28.6.11

ESCLUSIVA! Federico Zampaglione parla per Il Buio in Sala del suo nuovo film!

Un piccolo miracolo. Ieri mattina mi sono messo a girare un pò per il blog dell'amico Eddy e per puro caso mi imbatto nella recensione di Shadow. Lascio un commento. Poco dopo Eddy mi risponde e butta là una mezza frase: "perchè non chiedi a Zampaglione qualche notizia sul nuovo film?".
(Flashback: ho conosciuto Zampaglione in un modo un pò particolare. Senza dilungarmi troppo potete vedere qui come è iniziato il "rapporto". Fine del flashback.)
Insomma, buona idea quella di Eddy, improbabile è dir poco, ma buona. Mando un sms a Zampaglione perchè tanto non costa niente (davvero, ne ho 250 gratuiti al mese...). Dopo 3 minuti Federico mi chiama, è appena uscito da una sessione di pugilato in palestra nella quale credo che di botte ne abbia prese parecchie , solo così si spiegherebbe la non lucidità nel dirmi di sì. Insomma, parliamo un paio di minuti, quanto basta perchè lui accetti l' "intervista". L'indomani mattina, neanche 24 ore dopo il mio commento a Shadow nel blog di Eddy, tutto era già pronto, in attesa di pubblicazione.
Intendiamoci, questa non è un'anteprima assoluta (quasi però...), ma credo che siano almeno due i grossi meriti che questo post possa vantare. Il primo è l'esaustività. Rispetto ad altre mezze notizie che si trovano in rete credo che qua le informazioni siano di più, e non solo sul nuovo film (anzi...). L'altro merito, il più importante, è che tali informazioni vengano dalla voce VIVA di Federico, non da canali interposti come Ansa o comunicati stampa vari.
E qui, di conseguenza, andiamo al punto ancor più importante. Questo post testimonia che a volte non c'è distanza tra noi e "loro", che un artista stra-affermato come Zampaglione si concede con la massima disponibilità al mondo dei blog, persino a un blog piccolo e insignificante come il mio. Sfidando la retorica mi piace affermare che questo è un post di speranza per tutti quelli che, a tempo perso, amano scrivere due righe su ciò che amano. Anche quelli a cui non piace lo Zampaglione cantante o regista non potranno non provare una profondissima stima per l'uomo. Fosse anche soltanto per questo motivo, sono sicuro che Federico vi ringrazierebbe uno a uno.


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Visto che l'idea è stata di Eddy, ho creduto opportuno coinvolgerlo alla pari. Tra l'altro, mentre io sono tipo una seconda punta che svaria un pò sul fronte d'attacco cinematografico, lui è proprio un centravanti boa dell' Horror, quindi poteva solo far bene all'iniziativa.


Si parte, Federico è vestito come nella foto, sguardo pensieroso e un pò impaurito. (tutte ca..ate, ovviamente non è stato un tête-à-tête anche se una volta di persona ci siam visti, quanto basta per confermare la straordinaria opinione che mi son fatto di lui).

Oh dae-Soo : Ciao Federico, per prima cosa facciamo un passo indietro. Ci puoi raccontare il cammino che ha avuto Shadow dopo l'uscita nelle sale italiane? Ha incontrato qualche difficoltà oppure ha raggiunto risultati, di pubblico e critica, che sono andati oltre le tue aspettative?

Federico Zampaglione : Ciao Giuseppe. Shadow e' stato fatto per pura passione, mentre giravo non pensavo affatto a incassi e riscontri. Il film ha dato i suoi buoni risultati in Italia e soprattutto all' estero, dove e' stato venduto praticamente ovunque e proiettato nei piu' importanti festival del fantastico. Al di la' di questo la mia piu' grande soddisfazione e' che il mio film ha in qualche modo sbloccato una situazione di terribile stallo che da anni avvolgeva il cinema horror italiano, aprendo le porte a tutta una serie di film che stanno uscendo in questo periodo, con ottimi riscontri. Il terreno sembra lentamente tornare fertile.

O.D.S : A proposito di terreno fertile per nuovi film. Puoi dirci qualcosa sul tuo nuovo progetto? L'idea di partenza è tua? Resteremo sempre nell'horror o ti cimenterai ancora, per la terza volta in tre film, in un genere diverso?

F.Z : il prossimo film si chiamera' Tulpa, e sara' un giallo all' italiana . Sarà molto violento e con qualche venatura soprannaturale. Il tulpa e' un termine che viene dal buddismo tibetano. Con la meditazione e le pratiche esoteriche e' possibile costruire il nostro tulpa..una sorta di materializzazione della nostra parte metafisica. I tulpa cooperano con i loro creatori a fin di bene..ma a volte capita che diventino cattivi e crudelissimi, totalmente fuori controllo. Il soggetto del film e' scritto col leggendario Dardano Sacchetti, autore di molti capolavori di Fulci, Argento e Bava( padre e figlio). La sceneggiatura vedra' coinvolto anche Giacomo Gensini, gia' co-sceneggiatore di Shadow.

O.D.S : Come accaduto in Shadow inserirai riflessioni e tematiche che cercano di donare maggiore profondità all'opera, oppure ci dobbiamo aspettare un classico film di genere?

F.Z : Anche in questo caso il film parlera' dell' animo umano e delle sue possibili devianze, perchè niente e' piu' oscuro e labirintico della nostra mente.

O.D.S : Puoi darci qualche informazione in più, un breve accenno alla trama, all'atmosfera e alle location? Girerai ancora in Italia?

F.Z : Il film sara' ambientato per lo piu' a Roma, nel quartiere Eur. Quelle zone hanno un che di estremamente inquietante, e architettonicamente sono fuori dal tempo. Una sorta di preistoria monumentale. Si parlera' di denaro, potere, perversione e morte. Sara' comunque un film piu' complesso ed articolato di Shadow, non posso dirti altro.

O.D.S : Tulpa ha qualche punto di contatto con opere del passato? Sei stato ispirato da qualche film o regista in particolare, italiano e non?

F.Z : Le atmosfere possono ricordare alcune opere del primo Argento e Sergio Martino. Il film puo' essere definito un power Giallo e avra' elementi erotici e fortemente morbosi. La mano di Sacchetti sul soggetto pesa, e riporta alla mente gli anni Settanta, con tutta la loro follia, sregolatezza e visionarieta'. Il bello pero' e' che non e' un omaggio, in quanto Dardano e' uno degli alfieri di quel cinema e la sua penna e' ancora ispirata e potente. Percio' sara' un ritorno modernizzato a quelle atmosfere... che tanto amo.

O.D.S : Manterrai qualche figura importante della vecchia troupe o del cast di Shadow?

F.Z : Siamo ancora in piena fase di scrittura, quindi mi riesce difficile pensare gia' al cast e alla troupe. Tutte le nostre cure ed attenzioni ora sono rivolte essenzialmente all' aspetto cartaceo.

O.D.S : Quindi credo che tu sappia ben poco sull'eventuale data di uscita...

F.Z : L' arrivo nelle sale e' ancora lontano. Voglio cercare di fare il miglior film possibile e mi prendero' il tempo necessario. Conto comunque di cominciare a girare in primavera 2012.

O.D.S : Anche se per un artista l'opera migliore è sempre la prossima, te la senti di dire se Tulpa sarà senza ombra di dubbio un passo in avanti (e non uno indietro) nella carriera di Zampaglione regista?

