31.7.11

Recensione: "La maschera di cera"

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La telecamera, laida e maliziosa, scorge nella macchina a fianco l'ereditiera Paris Hilton intenta a sostenere un'esame orale al mandingo di turno. Lei se ne accorge e, a differenza dell'altra volta,  lascia il boccone a metà.
Comincia praticamente con questo deja-vu l'horror d'atmosfera La Maschera di Cera, opera prima del giovane regista spagnolo Collet-Serra poi assurto a maggior gloria con l'ottimo (a quanto dicono) Orphan e col recentissimo thriller Unknown interpretato da Liam "iovitroverò" Neeson.
La Hilton era diventata famosa soltanto da un anno (sapete in quale maniera) quando è stata chiamata a partecipare al film. Per il fatto che abbia accettato la si potrebbe dunque definire ragazza auto-ironica, io preferisco considerarla incapace di intendere o volere. Comunque...

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Il museo delle cere è da sempre una location perfetta per l'horror. Più le statue sono ben fatte più il senso di inquietitudine è forte. Quante volte ci è preso un mezzo "colpo" in un negozio per colpa di qualche manichino? Figuriamoci cosa vuol dire girar intorno a copie quasi perfette di persone reali. Quindi Collet-Serra partiva avvantaggiato rispetto a tanti suoi colleghi, non gli restava altro che creare una storia intorno al luogo.
E, sorpresa, l'idea del film non era affatto male. Un'intera cittadina "finta" gestita da due fratelli pazzi che piano piano la stavano "popolando" alla loro maniera non era affatto un'idea peregrina. Peccato che questo sia praticamente un remake...
Quindi, la location c'era già, l'idea al 90% era stata già sviluppata, cosa rimane? Praticamente niente. Il solito gruppo di ragazzi, più o meno promiscui che va a divertirsi. La solita strada sbarrata, bla bla bla. A questo punto l'attesa è sempre quella: vedere come muoiono i giovini. Niente di speciale neanche sotto questo versante, da sottolinare forse soltanto la morte della stessa Paris trafitta da un palo. Malgrado la giovane sia allenatissima a tale pratica nella vita reale questa volta, potere del cinema, non riesce a salvarsi.

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Da segnalare anche il curioso cameo di Renato Zero nel ruolo del fratello muto pazzo.
Però il finale con l'intero museo che collassa su se stesso a causa del fuoco (è costruito interamente con la cera) ruba letteralmente l'occhio, davvero magistrale sia nell'idea che nella realizzazione.
Crediamo di aver assistito quantomeno a un buon finale quando la polizia ha una rivelazione per noi. Il problema è che tale rivelazione sia così assolutamente inutile che l'unica persona degna a commentarla sarebbe il grande capo indiano Estiqatsi                             

(voto 5)


30.7.11

Recensione: "La Famiglia Savage"


Malgrado creda di averlo detto più di una volta, mi piace ribadire come siano indiscutibilmente due gli attori che a prescindere da film e ruoli riescano sempre e comunque ad emozionarmi. Parlo di Sam Rockwell e Philip Seymour Hoffman. Con il primo l'innamoramento è avvenuto nel sottovalutato Confessioni di una mente pericolosa (opera prima di Clooney) nel quale Sam interpreta meravigliosamente l'incredibile personaggio di Chuck Barris. E' invece nel ruolo di Truman Capote che ho scoperto uno dei veri e propri mostri della cinematografia odierna, Seymour Hoffmann per l'appunto. Vederlo recitare (la stessa cosa mi capita ad esempio con il nostro Servillo, forse 3° mio attore preferito) è quasi un privilegio.
Lo ritrovo in questo "piccolo" film, molto delicato e intimo per il soggetto che affronta (il ricongiungimento di due fratelli per badare al padre non più autosufficiente) ma incapace per qualche motivo di convincere pienamente.

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Eppure non mancherebbe niente: la recitazione è maiuscola; al già citato Hoffman, sempre eccezionale, si affiancano Laura Linney (grande attrice), Philip Bosco nel ruolo del padre e Friedman in quello dell'amante. I quattro fanno quasi a gara di bravura e forse è proprio il meno conosciuto, Bosco, ad offrire la prova più grande interpretando in maniera comica e allo stesso tempo melanconica la figura di un vecchio che inizia piano piano ad abbandonare la vita e con lei i propri ricordi. Nella scena in cui abbassa il volume per la lite in macchina o quella della lampada fluorescente si raggiunge quasi il lirismo per bellezza e qualità recitativa. Nondimeno è il livello dei dialoghi, notevolissimo. Quello che c'è ad esempio tra i due fratelli all'esterno dell'ospizio è da antologia e racconta in maniera fredda ed amara tante verità che spesso vengono taciute: "e' il tuo senso di colpa che lo porta qui, tutto questo non è per lui, ma per noi". Ed ottimo è anche il modo con il quale La Famiglia Savage tratta svariati temi come quello, abusatissimo, dei losers 40enni, quello della difficoltà ad amare una persona che non ti ha mai amato ("gli stiamo dando più di quello che lui ha dato a noi"), quello dell'improvvisa maturazione cui spesso la vita ti costringe o quello della spietata analisi di sè.

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Ottima è anche la contrapposizione tra la cruda realtà che i due fratelli sono costretti ad affrontare e i loro studi e interessi teatrali. Non è un caso che Wendy abbia scritto una commedia molto autobiografica, l'unica maniera, non diretta ma "laterale", per analizzare e raccontare la propria vita.
Il problema è che non si entra mai in completa empatia con i personaggi e che la regista si barcameni un pò troppo tra il comico e il drammatico non riuscendo così ad accontentare in modo completo nessuno, nè chi cercava un film impegnato fino in fondo nè chi ricercava più spensieratezza,  .
Il finale l'ho trovato magnifico e forse emotivamente punto più alto dell'intero film. In 10 secondi c'è dentro di tutto, la speranza, l'ottimismo, la sensazione di avercela fatta e un grande insegnamento: crederci, crederci sempre.


