29.8.11

Recensione: "World Invasion: Battle Los Angeles"

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Se la buonanima di Osama Bin Laden ha una colpa che -a differenza di altre situazioni- possiamo senz'altro addebitargli è quella di aver portato alla creazione di World Invasion. Come spiegare altrimenti l'uscita di questo film?

Vergognoso, deprimente, ignobile, quasi illegale, questi sono i primi aggettivi che mi scappano fuori. Qui non è questione di essere anti-americani (tra l'altro io non lo sono affatto...), ma soltanto di avere un minimo di coscienza, non tanto cinematografica (quella non la scomodiamo nemmeno) ma semplicemente di cittadini minimamente obiettivi.

World Invasion non è un film, è una propaganda in celluloide -vabbè, celluloide...- per esaltare il corpo dei Marines, roba che in confronto alcuni film di Eisenstein sembrano volantini universitari.

Non c'è una singola scena, un singolo dialogo, un singolo comportamento, un singolo personaggio che non sia atto ad esaltare il corpo militare americano, che non sprizzi Gliuesei da tutti i pori.

- Il Marines non si arrende mai

- Il Marines offre la sua vita per la patria

- Il Marines ha sentimenti

- Il Marines rischia di morire per salvare i propri compagni

- Il Marines vuole che tutti i bimbi diventano dei Marines

In effetti, un film che inizia con le immagini di un telegiornale nel quale viene annunciato un attacco mondiale (come titolo attesta) da parte di una forza sconosciuta e poi scopriamo che su 12 città del globo attaccate

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6 sono americane, è un film che si presenta subito da solo. Davvero, chi mi legge sa che non prendo mai una posizione "politica" nei miei commenti ma quello che vediamo in World Invasion è veramente ignobile. Cinematograficamente poi è un film che non offre niente.Parte il commando in missione e tra una sparatoria e l'altra arriviamo alla fine. E' come se al Nulla si sia messa in una mano una mitragliatrice e nell'altra una bandiera americana. Patetici i tentativi di inserire nel mezzo bambini che perdono il padre, civili in difficoltà e quant'altro, tutte aggiunte per esaltare ancora di più la figura del Marine. La musica poi è allucinante, per tutta la durata sentiamo questa orribile colonna sonora grondante eroismo, anche quando i soldati sono in relax e si scambiano pessime battute. Difficile poi comprendere come sia possibile che in un film minimamente serio

nella prima parte gli alieni distruggano praticamente tutto l'esercito americano e poi alla fine -dopo che abbiamo empatizzato coi protagonisti- gli ultimi 6 (sei) soldati rimasti riescano a vincere la battaglia completamente da soli.

La visione del film è iniziata alle 22.40 ed è terminata alle 1e 45 del mattino. Questo perchè io e miei compagni di sventura abbiamo fermato la visione due volte. Nella prima pausa,almeno 45 minuti, abbiamo

discusso sulla gestione dell' Udinese Calcio. Io ritengo che quello della società friulana sia un esempio eccezionale che tutti dovrebbero seguire, loro pensano invece che tutti i soldi che l'Udinese incassa per dei giocatori scoperti e presi praticamente a zero, dovrebbero in qualche modo essere reinvestiti per comprare campioni già affermati e tentare in qaulche modo di raggiungere i più grandi club italiani.

La seconda pausa riguardava la strage di Utoya. Ci chiedevamo se ne faranno mai un film, ci pare davvero improbabile che qualche sciacallo non ne approfitti. In quel caso abbiamo convenuto che il titolo migliore sia semplicemente "Utoya". Io ho proposto "Un ragazzo asociale" ma nessuno me l'ha appoggiato. Voi che pensate?

Ah, poi siamo tornati al film, World Invasion intendo. Beh, fa schifo, l'avevo già detto?

 (voto 3,5)




26.8.11

Recensione: "Dogtooth"

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presenti numerosi spoiler, invito a leggere previa visione.

Educazione: dal latino educere, in questo caso traducibile con "tirar fuori ciò che sta dentro". Quindi solitamente un processo educativo dovrebbe servire a far emergere e al contempo formare delle attitudini mentali e fisiche già presenti nell'individuo. Può esistere però un'educazione "totale", una formazione ex novo impartita ad una persona? un'educazione cioè che non tenga conto delle attitudini dell'individuo e delle regole della società in cui tale individuo vive ma costruisca tutto a tavolino?

Questo sembra raccontare il meraviglioso Dogtooth, pellicola incredibile, quasi unica nel suo genere.

Tre fratellli vivono in una meravigliosa villa in aperta campagna. Il loro mondo conosciuto finisce lì visto che i genitori (più che altro il padre, con la madre soltanto succuba complice) non hanno mai permesso loro nè di uscire nè di conoscere attravero altri canali -libri, televisione, film- quello che è il mondo al di fuori della loro casa e del loro giardino. L'educazione totale di cui parlavo prima (e individuabile abbastanza facilmente nel discorso che l'allevatore fa riguardo i cani, visti come creta da plasmare a piacimento dal proprio padrone) non finisce qua; anche il vocabolario dei ragazzi è in mano ai genitori cosicchè "escursione" diventa un materiale edile e "zombie" un fiore bianco di campo. E anche per quanto riguarda la sfera sessuale, mentre le due femmine sono lasciate in una condizione di totale ignoranza, al maschio vengono invece "offerte" prestazioni da una ragazza che arriva da "fuori" portata in casa appositamente dal padre (che le mette una benda durante il percorso in macchina per tenerla all'oscuro di dove abitano).

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Pellicola sconcertante, di glaciale bellezza, con decine e decine di sequenze talmente belle e pregne di significato da rendere la visione un piacere intellettuale quasi senza pari.

E così la spersonalizzazione dei ragazzi - nessun nome proprio, nessun altro posto dove andare, nessuno scopo, nessun desiderio (al massimo quello di vincere una matita a un gioco senza senso)- è perfettamente rappresentata dalla scena nella quale i tre cercano di raggiungere bendati la madre. E la stessa sequenza nella quale sono immersi nella piscina ricorda moltissimo la placenta materna, testimonianza della loro totale dipendenza dai genitori.