F.Z : E' difficile dire se sara' un passo avanti o meno...me ne accorgero' solo vedendolo finito in sala. Posso pero' dirti che e' un film estremamente complesso e con sfumature psicologiche che andranno rese al meglio. Gli omicidi contenuti nella storia, mi piacciono molto e tentero' di dargli la massima forza ed impatto.

O.D.S : Ultima domanda... . Quanto la tua carriera nel cinema potrà influire in quella di musicista? La prima sta via via affiancando la seconda oppure ritieni ancora la musica la tua attività principale?

F.Z : Le mie due carriere si daranno il cambio, cosi' evitero' di finire nella routine. Un bel privilegio , non ti pare ?


Ecco invece le domande di Eddy che ho girato successivamente a Federico. Come vedrete son molto più "di settore" delle mie, rappresentano un passo successivo rispetto a quelle più scontate e principalmente mirate al nuovo film che in qualche modo ero obbligato a fare io. Malgrado questo, Federico non si è tirato indietro, anzi...

EDDY : Qual'è il tuo rapporto con il nuovo movimento underground horror italiano? Penso ad esempio a Ivan Zuccon in testa, ai nuovi mondo-movie della Bad House Film, etc...

FEDERICO ZAMPAGLIONE : Il mio rapporto con la scena horror e' ottimo, sono amico dei grandi maestri come dei giovani registi come Albanesi, Picchio, Alema' , Zarantonello e tanti altri. L' horror in fin dei conti e' una appassionata famiglia di pazzi.

E : Perché hai scelto l'horror e non dramma o commedia come hanno fatto altri tuoi colleghi, come ad esempio Ligabue?

F.Z : Ho scelto l' horror perche' e' il genere che amo e di cui sono da sempre fan , altrimenti non mi sarei buttato nella folle avventura di regista, avendo gia' un lavoro che fortunatamente va bene. A volte penso che sia proprio l' horror ad aver scelto me...venendomi a tirare per i piedi di notte. eh eh eh

E : A tuo parere perché l'horror italiano fa così fatica a decollare di nuovo? Eppure nel sottosuolo si muove un mondo... (Shinigami, Edizioni XII, etc.)

F.Z : Quando il sottosuolo ribolle, prima o poi erutta verso l'alto. E' esattamente cio' che spero di veder succedere tra un po'. Nulla finisce per sempre nell' arte , ma tutto si rigenera in cicli piu' o meno lunghi. E' successo sempre cosi', bisogna avere la forza di combattere e la pazienza di aspettare il momento giusto....ma senza farsi cogliere impreparati.

E : Ti spaventano le enormi aspettative che ci sono sul tuo nuovo progetto?

F.Z : Mi e' successo gia' molte volte di essere atteso al varco. Ma il primo ad avere il fucile puntato su di me..sono sempre io. Percio' sereni, la pressione e le aspettative non mi spaventano, fanno parte del gioco e a me piace giocare.

E : Con che letture e film sei cresciuto? Sei sei sempre stato un amante del genere horror?

F.Z : Sono cresciuto leggendo i capolavori di Edgar Allan Poe. Un vero maestro nel riuscire a rendere la paura vivida e palpabile. Di lui ho letto praticamente tutto.

E : Ad oggi qual'è il tuo regista di riferimento e visto che gli americani ti vogliono, cosa ti piacerebbe girare e con che attori?

F.Z : In questo momento lavorare con gli americani non mi interessa affatto. Il loro sistema e' drammaticamente rivolto ai remakes dei grandi classici. Francamente non mi interessa rifare film che sono gia' belli cosi' come sono. Che senso ha ? e poi hanno ricette per tutto..il cast deve essere sempre quello, culi al vento e tettone...il coglione cannarolo e panzone e l' eroe biondo pompato con gli steroidi...finisce tutto all' insegna della superficialita e degli stereotipi'. Ho troppo rispetto per certi film per contribuire a farne scempio. Guardate cosa hanno fatto a Nightamare, o a Texas Chainsaw Massacre...roba da segarli davvero in mille pezzi. Un film USA di quest' anno che mi e' piaciuto pero' e' stato INSIDIOUS. Una sorta di remake di Poltergeist..ma almeno aveva ritmo e buone idee di fondo. Comunque sono ora concentrato sull' horror dal sapore italiano. Questo e' cio' che vorrei continuare a fare.

O.D.S ed EDDY : Grazie Federico e... in bocca al lupo!

F.Z : Un saluto, e che l' Orrore sia con voi.


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Perchè abbia detto tutte queste cose a noi "preferendoci" a qualche organo più ufficiale non è dato sapersi, ma del resto è o non è il leader dei tiro...mancino?

27.6.11

Recensione: "Wrestlemaniac"



Quando insegnavo tennis capitavano ragazzi non proprio portatissimi, insomma, ragazzi cui consigliare di tenere una racchetta in mano era pari a dare una pistola a un parkinsoniano. Però si impegnavano, si divertivano (e facevano divertire), avevano passione. Poi il non sapersi muovere, il non colpire la pallina o colpirla in modi insensati, il non ricordarsi i punteggi alla fine stancava anche loro. Wrestlemaniac è un ragazzo cicciottello volenteroso che si presenta a lezione di tennis; per quanto sia scarso e irrecuperabile comunque non te la senti di bocciarlo, lo inviti sì a non riprovarci ma con una pacca sulle spalle.
Girare un film porno in una città messicana fantasma dove leggenda narra si sia ritirato a farsi le pippe al claro de luna un ex wrestler assassino è una trama che soltanto Dead Snow in questi anni è riuscita a battere.
Dov'è il senso, dov'è il senso, dove? Dov'è il senso, dov'è il senso, dove? canterebbe senz'altro il Vecchioni del Bandolero Stanco.
Doppiaggio parrocchiale ( e nessuna possibilità di vedere in lingua neanche sul dvd originale causa mancanza di sub italiani ! ), storia, come accennato, completamente assurda, scene che per poterle definire plausibili vorrei un bonifico dagli autori. Malgrado il regista si chiami Baget :) , i soldi spesi paiono esse stati pochini...

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Vedere per credere la stanza del ring con le mura piene di quelle che avrebbero dovuto esser facce umane, in realtà penosi disegni materici visti di migliori all'asilo di mia figlia. Il culmine si raggiunge con la pin up figlia di meccanico che si mette ad aggiustare il furgoncino la mattina ed ha la pazienza di farlo fino a notte inoltrata senza pensare minimamente agli altri compagni, all'esser sola in un luogo sconosciuto e alla rottura di balle di esser stata 10 ore sul cofano di una autovettura.
Da fucilazione il personaggio del porno regista-attore, la cui battuta più sobria parla di vagina e il cui comportamento più controllato è lo strillare insensatamente verso qualcuno. Sul grassone simil Hurley lostiano passo oltre. Sul lottatore Mascarado (nessun riferimento al premier) che dire? E' un personaggio che non ha senso, come mettere Freddy Kruger in una commedia indiana. Delle morti e/o torture da rimarcare solo quella spaccadenti. E l'attore nella stazione di servizio è praticamente identico a un Jean Marc Barr (quello di Parc, brrrrrr) affetto da 4,5 malattie degenerative contemporanee. L'inizio però è MERAVIGLIOSO, con la ragazza in audio-off che esce dalla porta e con le immagini di repertorio di wrestling messicano sulle note di una canzone locale indimenticabile.
Grande Wrestlemaniac, mi hai fatto divertire. Ora, cambia sport.