(voto 7,5)

28.7.11

Recensione: "Il Bosco fuori"

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presenti spoiler

Dopo lo splendido film di Alemà, spinto da una rinnovata euforia ultranazionalista decido di vedermi un horror low budget made in Italy che a differenza di At the end of the day non è stato praticamente distribuito. Parlo di "Radice quadrata di 3" ma, senza sottotitoli, avrei forse avuto meno difficoltà con l'aramaico rispetto al dialetto friulano. Interrompo dopo 7 minuti. Mi butto allora, per restare nel range che mi ero prefissato, ne Il Bosco fuori di Gabriele Albanesi.

E anche stavolta rimango colpito molto favorevolmente.

Film la cui analisi è un continuo paradosso.

E' una scopiazzatura e citazione di mille altri (su tutti Non aprite quella porta con la famiglia di pazzi, la motosega, la roulotte e la cena) ma al contempo ha uno dei suoi punti di forza proprio nell'originalità delll' assemblaggio.Credo addirittura che se fosse più conosciuto potrebbe anche interessare gli americani per un remake.

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Ha un uso delle luci pessimo (tanto da incorrere in errori di notte/giorno madornali) ma ha un paio di sequenze meravigliosamente fotografate come la fuga della ragazza al buio nella strada bianca.

Ha personaggi allucinanti, assurdi, pacchiani e assolutamente inverosimili come il trio di coattoni romani o i due fratelli handicappati acquisiti, ma proprio in tali personaggi Il Bosco fuori racchiude la sua particolare "magia".

Offre una recitazione a tratti imbarazzante (per esempio nella pseudo professionista Rocchetti) ma in alcuni casi talmente buona (vedi il padre) da farci dimenticare l'amatorialità del tutto.

Regala momenti di (in)volontaria comicità (vedi la battuta del coatto post-sbudellamento o lo scoppio del mega-bubbone) ma ha la forza di mantenere un fondo di serietà davvero notevole. E' tutt'altro che una commedia horror a dir la verità.

Spinge moltissimo sul grottesco, sullo splatter, sull'esagerazione ma di fondo (di fondo proprio, nessuna pretesa autoriale) tratta argomenti delicati e importanti come quello del diverso, dell'amore cieco per il proprio figlio, della violenza come divertissement e della scoperta di sè. A questo proposito mi è piaciuto moltissimo il personaggio di Giulio, un bimbo sì diverso, ma tutt'altro che mostro, che con ingenuità e innocenza inizia a conoscere e convivere con la propria natura. Per restare a visioni recenti c'è qualcosa di The Hamiltons in tutto questo.

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In definitiva un buon prodotto che trasuda passione scena dopo scena. Albanesi ha coraggio e, a proprio rischio e pericolo, non tira mai il freno e arriva fino in fondo in ogni aspetto o situazione che propone, sia grottesca che più seria. Come detto non mancano, anzi abbondano, errori tecnici e di scrittura (la ragazza che alla fine invece di fuggire, va in cantina...) ma c'è la netta sensazione che non si poteva far meglio, che si sia raggiunto il 100% dei risultati che mezzi e storia potevano garantire.

Gli effetti, avendo Stivaletti in troupe, non potevano che esser buoni, a parte quello finale bimbo mutilato, con un corpo evidentemente finto messo davanti a sè. Il massacro finale che ci troviamo in casa però è da Serie A del genere.

Bravo Albanesi, speriamo che anche lui approfitti di quest'aria nuova che si inizia a respirare e venga aiutato in un lavoro futuro.


(voto 7)


25.7.11

Recensione: "L' Ultimo treno della notte"

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Faccio finalmente una capatina nel selvaggio, sporco, violento e bellissimo mondo del cinema di genere italiano anni 70, una vera miniera d'oro sia per gli appassionati (che sono più di quanti sembrano), sia per gli addetti ai lavori che molto spesso hanno preso pellicole di tale periodo come proprie opere di riferimento. Qua il percorso è però inverso, essendo Aldo Lado (il regista) ad essersi ispirato all' americano L'ultima casa a sinistra , nientepopodimeno che il debutto cinematografico di un giovanissimo Wes Craven (e presto recensito su questi schermi).

Non è però un remake tout court perchè Lado riesce a rimodellare completamente lo scheletro di sceneggiatura di Craven, nella trama, nelle ambientazioni, nei personaggi e in alcune dinamiche (come il personaggio "aggiunto" della donna). Il risultato è (quasi) straordinario.

Già il prologo, nel quale i personaggi principali si muovono mischiati alle comparse senza poter quasi discernere gli uni dagli altri, è indice di qualità e originalità.

Facciamo così la conoscenza sia delle due ragazze, di ritorno in Italia dalla Germania, sia della coppia di delinquentelli con la quale, quasi per caso, incroceranno tragicamente i propri destini (non so perchè, ma questo film mi ha fatto tornare prepotentemente in testa il terribile massacro del Circeo).

E' nelle sequenze sui due treni, specie nel secondo treno (quello cui il titolo si riferisce), che il film di Lado raggiunge livelli di intensità e forza straordinari, non solo emotivi, ma anche strettamente cinematografici.