Questo perchè tutto quello che accade deve essere ricondotto alla famiglia, non esiste niente al di fuori di essa (il riferimento divino è puramente voluto). E così l'arrivo di un cane dovrà essere giustificato come se fosse stato partorito dalla madre, la musica ascoltata nello stereo è il nonno che canta, gli aerei che passano nel cielo- unica interferenza del mondo normale che giocoforza i genitori non possono "controllare"- sono dei modellini di 10 cm che ogni tanto cadono in giardino. Come in The Village i ragazzi non possono avventurarsi oltre i propri confini (la scena del modellino recuperato con la macchina è formidabile) e non solo perchè li aspettano mostri mangiauomini (i gatti) ma perchè dovranno prima aspettare la caduta dei propri denti canini (vedi titolo) per poter esser considerati pronti.

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Poi la vhs di Rocky vista per sbaglio dalla figlia maggiore sarà un vero punto di svolta perchè comincerà ad instillare più di un dubbio nella ragazza fino a farla arrivare alla voglia di non viver più come bruti ma seguir quella canoscenza finora negata. Passerà rapidamente dall'indifferenza verso ciò che potrebbe esserci oltre lo steccato (praticamente la sua vita fino ad ora), alla speranza ("non ti sembra che il mio canino sia traballante?") fino ad arrivare alla terribile azione, la rottura del canino, gesto che se da un lato sembra sovversivo nei confronti del padre, dall'altro dimostra quanto rispetti e creda ai suoi dettami (sarebbe comunque potuta fuggire a prescindere).

Uscendo un attimo dalla materia trattata è giusto ricordare come Dogtooth sia comunque fiction cinematografica. Quindi una citazione ai formidabili attori -tutti strepitosi, dal primo all'ultimo- e alla regia di Lanthimos sono doverose. Ovvio che il pensiero vada ad Haneke: la glacialità della regia e delle location, il ritmo filmico, il tipo di inquadrature, l'essenzialità del parlato, gli improvvisi e fortissimi scatti di violenza -taglio al braccio del fratello, punizione alla sorvegliante, rottura del canino (soprattutto la prima scena citata per ritmo e dinamica mi ha ricordato il terribile suicidio di Cachè), l'atmosfera "densissima", la quasi totale impossibilità per lo spettatore di empatizzare con i personaggi, tutto rimanda al genio del regista austriaco. Lanthimos ci regala una perla dopo l'altra, alle tante già citate aggiungerei le scene del dialogo "afono" tra padre e madre, il ballo al suono di chitarra e la meravigliosa camera a mano che segue la ragazza nella sua fuga verso la macchina.

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E il finale è qualcosa di portentoso, da un lato tanto odioso ed insopportabile verso lo spettatore ,quanto dall'altro perfettamente coerente col resto della pellicola. Per la bellezza della scena, per il metodo che usa, quello della sospensione tanto simile a un'apnea, e per il significato narrativo -più ipotesi vere allo stesso tempo- mi ricorda l'altrettanto meraviglioso finale di Lourdes.

Dogtooth non è un film surreale, non oltrepassa minimamente il senso di realtà. Dogtooth racconta semplicemente una realtà-altra da quella che conosciamo, una realtà che può sembrare assurda e inconcepibile ma purtroppo, da qualsiasi lato la si guardi, è una realtà che sembra dannatamente possibile.

Sarà per questo che mette i brividi addosso.


( voto 9,5 )


25.8.11

Recensione: "A l'Interieur"

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presenti spoiler


Sono davvero in difficoltà. Se c'è una piccola qualità che mi riconosco è quella mantenere sempre una certa obiettività tanto nei commenti quanto nei voti. Ovviamente, malgrado sfiori l'ossimoro, parlo sempre di un'obiettività soggettiva nel senso che tento sempre un'analisi personale di pregi e difetti, analisi che peraltro può risultare completamente sbagliata. Per questo con A l'interieur non voglio nè gridare al capolavoro facendo prevalere il mio lato "malato", di genere, perverso, nè massacrarlo mettendone in luce il fine e i mezzi che utilizza per ottenerlo, tirando fuori il mio lato fortemente etico e misurato. Meno male che c'è un terzo lato, quello più "tecnico" di ragazzo amante della scrittura del film che mi permette comunque di ridimensionarlo.

Premessa lunga e noiosa, ma doverosa.

A l'interieur è un film estremo, probabilmente il più violento e malato che io abbia mai visto tra la filmografia "ufficiale", ossia quella distribuita senza (quasi) alcun problema. Il "quasi" ha motivazioni a forma di stivale ovviamente.

Sarah ha perso il marito in un incidente stradale nel quale lei stessa è rimasta coinvolta. Era incinta del 5° mese. Ora, 4 mesi dopo, è pronta comunque a dar la luce il bambino ma l'ultima notte prima del parto riceve la visita din una donna. Quella donna vuole qualcosa. Quella donna è pazza.

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Diciamolo subito, la sceneggiatura del film lascia alquanto a desiderare, e non solo per i numerosi errori che vi si possono trovare ma anche per l'esilità, la sottigliezza della stessa. Sembra quasi che i due registi non abbiano nemmeno voluto sviluppare il soggetto ma solo pensato a rendere la propria pellicola un vero e proprio mattatoio inserendo una scena dopo l'altra di sconcertante brutalità. E' vero che spesso nel cinema la semplicità paga, ma il sospetto che la fragile impalcatura sulla quale il film è sorretto sia servita solo a un pantagruelico gran guignol è forte. Il fatto però, è che A l'Interieur sconvolge, stordisce, shocka, e a noi deviati, malati, patologici fruitori (anche) di un certo tipo di cinema è questo che interessa. Sinceramente dopo aver letto la trama mi si erano subito rizzate le antenne, ero pronto a demolirlo perchè convinto che il film fosse eticamente inaccettabile (torture a feti o altro). Anche se in modo malato e assolutamente contestabile, è vero semmai il contrario, il film giustifica tutta la propria violenza proprio per amore della vita futura .

L'atmosfera è eccezionale, a volte inquietante (come ad esempio nel dialogo con il portone di mezzo) altre visivamente incredibile (come in tutta la mattanza). Chiari rimandi ad Argento -il guanto nero, gli omicidi di "taglio", con armi bianche- ma addirittura al Blow Up di Antonioni ( in una sola scena ma in un modo veramente palese -foto in un parco, persona dietro i cespugli, ingrandimento-). Le attrici sono strepitose, ulteriore conferma che il cinema horror francese è al femminile ( A l'interieur, Frontiers, Martyrs, Them) e sa scegliere le proprie interpreti in modo favoloso.

