25.10.10

Recensione: "Cella 211"



Cella 211 è uno splendido film carcerario, forte, coraggioso, crudele, carico di denunce politiche, etiche e morali. Questo all'apparenza. A mio parere in realtà il film è ancor più profondo e racconta nella tremenda cornice del carcere una semplice storia di Destino e di Anima.
Juan Oliver è una guardia carceraria al suo primo giorno di lavoro. E' impossibile proseguire nella trama se non ci si ferma un attimo a parlare del destino.
Juan Oliver non doveva andar oggi nel carcere, ma domani.
Cade qualcosa dal soffitto. Proprio Juan viene colpito.
Non si decide come prassi di portarlo subito in infermeria, ma lo si fa sdraiare un momento in una cella vuota.
Cella appena svuotata, l'unica libera del braccio.
Nel carcere scoppia una rivolta.
Destino.

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5 incredibili coincidenze che cambieranno per sempre la vita del ragazzo. Se solo una, soltanto una, non si fosse verificata, Juan non si sarebbe trovato coinvolto.
E' impossibile tralasciare o non dare importanza su quanto il caso incida in Cella 211. Esso è sempre beffardo, crudele (la moglie è l' UNICA uccisa nei tafferugli; tra l'altro unica scena veramente un pò troppo forzata e poco verosimile), avverso al protagonista. Il destino ( e non tanto le istituzioni ) in 24 ore distrugge per sempre la vita di una giovane famiglia. Se non avessimo la spietata e durissima cornice del carcere, penseremmo quasi di trovarsi in un tragico racconto di Kafka o Pirandello.
Parlavo di Anima. Juan è un bravissimo ragazzo, anche troppo timido, "morbido" e impaurito per il lavoro che fa. Gli incredibili avvenimenti che gli accadranno cambieranno completamente il suo carattere; in appena una giornata tutte le sue convinzioni, tutti i suoi principi, tutte le sue certezze verranno stravolte. Se davvero il mondo "fuori" e i suoi accadimenti possono in qualche modo modificare la nostra anima (tanto ad esempio da farci diventare assassini), Juan ne è l'esempio lampante. Lo schema è semplice: Juan passa dalla parte dei "buoni" a quella dei cattivi, ma solo per salvare la pelle, fingendo. Più passa il tempo e più Juan si identificherà con i nuovi compagni diventando praticamente uno di loro. In qualsiasi modo fosse andato il finale, Juan non sarebbe stato più lo stesso e non solo per la perdita della famiglia o il rischio di carcere, ma per un cambiamento radicale "dentro" di sè. Cella 211 ci racconta come ognuno di noi può diventare in poche ore un altro Uomo, nè migliore nè peggiore, semplicemente un altro.
Ci troviamo di fronte a un film coraggiosissimo perchè sembra prendere completamente le parti dei carcerati, alla fine veri eroi della pellicola e unici depositari di principi etici e morali, solidarietà e "trasparenza" . In realtà non dobbiamo dimenticarci di avere a che fare (nella maggioranza dei casi) con criminali che hanno commesso crimini ben più gravi di quelli commessi dalle istituzioni tanto condannati dal film, e in questo a mio parere la pellicola pecca un pò di strumentalizzazione e superficialità. Il personaggio di Malamadre, il "capo" dei carcerati, è l'emblema di tutto. Il film ci porta pian piano a una completa empatia con lui e Juan, ma è bene ricordare che sempre di pluriomicida stiamo parlando. In poche parole sarebbe meglio non cadere nel tranello del ribaltamento tra buoni e cattivi, ma al limite considerare quanto di sporco e marcio ci sia nei primi ( il funzionario Urrutia l'esempio per tutti) e quanti valori si possano comunque riscontrare nei secondi.
Regia e fotografia di discreta fattura, recitazione ottima. Più che altro la forza di Cella 211 è nella semplicissima idea di sceneggiatura, svolta poi in maniera esemplare. Delle scene apparentemente insignificanti acquistano solo col tempo valore, tipica caratteristica degli ottimi script. 

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A questo proposito la morte di un carcerato è l'espediente usato sia per far "allertare" l' ETA, sia per far giungere in carcere tutti i parenti dei carcerati, timorosi che il detenuto ucciso sia un loro caro. E così la scena del pestaggio di un carcerato da parte di Urrutia sarà decisiva per giustificare quella in cui il funzionario picchierà a morte la moglie di Juan. Piccole accortezze che fanno grande un film. Il finale a dir la verità non mi ha convinto granchè con Malamadre ferito che lancia uno sguardo al "colombiano" traditore. Sa di vicenda non conclusa, si poteva evitare. In più fa perdere un pò di drammaticità al film sia perchè la morte di entrambi protagonisti era in qualche senso più "giusta", più nelle corde del film, sia perchè la fine di Juan DOVEVA essere punto conclusivo della vicenda dato che il film racconta la sua parabola umana.
Dietro Governo, ETA, denuncia delle carceri e delle istituzioni, Cella 211 è in realtà un film profondamente umano e la vicenda di Juan paradigma di come a volte la vita, improvvisamente, ci si sgretoli tra le dita. E la cella che dà titolo al film simboleggia forse quel luogo oscuro dentro di noi che teniamo sempre serrato, nascosto, ma che una volta entrati ci cambierà per sempre.

( voto 8 )

10 commenti:

  1. E fanno bene.
    Cella 211 è una ficata grossa.
    Buona visione!

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  2. Grazie James. Se l'hai commentato anche te domani passo di là, ciao!

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  3. L'ho postato anch'io, se non ricordo male a maggio.
    Ottimo film, davvero.

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  4. film spettacolare e molto ben scritto. attendo il tuo giudizio

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  5. Verrò da entrambi, dovrei cominciare a vederlo ora. Mi sono appena ripreso da Napoli-Milan.

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  6. Aspetto un tuo commento sul mio post in proposito, allora.
    Concordo al massimo con Cannibale.
    Film tostissimo.

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  7. direi che condivido in pieno la tua recensione e anch'io gli avevo dato un voto analogo. il punto di forza è assolutamente la sceneggiatura che, credo, verrà presto saccheggiata da hollywood per un remake...

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  8. Sì Marco, è una giusta considerazione che ti avevo riconosciuto anche nella tua recensione. Ciao!

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  9. Bello, fatto con due lire ma molto bello, personaggi azzeccati ect...

    Da consigliare...

    La recensione svela tutto il bello, fortuna che l'ho visto prima :)

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  10. Ho spesso problemi con gli spoiler, hai ragione.

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