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L'uso assolutamente geniale della musica diegetica (l'armonica) unito a quello della colonna sonora "esterna"; il fantastico utilizzo del montaggio alternato con la casa del padre, maledettamente "vero" nel dare un senso di contemporaneità degli eventi  ( tra di loro antitetici per atmosfera, ma analogici per alcuni discorsi intavolati nella cena); l'atmosfera pazzesca che le luci e l'incessante rumore del treno riescono a conferire, specie nei terribili 10 minuti "finali" delle ragazze; tutto questo regala allo spettatore una mezz'ora (almeno) di un livello altissimo. Notevole anche l'interpretazione dei 5, con la dolcezza, l'innocenza e la paura delle due ragazze contrapposta alla pazzia, alla lascivia e alla violenza degli aguzzini. E quella verginità persa in quella maniera potentissima metafora dell'innocenza violata.

Poi si arriva al finale... Lado affida soltanto 10 minuti (dei 90 complessivi) alla seconda parte, quella del revenge. La contrapposizione tra il buio e le vicende da incubo svoltesi nel treno, e la luce e la tranquillità della casa del padre è straordinaria. Tranquillità apparente però, perchè lo spettatore è perfettamente consapevole del nuovo incrocio di destini che la trama ha riservato.

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A dir la verità, però, c'è più di un punto debole  in questi minuti finali. La reazione di Enrico Maria Salerno (fin lì splendido) alla ferale notizia riguardo la figlia secondo me non convince appieno, e non parlo della reazione che avrà nei fatti, quella sì assolutamente comprensibile, ma quella semplicemente emotiva nella macchina; il primo omicidio l'ho trovato un pò goffo e poco credibile, il secondo troppo "laborioso" nello svolgimento; la chiusa finale sulla donna convince e non convince. In generale è proprio quel personaggio a risultare un tantino assurdo e gratuito malgrado, e questo sembra un paradosso, debba a tutti gli effetti essere considerarato davvero convincente e perfettamente riuscito. Una donna che apparentemente sembra la classica borghese perbene ma sotto sotto (come foto rivela) nasconde fantasie abbastanza perverse; allo stesso tempo ci appare prima una vittima (nello stupro) per poi diventare la vera e propria burattinaia del delirio di sesso e violenza nel treno. E' probabile anche una non velata denuncia di Lado verso un certo, finto,  perbenismo.borghese.

Non una pellicola esente da difetti in definitiva, ma opera comunque notevole, sporca, violenta e umanamente terribile.


( voto 8 )


23.7.11

Recensione: "At the end of the day"

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Nell' intervista concessaci un mesetto fa, Zampaglione fa il nome di Cosimo Alemà tra quelli della new wawe italiana del thriller-horror. Scorgendo i film in uscita nelle sale in questa settimana leggo: At the end of the day di Cosimo Alemà. Buona, ottima occasione per tornare al cinema dopo moltissimo tempo.

Senza tanti preamboli arrivo al sodo: At the end of the day è bellissimo oltre qualsiasi aspettativa. Se con Shadow avevamo avuto i prodromi che stesse cambiando qualcosa nel panorama italiano del perturbante, con il film di Alemà abbiamo praticamente la conferma ufficiale. E, sono convinto, questo film potrebbe piacere anche più di Shadow, o perlomeno a più persone, perchè quanto il primo tentava il "colpaccio" in chiave metaforica, At the end of the day è talmente reale che è quasi impossibile trovargli difetti di verosimiglianza o imputargli chissà quale presunzione.

Sette ragazzi vanno a giocare a soft-air in un bosco a loro sconosciuto. Ben presto si renderanno conto che là, non sono gli unici a giocare alla guerra...

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Sin da subito, dalla scena delle mine, possiamo apprezzare il livello tecnico del film, specie la fotografia di ottimo livello e le inquadrature mai banali. Componenti importantissime ma affatto decisive se manca il resto. Ed è qui che At the end of the day sorprende. Da un soggetto essenziale, quello di una guerra-stealth tra predati e predatori, Alemà riesce nella titanica impresa di gestire in maniera mirabile le dinamiche di ben 10 personaggi, aspetto che, essendo all'opera prima, fa quasi gridare al miracolo. Ogni azione sia temporalmente che spazialmente è verosimile, i dialoghi sono molto scarni ma dannatamente credibili. Continuo a premere su questo tasto perchè troppe volte, specie nel nostro cinema, si è assistito a una bella confezione rovinata da sceneggiature risibili infarcite di azioni senza senso, uso dello spazio e del tempo disastroso e dialoghi al confine, spesso superato, del comico. Alemà non vuole sorprendere, dopo 5 minuti ci fa vedere in faccia chi sono i buoni e chi i cattivi. Anche questa scelta mostra una maturità davvero impressionante. Grazie a una colonna sonora fantastica riesce nell'impresa di regalar sì tensione, ma anche umanità, romanticismo all'opera, sfiorando il capolavoro nella scena della ragazza nascosta sott'acqua. Forse passa un pò troppo tempo prima che il film decolli, forse ci sono cali di ritmo, forse in 2,3 passaggi c'è un montaggio troppo brusco, forse la vicenda dei tre militari-cacciatori può apparire un tantino forzata, forse il titolo inglese è poco sensato mentre il sottotitolo italiano, leggermente modificato, sarebbe stato più appropriato, ma qui siamo comunque davanti a un piccolo miracolo.

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 C'è sobrietà in Alemà (nemici conosciuti sin da subito; nessun colpo di scena devastante; uccisioni quasi normali, molto reali; la stessa scelta degli attori, belli ma non modelli prestati al cinema; la storia all'interno del film, quella delle due sorelle, molto dolce e importante ma non enfatizzata). In tutto c'è un senso della misura invidiabile e io questo in un'opera prima lo trovo sorprendente. Non c'è la voglia di sembrar bravo con il "tanto", ma quella di far poco sperando di esser bravo. E non manca persino una scelta quasi unica per la storia del genere, quella di aver addirittura 10 personaggi e, beh, vedete l'ultimissima scena.

Sarò stato troppo entusiasta ma, sinceramente, non me ne frega nulla.

Stiamo arrivando. Stiamo arrivando anche noi.