Sui truculenti effetti speciali -e visivi talvolta- delle uccisioni mi tolgo il cappellaccio, sono uno più incisivo dell'altro, penso ad esempio alla morte della madre, al buco alla gola per respirare o al cesareo finale ad esempio.

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Però non si possono disconoscere la gratuità di alcune scene, gli errori di altre o alcune scelte veramente inconcepibili. Tra tutte impossibile non citare quelle che riguardano il 3° poliziotto che prima piomba in un appartamento che pare una macelleria ma non si preoccupa minimamente di cercare il colpevole o mettere in sicurezza se stesso e gli altri, poi "resuscita" per regalarci una scena talmente assurda e incomprensibile da rischiar di rovinare un'intero film. Almeno è un personaggio che ha una propria coerenza non solo perchè era uno zombie sia prima (per la sua stupidità) che dopo, ma anche perchè voleva aggiustare quei cazzo di fusibili e imperterrito ritorna quindi a trafficarci anche dopo la "rinascita". Quando si dice senso del dovere...

Orribili e inutili le scene computerizzate del feto, tese forse a creare una specie di empatia con lo spettatore.

A l'Interieur, infatti, tenta timidamente di raggiungere anche una certa profondità raccontando a suo modo le due diverse sfaccettature della maternità ovvero il bisogno di essa (nella pazza) e il senso protettivo che ne consegue (in Sarah) ma fallisce il tentativo perchè è talmente premuto l'acceleratore dello splatter e della violenza che le motivazioni che vi sono alle spalle vengono presto dimenticate dallo spettatore o messe in secondo piano. Anche se una certa componente drammatica -individuabile soprattutto nel martirio della protagonista- è avvertibile più di una volta, specie quando le due ragazze sono ancora sole e non sono subentrati ancora gli altri personaggi.

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In definitiva un capolavoro del sottogenere più violento dell'horror ma anche un film tutt'altro che perfetto, forse anche furbetto, senz'altro troppo improntato allo shock visivo e al gusto del macabro.

Comunque non si dimentica presto, questo è certo.

 ( voto 7 )



23.8.11

Recensione: "- 2 Livello del Terrore"

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- 2 livello del traduttore mi verrebbe da dire...

Cosa ci si può aspettare da un film con un titolo così ? Niente. E niente in effetti mi aspettavo io (il titolo originale a dir la verità era un ottimo P2, secco, misterioso e con pochi fronzoli). Sarà per questo che sono stato favorevolmente colpito.

Già dai titoli iniziali noto come il film sia stato scritto e prodotto da Alexandre Aja, interessante...

Nelle prime sequenze mi trovo una ragazza in carriera che terminata la giornata di lavoro viene aggredita nel parcheggio sotterraneo. "Che sia un instant remake di Drag me to hell ?" mi chiedo. No, P2 (d'ora in poi chiamiamolo così, si fa prima) è tutt'altro, un survival thriller secco e senza alcuna voglia di prendersi minimamente in giro.

Dicevo, una ragazza la vigilia di Natale è l'ultima ad uscire dal palazzo in cui lavora. La macchina nel parcheggio sotterraneo (P2 o -2 se preferite) non parte. La ragazza viene aiutata dal guardiano notturno, insomma... aiutata... diciamo... rapita, ecco.

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Quando mi sono trovato davanti  la faccia di Wes Bentley (il guardiano) ho subito riconosciuto il ragazzo che nel grande American Beauty riprendeva con la telecamera una busta trascinata dal vento (sequenza indimenticabile). Lo sguardo da pazzo è sempre quello e in P2 fa più che comodo. Con un pizzico di fantasia potremmo dire che la trama, almeno tutto il primo tempo, potrebbe ricordare il mediocre craveniano Red Eye con il pazzo che fa in modo di restare da solo con la vittima, un pazzo che sa tutto di lei (e lei niente di lui...) ed ha preparato il piano nei minimi particolari. Quello che non convince in P2, tanto da rischiar di far crollare tutto il castello, sono le motivazioni dello squilibrato, davvero poco credibili. Se si fosse curato di più questo aspetto, il profilo psicologico del guardiano intendo, potevamo davvero trovarci davanti a un gioiellino.
Forse sarebbe stato ancor meglio non cercare di contestualizzare o giustificare alcunchè, un bel pazzo alla Leatherface e a ramengo le motivazioni. Perchè l'atmosfera c'è, gli attori son bravi, la location è perfetta e le vicende e azioni dei personaggi risultano quasi tutte credibili (sempre nell'ottica di un pazzo of course). Quasi tutte, perchè ad esempio il corpo del dirigente di colore mi sembra buttato là (in tutti i sensi) in un modo abbastanza estemporaneo...

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Notevolissime alcune sequenze come quella terribile dell'uomo schiacciato al muro (effetti speciali maestosi), quella dell'allagamento dell'ascensore con relativa "uscita" o la massacrante lotta con il cane. Interessante anche la scelta di riutilizzare la scena del prologo non a fine film (come spesso accade) ma a 3/4 dello stesso. E nota di merito principale è l'eccezionale attenzione ai piccoli dettagli, come le macchie di sangue nel viso del ragazzo (e sulla camicia) che non vengono "dimenticate" o modificate, o il vestito fradicio della ragazza che, MIRACOLO!, per una volta rimane bagnato fino alla fine, caso rarissimo nell'horror (di solito "asciugatore" rapidissimo, il migliore sul mercato).

Insomma, un'ora e mezza piacevolissima per un film che visto senza aspettative può quasi riuscire a sorprenderti. Niente di nuovo sul fronte occidentale intendiamoci ma una piccola pellicola che un appassionato può vedere davvero volentieri.

Personalmente il livello del terrore l'avrei considerato il -4 non il -2. Vedere per credere.

