere.

( voto 8 )

12.10.11

Recensione: "May"

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presenti spoiler
Grandissimo film ma, ahimè, soltanto in potenza. Credo che la chiave di volta per poter giudicare May un mezzo capolavoro o al contrario soltanto un buon film, sia la maturità, non intendendo quella dello spettatore, ma quella della storia che viene raccontata. Parlare dei problemi dell'adolescenza, della difficoltà di accettazione, della disperazione della solitudine, del sentirsi diversi rispetto ai propri coetanei, è un tema importantissimo e più volte (ab)usato al cinema. Serve sensibilità e maturità per raccontarlo e se la prima in May certamente non manca, la seconda ogni tanto lascia un pò a desiderare. Alcuni passaggi sembrano troppo deboli, mi riferisco ad esempio al non essere accettata per colpa di un leggero strabismo o alla particolare amicizia con la bambola, che passa di scena in scena dal sembrare poter essere il fulcro dell'intera vicenda all'apparire completamente inutile. Il passaggio dalla delusione per le ennesime due storie finite male (quelle con Adam e Polly) alla tremenda carneficina, dettata un pò dal desiderio di vendetta, un pò dalla voglia di "sostituire" la bambola fatta a pezzi, fanno perdere a mio parere molta profondità all'opera. E' vero, siamo pur sempre davanti ad un horror, per cui vedere una ragazzina gracile che in poche ore riesce ad uccidere e fare a pezzi 5 persone è molto figo, ma secondo me fa scadere tanto dello straordinario potenziale che si celava nello script. Il tutto per arrivare a un finale sì straordinario, dolcissimo e disperato al contempo, ma forse troppo forzato e un pò incoerente.

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 Se è vero che May sin da subito in ogni persona che conosce, come una sineddoche, vede una parte per il tutto (le mani di Adam, il collo di Polly, le gambe di Ambrosia etc..) è strano poi che il piano omicida le venga in mente soltanto in seguito. Al contrario, se tale piano fosse stato sempre nella testa di May (e così pare essere, con tutti quei dettagli su coltelli e parti del corpo, senza dimenticare più di una frase profetica...), non c'era forse bisogno che abbia avuto bisogno di alcuni "shock" ( le due storie d'amore finite o la rottura della bambola) per essere messo in pratica.
Non lo so, ci son troppe cose che sembrano anteporre la cinematografia alla storia. Ad esempio anche tutta la parentesi legata ai bambini ciechi porterà sì ad una scena strepitosa (quella della rottura del vetro) ma tale parentesi sembra esser legata a un filo sottilissimo al resto, troppo sottile, quello dell'immedesimazione di May con tali bambini, specie con una.
L'interpretazione della Bettis è eccezionale (a me son piaciuti tanto anche Sisto e la Faris) perchè il suo personaggio deve praticamente provare tutto- l'amore e l'odio, la disperazione e la gioia, la dolcezza e la cattiveria, la speranza e la rassegnazione- e la Bettis sa restituire alla meraviglia ognuna di queste emzioni. E' grazie soprattutto a lei se il personaggio di May ti entra nel cuore ma può farlo così profondamente che si rischia di perdere di vista il film.
Non si può disconoscere peraltro anche un notevole calo di ritmo nella parte centrale.

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Resta una pellicola notevole, originale e drammaticamente umana. E forse è anche molto più intelligente e profonda di come io la sto descrivendo visto che sono moltissime le scene metaforicamente importanti, tutte scene che andrebbero analizzate nel migliore dei modi.
Resta comunque la sensazione che se lo stesso film fosse stato girato da McKee oggi anzichè nel 2002 sarebbe stato probabilmente un capolavoro.
Ma forse il regista nel frattempo ce ne ha già regalato comunque un altro...

( voto 7 )

9.10.11

Gli Abomini di serie Z (13): Recensione "The Park"

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"Voglio trovare
un senso a questo film
anche se questo film
un senso non ce l'ha, ha
Sai che cosa penso?
anche se ha un senso
un 2 lo beccherà
un 2 lo beccherà lo stesso
già il primo tempo
io l'ho finito a stento
il secondo poi lasciamo staaaaaaa
il secondo poi lasciamo staaaaaaa
il secondo poi.... "


Un Luna Park maledetto. Chiuso. Da anni. Un ragazzo va a visitarlo senza alcun motivo. Scompare. La sorella insieme a 4,5 debosciati lo va a cercare. Nel luna park maledetto. Muoiono tutti tranne uno. Lei. Anzi no, sopravvive anche un altro. Tanto poi muoiono comunque alla fine perchè il film nei 3 minuti finali diventa Final Destination. Tanto prima è stato comunque 6,7 film diversi.
Nel luna park c'è un custode. Sa mandare anche MMS alle sue vittime. E' un uomo deforme che sembra la versione in carne ed ossa di Popeye. Il suo nome è Eddie Pheenarak. Ed io ho solo un compito per chiudere il cerchio con quest'orrido film. Trovare una foto di Eddie Pheenarak. Ancora non l'ho trovata. Cazzo. Ma la troverò, a costo di andare a fare turismo sessuale in Thailandia, suo paese d'origine.