(voto 5)

26.6.11

Recensione: "Black Death"



Black Death non è affatto quello che sembra. Si vende in un modo, quello del cappa e spada medievale fatto di scontri armati e sangue, cavalieri e ferro, preti e streghe ma, come accadde già nell'affascinatissimo Valhalla Rising, ha dentro di più, molto di più. Certo, dimenticate la forza allegorica e la parziale inconoscibilità del film (capolavoro ?) di Refn, no, Smith al contrario ci offre tutte le carte per comprendere senza alcuna difficoltà il proprio film ma l'analisi e la critica delle religioni e delle derive cui esse hanno portato l'uomo ha esattamente la stessa forza del film danese. A livello cinematografico tutto qua è più classico, dalla sceneggiatura alla fotografia, dalle ambientazioni alla recitazione stessa, ma in sottotesto i film sono accomunabili.

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La peste, la terribile Peste Nera che in pochi anni uccise un terzo della popolazione Europea nella metà del 14° secolo dà il titolo al film. Il fenomeno, incomprensibile ai medici dell'epoca, fu ritenuto da molti come una punizione divina quindi, come tale, giusta e giustificata (vedere ad esempio la scena dei Flagellanti).
Nel film si viene a sapere di un villaggio nel quale la peste sembra non aver colpito nessuno, tutti stanno bene, nessuno muore. Alla Chiesa non sta bene (se punizione divina deve essere lo deve essere per tutti), si crede quindi che il villaggio sia in mano al demonio. Un manipolo di mercenari cristiani parte verso il villaggio per mettere a posto le cose...
Amo moltissimo l'ambientazione medievale, buia, sporca e intrisa di misticismo, ancora più affascinante in periodi di pestilenza come questi, con corpi ammassati, bubboni, sangue e paura dell' Ignoto. Il film di Smith (regista sempre originale nelle proprie opere, riuscite o meno), è nettamente diviso in 2 parti: la prima è un on the road ante litteram, racconta il viaggio verso il villaggio; la seconda si svolge tutta nel villaggio stesso. Particolare l'uso della telecamera a mano in parecchie sequenze. Nella prima parte si procede a tappe: la terribile scena della "strega", i supplizianti, l'omicidio del loro compagno appestato, la battaglia nella foresta (ottima), la palude, e finalmente il villaggio. Da qua in poi il film di Smith diventa praticamente fermo e immobile (con i cristiani imprigionati nella gabbia d'acqua gelida) ma acquista moltissimo in interesse. Nel villaggio non si crede più nel Cristianesimo. Una (presunta) negromante ha plagiato tutti gli abitanti portandoli ad una nuova religione di cui lei è praticamente la divinità. Tutti credono che grazie a lei e all'abiura del Cristo il villaggio sia protetto dalla peste.
Smith non lesina fortissime critiche all'una e all'altra parte. A questo proposito bastino due splendide frasi pronunciate nel film. "Era bellissima ed era... reale" questo affermano gli abitanti del villaggio alla domanda perchè credessero nella negromante. 

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Bellissima e reale, già, perchè una cosa è credere in un Dio invisibile nell'immagine e nelle opere, un'altra aver davanti in carne ed ossa un essere umano superiore con cui si può addirittura parlare, che compie miracoli evidenti davanti ai nostri occhi. La Fede in questo caso non sarà più cieca ma, come se la ragazza fosse un nuovo Cristo, risulterà in qualche modo antropoformizzata e reale. In più, dicono gli abitanti, lei è bellissima, e il Bello attira sempre e da sempre, quindi non lamentiamoci se anche oggi per vendere uno spazzolino ci deve essere una gnocca in pubblicità.
L'altra frase è "Voi avete bisogno di miracoli" e lo dic dice la stregona al frate protagonista. Già, abbiamo bisogno di miracoli per credere. Del resto questa è una debolezza umana da sempre; abbiamo bisogno del miracolo per credere in Dio, abbiamo bisogno di soldi per credere nel futuro, abbiamo bisogno di gioie per credere nella vita, abbiamo bisogno di un "ti amo" per credere nell'amore.


( voto 7,5)

25.6.11

Comunicazioni deficienti di servizio

Approfitto di una pausa di due giorni senza visioni (domani però si torna in carreggiata...) per un post, come si dice, di servizio in cui, insieme a 2,3 cose stupidissime ne voglio dire anche una più seria. Questa:



1 Questo blog è nato senza alcun motivo, senza alcuna speranza, senza alcuna velleità. Per un anno non ho avuto praticamente neanche un lettore (sinceramente non sapevo neanche l'esistenza dei lettori fissi ad esempio; quando ho visto il primo-mi sembra Antonio- non capivo cosa fosse) e non ho mai cercato di pubblicizzare il blog. Questo fortunatamente è l'atteggiamento che ho ancora oggi. In realtà con un pò di intraprendenza farsi conoscere e trovare lettori è un attimo, ma la vedo come una forzatura che mi deprimerebbe e basta (parlo per me eh, apprezzo moltissimo chi lo fa). Tutto questo per dire cosa? Che l'unico motivo per cui ho creato il blog è (era) la possibilità che questo diventasse uno spazio di tutti, non il MIO blog, ma una "piattaforma" dove chiunque potesse scrivere.Dunque ripropongo per la 3° volta la possibilità PER TUTTI di inviarmi le proprie recensioni che poi io pubblicherò. Ovviamente mi rivolgo a tutti quelli che non hanno un blog, che non hanno mai avuto la voglia, il tempo o il coraggio di aprirne uno. Avete il desiderio di fare un commento un pò più articolato su un film? Mandatemelo per mail. Basta che sia in italiano accettabile, minimamente critico (insomma, non dire solo "m'è piaciuto") e un pochino lunghetto, almeno una ventina di righe. E' l'occasione per tutti di veder pubblicato qualcosa, non vergognatevi. So che nessuno parteciperà, ma ne basterebbe uno per far arrivare altri. Io ovviamente posterò sempre CON LA STESSA COSTANZA le mie recensioni ma non ci saranno giorni vuoti e si creerebbe una specie di "squadra". Insomma, sarete pieni di film di Oh dae-soo (purtroppo per voi) ma avreste ogni tanto la possibilità di leggere un'altra campana. Ovviamente si potrebbero recensire anche titoli sui quali sono già passato io. Se poi qualcuno è troppo bravo gli tarperò le ali subito, non vorrei che le mie recensioni diventassero quelle da evitare...


2 Ecco le cose stupide, stupidissime. La dimostrazione di quanto poco sappia del mondo blog viene dal fatto che abbia scoperto solo 20 giorni fa che c'era un metodo per seguire tutte le risposte date a un determinato post. Insomma, commentavo poco in altri blog perchè mi dicevo "come faccio a ricordarmi dove ho commentato e controllare se mi hanno risposto?". Beh, per quei 3 che non lo sapessero, in fondo a ogni post, sotto il box commenti, c'è ISCRIVITI PER MAIL. Basta un click e tutte le risposte che scriveranno lì vi arriveranno per mail. Sento già i blogger esperti che si sganasciano ma sono convinto che a 3,4 persone questa indicazione sembrerà straordinaria.