 ( voto 6,5 )


21.8.11

Recensione: "Cabin Fever"

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Ed eccolo l'esordio alla regia di Eli Roth, il regista poi divenuto leggenda (?) tra i fan del torture con la mini-saga di Hostel. Cabin Fever è un piccolo film, scritto, diretto e prodotto dallo stesso Roth che per non farsi mancare nulla si è ritagliato anche un piccolo ruolo da attore. Solo per questi motivi il progetto merita rispetto, simpatia ed attenzione perchè in un mercato americano che sembra soltanto saper riciclare (o da loro vecchi capolavori come Nightmare, Venerdì 13, The Texas Chainsaw Massacre etc..., o dallo sconfinata produzione orientale, The Grudge, The Eye, The Ring per dirne alcuni), trovare un ragazzo che si mette a scrivere un film, tra l'altro con notevole brillantezza, e si fa in 4 per realizzarlo e farlo uscire, è davvero meritorio. E già in Cabin Fever, Eli Roth getta tutti i semi che poi troveremo germogliati in Hostel: l'ironia di fondo, il cinismo, il gusto per il dettaglio macabro e per la tortura (a questo proposito potremmo considerare la storia raccontata intorno al fuoco sul massacro del bowling come un piccolo Hostel ), la strampalaggine di alcuni personaggi ed anche altri piccoli aspetti come i bambini cattivi e le scene di sesso.

Cinque ragazzi vogliono passare una settimana in uno chalet in mezzo al bosco . Uno sconosciuto gravemente contagiato da una terribile malattia piomberà nello chalet (e nella loro vita...) . Il virus, la fever, piano piano colpirà tutti.

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L'inizio è quasi plagio del bel romanzo di King "L'acchiappasogni", poi tremendamente trasposto al cinema. Roth però non si prende affatto sul serio e gira un horror comedy con tutti i crismi. Non capisco come qualcuno abbia potuto considerare Cabin Fever come un horror serio (e per questo rimanerne deluso) quando:

- c'è un bambino che fa le mosse di judo prima di morsicare le mani di chiunque gli si avvicini

- c'è un personaggio, quello interpretato da Roth, che non ha il minimo senso, inserito solo per divertire un pò

- c'è un vicesceriffo allucinante, personaggio davvero riuscitissimo e quasi comico, capace di dire "baldoria" per 15 volte, di cui 10 in appena 3 minuti.

- ci sono le scene del protagonista (una copia del calciatore Giuseppe Rossi) che cade in acqua sopra il morto, quella del capretto investito, quella del medico coniglio probabile omaggio a Shining, quella del cane che fa in 45 pezzi la ragazza, quella del ragazzo che ingoia l'armonica e un'altra decina all'insegna di un'ironia, quando non comicità, completamente esplicita

- c'è il finale del fucile per i negri che definirlo strepitoso è poco, unito poi alla vendita della limonata diventa indimenticabile

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Roth, cosa che poi dimostrerà negli Hostel, sa scrivere, ha originalità, ironia e gusto per il citazionismo non eccessivo (evidente qua per location e taglio il riferimento a Raimi ad esempio). I suoi rimangono probabilmente filmetti o poco più, ma lui si diverte e impegna ad usare la propria testa e portare fino in fondo progetti che appaiono strampalati e immaturi quando al contrario sono piccole isole felici in un genere che sta implodendo su se stesso non per colpa delle nuove scuole o dei nuovi registi (perchè di film horror interessanti ed originali se ne fanno a scatafascio) ma di una distribuzione che, manco avesse un proprio brand, è capace solo di far uscire prodotti uno stampino dell'altro.

Ed adesso basta, vado a sparare ad un pò di scoiattoli gay.

 ( voto 7)


20.8.11

Recensione: "Jestem"

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Attratto dal dvd con tutte quelle corone d'alloro (spesso fuorvianti, il disastroso horror Wendigo ne aveva 6,7 ), da quell'immagine di copertina e da quel titolo così elegante ed evocativo, mi approccio a Jestem convinto di trovarmi davanti ad una piccola perla. Purtroppo, e cercherò in tutti i modi di spiegare il perchè, sono rimasto abbastanza deluso.

Come tutti i film dell'Europa dell'Est, Jestem racconta una storia di profondo degrado, non solo sociale ma soprattutto umano. Kundel è un bimbo di 11 anni abbandonato in orfanotrofio. Fugge, cerca di ricucire un rapporto con la madre ma non ci riesce, va a vivere in un battello abbandonato sulla riva di un fiume e fa amicizia con una ricca bimba che abita in una villa proprio davanti tale riva.

Ci sono molte cose che non tornano, troppe situazioni che forse prese singolarmente non apparirebbero forzate ma tutte insieme sembrano davvero eccessive. Perchè nell'orfanotrofio tutti ce l'hanno con Kundel? Perchè anche i ragazzi del villaggio sembrano avere come unica ragione di vita quella di punire quel bambino "bastardo"? Perchè il ragazzo va a vivere nel battello senza tentar con maggior forza il riavvicinamento con l'inqualificabile madre? Com'è possibile che una bimba di circa 9 anni si ubriachi continuamente senza che i genitori (in teoria genitori modello) se ne accorgano? Com'è possibile che la stessa bimba passi tutte le notti fuori di casa, anche a notte fonda, senza essere scoperta?  C'è qualcosa di artificioso in Jestem, quando il film, al contrario, dovrebbe avere quasi un taglio neorealistico.

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I passaggi narrativi appaiono troppo semplici, schematici, come se la sceneggiatura non avesse la maturità che la storia richiederebbe. Anche le musiche (di un grande compositore peraltro) contribuiscono all'atmosfera un pochino "finta" del film, troppo pesanti, opprimenti e continuamente ripetute. E così questa specie di "Bambino col pigiama a righe" polacco che aveva tutte le carte in regola per essere stupendo sembra quasi un film da domenica pomeriggio a Canale 5. Meravigliose e umanamente devastanti però alcune sequenze come quella in cui Kundel vede sua madre ballare con un altro bambino, quella in cui appoggia la testa tra le sue gambe (della madre intendo) per poi ricevere un "non voglio vederti mai più" o quella, sublime, in cui nel finale i due bambini sdraiati uno vicino l'altro decidono di fuggir via insieme, due bambini che per motivi diversi soffrono di un tremendo mal di vivere, in parte provocato soprattutto da situazioni esterne (come per Kundel) in parte causato da un fortissimo disagio interiore (la bimba e la sua difficoltà di accettare il proprio aspetto, disagio raccontato con infinita dolcezza) . Sembra però che lo scavo psicologico e la potenza emotiva di Jestem più che per merito del film e della storia che racconta, provengano dai  personaggi e da alcune piccole scene di interazione tra essi. Le scene che ho citato prima ne sono un esempio lampante, sono singole perle a mio modo di vedere non inserite perfettamente nella collana.

E' probabile che la mancata empatia col film sia un mio problema, non lo nego. Provatelo, magari lo troverete bellissimo. In qual caso sarei io stesso il primo ad esserne contento perchè Kundel, in un modo o nell'altro, ti entra nel cuore.