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Film pensato per il 3d. Perfettamente riuscito.
D isastroso
D emente
D a dimenticare
Son 3d e mezzo a dir la verità, nessun occhialino in commercio può supportarle. Meglio così. Magari tra una decina d'anni arriverà la tecnologia giusta per poterlo vedere.
E io nel frattempo avrò trovato la foto di Eddie Pheenarak.
Perchè è giusto che la sua anima venga salvata. Perchè è giusto che possa uscire da quel luna park maledetto con clown suicidi appesi ai rami, fantasmi di bimbi semi-ignudi e fili delle feste di compleanno che tagliano teste. E' giusto che esca e possa ritrovare i suoi cari.
Olivia.
E Pisellino.
E Babbo di bordo che tanti non lo sanno ma è il suo babbo. L'ha lasciato quando aveva soli 2 anni.
E' il momento giusto per farli reincontrare.
E Oh dae-soo Carrà ce la farà.
Prima la foto però. Cazzo.

( voto 2 )

8.10.11

Recensione: "Vanishing on 7th street"

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Dopo due mezzi passi falsi con "Lady in the Water" ed "E venne il giorno", Mr Night Shyamalan stavolta toppa proprio alla grande con "Vanis... Come? Non è di Shyamalan? E' di Anderson? Quello di Session 9 e L'Uomo senza sonno? Ohsantamaria...
Prima di ridarmi il compito in classe uno dei miei prof di matematica era solito dirmi: "qua non va mica tanto bene". Grazie a lui di certo non imparai la matematica ma la definizione di eufemismo sì. Il "qua non va mica tanto bene"  infatti, accampagnava di solito un sonoro 3. Quindi è questo l'insegnamento che voglio seguire e dire ad Anderson: Brad, qua non va mica tanto bene.
Eppure la storia - che, ripeto, sembra proprio venire da Mr Night, anche se mio fratello mi dice essere un plagio nientepopodimeno che dei Simpson- non era affatto male. D'improvviso c'è un blackout. Tornata la luce tutte le persone sono scomparse, rimangono in terra soltanto i loro vestiti. Il classico gruppo di "sopravvissuti" si riunisce in un bar per resistere all'oscurità.
Il film è perfetta impersonificazione della materia che tratta, passano 5 minuti e scompare. Non lascia a terra vestiti ed effetti personali ma un dvd vergine.
Vanishing on 7th street è la classica pellicola in cui funziona quasi nulla. Se si avesse la voglia di stroncarlo o di ditruggerlo, bisognerebbe soltanto scegliere il fronte dove attaccare. Nord, Sud, occidentale ed orientale, le linee nemiche sono quasi dapertutto inesistenti .

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Partiamo dalla recitazione (fronte Nord). Pessima. Christensen si conferma attore che riesce a raggiungere la sufficienza soltanto nei suoi picchi più alti. Leguizamo (trait d'union con E venne il giorno di Mr Night), forse vittima di un personaggio al limite della sopportabilità, affonda inesorabilmente con tutta la barca.
Fronte Sud, l'atmosfera. Dovrebbe essere un horror? Non fa paura nemmeno a un 6enne. Dovrebbe essere un thriller? C'è la stessa tensione che di solito provo nel cercar di aprire un uovo senza romperlo. E'vero, qualche location è buona ed i primi 5 minuti non sono affatto male ma è il solito discorso, un prologo possono azzeccarlo tutti, ma una casa con le sole fondamenta è rifugio per topi.
Fronte orientale, la regia. Nessuna trovata, nessuna capacità di compensare con l'abilità tecnica una sceneggiatura banale e contorta allo stesso tempo. Qualche buona inquadratura dall'alto, per il resto una quasi assoluta staticità che fa pendant con la storia che deve raccontare.
Fronte occidentale, la sceneggiatura. Potrei far la battutaccia e dire che su questo fronte non c'è niente di nuovo. Eppure Anderson tenta il colpaccio, altrochè se lo tenta. Prima di andar nel dettaglio rispetto al penoso tentativo di autorialità del tutto, è impossibile non evidenziare uno degli script più "fermi" e noiosi del cinema moderno. Una volta che i protagonisti si sono rinchiusi nel bar c'è un'ora di nulla, un'ora della stessa vicenda ripetuta una decina di volte. La luce sta per spegnersi, le ombre stanno per arrivare, torna la luce e si salvano.  La luce sta per spegnersi, le ombre stanno per arrivare, torna la luce e si salvano. La luce sta per spegnersi, le ombre stanno per arrivare, torna la luce e si salvano. Un aspetto positivo in tutta questa vicenda c'è, i gioielli di famiglia diventano enormemente più grandi e quindi di maggior valore.
Tra l'altro il film -infarcito di una miriade di errori che stavolta non ho la voglia di raccontare, basti uno per tutti, Christensen che chiede al ragazzo di prendere il suo posto e tenere la macchina accesa mentre lui chiude il cofano. Non poteva chiedere direttamente al ragazzo di chiudere il cofano?????- dicevo, tra l'altro il film non ha una minima coerenza, il comportamento delle ombre cambia di scena in scena tanto che gli stessi personaggi, probabilmente fuor di copione, si chiedono più volte il perchè.