( voto 8,5 )



22.7.11

Recensione: "Piranha"

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Filmare ad appena 25 anni una pellicola come Alta Tensione (pieno di difetti anche macroscopici, è vero,  ma capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo fino alla fine) faceva forse presagire ad una carriera fulminante per il parigino Aja. Le due opere successive (Le colline hanno gli occhi, Riflessi di paura) confermeranno sì il suo valore (sopra la triste media del genere), ma senza dubbio non offriranno quel salto di qualità che un pò tutti si aspettavano.

Incurante di tutto (della critica, della carriera e della propria poetica, non certo dei soldi...), il giovane regista decide invece di divertirsi con un pulpissimo b-movie, roba da veri appassionati. E se il livello filmico di Piranha è pressochè nullo (a parte la fotografia)  la componente che più interessava Aja, cioè quella splatter, è di un livello stratosferico.

La trama, come b-movie vuole, è di una banalità sconcertante. Il susseguirsi degli eventi (escono i piranha, storia d'amore, festa in spiaggia e massacro) è roba da "fai una storia divisa in sequenze" della scuola materna. I personaggi hanno una complessità da gioco di ruolo ( Il Regista Pappone, La Puttana, L'Aspirante Puttana, Il Timidone, La Poliziotta Testicolata) e l'atmosfera, tra culi, tette e snervante musica da spiaggia, è da Baywatch col capezzolo in più.

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Ma, e di questo va dato atto al regista, Piranha se ne frega di tutto.

Se ne frega se in una scena due ragazze completamente nude se ne stanno 10 minuti sott'acqua senza riprender fiato; se ne frega se un ragazzo ad un certo punto prende senza alcun motivo un motoscafo e compie una strage; se ne frega se nel finale ci vogliono far credere che i piranha son tutti morti mentre ce ne saranno ancora 12.135 sparsi per il lago.

Piranha è SOLTANTO corpi e sangue in chiave grottesca, fuori da ogni verosimiglianza o tentativo d'atmosfera horror. Corpi squartati, altri tagliati a metà, altri ancora orrendamente devastati dai piranha, quasi "prosciugati", testa spaccate da prue, scalpi di visi e chi più ne ha più ne metta. La scena del massacro alla festa è da Storia del genere, il livello degli effetti, a parte quello degli stessi piranha, è da urlo. Senza tale scena anche un appassionato del trash avrebbe trovato poco o nulla da salvare.

Lasciate quindi  perdere giudizi estetici o di valore assoluto, Piranha è divertente come quando a 5 anni dicevamo "pisello" e poi scoppiavamo a ridere. Non abbiam bisogno, ogni tanto, anche di questo?


(voto 6,5)


19.7.11

Recensione: "Premonition (USA)"


presenti spoiler pesanti
A 'n certo punto del film ce sta Sandra Bullock (attrice della quale, ci crediate o no, questo che ho visto è appena il 2° film dopo Crash; certo il non vedere commedie è il motivo principale di questo scarso rapporto che ho con lei, anche se probabilmente cercherei di evitarla comunque), dicevo, ce sta Sandra Bullock che prende un foglio, pure bello grosso, e du pennarelli, perchè nun se sà mai, magari uno dopo 'n pò non glie scrive più e allora pò pià quell'altro.
(switch in italian language) --> Lo divide in 7 parti, ognuna rappresenta un giorno della settimana. Inizia a scrivere i fatti più importanti di ogni giorno. Ah, Premonition (che non è un remake del giapponese! ma come è venuta fuori sta storia?) parla di una donna che perde il marito in un incidente ma poi ogni mattina si risveglia in un giorno diverso della settimana, prima e dopo la morte dell' husband. Per questo a un certo punto cerca di metter ordine negli incredibili avvenimenti che le stanno accadendo fissandoli nel foglio sopracitato. Alla fine, in basso, scrive anche: "ferite di Bridgette (la figlia) quando?".
Perchè tutto questo preambolo? Perchè questa è la scena madre del film anche se non del film in senso stretto ma, fuor di diegesi, sta a simboleggiare l'assoluta confusione in fase di sceneggiatura.
Quel foglio è reale, è quello stilato dagli sceneggiatori, completamente persi nell'impalcatura che hanno tentato di costruire. E anche la domanda riguardo le ferite della figlia vergata in fondo al foglio da Linda, è perfetta, dato che l'errore più grande (di una serie mica male) riguarda proprio quella faccenda (la figlia si ferisce al viso col padre vivo ma quando questi muore non ha più niente).

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Ora, forse mi sto sbagliando io. Il sottotitolo del film recita "realtà o immaginazione?". Non vorrei che alcune delle vicende che vediamo non siano effettivamente accadute anche se il film in questo senso non ci aiuta, anzi, ci fa credere il contrario, cioè che tutto nella vita di Linda sia reale, pieno sì di salti temporali (come nello splendido Timecrimes) tanto da renderlo terribilmente confuso, ma reale e ineluttabile.
Il film parte benissimo e, sinceramente, mantiene sempre un livello più che discreto. La Bullock se la cava bene in un ruolo non facile, ruolo vero e proprio architrave dell'intero film. Il problema è che c'è questa serie incredibilie di errori che anche nel caso volessimo "salvare" quelli dovuti allo sbagliato collegamento degli eventi, ce ne sarebbero comunque degli altri, più che errori scelte discutibili, come la scena della bara, quella del dottore che piomba in casa e porta via Linda, il sottofinale nell'autostrada quasi comico e il finale vero e proprio, talmente melassoso e forzato che, volendo, potrebbe bastar da solo per ditruggere l'opinione che uno si poteva esser fatto del film.
Della serie "come impegnarsi al massimo per riuscire a rovinare un ottimo film".
Switch off --> ah scribacchini, ma n' ticchino più atenti no?