3 Proprio per questo potete commentare qualsiasi film della lista, tanto sapete che io lo saprò e vi risponderò, e allo stesso modo voi saprete che io l'ho saputo e ho risposto. Se siete usciti da questo scioglilingua alla Io so che lui sa che io so, andate al passo 4.


4 Sì, vabbeh, direte: io ora ho la possibilità di sapere se dove ho commentato qualcuno ha risposto, ma come fare a sapere se sono nate discussioni altrove, in post dove magari non ho mai scritto?

Due modi: o cliccate ISCRIVITI PER MAIL in tutti i post o in quelli che vi interessano (ipotesi da matti) oppure controllate a destra il gadget "ULTIMI COMMENTI". Spesso le discussioni più interessanti si trovano così.


Sono convinto che a chi ha scoperto il mondo del blog da poco tempo queste indicazioni possono far comodo, dagli altri attendo pure bottigliate...

Intanto magari sta paginetta la metto fissa come link, poi ogni volta che mi viene in mente qualche altro stupido consiglio lo aggiungo.


See you tomorrow. Si va nel Medioevo...

23.6.11

Recensione: "Vieni avanti Cretino"


Non posso negare di essermi approcciato alla visione di questo cult della commedia italiana con le peggiori predisposizioni. Un pò perchè quando vedo la faccia di Lino Banfi inizio sempre a sentirmi poco bene (anche se sono anch'io un addicted de l'allenatorenelpallone). Un altro pochino perchè il mio rapporto col comico è sempre un pò difficoltoso e diffidente, malgrado sia uno che su un'isola deserta si porterebbe probabilmente dietro la saga di Fantozzi rispetto alla filmografia di Kubrick, se non altro per ridere nella disgrazia.

Però mi attirava vedere un'opera della quale non sapevo assolutamente niente, se non l'esistenza e il "successo".

Definire film "Vieni avanti cretino" è come definire libro la raccolta di barzellette di Totti. Un filo conduttore che più esile e forzato non si potrebbe, l'assoluta assenza di sceneggiatura (se non quella delle singole gag), la sensazione di ritrovarsi in una sequenza di accadimenti che messi al contrario darebbero lo stesso identico film.

Per non parlare delle stucchevoli e mal riuscite scene di cornice, il prologo e l'epilogo, che mi danno la sensazione, quasi certezza, che siano state appendici messe successivamente per raggiungere la durata minima (chi sa parli).

Immagine correlata

Eppure...

Eppure Vieni avanti cretino fa ridere, cavolo se fa ridere. Non sempre, non troppo, ma fa ridere. E, intendiamoci, la forza principale non sta in Banfi o nella costruzione delle gag, ma in una categoria ormai persa dal cinema italiano, quella dei caratteristi. Cioè, non proprio persa, nei film di Parenti ad esempio son tutti caratteristi ma il livello... mamma mia.

E così lo straordinario Gigi Reder (senza il quale fantozzi non sarebbe Fantozzi, è bene ricordarlo) e la sua entrata col mal di denti sono da antologia. E ottimo è Bracardi nella scena del mimo o la Schiavone in quello dell'esaminatrice (nell'episodio più debole, quello per il posto da ornitologo). E che dire poi di Nello Pazzafini nei panni del barista Gargiulo o del meraviglioso Alfonso Tomas nell'ultimo indimenticabile episodio, quello della fabbrica (dove anche Banfi dà il meglio di sè)?

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Salce non ha nemmeno bisogno di dirigere. Basta una location per volta, Banfi e il caratterista di turno e il film è fatto. Se aggiungi poi la bellezza stratosferica di Michela Miti e butti là una Moana Pozzi e una Ramona Dell'abate il successo è assicurato. Penosa l'interpretazione del sosia di Benigni e fuori luogo la battuta metacinematografica che Banfi gli rivolge "Lei è quello toscano? Quello che ha parlato male del Papa? (con riferimento al Pap'occhio).

In fin dei conti Vieni avanti cretino è un film senza alcun senso e con numerosi momenti deboli, ma ha la forza grezza dell'artigianalità, si sente l'odore del legno del palco teatrale, si avverte la sensazione che ha dentro gente che sa fare un mestiere, quello dell'attore, dell'attor comico.

Soprattutto, è un film che sa prendersi per il culo da solo e anche soltanto per questo a mio parere vale tutto il rispetto che merita.

(voto 7)



21.6.11

Recensione: "Biutiful"


In una Barcellona che non profuma di paella ma di cibo in scatola, che sta lontana dalla rambla per percorrere stretti e sozzi vicoli, che invece della movida trasuda disperazione, vive Uxbal e i suoi due bambini. Uxbal è un uomo speciale, parla con chi ha appena lasciato questa vita, lo interroga, cerca di capire se è passato aldilà in modo sereno o con qualcosa rimasto in sospeso. Uxbal gestisce il mercato clandestino, sia quello dei neri che quello nuovo e dirompente dei cinesi. Non è uno sfruttatore, tutt'altro, quasi un mecenate. Vive in semipovertà coi suoi due figli. Li ama alla follia. Scopre di avere il cancro. Due mesi, al massimo, quello che gli rimane.

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Film mastodontico sulla vita e sulla morte, sull'amore e sulla malattia, sulla speranza e sulla disperazione.
Inarritu quasi se ne frega del cinema. Se non fosse per la parentesi paranormale (invero, alla fin dei conti, minimamente influente nel plot) ci sarebbe così tanta verità in Biutiful da star male. Perchè niente è più vero, penetrante e shockante nello spettatore quanto il tema della malattia terminale. Siamo praticamente costretti ad uscire dalla pellicola e porsi quella fatidica domanda: "e se capitasse a me?". Ogni singola azione, ogni singolo pensiero, ogni singolo rapporto non sarà più quello di prima. Due mesi. Perchè, allora, non farla finita subito? Perchè trascorrere fino all'utimo i nostri pochi, ultimi giorni?
Perchè, anche se la nostra vita è ormai una parentesi che sta per chiudersi (e abbiamo la tremenda (s)fortuna di saper quando), non lo è per chi farà scorrere il nostro sangue su questa terra per parecchio altro tempo ancora. Uxbal lo sa. Uxbal che non ha mai conosciuto suo padre, fuggito giovanissimo in Messico. Ha di lui soltanto poche e vecchie foto. La sequenza del ricongiungimento post mortem tra i due (che ricorda moltissimo il racconto finale di No country for old men) è di una bellezza e poesia unica. Uxbal vede suo padre giovanissimo, molto più giovane di sè stesso, perchè quella è l'unica sua immagine che ha mai conosciuto. Son pezzi di cinema unici questi. Per questo motivo Uxbal abbraccia sua figlia. "Ti prego, ricordati di me. Non dimenticarmi" le dice. Perchè sa quanto sia importante avere un ricordo del proprio padre, un ricordo vivo, pelle contro pelle, viso a viso, col sudore e le lacrime che bagnano il viso e non un ricordo radicato a una semplice e fredda foto. Se questo non fosse cinema, se questa fosse la vita reale, noi, grazie a Inarritu, grazie a Bardem (attore che considero un privilegio il solo poter vederlo recitare), sapremmo che no, è impossibile, la figlia di Uxbal non si dimenticherà mai di suo padre. Quel momento le resterà così scolpito nella memoria che nessun'altra cosa che le capiterà nella vita potrà mai avere la stessa forza e potenza nel ricordo. Uxbal ha avuto coraggio, umiltà, non è facile dir questo ai propri figli. Forse meglio lasciarli senza tanto rumore, come niente fosse, non con parole così forti e dirimenti per la loro vita futura. 