( voto 6,5)

18.8.11

Recensione: "The Host"

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Ispirato dal bellissimo The Troll Hunter vengo colpito da un'inedita "fame" di Monster Movie che mi ha spinto a rivedere l'ottimo The Host, film che inconsciamente comprai per il noleggio malgrado fosse da noi del tutto sconosciuto (e non distribuito al cinema).

Come per il film norvegese, a voler essere cattivelli anche in The Host le "magagne" non mancano, ma anche qua voglio premiare la qualità e originalità dell'opera. Se aggiungiamo Cloverfield, possiamo quasi dire di trovarci davanti a una specie di moderna trilogia dei mostri  davvero molto eterogenea, vuoi per area di produzione ( Usa, Europa, Korea), per ambientazioni, per atmosfera e per script. Personalmente li trovo tutti ottimi.

The Host, anche se molto sottotraccia, è forse il più impegnato dei tre. Tema dominante è probabilmente quello dell'inquinamento ambientale (tanto caro ad esempio a Miyazaki), dell'Uomo che non rispettando la Natura ne subisce la vendetta, qui reificata nel mostro. Ma è individuabile anche una certa atmosfera post 11 Settembre, quella del panico, dell'eccesso di precauzioni, delle misure antiterrorismo che infondono più terrore del terrorismo stesso.

E forte in The Host è anche il senso della famiglia, una famiglia che si unisce con tutte le proprie forze per cercar di salvare il componente più giovane.

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Certo, molti passaggi narrativi appaiono davvero affrettati o quasi insensati (una mutazione genetica che avviene da un giorrno all'altro, mostro dal modus operandi sempre diverso, l'operazione al cervello malgrado si sappia che il virus non esiste, la ragazza che scambia la caccia al mostro e la ricerca della nipotina per un' Olimpiade di tiro con l'arco, la rivolta studentesca inserita in modo quasi estemporaneo e il finale, da un lato coraggiosissimo con la morte più impensabile, dall'altro conciliante e forzato con la nuova "paternità").
Anche la recitazione molte volte è davvero rivedibile (vedi la scena del pianto, talmente carica da sfiorare il comico), specie quella, davvero pessima, del nonno.

Però la scena dell'arrivo del mostro è... mostruosa, una delle vette più alte nella storia del genere. Avviene di giorno, alla luce del sole, con la creatura che pochi secondi prima viene addirittura vista appesa sotto il ponte. Joon Bong sovverte così tutte le regole della Manifestazione della Bestia (di solito al buio e completamente improvvisa) e ci offre 10 minuti davvero straordinari, quelli in cui il mostro impazza nella spiaggia, che da soli valgono quasi la visione dell'intero film. Vedere il ralenti  nella scena del rapimento della bimba da parte della creatura ad esempio. In realtà tutte le scene del mostro sono di assoluto valore, specie quelle nelle fogne con la suddetta bambina. La fotografia è splendida, "aiutata" in bellezza dalla pioggia che cade continuamente, e la location, una cittadina sulle rive di un grande fiume, davvero molto suggestiva.

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Si cerca anche un leggero scavo psicologico nei personaggi, specie in quello dell'immaturo (ma ottimo) padre. In definitiva uno dei più bei monster movie di sempre, un must per gli appassionati.

 ( voto 8 )

17.8.11

BuioDoc (N°2): Recensione: "Una storia Americana"

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Metto a posto il mobiletto con i dvd. Oltre ad accorgermi che me ne mancheranno almeno una trentina (mai prestare, mai!) mi cade l'occhio su un film-documentario che acquistai circa 6,7 anni fa attirato dalla copertina e dalla vicenda che narrava. Ricordando come fosse molto interessante e ben fatto, decido di rivederlo.

Una storia Americana, il cui titolo originale è Capturing the Friedmans (molto più incisivo perchè mette in primo piano i video amatoriali della famiglia protagonista), racconta la squallida e al contempo surreale storia della famiglia Friedman, abbastanza nota in America ma quasi sconosciuta qui da noi. Una famiglia borghese in un quartiere borghese che all'improvviso balza agli onori della cronaca quando il capofamiglia Arnold e il figlio più piccolo, Jesse, vengono accusati di aver molestato sessualmente decine e decine di bambini, in alcuni casi molto piccoli- 8 anni-, durante le lezioni di informatica che Arnold teneva privatamente a casa sua.

Sarà vero?

Il documentario è ottimo ed ha almeno tre punti di forza. Il primo è la costruzione, il montaggio. Il regista, Jarecki, riesce a raccontare la storia con un'invidibile oggettività, senza mai schierarsi. E grazie al montaggio anche lo spettatore è portato più di una volta a cambiar parere, a porsi delle domande, a mettere in dubbio quello che pochi minuti prima sembrava assolutamente assodato. C'è quasi la struttura del film classico in Una storia Americana, benchè oltre filmini amatoriali e interviste non ci sia un solo secondo di fiction. Ecco quindi che le rivelazioni finali dell'avvocato di Jesse arrivano quasi come il classico colpo di scena cinematografico e, ancora una volta, ci fanno leggere la vicenda in un modo doverso.

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Il secondo punto forte è il tema trattato. Non parlo tanto della pedofilia ma quello del colpevole a tutti i costi, del giustizialismo, del "sbatti il mostro in prima pagina".

Ricordate Rignano Flaminio? Le accuse di molestie alle insegnanti della scuola materna poi rivelatesi molto probabilmente assolutamente infondate o, quantomeno gonfiate?

Il caso dei Friedman è molto simile. Ad Arnold viene "intercettata" una rivista pedofila che stava per arrivargli a casa via posta. Partono delle perquisizioni. Altro materiale pedopornografico salta fuori. Si scopre che Arnold tiente dei corsi privati di informatica a dei bimbi. 1 + 1 = 2 no? In più si viene a sapere che ai corsi è aiutato da suo figlio Jesse. 1 + 1 + 1 = 3 no? Cominciano gli interrogatori ai bambini studenti di informatica. In breve tempo i capi di imputazione sono decine, quasi centinaia. Molestie soft e pesanti (con tanto di penetrazioni) giochi erotici, botte e minacce. Però...
Com'è possiible che nessun bambino, nemmeno uno abbia mai detto niente? Com'è possibile che nessun genitore abbia subdorato qualcosa prima che gli entrasse la polizia in casa? Come fa a non esserci nessuna prova fisica, neanche MINIMA sui corpi dei bimbi e sulla casa dei Friedman? Perchè Arnold, senz'altro pedofilo e amante delle foto pornografiche, non ha nemmeno un'istantanea di tutti questi incontri? Possibile che tutti i genitori che per qualsiasi motivo sono andati a riprendere prima i figli non abbiano notato qualcosa? Eppure si parla di simil orge con decine di bambini nudi stesi per terra.