(voto 5,5)


17.7.11

Uno di Due (5/20) statuetta degli Oscar o qualsiasi altra statuetta del _azzo?

Ed eccoci, dopo una lunga pausa, al quinto appuntamento con Uno di Due, il gioco-sondaggio de Il Buio in Sala. Potete trovare qui tutte le precedenti puntate con tanto di risultato parziale tra parentesi. Se avete saltato qualche puntata, recuperatela perchè alla fine ognuno avrà la propria "scheda" personale. Ricordo infine a chi non avesse votato ancora la mia tortura di approfittarne, perchè ci sono stati sì molti voti, ma il quorum non è stato raggiunto. Meno male...

Prima di votare in questa nuova puntata, leggete attentamente. Mi sono accorto che nella recensione di Precious di ieri, parlando della grande interpretazione di Mo'nique, non ho ricordato come tale interpretazione l'avesse portata a vincere l'Oscar come attrice non protagonista. Questo fatto mi ha spinto a ripensare un pochino a tutte le mie recensioni per constatare come in effetti, anche in presenza di film pluripremiati, non abbia mai praticamente citato le famosissime statuette. Da un lato ciò mi fa onore perchè testimonia la mia assoluta automia di giudizio nell'analisi del film (non mi piace chi bastona un dato film perchè ha vinto troppi Oscar, ne ha colpa lui o chi ha votato?), dall'altro, in un blog di cinema, rappresenta certamente un notevole "buco" informativo.
Volevo chiedervi non tanto quanta importanza date agli Academy Award, se vi entusiasmate nel seguire le premiazioni, se scegliete addirittura i film in base a tal premio, se vi incavolate di brutto qualora il vostro favorito non vinca; no, a me interessa sapere se per voi l'Oscar conta QUALCOSA oppure no, se è in qualche modo importante o vale quanto qualsiasi altra statuetta, anche una del _azzo come quella di Priapo. Non siate frettolosi, gli Oscar raccontano comunque la Storia del Cinema e leggendo l'albo d'oro ci saranno sì ingiustizie a go go, ma anche la presenza di quasi tutti i più grandi nomi della storia cinematografica.
Però, se in un referendum doveste scegliere fra l'eliminazione degli Oscar (più magari un assegno da... 50 euro) o il loro mantenimento, dove mettereste la vostra X ? I 50 euro sono solo un pretesto per chiedervi se gli Oscar valgono così poco da accettare la loro eliminazione in cambio quasi di niente (ma sempre qualcosa, con niente nessuno vorrebbe eliminarli) oppure, anche nel caso voi non li amiate, sono sempre fonte di notevole interesse.

VERDETTO
Più che un verdetto ragionato, la mia è solo la constatazione di un dato di fatto. Non parlo mai degli Oscar, se non per convincere un cliente a noleggiare un film. Molte volte mi sono emozionato in qualche cerimonia, ma in genere sono sempre stato tra l'indifferenza e l'incredulità di veder pluripremiati alcuni film di basso valore. Per me possono pure toglierli, voto per l'eliminazione e con i 50 euro mi compro la statuetta di Priapo. Così, tanto per fargli venire l'invidia del pene.
A lui.

16.7.11

Recensione: "Precious"




presenti lievi spoiler


Preziosa è la vita, qualsiasi vita.
Ancor più preziosa, un diamante grezzo, è la vita dei bambini e degli adolescenti.
Chiunque si appropri di quel diamante, chiunque lo faccia perdere di lucentezza, chiunque arrivi persino a deturparlo commette uno dei crimini più infami e devastanti che si possano soltanto immaginare.
Preziosa, Precious, è il nome, ma non la vita, di una ragazza di Harlem, un immenso diamante nero di 150 kg.

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Precious ha una madre che la chiama "troia".
Precious ha una madre che la picchia e la fa sentire un'handicappata.
Precious è stata stuprata più volte dal padre.
Precious ha avuto due figli dal padre tra i quali una bimba con la sindrome di Down.
Precious ha l' Aids.

Una vita completamente devastata dalle due persone che in un mondo normale avrebbero dovuto volergli più bene.

"L'Amore mi ha violentata".

"L'Amore mi ha chiamato Animale" dice Precious alla sua insegnante.

Già, perchè lei, come dargli torto, crede che l'Amore debba per forza combaciare con la Famiglia. Non è questo naturale? No, non c'è niente di naturale, di umano, nella vita di Precious. Con due spalle larghe quanto il suo mastodontico fisico presupporrebbe, Precious è però riuscita ad andare avanti e, forse, trasformerà la merda che gli hanno gettato addosso in pepite d'oro, in speranza, in futuro. Capirà che "persone che a stento mi conoscono mi vogliono più bene di mia madre e mio padre" perchè love is in the air e a prescindere dai legami familiari, c'è gente che apre la bocca per respirarlo e altri no.

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Film la cui valutazione può prescindere quasi dal film stesso. Affatto perfetto, trova però una straordinaria potenza nel messaggio che lancia, nella materia, nella storia che racconta. Diventa un film imprescindibile, da vedere quasi come documentario, da considerare quasi come una news del tg, perchè può forse servire ad aprire gli occhi a chi ancora preferisce di tenerli chiusi.

Una sceneggiatura non perfetta, passaggi un tantino confusi e troppo bruschi; personaggi come quello di Kravitz assolutamente ininfluenti (messi forse solo per attirare) ed altri veri e propri clichè; inserti visionari del regista troppo lunghi e reiterati (ne sarebbe bastato uno al momento giusto); un modo forse troppo moderno per raccontare una vicenda così sporca.