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Ma Anderson alza il tiro. Se è vero che lo spettatore è effettivamente incuriosito dal capire cosa stia succedendo e chi siano quelle creature ( Alieni? Demoni? un'illusione? anime dei nostri cari? ) nel finale si arriva a un pastrocchio che non ho voglia di decifrare. Una specie di nuova Genesi, un Adamo ed Eva? Boh, in questo caso l'unica cosa sicura sarebbe soltanto una progenie meticcia. E quel "io esisto" reiterato cosa vuol dire? Secondo me è lo stesso Anderson a pronunciarlo. Si è reso conto di quello che ha combinato e cerca disperatamente di non essere dimenticato per questo.
Excusatio non petita Brad, excusatio non petita.

( voto 3,5 )

4.10.11

Recensione: "Drive (2011)"

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Come dissi già una volta, mettetemi in un film macchine, inseguimenti e pallottole e con quel film, statene certi, non avrò mai il piacere di fare conoscenza. A meno che l'autore non sia Nicolas Refn (di cui ho amato moltissimo Valhalla Rising) e con questo film non abbia vinto il premio della regia a Cannes... In quel caso la curiosità batte l'idiosincrasia "motoristica". Benedetta curiosità...
Drive è un'opera portentosa, brutale e dolcissima insieme. Per la prima volta (o almeno così credo) Refn si affida ad una sceneggiatura derivata perlopiù non scritta da lui. Il giovane regista danese si limita alla sola regia e sfiora il capolavoro (sempre che non lo sia).
Driver -il protagonista, di cui come in Valhalla non sappiamo il nome- lavora in un'officina. Sfruttando il fatto di essere un pilota fantastico arrotonda il proprio stipendio facendo lo stuntman nel cinema o aiutando i delinquenti a fuggire dopo le rapine (tassativi solo 5 minuti, come nello splendido prologo). Si innamora di una vicina di casa. Per aiutare il marito di lei rimane coinvolto in una rapina che porterà a conseguenze terribili.

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A me ha ricordato tanto l'History of Violence cronemberghiano perchè entrambi raccontano di una persona apparentemente normale che trovatasi coinvolta in una terribile vicenda mafiosa sarà costretta a tirar fuori la sua vera natura (la storia della rana e dello scorpione citata anche nel film) per difendere i propri affetti.
Ma è davvero quella di spietato assassino la vera natura di Driver? In realtà il personaggio principale (interpretato da un grande Ryan Gosling) è un sanguinario eroe dei nostri tempi, un novello Hobo che ha capito che l'unica maniera per combattere violenze e sopraffazioni sono la violenza e la sopraffazione. Driver è capace di amare, è capace di difendere un proprio amico, è capace di voler bene, ma spesso tali sentimenti vanno subordinati all'istanza di sopravvivenza. Vedere ad esempio l'incredibile sequenza dell'ascensore nella quale abbiamo in pochi secondi il tanto aspettato coronamento di un amore (il bacio) e l'immediata fine di esso (il terribile, quasi insostenibile, omicidio della testa fracassata). Refn sa raccontare e mostrare la peggior violenza e il più dolce degli amori con la stessa naturalezza, con la stessa maestria. Certo è aiutato in questo da una portentosa colonna sonora, una di quelle colonne sonore "intelligenti", di quelle cioè in cui le musiche non sono necessariamente e banalmente in accordo con le immagini.