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"Biutiful", scrive erroneamente la figlia nel disegno. Già, beautiful, bellissima, quello che dovrebbe essere la vita. Ma alcune volte accadono cose, apparentemente piccole cose, come la notizia di avere un cancro. Il cancro è quella piccola lettera che sconvolge il significato della parola, quella "i", una piccola ma tremenda variante nella bellezza della vita.
Biutiful, appunto.

(voto 9,5)

20.6.11

Recensione: "Gorbaciof"


Secondo voi se Lionel Messi andasse al Cesena, che risultato potrebbe raggiungere la squadra? Certo come minimo si salverebbe con largo anticipo.

Questo accade con Gorbaciof, un film abbastanza ben scritto e ben girato ma che arriva poco oltre la sufficienza soltanto (o quasi) per merito di un fuoriclasse, l'immenso Toni Servillo. Mi sta venendo sempre di più la convinzione che alcuni giovani registi italiani semi-impegnati scrivano le sceneggiature PER Servillo. E' talmente straordinario l'eco de Le Conseguenze dell'amore che quasi quasi sta venendo fuori una specie di format, quello del film incentrato al 90% sull'attore napoletano, con ruoli che lo vedono impegnato in giri loschi, malavita, soldi sporchi e doppie vite. Le Conseguenze dell'amore, Gomorra, Una Vita tranquilla e Gorbaciof, il personaggio di Servillo presenta quasi sempre questi tratti comuni sopracitati.

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Anche nel film di Incerti si ritrova ad interpretare Marino Pacileo (chiamato Gorbaciof per una vistosa voglia sulla fronte), un contabile del carcere di Poggioreale amante del gioco d'azzardo (soprattutto poker, ma anche videopoker, bingo e scommesse...) con una manina un pò troppo lunga, visti i soldi continuamente sottratti alle casse del carcere dove lavora. Come nel film di Sorrentino si troverà però ad avere a che fare con le conseguenze dell'amore, quello per una giovane cinese figlia del proprietario del ristorante dove nel retro va a giocare a poker.

E' un film sulla non comunicazione, sul non detto, sui silenzi. La prima frase compiuta che sentiamo dire da Gorbaciof arriva dopo oltre mezz'ora e non è un caso che anche il suo rapporto con la giovane cinese avvenga soltanto tramite gesta. E centrale è infatti il poker, il gioco dell'impassibilità e della non comunicazione, se non quella regolamentata, per eccellenza.

Ma è anche un film sulla solitudine e sul vuoto vivere. La routine dell'esistenza di Gorbaciof ci viene mostrata da Incerti in modo prepotente, reiterato. Sveglia, lavoro al carcere, mensa, partita a poker, autobus, ritorno a casa, il regista ci mostra intere giornate tutte uguali una all'altra, fino a che l'innamoramento non previsto sconvolgerà questa routine e la vita del protagonista.


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Si ha la sensazione che senza Servillo il film sarebbe stato troppo piatto, privo di guizzi di sceneggiatura, quasi un compitino ben fatto e nulla più. Incerti sta addosso all'attore più che può, lo segue con la macchina da presa dapertutto, sembra non volerlo abbandonare nemmeno un secondo per non rischiare di sprofondare. E in effetti, da sola, la camminata che Servillo regala al suo personaggio vale più di parecchie scene madri di altri attori.

Particolare la scena straordinariamente kafkiana (quasi un omaggio a Il Processo direi) della riunione dei giudici. Buono il finale nell'automobile in quella che è forse la scena più riuscita dell'intero film. Non c'è possibilità d'amore in Gorbaciof, non c'è speranza, nessun futuro migliore. Perchè, quasi sempre, quando nella vita entri in una spirale puoi anche vedere la via d'uscita vicinissima ma poi, inevitabilmente, la spirale ti risucchierà dentro. E soccomberai. Gli occhi di Servillo nel finale sono l'ennesimo capolavoro di un attore che è nostro patrimonio, vero valore aggiunto di ogni progetto cui entra a far parte. Che Dio ce lo conservi.

(voto 6,5)


18.6.11

Uno di Due (4/20) MICHAEL MYERS O JASON ?


Eccoci di nuovo qua con Uno di Due, il match pugilistico de Il Buio in Sala che ha come unica regola l'impossibilità di non finire ai punti ma con un k.o obbligatorio di uno degli sfidanti. Trovate le puntate predenti qua. Ricordo anche il favore/diktat per chi si imbatte per la prima volta in questo divertissement di votare anche i precedenti sondaggi, altrimenti gli mando a casa i simpatici ragazzi qui a destra e sinistra.
Finalmente! In un blog in cui l'horror è senz'altro una delle piste più battute doveva arrivare prima o poi un match. Alla sinistra dei vostri schermi Michael Myers, meglio conosciuto come il Mostro di Halloween; alla destra Jason, lo Sterminatore del Venerdì. Perchè ho scelto loro due in particolare? Perchè, ad esempio, con Leatherface e Freddy non avrebbero avuto chance. Troppo più personaggi, simpatici e casinari questi ultimi. Ho preferito quindi prendere in considerazione i due antipatici del gruppo, i più musoni, schivi, nascosti e inespressivi (grazie al ca..., direte voi, con quelle maschere!).
Michael Myers è un personaggio nato nel 1978 dalla mente di Carpenter. Gigantesco, fortissimo, praticamente immortale, è caratterizzato da una maschera bianca completamente inespressiva, creata quasi per caso sul set e divenuta ormai leggendaria.
Infanzia difficile a causa probabilmente di una playstation non comprata dai genitori, comincia la sua opera di sterminio a circa 6 anni uccidendo il ragazzo di sua sorella. Finirà in carcere, uscirà e aumenterà di qualche decina di numeri il suo curriculum mortae. Praticamente in tutta la saga non spiccica una parola. Rob Zombie pochi anni fa lo ha riportato alla gloria.
Due anni dopo (1980) rispetto a Micheal, vede la luce il personaggio di Jason Voorhees. Bello grosso anche lui e brutto come la fame, inizia in realtà la sua carriera di kattivone per vendicare la madre. Da ragazzo infatti fu dato per morto e la madre, per tal motivo, si travestì da supermammakiller e fece fuori tutti i presunti responsabili del tragico incidente in cui Jason fu coinvolto (aggredito e buttato in un lago, il lago adiacente al mitico campeggio location della maggior parte dei film). In realtà Jason era sopravvisuto e vista dal vivo (eh eh) la morte della madre (uccisa da una ragazza a lei sopravvissuta) comincia il suo cammino di mietitore, un cammino che lo porterà ad essere il mostro cinematografico con il più alto body count, 121 vittime. Indimenticabile maschera da portiere di hockey, Jason a differenza di Myers (che malgrado le apparenze non muore mai...), viene ucciso e cremato. Siccome la saga doveva andare avanti però divenne una specie di zombie sovrannaturale, quindi i cazzi da amari divennero amarissimi per tutti. Anche lui è mezzo muto, però il suo "respiro" ( ci ci ci ci ah ah ah ah) è assolutamente indimenticabile.