Però, ripeto, l'impianto cinematografico (comunque buono) può prescindere dalla forza che il film emana, dal cazzotto che, senza possibilità di schivata, ci prendiamo in faccia. Merito anche delle grandi interpretazioni degli attori, quella della dilettante protagonista e quella di Mo'nique, la madre, personaggio terribile, disgustoso. Il suo dialogo-monologo alla fine del film davanti all'assistente sociale (una sorprendente Mariah Carey) è così forte, schifoso, devastante da far star male. Questo non è cinema però, questa è la triste realtà che dietro giardini curati, mura bianche e tendine a pois nascondono parecchie famiglie nel mondo. E, credetemi (perchè questo è forse il tema nella vita a me più caro), considero l'abuso, non solo sessuale, ma anche psicologico verso i propri figli un crimine molto più grave di qualsiasi conflitto mondiale, di qualsiasi guerra, perchè molto più viscido, molto più aberrante, molto più "sleale", un crimine che riguarda noi, e non loro, i padroni del vapore.

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"Cosa sai fare meglio nella vita Precious?" le chiede l'insegnante.

"Niente, non so fare niente" risponde la ragazza.

Poi, dopo un pò: "anzi sì, so cucinare bene".

No, cara Precious, tu sai fare bene molte cose.

Sai lottare, sai resistere, sai andare avanti.

Sei un esempio e un punto di riferimento per tutte quelle come te.

Quelle che gli orchi, i mostri, non li sentivano raccontati nelle favole, ma li avevano fisicamente a fianco, proprio al posto di quelle persone che, le favole, dovevano raccontarle.


(voto 8)

13.7.11

Recensione: "The Hamiltons"



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PRESENTI SPOILER AMMAZZAFILM!


Sono seriamente in difficoltà...
Perchè The Hamiltons, a differenza dei film horror in catena di montaggio di questi tempi, è un film che tenta qualcosa, forse non osa, ma tenta.
Tenta di dare una nuova visione all'abusatissimo tema dei vampiri (avete letto l'avvertimento? no? troppo tardi...).
Tenta di dare spessore psicologico ai propri personaggi.
Tenta di inserire tematiche forti e non banali all'interno della trama, non ultime quelle delle "devianze" (omosessualità, virgolette d'obbligo) o vere e proprie depravazioni (il rapporto incestuoso tra i due fratelli) sessuali.
A metà film sinceramente non c'ero ancora arrivato, anzi, stavo già pensando all'assoluta uguaglianza tra lo pseudonimo dei registi ("the butcher brothers") e
le vicende del film, quelle che almeno apparentemente fin lì sembravano raccontare la storia di alcuni fratelli macellai.
Quattro fratelli per la precisione (insomma, non proprio precisione visto il finale...), ritrovatisi soli dopo la morte dei genitori. Il più grande ha un carattere abbastanza mite ma non riesce comunque a sottrarsi alla sua natura, anzi, è quello che probabilmente si dà più da fare in questo senso (anche se curiosamente, a differenza dei gemelli, non lo vediamo quasi mai in "azione"). Lui è il tipico esempio della persona che si vergogna di ciò che è ma non riesce farne a meno.
In mezzo stanno due terribili gemelli, maschio e femmina, assolutamente cinici e privi di scrupoli. Loro impersonificano la parte definitivamente cattiva di quello che sono. Il più piccolo invece cerca ancora di sfuggire a quello che è il suo istinto, cerca di trattenersi e razionalizzare, non riesce a giustificare il fine (sangue) con il mezzo che i fratelli usano (uccisioni). Ed anche la sua vita, a differenza di quella degli altri, spesa tra Eros e Thanatos, è la vita di un adolescente rinchiuso in sè stesso, un adolescente che fatica a trovare la propria identità, un ragazzo che vorrebbe staccarsi dalla propria famiglia ma è troppo forte il legame con essa per spezzarlo.

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Il problema di The Hamiltons è nel dipanarsi della sceneggiatura e nella messa in scena. Troppi i passaggi non sufficientemente chiari ( come fa il più giovane a sopravvivere senza nutrirsi? perchè le ragazze vengono lasciate appese per giorni e non fatte fuori subito? perchè Lenny, il "mostro", viene tenuto nascosto e non è stato cresciuto con gli altri? com'è possibile che in ogni posto dove vanno a vivere, una volta partiti non lascino tracce o ricordi malgrado l'incredibile numero di omicidi, basta il cambio di nome?) , quasi inesistenti gli effetti, confusi alcuni passaggi temporali, regia e fotografia molto acerbe.
La rivelazione poi riguardo Lenny è davvero disastrosa e non nell'idea, ottima, ma nella realizzazione, nella scelta del piccolo attore e nelle crepe che crea a posteriori nel plot.
Però, il vampirismo visto come semplice malattia umana (possono vivere alla luce, ombre sullo specchio etc...) è interessante, io avrei addirittura evitato i 2 canini che si vedono nel finale. The Hamiltons alla fine è un film molto più umano di quello che sembra perchè malattia, problemi famigliari, difficoltà nella crescita e depravazioni sono temi quanto mai attuali.

Insomma, forse è da un verso troppo autoriale per le tematiche affrontate e dall'altro troppo amatoriale nella realizzazione.

Comunque un film diverso e per questo da premiare. E sti fratelli macellai, i registi intendo, meritano un'altra chance.


(voto 6,5)

10.7.11

Recensione: "Non Lasciarmi"



presenti spoiler

Film di algida, raggelante, bellezza.
Non riscalda il cuore ma tende così a raffreddarlo che ogni piccola emozione regalata divampa con ancor maggior intensità.
"Non lasciarmi" è un film quasi unico nel suo genere, capace di trattare tematiche importantissime in una maniera mai vista in precedenza. Certo il merito va al grande talento di Ishiguro (l'autore del romanzo) ma anche la trasposizione filmica di Romanek è straordinaria.
Distopia sì, ma distopia assolutamente sui generis. Non si parla di un' indesiderabile futuro possibile, ma di vicende (non)accadute nel passato. Se da un lato tale scelta ci mette sin dall'inizio in una condizione di irrealtà, dall'altro rende ancor più coinvolgente e "fastidiosa" la vicenda, perchè riguarda noi, la nostra generazione, il nostro passato prossimo e il nostro presente.