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E così parte l'isteria. Ai bambini viene fatto dire quello che nemmeno pensavano. I genitori fanno fronte comune e adirittura escludono e ghettizzano quei genitori che sono sicuri che al proprio figlio non sia successo niente. Devi essere una vittima altrimenti sei dalla parte dei Friedman gli fanno capire. Nessuna prova, solo testimonianze e neanche spontanee ma andate a prendere "all'ingrosso" dagli inquirenti. E le tante testimonianze di bimbi che affermano come non sia mai successo nulla neanche prese in considerazione. Resta il fatto che Arnold è un pedofilo e per questo deve pagare pesantemente. Nel colpo di scena che prima accennavo ce n'è per metterlo dentro, per condannarlo. Ma se ammazzo uno, è giusto affibbiarmi altri 50 omicidi?

Ma è la terza la qualità più grande del documentario : i filmini amatoriali. Una Storia Americana racconta anche lo sgretolarsi di una famiglia colpita da accuse pesantissime. Non c'è completa coesione, i figli ( tre fratelli, David, Seth e Jesse) stanno col padre (che probabilmente li ha plagiati per la loro intera vita), la madre ha molti dubbi. Gli scontri verbali sono tutti filmati. Quello che inquieta di più è l'atmosfera, assurda, surreale, inconcepibile. La famiglia passa da liti furibonde a momenti di festa, tutto, è bene specificarlo, DOPO le accuse, agli arresti domiciliari. La sera prima della condanna del padre si ride e scherza, si intervista il padre sul futuro in carcere. E la stessa cosa avviene prima della condanna di Jesse con il ragazzo, vestito a tutto punto, che scherza sugli anni che dovrà passare in prigione. Discorsi già di per sè assurdi, ma addirittura irreali se si considera che il ragazzo si sente completamente innocnete. La mattina dopo addirittura, nell'attesa della formulazione della condanna, balla e canta con i fratelli nel cortile del tribunale. Non c'è un singolo componente della famiglia Friedman a non risultare terribilmente ambiguo, sfuggente. Il padre che non parla quasi mai, che è sicuro della propria innocenza (almeno riguardo i bimbi delle lezioni di informatica, sono tutti lì i capi di imputazione) ma non reagisce. I figli che passano dalla disperazione all'euforia e sembrano prendere tutto come un gioco (in questo senso il lavoro di David, clown, è davvero inquietante), la madre che pare una persona normale ma risulta alla fine del tutto indecifrabile.

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Lo spettatore è confuso. sbigottito. Tutto quello che vede non è normale ma non si riesce a capire il senso, a trovare una chiave di lettura. E a questo proposito l'abbraccio finale tra Jesse uscito di prigione e la madre, come niente fosse, è solo l'ennesima situazione che sfugge dalla logica.

Capturing the Friedman dice il titolo. Ma i Friedmans non si possono "catturare", non si possono capire.


( voto 8)

12.8.11

Repo Men - recensione di Nightmare Daisy -

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Sfruttando l'invito che feci a chiunque avesse voluto in qualche modo partecipare al blog, una neo-lettrice, NightmareDaisy, mi ha mandato la SUA recensione di un film già in precedenza recensito da me, Repo Men. Oltre che dargli il benvenuto e fargli i complimenti (ha solo 16 anni e scrive già benissimo), ritengo interessante il suo commento perchè ci svela un restroscena che pochissimi conoscono del film. Leggete.


Non ce la faccio. Semplicemente non ce la faccio.
Sono riuscita ad arrivare alla fine del film per puro miracolo. Io sono una cultrice dell'horror e dello splatter e anche se una punta di disgusto c'è sempre, il sangue è una vista sopportabile. In Repo Men di sopportabile c'è solo Jude Law.
Non fraintendetemi, Repo Men è un bel film nella sua particolarità. Lo scenario ha un buon potenziale, la recitazione è buona e le scene di azione sono azzeccate e ben fatte. Un po' troppo dettagliati i "recuperi" ma vabbè. Il problema di questo film è che è come un giocattolo nuovo : all'inizio ti prende un sacco ma poi diventa noioso. La trama ha degli sbalzi continui tra 5 minuti di action e 20 minuti di piattezza totale. Molti personaggi li ho trovati insopportabili, con un carattere talmente infantile che Peter, il bambino, li superava in logica. Il finale è totalmente azzeccato, ma dopo due ore di noia intervallate da sporadici ritorni d'interesse, indecisa se ridere o piangere, l'ho semplicemente mandato a ...
Forse sentendone parlare così bene mi aspettavo di più. Forse è colpa mia. Forse non avrei dovuto vedere prima "Repo! Genetic Opera".

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Questa non è la versione cinematografica. Questo è un plagio.
Hanno preso la storia a grandi linee, hanno preso Repoman (che poi è UNO, non una squadra), hanno preso la GeneCo (Union), hanno arraffato qualche dettaglio qua e là, ma hanno perso tutto quello che per me rende il musical indimenticabile.
I Repo Men sono persone con un volto e un nome, tutti sanno quello che fanno, i loro amici fanno le stesse cose... Dov'è finito Nathan Wallace e la sua doppia identità ? Dov'è finito quel Repo Man da leggenda metropolitana, tutti ne parlano ma quasi nessuno l'ha visto, dove sono finite tutte le bugie per tenere al sicuro l'innocente diciassettenne Shilo ? Quella di R!GO è la storia di una ragazza che cerca la libertà in un mondo marcio e disperato, un mondo dove cambiarsi la faccia è come cambiarsi i vestiti, un mondo dove gli spacciatori non vendono ero e coca ma forniscono un potentissimo anestetico, lo Zydrate (il Q è un antirigetto a quanto ho capito, non ha speranze). Una storia coinvolgente, con personaggi ben caratterizzati e un background unico. E la musica fa la sua porca figura.
Repo Men è un film che si può vedere se si guarda al messaggio che porta. Repo! Genetic Opera è un film che val la pena di vedere, non solo per il suo messaggio. Ma non fate mai lo sbaglio di guardarli tutti e due.