IL VERDETTO
Tremendamente antipatici e troppo "orsi" tutti e due, preferisco per un pelo Jason perchè da piccolo mi faceva letteralmente terrorizzare. E per il respiro of course. Quindi butto giù il Myers (voi di sotto, spostatevi!) con l'accortezza però di fiondarmi subito giù per gli scalini della Torre. Non credo infatti che resisterei più di 30 secondi solo lassù con Jason.
CI CI CI CI AH AH AH AH

17.6.11

Gli Abomini di serie Z (10): Recensione "Jekyll + Hyde (2006)"




Seguo il regista Nick Stillwell da tempo, da quando mi capitarono sottomano in modo fortuito alcuni suoi super 8 girati quando aveva appena 7 anni. Quei piccoli filmati amatoriali ( nel dettaglio: lui che lava i denti del cagnolino con lo spazzolino; sua sorella Lorna, di 2 anni più grande, che imita Kate Winslet in Titanic; i suoi genitori che annaffiano il giardino e gli spruzzano l'acqua sulla telecamera-momento dolcissimo-; lui che si riprende allo specchio e si autointervista), dicevo, già in questi brevi e giovanili filmati si intravedeva il talento che finalmente nel 2006 troverà la sua consacrazione nel primo lungometraggio, Jekyll + Hyde, raffinatissima trasposizione (l'ennesima peraltro) dell'indimenticabile racconto di Stevenson.

Stillwell superà però se stesso riuscendo anche in un'altra impresa, ben più importante dell'aver girato un (quasi) capolavoro. Dove centinaia di popoli e filosofi hanno fallito, cioè sul significato ultimo del Nulla o dello Zero ( 0 ), ci arriva Stillwell e non solo astrattamente ma regalandoci la prova provata.

Jekyll + Hyde è il Nulla assoluto, lo Zero (0 ) cinematografico, ma non nell'accezione nobile e intoccabile del Brutto (che Dio ce lo preservi) ma in quella dell' Inutilità, del Non succede Niente, del Meglio un Calcio nelle Palle. Se potessimo antropoformizzare il film, questo diverrebbe il guardiano del girone degli Ignavi nell'Inferno dantesco. Guardare il film o star seduti davanti a un muro è quasi la stessa cosa, quasi, perchè almeno davanti a un muro abbiamo la possibilità di pensare senza esser distratti da immagini in movimento. Non c'è una scena particolarmente girata male, non ci sono momenti di Trash, non c'è una bella splatterata giusto per movimentare un pò, non c'è Niente.

Uno studente di medicina inventa una pillola che gli cambia la personalità. Ovviamente si chiama Jekyll. Fine trama.

Ah, no, questo ragazzo è anche un guru che ci ammorba con i suoi paroloni, invero senza senso, sul significato della Vita e della Morte. Tra dialoghi imbarazzanti, scene di sesso messe tanto per fare e successione degli eventi illogica, Jekyll + Hyde va avanti schematicamente e senza guizzi, quasi una puntata di Cotto e Mangiato senza però la suspense di vedere se la Parodi (moglie di Caressa....) questa volta metta il peperoncino o no.

Se io fossi un discendente di Stevenson inventerei devvero una pillola che mi faccia cambiare la personalità e ucciderei l'intera troupe riprendendo tutto con la telecamera per poi distribuire Jekyll + Hyde 2. Ah, ovviamente il fatto della pillola era solo per avere un alibi in tribunale, mica ce ne sarebbe bisogno.



(voto 2) perchè lo 0 e l'1 hanno una propria dignità.

14.6.11

Recensione: "Rachel sta per sposarsi"


Ci sono registi che senza alcun merito riescono a salire nello scintillante treno dei dollari facili, quel treno che per tutta la vita li farà campare di rendita, treno che ha un solo binario da seguire e loro, sorriso a 32 denti d'ordinanza, seguono volentieri. Ci sono altri registi che invece di Transformers girano uno dopo l'altro Il Silenzio degli Innocenti e Philadelphia ma su quel treno treno non ci son saliti (o non ce li hanno fatti salire), forse se ne sono addirittura fregati e con umiltà e coerenza hanno seguito i propri binari, binari di periferia lontani dalle ville lumiere di turno.

Ritrovo finalmente Jonathan Demme, regista che potè aver tutto ma non ebbe quasi niente, con un piccolo-grande film, Rachel sta per sposarsi, colpevolmente sottovalutato da pubblico e critica. Eppure, se non fosse per un eccesso di "anticinematograficità" che poi vedremo, questa pellicola sarebbe un piccolo gioiello.

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Anne è una tossicodipendente. Esce dalla sua rehab solo pochi giorni per partecipare alla preparazione del matrimonio di sua sorella Rachel e, ovviamente, al matrimonio stesso. Pochi giorni che dovrebbero esser di festa, ma la presenza e il comportamento di Anne cambieranno completamente l'atmosfera.

Rachel getting married (titolo magnifico, perfetto, per fortuna rispettato dai nostri ditributori) è un film scritto alla meraviglia (dalla figlia di Sydney Lumet...), tutto incentrato sulle sottili dinamiche psicologiche che si vengono a creare nel momento che una famiglia tira fuori i propri scheletri dall'armadio. E' un film che racconta una crisi, una crisi familiare , proprio nei giorni in cui al contrario anche le famiglie più disastrate e snaturate riescono solitamente a mascherare i propri problemi.

Rachel sta per sposarsi e questo dovrebbe essere il suo momento, questi dovrebbero essere i suoi giorni più belli ma Anne le rovina la festa, le ruba la scena, si prende il palcoscenico facendo la parte della vittima, della persona che deve esser curata e compatita. Latente c'è anche un'importante nodo di tensione tra la ragazza e la famiglia visto che anni prima Anne ha involontariamente causato la morte del fratellino quando, guidando tossica, fu vittima di un incidente stradale.

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Il film, più che raccontare una storia, analizza ogni singolo rapporto famigliare: quello del padre con le due figlie, in special modo con Anne, pecora nera della famiglia che, come ogni pecora nera, riceve le attenzioni più importanti (più della figlia che sta per sposarsi), perchè un padre in un figlio apparentemente "sbagliato" vede sempre la possibilità di cercar di rimediare a un proprio (e spesso presunto) senso di colpa; oppure quello tra le due sorelle, rapporto teso e tenero allo stesso tempo o ancora quello tra la madre separata ed Anne o tra i due coniugi divorziati.

Demme sta addosso agli attori con la camera a mano e si prende tutto il tempo per raccontare la sua storia, molto lontano dagli script tradizionali. Tutto sembra molto reale e poco cinematografico ma si raggiunge quasi il parossismo quando Demme dilata al massimo (anche un quarto d'ora) 2,3 scene che sarebbero potute durare soltanto pochi minuti (discorsi nella cena di prova, lo spettacolino di musica e cabaret, il ballo del matrimonio). Va talmente contro le regole base del cinema che, forse, rischia di esagerare un pò. Il cast è strepitoso, al fianco dell'ottima Hathaway c'è un gruppo di attori poco o mediamente sconosciuti tra i quali spiccano la DeWitt (Rachel) e Irwin (il padre). La scena madre, meravigliosa, è quella della lavastoviglie in cui un semplice piattino riporta a galla un dolore faticosamente tenuto sommerso. Non è un caso che quella pila di piatti sia stata messa sul tavolo dalla stessa Anne, è come se volesse inconsciamente riaffermare la propria colpevolezza tanto che lo stesso padre che la difende in ogni modo e cerca di "reinserirla" in famiglia, non ce la fa comunque a trattenere l'emozione ed uscir dalla stanza.