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"Bisogna sempre fare la domanda giusta" dice Woo-jin ad Oh Dae-soo. "La domanda giusta non è perchè ti ho imprigionato, ma perchè ti ho lasciato andare".

La domanda giusta, già. In "Non lasciarmi" è inutile chiedersi perchè i ragazzi non scappino, perchè nessuno si ribelli, perchè non ci sia nemmeno una voce dal coro, perchè tengano così "rapprese" le proprie emozioni.

La domanda giusta è: "di cosa parla Non Lasciarmi?".
E così ci accorgeremo che accanto alla miriade di tematiche forti, come il senso della vita e dell'amore, il cinismo umano e la ricerca delle emozioni, c'è un altro tema, minore, ma decisivo, quello dell' Educazione, l'educazione così "totale", continua e psicologicamente devastante (chiamarla plagio?) che porta i ragazzini di Hailsham a credere soltanto quello che altri vogliono fargli credere. Per questi ragazzi la fuga è inconcepibile, il sottrarsi al proprio ruolo "sacrificale" neanche preso in considerazione. L'unico mondo conosciuto, fisico e no, è quello che gli è stato creato intorno. Non ci sono soltanto le recinzioni oltre le quali non si può andare ( "protette" da terribili leggende come in The Village) ma tante piccole recinzioni mentali per quei ragazzi. Capendo questo tante domande avranno le proprie risposte.

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Il modo freddo, apparentemente "piatto" con il quale viene narrata la vicenda è in perfetto connubio con la materia trattata, quasi che alla regia ci fosse proprio uno dei ragazzi di Hailsham. Come in Lourdes, credo che non poteva esser stata fatta scelta migliore.
Per restare alla filmografia presente c'è un pò del già citato The Village, un pò di Moon (il cinismo del programma di sfruttamento dei cloni), di Repo Men ( il miglioramento scientifico della vita degli uomini a scapito dell'uomo stesso), di Apri gli Occhi (l'illusione di una vita che in realtà non è tale) e di Dogtooth (riguardo il plagio di cui sopra).
Romanek si prende tutta la meglio gioventù del cinema britannico e la porta in una pellicola nella quale l'eccellenza di recitazione, specie quella di sottrazione, è assolutamente basilare. Su tutti una meravigliosa Mulligan, con quel viso che trasmette al tempo dolcezza e malinconia, un'attrice che farà la fortuna di parecchi cineasti. La scena in cui lei e Garfield sono seduti sul divano di casa Madame sarà forse recuperata tra 20 anni per ricordare gli esordi di una coppia di attori straordinaria. Quasi non parlano, ma il loro piano d'ascolto è di un livello assolutamente sublime.

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Tornando al film, è il meraviglioso monologo finale a svelarci del tutto l'anima della pellicola e a darci il maggior insegnamento.
Tutte le vite hanno una scadenza, più o meno lunga, più o meno conosciuta, più o meno segnata.
Kathy ce lo dice, non conta tanto il "quanto abbiamo vissuto?", ma il "come abbiamo vissuto?".
La domanda giusta, ricordate?
Il tempo è relativo, quel che conta è come questo tempo viene speso. I pochi momenti passati insieme, immersi in un amore di cui neanche loro conoscono probabilmente il significato, un amore vero, naturale, che non ha le nostre convenzioni e derive (quelle che un pò noi stessi, un pò la società in cui viviamo ci portano a vivere), un amore puro come solo quello che un uomo e una donna fuori dal mondo e dal tempo possono provare, forse, quel sentimento ha reso la loro vita lunga abbastanza per renderli felici.
Con un unico rimorso però, quello che Kathy (come fa con tutte le proprie emozioni e pensieri) non esplicita chiaramente: se non fosse fuggita sarebbero stati anni, e non soltanto giorni, meravigliosi

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"Non lasciarmi", avrebbe potuto dire al tempo Kathy a Tommy.
"Non lasciarmi", avrebbe potuto dire al tempo Tommy a Kathy.
E sarebbero stati insieme vivendo al massimo una vita innaturale, una vita che l'Uomo per il proprio progresso e cinismo aveva creato per loro.

E loro quello stesso Uomo, quell'uomo che sperimenta a scapito di suoi simili, se non si fossero lasciati lo avrebbero sbeffeggiato ancora di più. Tenetevi i votri 100 anni, tenetevi i tumori debellati, tenetevi la scienza, tenetevi il cinico progresso. Noi, teniamo le nostre mani intrecciate tra loro.

(voto 8,5)

9.7.11

UCCIDETEMI, o su come aver la possibilità di esser boia una volta nella vita

Questo post alla fine non è altro che la seconda parte, quella privata e personale, di Kill me please. Il film di Barco mi ha talmente fatto riflettere sul suicidio che ho deciso di rischiare di vivere l'esperienza anche sulla mia pelle.
Ovviamente però, essendo questo un blog sul cinema e non avendo certo voglia di tirar le cuoia così presto, ho pensato ad un suicidio assistito sì, ma cinematografico.
Cioè?
Ci sono film che non vedrei mai, mai, MAI nella vita, neanche per semplice curiosità. Vi assicuro che sono abbastanza talebano e coerente in questo, non lo dico tanto per dire e poi sotto sotto me li sparo. Ho pensato di mettere una lista di 8 PELLICOLE a mio parere invedibili, darvi la scure in mano e far decidere a voi di che morte devo morire. Ognuno di voi dovrà (insomma, potrà...) scegliere 3 film nella lista, quelli che desidera o esige che io veda. Il titolo che per primo arriverà alle 8 segnalazioni sarà sottoposto a visione e recensito nel blog dal sottoscritto entro 3 giorni. Mi tengo abbastanza alto con l'asticella del numero minimo di voti per cercare di farla franca...
La recensione avrà l'approccio di sempre, serio o scherzoso a seconda dei casi, ma senza pregiudizi dovuti a questo "giochino", insomma, come se io stesso abbia scelto di vedere il film. Ecco i titoli che per un motivo o per l'altro non avrei mai avuto il coraggio di vedere.