11.8.11

Gli Abomini di serie Z (12): Recensione "La casa del Sortilegio ( The Boarding House)"

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Avete presente i servizi di Striscia la notizia sui falsi registi e/o produttori che adescano belle ragazze in cambio di false promesse?

"Ti farò sfondare nel mondo del Cinema" dicono alle ragazze mentre contemporaneamente pensano al verbo "sfondare" con un'altra accezione.

"Sarai conosciuta da tutti" dicono alle ragazze col sorriso furbetto di chi sta sottintendendo il senso biblico del conoscere, sfruttando il fatto che molto spesso le ragazze in questione sono ancora più capre di lui.

L'aver letto che il regista (????!!!) di tale film, tale Wintergate, sia lo stesso attore protagonista è stata la mia epifania. Avevo in mente tutta un'altra recensione, ma questa scoperta ha cambiato totalmente le carte in tavola.

Avrei scritto che La casa del sortilegio, aka The Boarding House, fosse il peggior film mai visto in vita mia quando invece non è altro che un caso da Striscia la notizia.

Wintergate è brutto come la fame (malgrado nel film si creda Alain Delon) e l'unico modo che ha trovato nella propria vita per adescare ragazze e avere rapporti sessuali con loro è stato il creare questo pseudo film dove si è inventato anche una trama ad hoc: lui che condivide un villino, la famigerata casa del sortilegio, con 5,6,7 zoccolone (5,6,7 perchè, ci crediate o no, ci sono 2 ragazze, una orientale e una leggermente di colore, che compaiono solo in pochissime scene, probabilmente erano amiche delle altre finite per sbaglio nelle riprese). Credo se ne faccia 3 o 4, ma forse le altre le ha battezzate dietro la Mdp.


Solo così si spiega quello che altrimenti sarebbe la Waterloo del cinema, la Fossa delle Marianne della Settima Arte. Un film di una tale amatorialità da sfiorare la presa in giro. Una sceneggiatura che sembra esser stata scritta da un disertore, da un sabotatore della troupe.

- personaggi come quello del giardiniere assolutamente inutili oltre che improponibili, fantozziani, inconcepibili.

- effetti visivi ALLUCINANTI! Avete presente quelli dei videoclip anni 80? Quelli! Il più incredibile rimane però quello della casa. Ogni volta che viene inquadrata dall'esterno infatti, lo schermo si copre di una specie di vernice colante, credo a rappresentanza del sortilegio che incombe su di essa.

- ragazze che per fuggire escono dalla porta della camera del secondo piano e si ritrovano in una ferrovia come se mancassero all'interno del montaggio altre 4,5 scene della fuga.

- scene cult anche qui assolutamente insensate come quella meravigliosa in cui una ragazza esce dalla doccia con la testa di maiale, o quella dell'altra ragazza che dopo un incubo strilla per un minuto riprendendo anche fiato, o il golfista ubriaco che si tuffa all'indietro.

- nessun nesso logico nella sequela degli omicidi, nel modus operandi dell'assassino, negli snodi narrativi,  nella... in niente!

- i file! I FILE! all'inizio e alla fine ci sono questi file scritti in verde su uno schermo del computer. Neanche li commento, non ho la forza.

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Vi giuro, non c'è mai una scena legata a quella precedente in un modo quanto meno plausibile. C'è solo questo orrendo protagonista che se la gode in un villino con tanto di piscina in compagnia di queste ragazze. Wintergate si è addirittura dipinto come persona APPETIBILE. Beh, guardate la scena nel suo ufficio (quella della telecinesi, ah, è vero, c'è sta telecinesi un pò dapertutto) e ditemi se avete mai visto un uomo così brutto.

Però è un genio perchè questo non è un film.

Lui è un genio e se l'è goduta, alla faccia nostra e di quella del Cinema.

Ha tutta la mia stima. Basta che non ripenso al giardiniere però.


voto 0 (zero)


10.8.11

Recensione: "The Troll Hunter"

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Ditemi dove devo firmare.

Ditemi dove devo firmare per aver la possibilità, anche pagando, di avere sempre a che fare con film come questo. In un Cinema che ormai non può inventare quasi niente (non certo per proprio demerito ma per forza di cose), The Troll Hunter è una fantastica "genialata", una specie di inedito che non può far altro se non diventare un cult assoluto (soltanto fosse distribuito come si deve...).

Siamo in Norvegia. Un mini-troupe di tre ragazzi studenti di cinema scopre, seguendo un misterioso cacciatore, che i troll non sono creature soltanto leggendarie ma realmente esistenti. Decideranno quindi di seguire il cacciatore di troll filmando tutto con la telecamera.

Un mockumentary quindi, ma di un'originalità pazzesca. La storia, per quanto inverosimile, è architettata perfettamente. Il governo Norvegese sa dell'esistenza dei Troll ma nasconde ogni loro "malefatta" per non gettare la popolazione nel panico. Hans, il cacciatore, ha il compito "governativo" di eliminare tutte le creature che sono uscite dai propri confini per entrare nei "nostri" territori. Questo insabbiamento delle prove, questa pianificata cancellazione della verità, questo tentativo statale di non far cadere la popolazione nel terrore mistificando la realtà è una geniale, fantastica trovata che richiama inevitabilmente alla nostra attualità.

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Non bisogna però cadere nel tranello di vedere The Troll Hunter come film, politicamente o no, impegnato. Tutt'altro, siamo davanti a un'opera che cambia continuamente registro e atmosfera, dal drammatico al comico, dal reale al fantastico, dal soft-horror all'avventuroso.