Film che tanti faranno come proprio e tanti, al contrario, scanseranno con forza perchè nessuno di noi, anche chi apparentemente vive una vita perfetta, non può non ritrovarsi in tematiche del genere. C'è chi preferisce affrontarle, analizzarle e prenderle di petto e chi ne è terrorizzato e spera con tutto l'animo di tenerle nascoste per sempre.


(voto 7,5)

12.6.11

Recensione: "Blindness"

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(ci sono spoiler)



C'è da fare una doverosa premessa. Quello che significa per me Cecità di Saramago è difficile da spiegare. Basti dire che lo considero senza ombra di dubbio tra i 5 libri della mia vita; basti dire che dopo aver letto l'opera omnia dello straordinario scrittore portoghese (saggi esclusi) ho praticamente smesso di leggere perchè ingenuamente (e scusate se la frase sembra uscita da un libro di Baricco) non credo che potrei mai trovare niente di altrettanto bello; basti dire che se avessi trovato compagnia sarei andato ai funerali del Maestro; basti dire che ho chiamato il mio cagnolino Jose in suo onore.
Quindi per una volta mi sono approcciato alla visione del film col bastone e non con la carota convinto che l'avrei stroncato. Di solito tendo a scindere l'opera filmica da quella letteraria ma esistono casi in cui questo non è possibile, e questo avviene quando la seconda è così importante da risultar quasi "intoccabile". Insomma, se qualcuno facesse la trasposizione della Commedia di Dante, come si potrebbe giudicare il film senza constatare se ha rispetto per l'opera originale?

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Malgrado tutto, applaudo Meirelles. Certo lo spaesamento, l'angoscia, l'orrore e la profondità del testo originario sono lontanissimi ma era comunque difficile far meglio. L'incredibile stile di Saramago, quello di una prosa che raggiunge per carica emotiva e "altezza" quasi il lirismo, un tragico e surreale lirismo (in questo lo vedo opposto ad esempio ad Alda Merini la cui poesia, al contrario, diventa prosa drammaticamente "reale"), non l'ho mai considerato traferibile in pellicola malgrado le sue trame, i suoi soggetti, sarebbero invece in potenza tutti film meravigliosi.
Meirelles ha avuto rispetto. Nessun nome proprio ai personaggi, stessa se non identica dinamica degli eventi, presenza di tutte le "scene" emotivamente più importanti del libro, anche quelle apparentemente minori, nessuna spiegazione nè delle cause dell'epidemia nè della guarigione.
Ah, per chi non lo sapesse, Blindness (o meglio "Ensaio sobre a cegueira") racconta la storia di un'improvvisa cecità generale. Una cecità particolare, bianca come il latte e non classicamente nera. I primi uomini colpiti vengono messi in quarantena in una specie di vecchia caserma senza alcun comfort, come animali. Gli viene mandato del cibo razionato, non possono nè uscire nè venir curati. Sono soli. E ciechi. In mezzo a loro però c'è una donna e lei, incredibilmente, vede.
L' unico grosso errore che addosso al regista è quello di aver voluto inserire la coppia orientale che parla nella propria lingua. Nessuno mi leva dalla testa che l'operazione non sia stata decisa a tavolino copiando Sun e Jin di Lost. Molto mal riuscita anche la figura dell'uomo con la benda, veramente centrale e carismatica nel libro. Per il resto c'è (quasi) tutto. La terribile scena degli stupri "contrattati" (forse quella che emotivamente và più vicina al testo), l'omicidio con le forbici, il senso di sporcizia (fisica e morale) che più vai avanti più si fa forte, la Chiesa, il ripostiglio del supermercato, la doccia nude sul terrazzo, il cane che asciuga la lacrima, il finale nel quale per un momento la moglie del medico crede di esser diventata lei stessa cieca.

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Solo in un fondamentale passaggio il film si discosta dal libro: la scoperta dell'avvenuta guarigione del primo cieco. Meirelles passa dal bianco latteo della cecità al bianco del vero latte, poi "sporcato" dal caffè. Saramago passava dal bianco al nero degli occhi chiusi. Chapeau per Meirelles che osa in un momento decisivo e riesce forse persino a migliorare l'originale.
Per il resto interpretazioni buone ma non esaltanti (il doppiaggio poi...) ma c'è una spiegazione. Ci sarà sempre un'enorme differenza tra un attore che interpreta un cieco ed un vero cieco, puoi esser bravo come ti pare ma non vedere è diverso da far finta di non vedere, c'è poco da fare. L'attenzione resta sempre su buoni livelli, la storia, per chi non la conosce, è davvero affascinante. Insomma, un buon film, forse ottimo, arrivato in Italia con anni di ritardo per il famoso problema che coinvolse anche The Road (troppo deprimente). Ci sarà senz'altro qualche "pseudointellettuale librofilo" che distruggerà il film. Saramago ha pianto alla prima e questo vale più di tutto, più di qualsiasi cosa ognuno di noi abbia l'umiltà o la sfacciataggine di scrivere in merito.

(voto 7)

10.6.11

Uno di Due (3/20) MOCCIA O NATALE A... ?

Ed eccoci così arrivato al terzo appuntamento con Uno di Due, il gioco della Torre de Il Buio in Sala (le puntate precedenti qui, comprese del "live" dei risultati (mammamia commestò).
Per chi non conoscesse il regolamento niente di più semplice: uno dei due contendenti deve restar su e l'altro sfracellarsi al suolo. Si prega a chi vota per la prima volta di recuperare i precedenti per poter così stilare alla fine il proprio profilo completo appositamente redatto dalla C.I.A (Chiamatemi Imbecille Allegramente).
Questa sfida non viene a caso dopo Pixar-Miyazagi. Volevo appositamente passare da una nella quale buttar giù qualcuno era quasi impossibile, ad un'altra in cui salvare uno dei due è quasi un delitto riconosciuto dalla Costituzione. Non ho messo Neri Parenti (sarebbe stato più giusto, come ruolo, contrapporlo a Moccia) perchè ho creduto che il "tenore" della sfida fosse più immediato in questo modo. Inoltre è impossibile disconoscere al buon Neri la regia di alcuni cult assoluti come i primi Fantozzi o Fracchia, anche se credo che il merito in quei casi sia stato tutto di Villaggio, dallo script alla realizzazione.
Quindi, Moccia o Natale a...?
Chi è Federico Moccia? E' uno scrittore che ha avuto la fortuna che il suo primo libro, "Tre metri sopra il cielo" diventasse il testo di riferimento dei giovani nati negli anni '80. E' stato così grande il successo che, oltre a creare l'assurdo fenomeno del Ponte Milvio, vera cartina di tornasole per giudicare le generazioni attuali, ha quasi costretto il buon Federico a perseverare e, novello King, far uscire PIU' di un libro all'anno. Quasi tutti i suoi testi sono stati poi trasposti in pellicola, i primi 2 con regia altrui, poi Moccia, cui il soldo piace e non poco, ha voluto far tutto da solo: libro, sceneggiatura e film. Amori adolescenziali o storie ai limiti della pedofilia sono i soggetti trattati.
A livello morale stanno forse un pelino sopra a Moccia i cinepanettoni della saga di Natale. Molto meno ipocriti, morbosi e leccaculo della saga mocciosa ma forse ancor più devastanti nei danni arrecati. Piano piano infatti, film dopo film (ormai circa una quindicina) hanno cambiato completamente lo spettatore tipo dei cinema italiani e, di conseguenza, hanno generato centinaia di emuli (quasi un genere a sè ormai) e fatto nascere la cultura dei multisala nei quali è ormai quasi impossibile trovare opere di qualità. La triste realtà è che se non ci fossero loro il cinema italiano avrebbe chiuso bottega.