TRANSFORMERS ( potete indicare se il primo o il secondo, comunque considererò un voto alla saga) Odio gli effetti speciali fini a se stessi e odiavo anche i giocattolini.

UN NATALE A... (al solito, il voto vale per uno qualsiasi della saga, poi potete specificare quale, tanto li ho tutti in videoteca). Sulle motivazioni credo che posso passar oltre...

STEP UP (solito discorso, se arriva a 8 voti poi controllo se c'è una preferenza sul capitolo). Amore e ballo, mi vengono i brividi... brrrrrrrrrr

AVATAR senz'altro il più meritevole del lotto, ma darei un braccio per non vederlo...

FAST AND FURIOUS (solita possibile indicazione del capitolo) Tamarri, effetti ed automobili, per me che ho preso la patente a 23 anni solo perchè dovevo fare un corso di cinema, è mix perfetto per uccidermi.

UN MOCCIA Solito discorso riguardo il film, o lo scelgo da solo o quello con più segnalazioni. Sulle motivazioni passo oltre.

ALBAKIARA Perchè per argomento, ambientazione e taglio credo che potrei preferire Lorena Bobbit per moglie.

TWILIGHT (1,2 o 3) mi viene da vomitare al solo pensiero, ho paura che rappresenti tutto il peggio delle nuove generazioni.

Scure in mano, sta a voi. Per la prima volta ringrazio caldamente chi non commenterà.

7.7.11

Recensione: "Kill me please"




Mi uccido.

Uccidimi.

Basta pochissimo, soltanto quel piccolo saltino del "mi", per far tutta la differenza del mondo; per passare dal coraggio alla paura, dalla disperazione più totale e istintiva a quella più pensata e organizzata, per desistere dal provare a saltare dal 7° piano, buttarsi sotto un treno, ingoiare un mortale mix di medicinali e spararsi in testa o prendere invece il treno e recarsi alla clinica del dottor Kruger. Nella clinica del dottor Kruger c'è gente che si prenderà cura di voi e nel decoro più assoluto, con assoluta dignità, niente sangue, niente casini, vi accompagnerà per i vostri ultimi giorni. Poi, un bicchier d'acqua, un pò di veleno e 3 minuti per salutare, au revoir.

In un bianco e nero perfetto, rappresentazione anche visiva delle vite senza alcun più colore degli aspiranti suicidi, Kill me please affronta in chiave di commedia grottesca e nerissima l'inossidabile tema del diritto o no a decider di morire. Ora, fermo restando che un suicidio come si deve, insomma "gestito" da soli, è tranne che in rarissimi casi, pressochè impossibile da impedire, è giusto che possa trasformarsi in un "suicidio con l'aiutino" o, per dare i giusti nomi alle cose, un omicidio concordato con un' istituzione? Troppi hanno parlato di eutanasia per Kill me please. Non sono affatto d'accordo. Il film di Barco ci parla del mal di vivere e non di situazioni irreversibili di "non-vita". Ci parla di gente che non riesce più a dare un senso alla propria esistenza e non di vite che oggettivamente non hanno senso. Kill me please è un film sulla depressione, sul disamore per la propria vita, sull'assoluta mancanza di motivi per andare avanti. E' un film sul desiderio della morte perchè vista come unico stimolo rimasto in vita, in una vita però che di stimoli avrebbe da offrirne altri centomila. Non è un caso che L'UNICA paziente che subisce una sorta di accanimento teraupetico (la ragazza delle punture) sia anche L'UNICA che decide di andar via perchè si rende conto che esser vivi è una fortuna da preservare. Film sull'eutanasia quindi? All'opposto.

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Ed è anche un film che, anche se pare un ossimoro, ha una scena madre "nascosta" ma completamente decisiva. La macchina viaggia veloce, se ne frega del funerale. Urta la bara, la bara cade. Pochi secondi, addirittura in campo lungo, ma importantissimi. Niente sarà più come prima. La bara urtata che cade simboleggia l'assoluta mancanza di rispetto da parte di quelli della clinica, gli angeli del suicidio, verso le persone che invece a vivere ci tengono, e portano i propri morti sulle loro spalle. La vendetta sarà tremenda. Non volete vivere? Vi si aiuta noi.

E così in un'atmosfera comunque sempre divertente e a tratti spassosissima ( i tre nel bosco e la partita a poker, la telefonata, il tiratore scelto - risata a dir la verità amarissima - ) Kill me please riesce però a far pensare, e anche parecchio. Non sarà certo un capolavoro o un film a tesi perfettamente riuscito, ma porta a spontanee riflessioni, e questo non è da poco.

E la spiegazione nel finale riguardo l' istituzione della clinica del suicidio come compensazione dei danni economici arrecati dai suicidi "personali" andati a buon fine è davvero drammaticamente magnifica.

E quella Marsigliese, quella Marsigliese che come ultima volontà doveva esser cantata davanti a tutto il paese sarà invece eseguita in un deserto di morte che ricorda tanto la Grande Abbuffata, in quello che rappresenta senza dubbio il momento emotivamente più alto dell'opera. Una Marsigliese che è un inno sì, ma alla Disperazione.


(voto 7,5)