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Ed è aiutato anche dal cast, su tutti da una meravigliosa Carey Mulligan, attrice in cui il sacro fuoco della recitazione e quello della grazia convivono insieme, capace di rendere quasi poetico il mettersi un semplice fermaglio. Il gioco di sguardi tra lei e Driver non ha bisogno di commenti.
Stesso livello, forse ancora superiore, nelle scene di violenza, una più bella dell'altra: la rapina in cui Standard viene assassinato e il relativo inseguimento, la devastante carneficina nel motel, l'efferato omicidio al ristorante o quello di Shannon nell'officina (terribile quel "non preoccuparti, ormai è finita, nessun dolore"), la scena in cui Driver, visto dall'interno, si avvicina al ristorante con la maschera da stunt o la stessa identica sequenza in campo lungo nella spiaggia; l'omicidio finale del mafioso "narrato" soltanto dalle ombre.
Questo è Cinema allo stato puro perchè malgrado ogni singola situazione sappia di visto e rivisto, c'è qualcosa di diverso e di profondamente personale nel cinema di Refn.
Chiamatela cifra stilistica, chiamatela maestria. Oppure chiamatela sensibilità o chiamatela anima.
Chiamatela come vi pare.
Quella è.

( voto 9 )

1.10.11

Recensione: "Tutti i battiti del mio cuore"

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E così, dopo l'ottimo Sulle mie labbra e il portentoso Il Profeta, mi ritrovo a completare la filmografia di Jacques Audiard, o quantomeno quella edita qui da noi (mancano i primi 2 film entrambi interpretati da Trintignant e Kassovitz, interessante).
E ancora una volta il regista francese dimostra di saperci fare, eccome se ci sa fare. E' interessante avere un quadro (quasi) completo di un regista perchè risulta più facile individuarne le tematiche ricorrenti e cercar di capire se tra un'opera e l'altra sia avvenuta una maturazione.
Thomas (un grande Romain Duris, mix tra Rupert Everett e il nostro Argentero) è un giovane impegnato in giri un pò troppo loschi nel settore immobiliare. E' violento, cinico e "potente". Nasconde però un altro lato, molto più dolce e delicato, ama suonare il pianoforte.
Ritengo ormai assodato come tra i temi principali di Audiard ci sia l'incomunicabilità e l'incapacità di capire. Se in Sulle mie labbra tale incomunicabilità  era dovuta al mutismo della protagonista (una splendida Devos, presente anche qua in una piccola parte) e ne Il Profeta all'analfabetismo di Malik, qua ne abbiamo almeno due versioni: il primo concerne la musica, tanto amata da Thomas ma incomprensibile agli altri personaggi -il padre, i colleghi- legati al mondo "duro" delle cose; il secondo è l'incomunicabilità per eccellenza, quella dovuta a lingue non conosciute, nella fattispecie mi riferisco al rapporto con l'insegnante di piano cinese che però, e qui torniamo alla musica come linguaggio, è l'unica che attraverso il pianoforte riesce a capire e comunicare con Thomas.

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L'altra tematica, evidentissima, è il mondo del crimine, micro o macro che sia. Audiard ancora una volta ci racconta di personaggi al limite o parecchio al di fuori della legalità, un mondo di homo homini lupus senza possibilità di redenzione.
La storia è abbastanza semplice, certo non raggiunge il livello della straordinaria impalcatura "profetiana", ma riesce comunque a muoversi in più livelli: quello del "lavoro" di Thomas, quello del suo rapporto conflittuale ma profondamente affettivo col padre, quello della relazione con la moglie del collega e quello della musica e del desiderio attraverso di essa di cambiare radicalmente la propria vita.
Sogno e dura realtà, il conflitto dentro Thomas è raccontato perfettamente. Quante persone portano avanti stancamente la propria vita, il proprio lavoro avendo la testa completamente da un'altra parte, in un sogno affatto peregrino, ma semplice realizzazione di un proprio talento? Thomas riscoprirà quasi per caso la musica ( tra l'altro il più forte legame con la madre defunta) e da quel momento non riuscirà a staccarsi da essa. Quelle mani che in mille situazioni diverse, anche di pericolo, continuano a battere tasti invisibili rappresentano l'istinto, il desiderio che cerca disperatamente di uscire dalla ragione o più semplicemente dall bolla di vita che ci siamo costruiti intorno a noi.
E nel finale (dopo un'ellissi un pò esagerata che lascia troppe storie e domande in sospeso), proprio nell'ultima inquadratura ci sono quelle stesse mani sporche di sangue, quelle dita che potevano volare leggiadre sopra i magici tasti di un pianoforte, ancora una volta, purtroppo, hanno dovuto fare i conti con la vita, con l'odio, con la vendetta.

( voto 7,5)