IL VERDETTO:

Confesso (non avrei problemi a sostenere il contrario) di non aver mai visto UN SINGOLO FILM del primo o del secondo schieramento. Resta il fatto che la colpa di due tali successi non è certo a monte (chiunque può scrivere o girare ciò che vuole) ma a valle, nella valle di lacrime del pubblico. Siccome posso sceglier solo uno, butto giù energicamente Moccia, perchè allisciarsi a quasi 50 anni le ragazzine, giocare così con le loro menti acerbe, speculare a tavolino in modo così superficiale su tematiche invece importanti lo trovo semplicemente ributtante. In più se il mio mestiere di videotecaro va ancora avanti lo devo molto ai Natali e simili purtroppo. Quindi pieno di ipocrisia li ringrazio, li tengo sopra la Torre ma chiamo un mio amico strafatto di crack che avrà pronte cure medievali per il loro culo.

8.6.11

Recensione: "Nicolas e i suoi genitori"


La leggerezza fatta pellicola. E' davvero difficile trovare in questi ultimi anni un film così delicato, divertente, garbato e innocente come Le Petit Nicolas. La sensazione che si prova guardandolo è difficile da descrivere, sembra di star sopra una nuvola per quanto vola alto sopra le nostre preoccupazioni ed è soffice e puro. Ne Le Petit Nicolas il male non esiste, non esistono i problemi, non ci sono spigoli, il mondo è incantato perchè non racconta il nostro mondo, quello vero, ma quello visto dagli occhi dei bambini, specie del protagonista, Nicolas, un 9enne dalla grandissima immaginazione che si mette paura perchè crede che la madre sia incinta e lo abbandoni nel bosco una volta nato il fratellino.

Le Petit Nicolas è lo splendido Les Choristes che incontra Amelie. Prende il mondo del primo (e non è un caso che ci sia, proprio in una scena di coro, un cameo di Gerard Jugnot, l'indimenticabile professore di musica Mathieu) e lo racconta nella maniera incantata del film di Jeunet fin dalla presentazione, spassosissima, dei piccoli protagonisti. Non ci sono tragedie familiari o situazioni particolarmente difficili o, se ci sono, è così alta la leggerezza con cui vengono raccontate che non te ne accorgi neanche.

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I piccoli attori sono tutti splendidi, tra tutti mi piace ricordare Victor Carles nel ruolo di Clotaire, il bambino destinato quasi sempre alla punizione. Il suo viso ha qualcosa di magico, mi ha riportato agli indimenticabili volti dei nostri bimbi della grande epoca neorealista. La regia è ottima, l'ambietazione negli anni '50 favolosa e non mancano neanche le trovate grafiche. Il divertimento è assicurato (visite mediche-pozione della forza) e raggiunge il suo apice nella fantastica scena della cena col datore di lavoro. La struttura alla fine è quella classica della commedia degli equivoci per la quale agli occhi di Nicolas ogni cosa che gli accade è intepretata in maniera errata.Quello che sorprende, ripeto, è l'assenza totale di intenti moraleggianti o di scene leggermente più serie o impegnate. No, Nicolas e i suoi amici vedono il mondo dal basso dei loro 9 anni e il mondo, a quell'età e a quell'altezza, è e deve essere un mondo spensierato. Per questo è impossibile attaccare il film, reputarlo falso o troppo idealizzato, dato che non racconta la realtà. E il Cinema, da che mondo è mondo, ha sempre avuto questa magia, non raccontare la realtà e farci stare, per un'oretta e mezzo, sopra una nuvola.


(voto 8)

7.6.11

Recensione: "Sulle mie labbra"


Sarò banale (perchè magari non li ha scelti lui), ma un regista che intitola i suoi tre ultimi film Sulle mie labbra, De battre mon coeur s'est arrêté (splendido titolo storpiato un pò in italiano, ma comunque affascinante, in Tutti i battiti del mio cuore) e Un Prophète (molto meglio de IL Profeta), dicevo, un regista così ha già una marcia in più. Diciamo subito che Sulle mie labbra non raggiunge il livello del meraviglioso Il Profeta, ma ce ne fossero di film così.

Carla è una ragazza che lavora come segretaria in una grande azienda di costruzioni. E' praticamente sorda per cui, quando non può utilizzare gli apparecchi acustici, è costretta a leggere le labbra dell'iterlocutore. Paul è un ex carcerato che cerca di reinserisi nella società. Troverà lavoro come assistente di Carla. I due hanno bisogno l'uno dell'altra, e non parliamo soltanto di legame affettivo...

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centrale è la figura di Carla, una ragazza sottomessa al lavoro, non considerata come donna (nè lei fa niente per esaltare la propria femminilità a dir la verità), loser nei modi e nel vestiario, sfruttata addirittura dall'unica amica che le fa fare la baby sitter o le prende l'appartamento per far sesso. Emmanuelle Devos (già vista personalmente negli interessantissimi L'Avversario e L'amore sospetto) regala un'interpretazione perfetta, intensissima. Il suo sguardo fisso nel volto delle altre persone per cogliere il più possibile il labiale vale da solo il prezzo della visione.

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Paul, all'opposto, è abituato a prender la vita di petto, sa muoversi nella giungla, conosce le regole e i modi della malavita (malgrado quando fa "a botte" le prenda sempre lui a dir la verità...). Carla vede in Paul una possibilità sia di innamoramento e di valorizzazione del suo lato femminile, sia di riscatto sociale agli occhi degli altri, sempre pronti a prenderla in giro. La sua per Paul diventa una vera e propria ossessione tanto che il film forse avrebbe retto e sarebbe stato abbastanza forte anche soltanto raccontando questo rapporto, senza la componente crime dell'ultima mezz'ora (comunque ottima e decisiva per la valutazione finale). Anche Paul però ha bisogno di Carla perchè vede nella sua grandissima capacità di legger le labbra un possibile aiuto per mettere a segno un colpo.

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Aiuti, favori, tradimenti, possibilità di acquisire fama e prestigio, ex perdenti che arrivano al successo, tratteggio psicologico dei protagonisti, costruzione di plot impeccabile, tutte componenti che avvicinano moltissimo il film alle tematiche poi sviluppate ne Il Profeta. E' vero, non mancano un pò di forzature (lui che lavora malissimo in azienda ma nessuno se ne accorge, i malviventi che parlano sempre davanti quella finestra etc...) ma il livello è comunque quasi d'eccellenza. E alla fine è difficile capire se Sulle mie Labbra sia una crime-story, una storia d'amore burrascosa e apparentemente impossibile oppure semplicemente la storia di una solitudine che cerca disperatamente di non esser più tale (quella di Carla). Rimane un bellissimo film, questo è quel che conta.


(voto 7,5)