Lo schema in realtà è un pò prevedibile, il gruppo dei protagonisti passa da un'avventura all'altra in quadretti quasi autonomi e staccati tra loro. Interessante però la gestione di tali sequenze: si passa ogni volta a una location diversa ( foresta, ponte, caverna, montagna innevata), a diversi troll ( quello a 3 teste, quello basso e cattivissimo, la famigliola puzzona e il Gigante) e ad un climax ascendente ben calibrato (il primo troll che terrorizza, il secondo che prende Hans e rischia di ucciderlo, il gruppetto di troll della caverna che ammazza l'operatore e il Gigante che per un pelo non  ammazza tutti...). Il ritmo non sempre è soddisfacente, specie nella prima parte, ma c'è una tale quantità di scene notevoli da far divertire (o impaurire nel caso di un pubblico giovane) dall'inizio alla fine. L'arrivo del primo troll, la sua trasformazione in pietra, tutta la bellissima sequenza nella caverna, l'attesa dell'arrivo del gigante nello chalet con la telecamera che va ripetutamente alla finestra, la fuga in macchina tra i piedi del troll finale, sono davvero tanti i momenti straordinariamente suggestivi.  Filmetto di serie b? Macchè, gli effetti visivi sono stupefacenti, roba che tanti americani gli stanno dietro. Poi le ambientazioni norvegesi sono magnifiche e risaltano benissimo, soprattutto nei perfetti camera-car.

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E, non voglio esagerare, ma riesco a trovare anche un valore culturale nell'opera perchè riuscire a raccontare credenze, leggende e usi (specie quelli della bellissima tradizione nordica) in un modo così originale e spettacolare è operazione benemerita. E così sapere che i troll divorano gli pneumatici, che quelli giovani esplodono con la luce mentre quelli vecchi diventano di pietra, che sentono e percepiscono l'odore di chi crede in Dio (geniale), che si muovono solo al buio e che ne esistono decine di tipi, saper tutto questo è un valore aggiunto al film. La tradizione orale, le storie cavolo, le storie che sempre meno si raccontano, sono esaltate in questo gioiello norvegese. The Troll Hunter, grazie di esistere.


( voto 8)




7.8.11

Recensione: "Il Grande Racket"

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Dopo l'ottimo, quasi perfetto (mannaggia a quel finale...) L'Ultimo treno della notte e il personalmente deludente L'ultima casa a sinistra di Wes Craven, prosegue la breve (?) capatina nel pazzo, sporco e violentissimo mondo del cinema di genere anni 70. Non essendo nè un amante nè un conoscitore di tale mondo proseguo la navigazione facendomi indicare le rotte più importanti da veri lupi di mare di questa parte dell'Oceano cinematografico.

Il Grande Racket di Enzo Castellari, il regista de "Quel maledetto treno blindato", il film ispiratore degli Ingloriuos Basterds tarantiniani che, ahimè, a sua volta hanno spinto Castellari a tornare dietro la macchina da presa (a 15 anni dall'ultimo film)  in questo modo..., mi era stato dipinto come una delle massime vette che il cinema di genere italiano, in particolar modo il poliziesco, avesse mai raggiunto.

Niente di più vero.

Se c'è una cosa che non sopporto nel cinema sono:

A le storie d'amore (quelle banali e lacrimevoli)

B gli spari, le pallottole (se parte una sparatoria mando avanti veloce, una noia terribile)

C le scazzottate (per non parlare delle arti marziali, vade retro!)

D le automobili (inseguimenti, scene d'azione, gare etc...)

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Ne Il Grande Racket i punti B,C e D coprono praticamente il 75% dell'intera durata ma è tale la bellezza del film da avermi fatto completamente dimenticare i miei "dettami", soprattutto perchè è così forte il realismo delle vicende da rendere maledettamente vere e funzionali tutte quelle scene che nella maggior parte delle pellicole sarebbero soltanto inserti spettacolari fini a se stessi.
La storia, apparentemente semplice e lineare, è in realtà fitta di trame e sottotrame. A Roma una banda di estorsori è il terrore dei commercianti, costretti a pagare il "pizzo" per non vedersi distruggere il negozio o, ancor peggio, colpire negli affetti familiari. L' ispettore Nico Palmieri è fermamente intenzionato a porre fine al fenomeno, tanto che quando i suoi colleghi e le autorità decideranno di lasciar perdere, destituendolo addirittura dall'incarico, creerà ad hoc una squadra di "vendicatori" pronti a morire pur di fermare i delinquenti.
Il Grande Racket è un film violentissimo perchè porta tutte le vicende che racconta alle loro estreme conseguenze. Non c'è salvezza nè redenzione nè perdono. Tutti i personaggi coinvolti precipitano in una spirale di violenza dalla quale è impossibile uscire ed il finale non è che la triste conferma di tutto ciò.

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Un padre che perde la propria figlia, suicida dopo una terribile violenza subita; un marito che vede la propria moglie essere stuprata e uccisa davanti ai suoi occhi, ragazzi linciati per strada, sparatorie-massacri come se piovesse, non c'è davvero un limite che non si oltrepassi. In particolare i due stupri, ripresi in maniera completamente diversa- campo lungo il primo, un concitatissimo camera a mano ravvicinata il secondo- sono davvero incredibilmente realistici e umanamente devastanti. Merito anche delle grandi, grandissime interpretazioni di tutti gli attori, tutti perfetti, dai quattro pazzi delinquenti (straordinaria la ragazza) al protagonista Fabio Testi; dalla ragazzina figlia del ristoratore fino ad arrivare a tutti i componenti della squadra di "vendicatori" organizzata dall'ispettore.
La regia, tutt'altro che classica, si districa alla grande tra ralenti e scene d'azione perfette, tra inquadrature dall'alto e serrati corpo a corpo. Assolutamente pazzesca la scena dell' auto ribaltata, superiore a qualsiasi effetto visivo degi anni 2000.
Di pari livello la sceneggiatura, fitta come detto di piccole vicende che poi collimeranno perfettamente nella giustizia privata organizzata da Palmieri. Dialoghi mai banali capaci di oscillare dal comico al tragico, da quelli di routine ad altri molto impegnati, anche politicamente. Fulcro di tutto è il personaggio dell'ispettore, forse un tantino esagerato nel voler a tutti i costi, con metodi non convenzionali e contrari al suo ruolo, riuscire a chiudere il racket. Paradossalmente è tanto integerrimo e coerente nelle proprie idee quanto non lo è nel proprio ruolo. In realtà è ogni singolo personaggio a racchiudere in sè un fortissimo dramma, aleggia sulla testa di ognuno un'aura fosca, esiziale. Castellari riesce benissimo a farci presagire ciò che verrà, l'atmosfera è densa, pregna della tragedia finale e definitiva.

Forse si potrebbe imputare a Castellari e al suo film un eccessivo autocompiacimento alla violenza ma non c'è nulla in quello che Il Grande Racket racconta che non si possa collegare alla purtroppo tristissima realtà.


( voto 9)